È stata recentemente pubblicata la seconda edizione del Ranking 2013 di Webometrics.

Gli atenei sono classificati sulla base di un indicatore composito che combina dati bibliometrici (il top 10% dei papers più citati in 21 discipline)  e webometrici (raccolti lo scorso luglio).

Come sanno i lettori di Roars, queste classificazioni, più che strumenti scientifici sono strumenti di marketing, anche se in grado di influenzare (talora pervesamente) le politiche universitarie e della ricerca.

In ogni caso, ecco la “filosofia” di Webometrics:

The original aim of the Ranking is to promote academic web presence, supporting the Open Access initiatives for increasing significantly the transfer of scientific and cultural knowledge generated by the universities to the whole Society. In order to achieve this objective, the publication of rankings is one of the most powerful and successful tools for starting and consolidating the processes of change in the academia, increasing the scholars’ commitment and setting up badly needed long term strategies

The objective is not to evaluate websites, their design or usability or the popularity of their contents according to the number of visits or visitors. Web indicators are considered as proxies in the correct, comprehensive, deep evaluation of the university global performance, taking into account its activities and outputs and their relevance and impact.

At the end a reliable rank is only possible if the web presence is a trustworthy mirror of the university. In the second decade of the 21st century the Web is key for the future of all the university missions, as it is already the most important scholarly communication tool, the future channel for the off-campus distance learning, the open forum for the community engagement and the universal showcase for attracting talent, funding and resources.

È significativo quanto accaduto alla componente non bibliometrica del ranking Webometrics relativa a visibilità e impatto. Una componente importante, che pesa per il 50% sul totale dell’indicatore. In origine essa era costruita come segue:

The former method consists of combining the number of domains originating the inlinks to the university webdomain (backdomains) and the square root of the total number of those inlinks: sqr(backlinks). In this way it was possible to grant proper recognition not only to most popular web contents or most prestigious institutions but also to the diversity and strength of the impact sources.

Accade però che le università si attrezzino, non diversamente da quanto fanno alcuni gruppi e individui con le citazioni, per gonfiare il proprio score:

Unfortunately a few webmasters choose the easy way to obtain additional link visibility contracting external services of link farms or creating their own ones by forcing scholars and students to overlink to the university webdomain from external blogs or similar social tools.

I responsabili di Webometrics sono dovuti correre ai ripari:

In the current edition the top 10, an arbitrary number that is open to future modifications, sources (domains) of links and all the involved links are excluded from the impact indicator. For most of the universities this action exclude student blogs, sports teams pages, non-academic forums, alternative domains and mostly local sources of links, so true global impact is left as main component. Obviously bad practices are strongly penalized with the new system. In a few cases hacked websites due to poor management of the webmasters are being overlinked for more than ten domains, including nasty sources like pornographic, fake-products selling or hate pages. We are identifying these individual cases for exclusion.

On the positive side, we expect this change will promote internationalization of the contents. Webometrics is not only ranking websites but the overall performance of the universities. In that sense, it has a clear advantage on other similar rankings where results are obtained only after long-term efforts. A strong and well directed web policy involving not only ICT departments but everybody else in the university is going to have a huge impact in the Ranking.

Che crediate o no alla rilevanza dei rankings di Webometrics, potete divertirvi a consultarli qui: http://www.webometrics.info/en

Alla Sapienza saranno contenti di sapere che l’ateneo entra nei primi 100 al mondo.

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22 Commenti

  1. Alla legittima soddisfazione dei colleghi di Unisapienza credo si possa aggiungere anche il sollievo di quelli di Bari ‘Aldo Moro’ (Europe 194 – World 563) e Messina (E 321 – W 912), ossia di due delle tre università di cui l’implacabile Giavazzi aveva chiesto a gran voce la chiusura in un indimenticabile articolo del nostro maggior quotidiano («La ragnatela corporativa» CdS 19.8.2013), definendole impietosamente «fabbriche delle illusioni». Giavazzi medesimo infatti sarà lieto di vedere che questi due Atenei ora precedono la ‘sua’ Bocconi (E 341 – W 988), e potrà consolarsi della mediocre classifica del proprio ateneo col fatto che, almeno, esso ha preceduto il terzo ateneo secondo lui da chiudere, quello di Urbino (E 347 – W 1031). Anche se di un’incollatura…

  2. Se queste classifiche hanno un senso non sarei tanto felice di essere oltre la 300esima posizione in europa.
    Tuttavia “Come sanno i lettori di Roars, queste classificazioni, più che strumenti scientifici sono strumenti di marketing, anche se in grado di influenzare (talora pervesamente) le politiche universitarie e della ricerca.”

