Rete della Conoscenza, Unione degli Studenti e Link hanno letto e commentato il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, proponendo di ripensare l’impostazione dei progetti, con un cambio di paradigma su scuola, università, ricerca, formazione, diritto allo studio, mercato del lavoro. Pubblichiamo il testo del documento.

Il Recovery Fund rappresenta una grande opportunità per il nostro paese, non solo per ripartire dalla crisi generata dal Covid-19, ma anche per superare alcune difficoltà storiche. Per questo il PNRR va ragionato in un’ottica complessiva, che tenga in considerazione anche ulteriori interventi che, seppur non direttamente sostenibili attraverso i fondi di Next Generation EU, sono da intendersi in ottica di completamento ai progetti previsti dal piano di ripartenza.

Per quanto concerne l’istruzione, riteniamo sia fondamentale portare l’Italia verso la media OCSE in termini di percentuale di PIL investito, passando dunque dall’attuale 3,7% al 5% del PIL e avviando un percorso verso la completa gratuità dell’istruzione. Un intervento di questo tipo, da realizzarsi anche attraverso misure coraggiose in termini di fiscalità generale, garantirebbe una continuità di finanziamento per il comparto, condizione necessaria per un rilancio effettivo del ruolo della formazione e della ricerca nel sistema Paese: per scuola, università e ricerca la soluzione non possono essere interventi una tantum.

Anche dal punto di vista del mercato del lavoro è necessario ragionare di misure strutturali per il contrasto alla precarietà, che affianchino i progetti previsti dal PNRR e guardino soprattutto – ma non solo – alle giovani generazioni: gli under 35 sono oggi sovrarappresentati nei segmenti di lavoro meno tutelato, e il numero di NEET (oltre due milioni di giovani tra i 15 e i 29 anni, fonte Istat), estremamente alto già prima della pandemia, impone un piano di interventi straordinari per favorire l’ingresso in un mondo del lavoro nel quale siano realmente garantiti dirette, tutele, salari degni.

Istruzione

Scuola

A differenza del passato diviene ora possibile ridare un importante slancio al miglioramento del sistema scolastico del nostro paese. Nonostante gli importanti finanziamenti previsti, riteniamo che sia necessario ripensare complessivamente l’impostazione dei progetti, attuando un vero e proprio cambio di paradigma nell’immaginazione della scuola del futuro.

Per quanto riguarda il rapporto tra formazione e lavoro, nel testo di gennaio si promuove chiaramente un modello in cui è l’istruzione a doversi adeguare al mercato per sanare lo skill mismatch, nell’ottica quindi di rendere i luoghi della formazione spazi di passiva riproduzione delle dinamiche di mercato. L’accento posto sull’adozione del sistema dell’apprendistato duale (già finanziato con ulteriori fondi in legge di bilancio) conferma lo sbilanciamento in questa direzione.

Svanisce l’attenzione nei confronti della crescita dell’individuo e dei processi di apprendimento; l’idea che si entri a scuola per diventare cittadini e cittadine del mondo dotati di un sapere critico non è contemplata; il problema dell’abbandono scolastico è risolto con la “promozione di nuovi percorsi di istruzione terziaria professionalizzanti”; infine, i problemi esistenti nella società (dalla questione di genere, alle disparità di censo, all’esclusione delle persone straniere) sono ridotte alla mancanza di “competenze avanzate”. Continua ad essere assente una visione di scuola, con il rischio che si proceda ad interventi non coordinati e incapaci di migliorare effettivamente il sistema scolastico a livello nazionale. Dal punto di vista dell’edilizia scolastica, lo stanziamento è assolutamente insufficiente: anche solo per la messa a norma e in sicurezza degli edifici esistenti servirebbero somme ben più ingenti.

Diritto allo studio

In un Paese in cui la dispersione scolastica è al 14,5% (Istat) è sotto gli occhi di tutti quanto il diritto allo studio sancito dagli articoli 3, 33 e 34 della Costituzione Italiana sia ancora lontano dall’essere garantito. Questi mesi di emergenza hanno fatto esplodere questa criticità. Ad oggi la spesa media che ogni famiglia sostiene in Italia per l’istruzione scolastica dei proprie/e figli e figlie è all’incirca di 1.000 euro. È un dato che si scontra con l’idea costituzionale di una scuola pubblica accessibile per tutte e tutti, indipendentemente dalla propria condizione economica e sociale. Crediamo che questa crisi vada risolta con un approccio sistemico, dobbiamo dare uno sguardo oltre alla pandemia: serve aprire una nuova discussione sugli strumenti con cui viene garantito il diritto allo studio, dobbiamo immaginare una nuova modalità per implementare effettivamente questo diritto.

