Tutto è numero – sosteneva Pitagora di Samo – e fece molti seguaci, perché con i numeri si potevano dare spiegazioni semplici a molte cose.

Già da giovane si era incaponito nel cercare di convincere il tiranno dell’isola di Samo a usare i numeri per ogni decisione politica, economica e sociale. Fu presto inseguito con i forconi e costretto dapprima a nascondersi in una grotta in cima a una montagna e poi a scappare in Magna Grecia.

In Italia, a Crotone, invece i politici locali gli dettero subito credito e gli elargirono ingenti finanziamenti, ottenuti dalle tasse dei cittadini, che ogni anno la legge di stabilità del tiranno di turno si premurava di incrementare.

Con quella ingente massa di denaro, Pitagora fondò una scuola filosofica – oggi la chiamerebbero Agenzia – per concepire sempre nuove elucubrazioni sui numeri e la numerologia.

I membri della setta iniziarono presto a sviluppare un linguaggio iniziatico, infarcito di cifre, simboli, formule e indicatori, e divennero presto incapaci di esprimersi in greco corretto. Nessuno infatti li capiva, ma tutti li rispettavano perché i pitagorici sapevano i numeri ed erano ben protetti.

Ben presto così Pitagora e i suoi discepoli conquistarono il potere politico della città e, in pochi anni, si diffusero governi pitagorici in molte altre polis della Magna Grecia.

Viaggiavano molto, i pitagorici, e dai Celti della Britannia appresero un sistema per valutare l’arte e la scienza con degli indici runici. Entusiasti, importarono il metodo a Crotone ma, purtroppo, nella traduzione in greco lo resero estremamente complesso e incomprensibile. D’altra parte questi filosofi della Magna Grecia i bizantinismi ce li avevano già nel DNA.

A un discepolo della scuola pitagorica, tale Eurito di Crotone, venne in mente di trovare il numero caratteristico di ogni essere vivente e si intestardì nel computare il numero di sassolini necessari per comporre l’immagine di ciascun individuo. Lo chiamarono H-index (si dice che H stesse per Hellenic, tradotto in lingua celtica perché così era più alla moda) e questo numeretto fu subito adottato dall’oligarchia locale per condizionare carriere politiche e distribuire cariche pubbliche, prebende e punizioni.

Un altro discepolo, Archita di Taranto, era convinto che ogni individuo dovesse essere ricompensato secondo i propri meriti e che il merito appunto – misurato con i metodi pitagorici – dovesse essere il criterio guida per la distribuzione dei danari pubblici. Egli aveva inventato la meritocrazia e così i numeri pitagorici potevano finalmente essere usati per costruire una società migliore.

Un giorno Crotone decise di muovere guerra alla ricca città di Sibari, i cui abitanti erano ritenuti colpevoli di vivere troppo spensieratamente, senza regole numeriche e condizionamenti mistico-esoterici. In altre parole i sibariti non rispettavano i “requisiti minimi di qualità” rigidamente fissati dalle tavole pitagoriche, insomma non erano “accreditati” per poter continuare a esistere come polis autonoma e indipendente. Vinsero i crotonesi e il buon Pitagora ebbe l’idea di deviare il corso del fiume Crati per cancellare per l’eternità la città rivale, forse nel timore della sopravvivenza di idee diverse dalle sue.

Pitagora era infatti un vero democratico, aperto al confronto e alla discussione, tanto che organizzava spesso dei gruppi di ascolto a cui esponeva le sue teorie, invariabilmente esordendo con la seguente frase:

“Per l’aria che respiro, per l’acqua che bevo, non sopporterò alcuna obiezione su ciò che sto per dire.”

Un brutto giorno Pitagora si imbatté nel rapporto tra la diagonale e il lato del quadrato, e si accorse che non poteva essere espresso con i numeri razionali conosciuti fino ad allora. Ci rimase molto male.

Uno dei sui allievi più brillanti, Ippaso da Metaponto, gli fornì la spiegazione, scoprendo i numeri irrazionali. Pitagora ne restò sconvolto e perse evidentemente la ragione: mandò a morte il povero Ippaso, convertì il suo sodalizio in una setta segreta, escogitò strani rituali iniziatici, diventò una specie di sciamano e sviluppò strane fobie, come quella per le fave (è proprio così – senza doppi sensi – lo dice la storia!).