  3. Leggendo come sono formati gli indicatori è facile intuire che le università più grandi sono avvataggiate, dato che gli indici sono calcolati senza nessuna ponderazione del numero di soggetti che producuno l’output.
    Per una classifica corretta secondo me andrebbe considerato anche l'”input” finanziario, ovvero andrebbero normalizzati i risultati per i finanziamenti ricevuti.
    Dati gli scarsi finanziamenti penso che l’Italia balzerebbe in testa 😉

  4. Un commento *a favore* delle classifiche.
    Che qualsiasi classifica sia imprecisa siamo tutti d’accordo e sappiamo bene che per fare i ranking si comparano le mele con le pere.
    Però in ogni benedetta classifica ai primi posti si trovano sempre le stesse università. Ora, sinceramente c’è qualcuno che crede che la Sapienza “funzioni meglio” di Harvard? (dove “meglio” è un qualsiasi indicatore).
    Questo non significa che la Sapienza “funzioni peggio” per colpa di chi lavora nella Sapienza (e non per colpa “del sistema”). Però i ranking sono e devono essere anche valutazioni del sistema.
    La storia del normalizzare per i finanziamenti mi sembra insensata. Immagino che i finanziamenti che riceve la Sapienza siano enormemente più grandi di un’università del Burkina Faso… per confrontarle dobbiamo veramente guardare all’efficenza?
    Un’università è immersa in un sistema. Se Harvard è in grado, nel sistema in cui è immersa, di ricere così tanti finanziamenti… buon per lei. Mi sembra un merito, e non un demerito da “sottrarre” quando si compara con altre università.

    • Harvard ha 20,000 studenti (stima per eccesso) e un budget di 2 ml di euro. Sapienza ha 200,000 studenti è un budget che è meno della metà. Davvero ha senso confrontare Harvard e Sapienza? La cosa ragionevole casomai sarebbe confrontare Harvard col top 10% di Sapienza.

    • Harvard ha un budget di 3 miliardi di euro (conversione grezza) inclusa la gestione degli ospedali collegati alla propria Medical School (gli ospedali lì norlmalmente sono un centro di profitto) oltre alle spese per attività non tipiche (ad esempio, Harvard University Police Department, Centri sportivi etc.) per servire circa 20 mila studenti. Le entrate con cui coprire quei costi provengono principalmente dalla gestione attiva del proprio patrimonio privato, e non dalle rette. La Sapienza (da dove esce questo paragone Harvard vs Sapienza?) aveva per il 2012 un budget di previsione di 1,7 miliardi, speso effettivamente circa 1,2 miliardi, ma senza i costi di gestione del policlinico (tranne i medici docenti che sono a carico dell’università), per il quale dovrebbero essere aggiunti altri 500 milioni solo per l’Umberto I (poi c’è anche l’azienda ospedaliera S. Andrea). Gli studenti di La Sapienza sono, secondo i dati MIUR, 113 mila.

      Informazioni finanziarie per La Sapienza sono qui http://www.uniroma1.it/sites/default/files/allegati/Tabella%20raffronto%20composizione%20delle%20uscite%20consolidato%202012.pdf

    • Scusate, ma di cosa stiamo parlando?
      Domani ti offrono un posto di dottorato/postdoc/associato/ordinario a harvard e alla sapienza. Oppure sei uno studente e puoi (=ti puoi permettere di) andare ad harvard o alla sapienza. Dove vai? Il senso del ranking dare una risposta quantitativa (valida “in media” chiaramente!).
      Harvard ha il doppio de budget della sapienza perchè è brava a tirare su soldi.

      Poi mi devi spiegare perchè il top 10% della sapienza e non la media…

      I ranking non sono un giudizio su quanto si impegnano le persone nell’università. È un giudizio globale sulla qualità dell’università. È chiaro che se hai più soldi ti puoi permettere di comprare più qualità.