È fondamentale innanzitutto dare vita ai necessari luoghi di confronto: non si può più rimandare la convocazione della Conferenza Nazionale sul diritto allo studio prevista dal decreto legislativo 63/2017. La conferenza deve darsi l’obiettivo di superare il d.l. 63, con una nuova Legge Nazionale sul Diritto allo Studio, che definisca i Livelli Essenziali delle Prestazioni sul diritto allo studio, prevedendo fin dall’inizio un finanziamento importante. Per tutti questi motivi, chiediamo:

  • La definizione di un Legge Nazionale sul Diritto allo Studio, che definisca i Livelli Essenziali delle Prestazioni sul diritto allo studio;
  • Messa in sicurezza degli edifici scolastici, efficientamento energetico, realizzazione di scuole innovative sulla base delle mutate esigenze didattiche.
  • Un superamento dei PCTO a favore dell’Istruzione integrata. Un nuovo approccio didattico che deve essere trasformativo: occorre avere conoscenze teoriche e pratiche rispetto al lavoro e alla produzione che permettano agli studenti e alle studentesse di re-immaginare completamente il sistema produttivo attraverso la creatività e l’applicazione e interpretazione delle proprie conoscenze teoriche;
  • La riduzione di alunni per classe, anche attraverso un incremento di organico dei docenti;
  • Connettività e digitalizzazione delle scuole: trasformazione delle aule in ambienti di apprendimento innovativi, creazione di laboratori digitali, digitalizzazione delle strutture amministrative, anche attraverso la dotazione di una piattaforma nazionale di gestione pubblica per la didattica digitale di scuole e università, accessibile gratuitamente agli studenti e al personale;
  • Trasporto pubblico, gratuito, efficiente, esteso ed ecosostenibile che garantisca non solo gli spostamenti per studio e lavoro, ma anche per quelli relativi allo sviluppo della propria vita culturale e sociale.

Università

Tasse

L’innalzamento della no tax area durante la pandemia ha consentito di arginare la riduzione di iscrizioni all’università nell’anno successivo, riduzione che inizialmente si prospettava del 10%; invece, tanto le misure di sostegno economico intraprese a livello nazionale, tanto quelle messe in atto dai singoli atenei, hanno portato ad un generale aumento delle immatricolazioni in tutte le università.

Crediamo che una prospettiva imprescindibile per il nostro Paese debba essere quella di rendere l’istruzione completamente gratuita e crediamo che con le risorse del Recovery Plan si possano realizzare importanti passi avanti in questa direzione. Con questa prospettiva occorre proseguire nel tutelare l’accesso all’istruzione universitaria per le fasce di reddito medio-basse ancora escluse dalle attuali esenzioni; per questo fino a quando non verrà raggiunta la gratuità è necessaria l’estensione ulteriore della no-tax area e un sistema di tassazione sempre più progressivo.

Per questo crediamo che a partire dai fondi del Recovery Fund e le riforme previste nel piano sia possibile reperire i fondi per rendere l’università completamente gratuita, con un obiettivo minimo immediato di azzerare la contribuzione nella fascia di ISEE fino a 30.000 euro, e ridurre in modo progressivo nella fascia 30.000-40.000 euro.

Diritto allo Studio Universitario

La grave crisi economica generata dall’espansione della pandemia ha fatto emergere con forza alcuni elementi critici che caratterizzano il sistema di diritto allo studio nel nostro paese; criticità già fortemente sviluppate prima dello scoppio della fase pandemica e che determinano una grave condizione di instabilità della componente studentesca nell’affrontare il proprio percorso di studi e che rende gli/le studenti ancorati ai contesti familiari di provenienza, come evidenziato dal rapporto “Social and Economic Conditions of Student Life in Europe” di Eurostudent per cui il 69% vive con la propria famiglia a fronte di una media europea del 36%.