Alla fine i cittadini di Crotone non sopportarono più né lui né i suoi seguaci. Organizzarono una rivolta popolare, tesero un agguato, gli bruciarono la casa e lo linciarono, per l’appunto, in un campo di fave.

Si racconta che i Pitagorici dovessero rispettare rigorosamente 15 bizzarre regole per poter essere ammessi alla setta (da Scuola pitagorica su Wikipedia):

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  1. astieniti dalle fave
  2. non raccogliere ciò che è caduto
  3. non toccare un gallo bianco
  4. non spezzare il pane
  5. non scavalcare le travi
  6. non attizzare il fuoco con il ferro
  7. non addentare una pagnotta intera
  8. non strappare le ghirlande
  9. non sederti su di un boccale
  10. non mangiare il cuore
  11. non camminare sulle strade maestre
  12. non permettere alle rondini di dividersi il tuo tetto
  13. quando togli dal fuoco la pignatta non lasciare la sua traccia nelle ceneri, ma rimescolale
  14. non guardare in uno specchio accanto ad un lume
  15. quando ti sfili dalle coperte, arrotolale e spiana l’impronta del corpo.

Oggi nel documento sulla Valutazione della Qualità della Ricerca 2011-2014 (VQR 2011-2014) si elencano le seguenti regole del “processo di valutazione”:

I risultati della valutazione sono articolati, per ciascuna Istituzione e Dipartimento, in tre profili di qualità e in un profilo complessivo:
a)  profilo di qualità dei prodotti della ricerca, anche distinto per area, per settore concorsuale e per settore scientifico-disciplinare, ed espresso come distribuzione percentuale nei cinque livelli di cui all’articolo 5, comma 2 del DM, dei prodotti attesi dagli addetti alla ricerca nel periodo 2011 – 2014. Il risultato della valutazione è reso pubblico solo nel caso in cui il sottoinsieme di riferimento è composto da almeno tre addetti;
b) profilo di qualità dei prodotti della ricerca, anche distinto per area, per settore concorsuale e per settore scientifico-disciplinare, ed espresso come distribuzione percentuale nei cinque livelli di cui all’articolo 5, comma 2 del DM, dei prodotti attesi dagli addetti alla ricerca che, nel periodo 2011 – 2014, sono stati assunti dalla Istituzione o sono transitati al suo interno in una fascia o ruolo superiore nell’ambito dell’Istituzione. Il risultato della valutazione è reso pubblico solo nel caso in cui il sottoinsieme di riferimento è composto da almeno tre addetti;
c) profilo di competitività dell’ambiente di ricerca, come di seguito indicato:
– Istituzioni Universitarie: capacità di attrazione di finanziamenti competitivi internazionali e statali, caratteristiche dell’offerta formativa a livello dottorale;
– Enti di Ricerca: capacità di attrazione di finanziamenti competitivi internazionali e statali, dottorati di ricerca in collaborazione con università.
Il profilo di qualità complessivo di ciascuna Istituzione è determinato a partire dai tre profili di qualità a), b) e c), attribuendo a quello di cui alla lettera a) un peso pari al 75%, a quello di cui alla lettera b) un peso pari al 20% e a quello di cui alla lettera c) un peso pari al 5%.
Inoltre, per ciascuna Istituzione e Dipartimento (o articolazione interna a esso assimilata) si calcolano almeno i seguenti indicatori sintetici, anche distinti per area, per settore concorsuale e per settore scientifico-disciplinare:
d) il rapporto tra la somma delle valutazioni attribuite ai prodotti attesi dell’Istituzione nell’Area e la valutazione complessiva di Area;
e) il rapporto tra il voto medio attribuito ai prodotti attesi dell’Istituzione nell’Area e il voto medio ricevuto da tutti i prodotti dell’Area;
f) il rapporto tra la frazione di prodotti eccellenti dell’Istituzione nell’Area e la frazione di prodotti eccellenti dell’Area.
Oltre agli indicatori elencati, si studieranno modalità di applicazione più generali degli indicatori calcolati per i dipartimenti (quali il voto standardizzato di dipartimento) come risultato della collaborazione ANVUR-CRUI post VQR 2004-2010.
La metodologia di valutazione dei prodotti di ricerca che dà luogo ai primi due profili di qualità delle pubblicazioni di cui alle lettere a) e b) precedenti e agli indicatori sintetici d), e) e f) è descritta nella Sezione 2.6.1.
Le modalità di costruzione del terzo profilo di qualità relativo alle caratteristiche dell’ambiente della ricerca di cui alla lettera c) precedente sono descritte nella Sezione I.1 dell’Appendice I.