      Io sinceramente non capisco se credete davvero che la sapienza e harvard siano allo stesso livello.

    • Confrontare i costi operativi di Harvard con gli FFO è come confrontare pere con conigli. I costi operativi di Harvard (circa 3 miliardi di euro) comprendono costi di tutto il personale, incluso gli infermieri e i portantini degli ospedali collegati per un totale circa di 1,5 miliardi di euro (pensioni incluse) come anche per le borse di studio, gli interessi passivi etc, per un ventaglio di attività necessarie a quell’università a sopravvivere, visto che sta sul mercato, oltre che per svolgere attività che in Italia sono svolte, sostenendone i relativi costi, da altre autorità (Polizia, Sanità etc.).

      Per quanto riguarda gli FFO, questi sono solo un sottoinsieme delle spese per il personale dell’Università italiana, che nell’anno in questione, ad esempio, ammontavano complessivamente a ben più di quanto compare nel grafico e che, ma nessuno pare lamentarsi, non sono facilmente individuabili in modo chiaro nel bilancio di una università italiana. Appunto, la Sapienza, secondo il suo bilancio consolidato, avrebbe speso nel 2012 circa un 1,3 miliardi di euro, più di quanto la Arizona State University ha sostenuto nel 2012 che tra la sua Faculty negli ultimi 10 anni ha contato 3 premi nobel, cosa che l’intera università italiana nemmeno negli ultimi 50 anni ha mai avuto, giusto per fare un altro confronto tra le calorie consumate da un carnivoro e quelle consumate da un erbivoro.

    • Francesco Lovecchio: “I costi operativi di Harvard (circa 3 miliardi di euro) comprendono costi di tutto il personale, incluso gli infermieri e i portantini degli ospedali collegati per un totale circa di 1,5 miliardi di euro (pensioni incluse)”
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      Quando si riportano delle cifre è buona norma indicare la fonte. Il totale di “circa 1,5 miliardi di Euro” (pensioni incluse)” sembra essere smentito dai dati riportati sul sito ufficiale dell’università di Harvard che per comodità riporto qui sotto, insieme al link da cui è possibile scaricare il report “Harvard University Fact Book 2011-2012”.



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      Fonte: “Harvard University Fact Book 2011-2012” , pag. 31
      http://www.provost.harvard.edu/institutional_research/harvard_fact_book_2011-12_final.pdf
      ____________________
      La redazione si riserva di cestinare i commenti che riportano cifre prive di fonti . Su università e ricerca il discorso pubblico è già abbastanza inquinato da inesattezze e chiacchiere da bar.

    • A chiarimento del mio commento: la tabella mostra che per Harvard, i costi di tutto il personale degli ospedali collegati, incluso gli infermieri e i portantini sono decisamente inferiori a “circa di 1,5 miliardi di euro (pensioni incluse)”. Piuttosto, questa cifra si riferisce al totale delle spese per personale.

    • Francesco Lovecchio: “Per quanto riguarda gli FFO, questi sono solo un sottoinsieme delle spese per il personale dell’Università italiana, che nell’anno in questione, ad esempio, ammontavano complessivamente a ben più di quanto compare nel grafico e che, ma nessuno pare lamentarsi, non sono facilmente individuabili in modo chiaro nel bilancio di una università italiana.”
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      Sarebbe bene portare qualche numero (e relative fonti) a supporto delle proprie affermazioni. Prendiamo come esempio il mio ateneo (Università di Pavia). In questo caso (sarà fortuna?), le spese per personale sono facilmente individuabili. Se si cerca su Google bastano pochi secondi per reperire il seguente documento

      RELAZIONE AL BILANCIO DI PREVISIONE PER L’ESERCIZIO FINANZIARIO 2012
      http://www.unipv.eu/site/home/ateneo/documento8131.html

      A pag. 3 ci sono due tabelle:



      Si vede subito che le spese per personale (circa 152 MLN)) sono sì superiori al FFO (circa 131 MLN), ma in ragione di un 16% che appare indegno dell’espressione “ben più di quanto”.
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      Francesco Lovecchio: “Confrontare i costi operativi di Harvard con gli FFO è come confrontare pere con conigli.”
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      Lo scopo del confronto era quello spiegare all’uomo della strada in modo semplice (e verificabile in modo incontrovertibile) che nelle classifiche degli atenei sono messe a confronto realtà che, dal punto di vista delle risorse utilizzate, presentano disparità macroscopiche:
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      ” il finanziamento pubblico dell’intero sistema universitario statale italiano basterebbe a coprire i costi annuali di poco più di due atenei simili ad Harvard. Per semplicità, non abbiamo conteggiato le tasse degli studenti italiani, ma la sproporzione tra le risorse impegnate dall’ateneo statunitense e quelle a disposizione dei singoli atenei italiani rimane comunque enorme”
      https://www.roars.it/online/matteo-renzi-e-universita-parliamo-di-cose-concrete/
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      Sia per le “Operating expenses” di Harvard (https://www.roars.it/online/wp-content/uploads/2013/09/Harvard.jpg) che per l’FFO italiano (https://www.roars.it/online/wp-content/uploads/2013/09/FFO2012.png) era possibile documentare le cifre con una “fotografia” dei relativi documenti. È per questa “documentabilità” che erano state scelte proprio queste grandezze. D’altronde, il Fondo di Finanziamento Ordinario, sebbene sia più piccolo di quanto effettivamente speso ogni anno dalle università italiane (e il commento riconosceva correttamente che era stato per esempio omesso il contributo delle tasse studentesche), rappresenta la fetta più grande dei loro bilanci (come esemplificato dalle precedenti tabelle). Le “operating expenses” delle università italiane sono pertanto dello stesso ordine di grandezza del FFO (come esemplificato dall’ateneo pavese). Se ci confrontiamo con Harvard, siamo in ogni caso di fronte a ordini di grandezza radicalmente diversi tra loro, un aspetto che nella discussione pubblica tende ad essere facilmente trascurato.

    • Francesco Lovecchio: “Appunto, la Sapienza, secondo il suo bilancio consolidato, avrebbe speso nel 2012 circa un 1,3 miliardi di euro, più di quanto la Arizona State University ha sostenuto nel 2012”
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      Le spese di Arizona State University sono state circa 1,15 miliardi di Euro (http://www.asu.edu/fs/documents/annual_reports/ASU_2012_Financial_Report.pdf, pag. 8), ma con 73 mila studenti ( (http://www.asu.edu/fs/documents/annual_reports/ASU_2012_Financial_Report.pdf, pag. 8)) contro 113 mila della Sapienza. Inoltre, i pagamenti effettivi della Sapienza sono € 1.194.472.188,59 (i circa 1,3 miliardi citati da Lovecchio sono pari a € 1.290.751.592,26 di”impegni”, vedi ultima riga di http://www.uniroma1.it/sites/default/files/allegati/Tabella%20raffronto%20composizione%20delle%20uscite%20consolidato%202012.pdf). Insomma, le spese sembrano paragonabili a fronte dell’ateneo italiano che eroga didattica ad un numero di studenti che è il 150% di quello dell’ateneo statunitense.

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      Francesco Lovecchio: “Arizona State University […] che tra la sua Faculty negli ultimi 10 anni ha contato 3 premi nobel”
      ===========
      Forse, è bene farsi un’idea dell’entità dei finanziamenti alla ricerca di cui dispone chi lavora all’Arizona State University:
      ____________
      “During fiscal year 2012, external funding received for research and other projects increased seven percent from fiscal year 2011, with fiscal year 2012 awards totaling $316 million. The U.S. Department of Energy recently selected ASU to lead a $15 million private-public partnership for advancements in sustainable algal production to help meet the nation’s energy challenges.”
      http://www.asu.edu/fs/documents/annual_reports/ASU_2012_Financial_Report.pdf, pag. 3
      ____________
      A scopo comparativo, si ricordi che il finanziamento PRIN 2012 sull’intero territorio nazionale era pari a € 38.259.894.

    • Anche dopo le cifre precise, continuo a non comprendere perchè ci si accanisce tanto sul rapporto tra soldi investiti e ricerca prodotta.
      Quello che i ranking dicono è semplicemente che Harvard funziona meglio, produce miglior ricerca, ha faculty migliore, etc. (tutto in media) della Sapienza. C’è qualcuno che non è d’accordo?