Un sistema di welfare studentesco così fortemente legato al contesto di provenienza impedisce lo sviluppo di un certo grado di indipendenza giovanile. Nonostante il ruolo fondamentale dell’istruzione nel nostro paese, assunto anche all’interno della Costituzione, l’Italia è uno dei paesi europei che meno investe in istruzione, a cui si aggiungono stringenti criteri di accesso alle misure di sostegno, scarsità di borse di studio e alloggio e soglie ISEE basse per accedere a questi servizi. La pandemia ha mostrato altri segni di debolezza del nostro sistema di istruzione, con ritardi sulla digitalizzazione e un digital divide che ha impedito a molti il proseguimento regolare delle lezioni.

Per quanto riguarda le residenze universitarie, solo il 3% delle/degli studenti universitari risiede in una di queste a fronte di una media europea del 18% (“Social and Economic Conditions of Student Life”, Eurostudent, 2019). Inoltre, a fronte di un numero di studenti totali simile, l’Italia mette a disposizione degli studenti fuori sede 51.672 posti letto, meno di un terzo rispetto a Francia e Germania, rispettivamente 175.000 e 194.268 posti letto (Fonte: Uff. Stat. MIUR, CROUS, Studentenwerke). Per tutti questi motivi, chiediamo:

  • L’innalzamento delle soglie ISEE a 30.000 euro e l’eliminazione dell’ISPE come criterio di valutazione dello stato di bisogno.
  • L’aumento dei posti letto su scala nazionale, tramite la ristrutturazione e la riconversione di edifici dismessi in residenze universitarie da collocare su tutto il territorio nazionale e non solo nei pressi dei grandi poli universitari o nel Nord-Italia.
  • L’istituzione di un contributo affitto nazionale sulla scia del modello francese che garantisca un sostegno per tutte/i le/gli studenti che scelgono di lasciare il nucleo familiare e di non vivere nelle residenze universitarie.
  • Trasporto pubblico, gratuito, efficiente, esteso ed ecosostenibile che garantisca non solo gli spostamenti per studio e lavoro, ma anche per quelli relativi allo sviluppo della propria vita culturale e sociale.

Giovani e mondo del lavoro

Nell’ultima bozza di PNRR traspariva l’intenzione di agire in maniera ordinaria dal punto di vista delle assunzioni, quando sarebbe necessario un ambizioso piano straordinario di assunzioni nella PA (soprattutto in settori chiave che negli ultimi anni e mesi hanno molto sofferto come cultura, istruzione, sanità), rivolto soprattutto ai giovani (i dati sull’età media dei dipendenti nella PA evidenziano la quasi totale assenza di under 35) e di stabilizzazioni del personale precario (oltre 350mila unità).

Il fatto inoltre che le uniche assunzioni straordinarie previste nella bozza fossero a tempo determinato e relative esclusivamente all’attuazione dei progetti del PNRR reitera un modello in cui la precarietà la fa da padrone anche nel pubblico. Il PNRR può essere invece l’occasione per promuovere un rinnovamento importante del pubblico, rilanciandone anche il ruolo in termini di creazione di lavoro di qualità. In assenza di un cambio di rotta sulle politiche in materia di lavoro non esiste alcuna garanzia che l’occupazione sia sinonimo di indipendenza economica, emancipazione, uscita dalla condizione di povertà.

Dal punto di vista dell’ingresso nel mondo del lavoro, non è rimandabile un intervento serio su stage e tirocini che, anche in attuazione della risoluzione del Parlamento Europeo dell’8 ottobre 2020, garantisca un’indennità adeguata, non inferiore a 800€ mensili, oltre ad un innalzamento degli standard di qualità e controllo sulle attività svolte durante il periodo di tirocinio e sui vincoli di assunzione e tipologia contrattuale alla fine del percorso di formazione.

Inoltre, senza una definizione politica chiara di cosa si intenda fare per favorire l’occupazione giovanile, il rischio è che le misure si traducano esclusivamente in finanziamenti a pioggia alle imprese sotto forma di sgravi fiscali, senza alcuna garanzia circa la qualità del lavoro. La mancanza di una direzione delle politiche industriali e di sviluppo rischia di rendere ancora più scontato il rischio che gli incentivi alle imprese siano più funzionali a dopare i dati sull’occupazione che a rilanciare davvero il Paese.

Tale mancanza è particolarmente problematica guardando al Mezzogiorno e alle aree interne. Se sicuramente il potenziamento della SNAI è un elemento positivo, così come la volontà di investire in nuovi asset infrastrutturali innovativi al Sud, resta il rischio di aumento delle disparità territoriali con una “terziarizzazione povera” di alcuni territori, nonché quello che la creazione di pochi poli di eccellenza non abbia un impatto diffuso sul contesto locale.

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