Le regole pitagoriche e quelle dell’ANVUR sono certamente cose ben diverse ma, più le leggo, e le rileggo, più mi appaiono simili. In verità una differenza sostanziale c’è: quelle di Pitagora si capiscono.

Nella “Vita pitagorica” di Giamblico si legge:

I pitagorici più stimati furono Fantone [sic], Echecrate, Polimnasto e Diocle, nativi di Fliunte, e Senofilo, calcidese di Tracia. Essi preservarono i costumi di vita e gli insegnamenti originari, per quanto la scuola venisse meno via via; infine scomparvero non ingloriosamente.”

Che dire? La realtà storica è capace di superare ogni immaginazione! Certamente, come diceva Karl Marx, la storia si ripete sempre due volte: la prima volta come tragedia, la seconda come farsa.

Su ROARS vengono pubblicate analisi tecniche e scientifiche sui limiti e le incongruenze della VQR, dell’AVA e della ASN, eppure si va avanti nominando nel consiglio direttivo dell’ANVUR filosofi pitagorici, non più capaci di esprimersi correttamente nella nostra lingua. Si investono enormi risorse per elargire loro uno stipendio da 184.000 euro l’anno per ciascuno, che talvolta si cumula a pensioni e vitalizi. Intanto le progressioni stipendiali dei ricercatori sono bloccate da cinque anni.

La Scienza e la Società progrediscono con i dubbi e le discussioni, non con la fede pronta, cieca e assoluta nei dogmi pitagorici dei burocrati dell’ANVUR. Eppure nessuno dice niente. Perché ormai i docenti universitari sono considerati poco più che un campo di fave e qui – scusatemi – il doppio senso ci sta tutto!

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16 Commenti

  1. L’articolo… merita riflessione e condivisione.
    Lo so che è banale, ma uno degli effetti collaterali dell’essere sempre sotto valutazione (sotto concorso, sotto abilitazione, sotto scatto – o scacco – stipendiale meritocratico) è che non si è liberi di dire ciò che si pensa: non sia mai che si trovi il modo di farcela pagare, questa pretesa di dire ciò che si pensa.
    L’amministrazione universitaria è più simile a quella militare che a quella scolastica o ospedaliera. Finchè non si è ordinari, finchè c’è da scalare, si ha sempre qualcosa da perdere, ergo meglio tacere.
    Si è liberi di parlare solo quando si è al vertice della piramide o se si rinuncia a procedere nella scalata e ci si accontenta di stare dove si è arrivati.
    Dunque valutazione (anvuriana) permanenente (la discussione scientifica – convegni, recensioni ecc. – è tutta un’altra cosa) e libertà di parola, scusate se insisto nel banale, sono forze gravitazionale diametralmente opposte.
    Ma a noi piace essere valutati, dall’ANVUR, il più spesso possibile… Sicchè poi… tutti zitti e quieti.

    • Con le regole Gelmini, anche se si è ordinari da ora in poi c’è qualcosa da perdere. Con gli scatti stipendiali che saranno decisi su regole meritocratiche [sic] locali.

  2. Verissimo, ma da ordinari non si muore di fame. Da ricercatori sì, soprattutto se i fondi per la ricerca di base per il 2016 sono pari a… zero e con quella retribuzione ci si deve comprare i libri e pagare le missioni. Ergo niente missioni. W la ricerca.

    • Certo, concordo. Volevo solo sottolineare che ormai gli strumenti per il controllo sono stati tutti messi in piedi, anche per gli ordinari.