      Se siamo tutti d’accordo, allora possiamo smettere di prendercela con i ranking (che non porta vantaggio a nessuno) e cominciare a usare i ranking per migliorare l’università italiana. Esempio. L’odiatissimo ranking di Shangai [ http://www.shanghairanking.com/World-University-Rankings/University-of-Roma—La-Sapienza.html ] dice che la Sapienza ha punteggi molto bassi (rispetto alla sua posizione) nella percentuale di studenti e faculty internazionali. Mi pare sia un problema vero. I ranking servono a mettere dei numerini vicino ai problemi.

    • Assolutamente no. Lo abbiamo scritto in mille modi in mille post diversi. I rankings di atenei sono delle truffe ideologiche e non hanno basi scientifiche https://www.roars.it/online/andrea-bonaccorsi-e-le-classifiche-degli-atenei-voodoo-rankings/. Invece è vero che se si fa un’analisi dettagliata dei vari indicatori usati per costruire un ranking si può avere una informazione interessante su fatti specifici, come discusso più in dettaglio nel libro di Regini et al. e in questo post https://www.roars.it/online/universita-miti-leggende-e-realta-collectors-edition/

    • De Nicolao (o redazione), non è carino tenere in sospeso e non visibile un mio commento per ore in risposta peraltro ai suoi commenti per darle il tempo nell’intanto di rispondere con 3 mega commenti che citano, peraltro, quanto ho già scritto nel commento sospeso (anzi cancellato, da quello che vedo ora attraverso wordpress). Il mio commento era delle 12:57.

      Mi pare che lei faccia una grave confusione tra costi operativi e costi del personale. I costi del personale sono un sottoinsieme dei costi operativi per far funzionare l’università o altra azienda che sia. Gli FFO sono invece un sottoinsieme dei costi del personale dell’Università. Nel caso di Pavia una differenza del 16%? Non è “ben più di quanto”? Stabilisca lei la soglia. Ricordi gli FFO sono un sottoinsieme dei costi del personale per l’Università, e i costi del personale sono un sottoinsieme dei costi operativi del sistema universitario. Se l’obiettivo era comparare i costi del personale allora i costi operativi di Harvard sono circa il doppio dei costi del personale di Harvard. Abbiamo pertanto un +100% da una parte e un -16% dall’altra. Veda lei se il confronto è appropriato.

      Quindi per Harvard il costo del personale (cioè 1,5 miliardi di euro) è riferito a tutto il personale, incluso gli infermieri degli ospedali e non è riferito solo agli infermieri (questo mi pare non l’abbia colto subito, ma da uno dei suoi numerosi commenti successivi pare di essersene reso poi conto). Quindi costi operativi 3 miliardi di euro circa, costi del personale 1,5 miliardi circa. Di tutta Harvard. Esercizio per casa: faccia la stessa cosa per La Sapienza e includa i costi operativi dell’Umberto I e dell’Ospedale S. Andrea.

      Se proprio si vuole fare un confronto all’americana, sarebbe necessario prendere una università pubblica (perché con una università americana poi?), ad esempio la Arizona State University citata in precedenza che benché pubblica è solo in parte finanziata dal contribuente. Cioè con pressoché gli stessi costi operativi della Sapienza, la quota a carico del contribuente americano è inferiore rispetto al caso italiano. Ciò vuol dire che con gli stessi soldi pubblici spesi per la Sapienza si possono finanziare più Arizona State University, che conta attualmente oltre 70 mila studenti e ranking mediamente superiori a La Sapienza. NB parliamo di stessi costi di gestione, come ordine di grandezza, ma inferiori costi a carico del contribuente. I dati sono nell’annual financial report citato con un link nel mio commento oscurato delle 12:57, e nelle pagine di presentazione del sito http://www.asu.edu.

      E a proposito di inquinamento dell’informazione, l’uomo della strada, al quale a suo dire il grafico in questione si rivolge, non deve essere trattato da deficiente dandogli in pasto grafici sbagliati che confrontano entità e attributi diversi e non comparabili.

      PS: in rif al suo commento delle 15:05, per favore, in generale non risponda al mio “1,3 miliardi“ con un “1,29999 per la precisione”. Ben più curiosa è il suo evidenziare la differenza tra “impegni” e “pagamenti effettivi”, in cui avrei dovuto scrivere invece di “speso” la frase “impegnati, cioè autorizzati, ma non ancora pagati”, quando finora il grafico e i connessi suoi commenti hanno utilizzato come sinonimi “costi operativi” e “costi del personale”. Sono sicuro che da questo scambio (che solo lei avrà avuto modo di apprezzare) ne ha tratto qualcosa di utile.

  5. Credo invece che questa classifica, come altre classifiche che leggiamo quotidianamente, mettano in evidenza alcune rilevanti evidenze. la prima è che nel mondo, esistono delle eccellenze. Ivy League, OXbridge, Ecoles, ecc., benissimo lo sappiamo da tempo e infatti molti docenti dell’università italiana hanno preso dottorati o fellowship in queste prestigiose università. Oppure hanno avuto come maestri, già quelli di cui ancora sento parlare, docenti di queste università. Poi esiste il resto, centinaia di università sparse ovunque che si dibattono tra mille problemi e che non mi risulta, almeno per conoscenza diretta di alcune, che abbiamo qualcosa da insegnare alle migliori università italiane. Date a un docente italiano i fondi, i mezzi e le risorse umane che ha disposizione un qualsiasi docente in un’università americana o inglese, dove il governo finanzia progetti come se piovese perchè li vige quella semplice ma rivoluzionaria regola che se un politico deve prendere una qualsiasi decisione, prima chiede a chi se occupa qual è lo stato dell’arte e quali le possibili alternative. I soldi contano, non solo quelli dello stipendio, ma anche quelli della ricerca. Per chi ritiene il primo un tema corporativo, ricordo che nella Vita di Galileo il tema è dibattuto tra il rettore di Padova e lo stesso Galileo (in 500 anni è cambiato poco!). Sul csole 24 di domenica c’è un articolo su oxord e sulle università non di massa che invito a leggere, tanto per capire qual è l’idea dell’università italiana. Ma se l’Italia ha il 21% di laureati nella fascia di età tra i 24-35 anni, il regno unito il 40%, se la media dei fuori corso è del 59% e si va fuori corso di due anni, scusate ma dov’è la massa?
    Infine un commento sui cervelli in fuga. Non è che il semplice fatto di aver avuto una borsa o un finanziamento all’estero qualifica come geni, credo. Non credo che tutti i ricercatori italiani all’estero siano per definizione migliori o più qualificati degli italiani in patria. Credo che anche in questo caso la statistica e le distribuzioni siano ancora efficaci a descrivere il fenomeno. Come si può pensare di attrarre docenti dall’estero se non si è in grado di offrire incentivi efficaci e credibili: fondi, semplificazioni amministrative e quant’altro.
    Come si può penare di fare ricerca se da anni i fondi sono zero o prossimi a zero. Infine personalmente ritengo che un criterio di valutazione basato su indicatori composti di performance sia un modo semplice per eliminare o limitare fortemente le valutazioni arbitrarie. Resta comunque il fatto che la carriera accademica, a differenza di quella dei magistrati o degli avvocati dello stato o degli alti dirigenti pubblici, giornalisti prevede esami e valutazioni comparative, non un esame una volta per tutte.

  6. “Leggendo come sono formati gli indicatori è facile intuire che le università più grandi sono avvaNtaggiate, dato che gli indici sono calcolati senza nessuna ponderazione del numero di soggetti che producuno l’output.”
    “Harvard ha 20,000 studenti (stima per eccesso) e un budget di 2 ml di euro. Sapienza ha 200,000 studenti è un budget che è meno della metà. Davvero ha senso confrontare Harvard e Sapienza? La cosa ragionevole casomai sarebbe confrontare Harvard col top 10% di Sapienza.”
    NON VANNO D’ACCORDO.

  7. Forse in questo gran dibattito sulle eccellenze il ministero deve essersi dimenticato di come far funzionare un’università normale. Avere classi con 150 studenti ammassati e far firmare contratti ai settantenni per tenere a galla un corso sono cose indegne di un paese civile.

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