  3. Nicola, non ti avventurare nei costi economici di santa madre ANVUR, perché il novello Pitagora che presiede a questa mistica chiesa, ha già scomunicato con un cialtroni chi osa fare semplici calcoli di costi unitari anvuriani. Ma poteva andare anche peggio: Bruno, perché sosteneva la pluralità dei mondi, fu bruciato, Galilei interdetto dal pubblicare (ma i copernicani furono condannati anche da Lutero), Vavilov in gulag… Dobbiamo ringraziare i tempi attuali: non rischiamo più la vita o l’interdizione a pubblicare o il gulag… ma solo l’appellativo di cialtroni… Tra poco tra tutte le categorie anvuriane, verrà creata per i roarsiani una categoria tutta per loro: accreditati cialtroni… Ma il problema ovviamente è uno solo: la discussione sull’ANVUR ed i suoi costi può essere ridotta a: cialtroni o non-cialtroni…?

  4. sto accumulando un curriculum, oramai curriculum da ordinario,

    continuo a pubblicare tanto in quanto, da espulso (dottorando, ex assegnista, ex contrattista), per rimanere sul mercato ho bisogno di scrivere continuamente.

    L’abilitazione è andata male, in quanto figlio di un Dio minore e senza appoggi.

    Ora sono fuori dall’università,

    pronto per dare una mano consistente alla ricerca e all’insegnamento,

    Uno dei pochi che parla e scrive in inglese molto bene

    (sto parlando delle materie giuridiche, ove gli ordinari e gli associati non conoscono l’inglese e neppure i ricercatori a tempo ind. molti dei quali ancora 58 enni).

    Professori in materie scientifiche (e in altre materie)conoscono bene l’inglese, ma vi assicuro, quelli in materie giuridiche zero, mi fanno anche pena….

    Potrei dare un grossa mano, potrei fare alzare la VQR di qualunque facoltà.

    Come me tanti altri, e invece si preferisce ignorarci.

    Siamo tanti Messi e Cristiano Ronaldo tenuti tristemente in panchina!

    Grazie Italia!

  5. Premesso che mi dispiace un po’ vedere il nome di Pitagora associato all’ANVUR, vorrei osservare che se non ci ammazzano fisicamente, pretendono di ammazzarci intellettualmente. Se ora decido di dedicare 10 ore al giorno a scrivere un contributo che verrà pubblicato in volume miscellaneo in memoriam, qualche testa bacata, senza sapere niente di me e del mio lavoro, si permetterà di dire che questo contributo vale ZERO perché lui e altri dementi come lui hanno stabilito che il tipo di sede, la lingua, la visibilità etc. faranno guadagnare i punti per le loro schifose medaglie. Me ne fregherei altamente se non fosse che i bacati di cui sopra escogitano di togliere soldi al tuo dipartimento se non fai come vogliono loro. Non è già questa una forma di totalitarismo? di controllo intellettuale?

  6. Sinceramente penso che la VQR vada sabotata. Non che la valutazione del lavoro dei docenti sia errata, ma è sbagliato far pesare sulle Università, in scarsità di risorse, gli effetti della VQR con ulteriore spoliazione del Mezzogiorno. Infatti le Università che risiedono in zone più ricche hanno più fondi, e quindi migliori prestazioni nella VQR. Grazie a questo meccanismo l’equivalente di 700 posti di ricercatore (calcolo grossolano non mio) sono stati trasferiti dal Sud al Nord. Senza contare che appunto il metodo di valutazione proposto, al di la del costo, sembra degno della più credibile applicazione di bizantinismo.
    Se, rendendola più “umana” si utilizzasse solo per dare un premio alle persone, potrebbe andare, ma non come scusa per trasferire risorse da Università in difficoltà, ad altre che stanno meglio.
    Se poi il paese ha bisogno di brevetti e tecnologia bisogna potenziare le aree tecnologiche, soprattutto nella ripartizione delle nuove risorse, a scapito delle altre. Va bene l’autonomia universitaria, ma bisogna trovare mezzi per indirizzare nel modo giusto le risorse, ma “cum grano salis”, cosa che per altro sembra mancare ai piani alti di Trastevere! E, tra le cose da introdurre nella VQR, un peso diverso da zero alla terza missione dell’Università, che invece scompare.
    Ovviamente posso dire ciò che penso, essendo un P.O. che tra un anno va in pensione!

    • Questa crociata Sud contro Nord non porta da nessuna parte.
      E’ chiaro che ci sono Università che godono di maggiori disponibilità di risorse, ed è altrettanto chiaro che, all’interno delle università, le risorse dei singoli gruppi sono estremamente difformi.
      Il punto è quello di valutare i risultati RAPPORTANDOLI alle risorse che si sono utilizzate per ottenerli.
      E per risorse non intendo ovviamente solo quelle economiche, ma anche spazi, laboratori, attrezzature, personale (ricercatori, dottorandi, assegnisti, magari anche tesisti), etc.
      Nella valutazione di tutti i processi si tiene conto di quel che esce rapportandolo a quello che entra…

  7. la VQR è un’ipocrisia gigantesca:

    se è negativa, allora l’ateneo riceve meno finanziamenti e può reclutare di meno:

    chi ci rimette?

    l’ateneo?

    No, ci rimette il PRECARIO che NON può essere assunto!

    chi ha contribuito ad abbassare la VQR perché non ha prodotto nulla, continuerà a non produrre nulla, ma non verrà licenziato, mentre il precario, di fatto è licenziato (in quanto non può essere assunto), e magari ha scritto più di tutti.

  8. Quale sarebbe la strategia migliore per massimizzare le entrate provenienti dalla VQR? Reclutare, indipendentemente dalle esigenze didattiche, i docenti “migliori” in termini di numero di lavori e di citazioni, offrendo loro la sostanziale esenzione da obblighi didattici o di presenza nella sede. Utilizzare per l’insegnamento docenti a contratto, la cui ricerca non è valutata dalla VQR. Ovviamente sono le sedi “nuove” (ad esempio le università telematiche) che possono più facilmente adottare questa strategia.

  9. @Alessandro Figà Talamanca:

    la cosa migliore è istituire di nuovo la terza fascia, vale a dire il ric. a tempo ind., o cmq qualcosa di simile e fare entrare tanti giovani, che, nel frattempo, per rimanere “sul mercato” stanno diventando vecchi e sono costretti a pubblicare ogni giorno.

    C’è un fenomeno NUOVO: spinti dai criteri, dalla mediane, molti non strutturati (e disoccupati), nel mio settore (diritto), hanno il curriculum più grande (es: 3 o 4 libri più vari articoli) di chi è strutturato intoccabile (magari ordinario) e magari ha scritto 1 solo libro (ad es.) nel 1999 e poi basta perché demotivato e sicuro di conservare il posto (ne conosco molti)

    Questi giovani molto titolati e disoccupati fanno parte della c.d. “generazione MAI”, sconosciuta a chi ora è, ad es. ordinario o associato e ha ipoteticamente 50-60 anni.

    Questo è il problema, condivide?

    • Alcuni paradossi del neopitagorismo MIUR/ANVUR:

      – i ricercatori precari in cerca di stabilizzazione raggiungono vette strabilianti di produzione scientifica, superando in molti casi quella dei professori che li devono giudicare;
      – gli stessi ricercatori precari scrivono numerosi articoli e libri, in italiano o in inglese corretto, con contenuti originali, mentre i membri del consiglio direttivo di ANVUR, che fissano le regole numerologiche, non sono nemmeno in grado di scrivere una paginetta di intenzioni programmatiche in Italiano corretto senza scopiazzare qua e là;
      – con la VQR i punti organico per l’assunzione di nuovi ricercatori vanno prevalentemente alle Università del Nord; contemporaneamente con i progetti PON le risorse per infrastrutture di ricerca e attrezzature scientifiche vanno prevalentemente a quelle del Sud;
      – con la VQR conviene reclutare giovani precari con “numeri” elevati sulla ricerca, ai quali devono essere assegnati obbligatoriamente compiti didattici anche se non sono necessari né utili per gli studenti;
      – con l’AVA la burocrazia necessaria per l’assicurazione di qualità dei corsi di studio richiede così tanto tempo e impegno che i docenti sono distolti dalle attività didattiche, con conseguente detrimento della qualità dell’insegnamento;
      – la decrescita del numero degli iscritti ai corsi di dottorato di ricerca è proporzionale all’incremento del numero di componenti dei collegi dei docenti per soddisfare i requisiti di accreditamento.

      Potrei andare avanti a lungo. Più che di Pitagora qui si tratta di un caso degno di Epimenide di Creta.

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