L’Autorità Nazionale AntiCorruzione (ANAC) ha di recente approvato l’aggiornamento del Piano Nazionale Anticorruzione, dedicando un intero capitolo alle università. Il sistema universitario italiano è andato incontro ad una progressiva centralizzazione in capo al Ministero e soprattutto all’ANVUR. Malgrado questo ANAC si dimostra più preoccupata dei rischi di corruzione nella periferia che nel centro del sistema, cui infatti dedica solo 6 pagine su 30. Una parte corposa del documento ANAC riguarda le procedure di reclutamento dei professori. Si tratta del tema più scottante, quello cui l’opinione pubblica appare più sensibile. ANAC suggerisce interventi sul tema dei concorsi che appaiono inadeguati in relazione ai rischi corruttivi riferiti alle procedure svolte al centro del sistema (l’abilitazione scientifica nazionale) e di dubbia efficacia in relazione ai concorsi locali.  D’altra parte il documento di ANAC si iscrive in pieno nella linea di intervento su università e ricerca volta limitare al massimo il peso del giudizio scientifico degli esperti nei processi di valutazione, sostituendolo con una macchina burocratica pervasiva. E’ triste, ma non saranno le indicazioni di ANAC a salvare l’università italiana dalla corruzione.

Nazionale AntiCorruzione (ANAC) ha di recente approvato l’aggiornamento del Piano Nazionale Anticorruzione, dedicando un intero capitolo alle università. Questo documento è in molte parti nettamente migliorato rispetto alla bozza sottoposta a consultazione la scorsa estate e che aveva sollevato moltissime critiche nel mondo universitario [anche su roars: qui, qui, qui e qui] .

L’impressione generale che si ricava dalla lettura è che ANAC si sia concentrata più sui rischi di corruzione nella periferia, cioè negli atenei, che sui rischi associati alle attività svolte al centro. A partire dalla legge Gelmini il sistema universitario italiano è andato incontro ad una progressiva centralizzazione delle funzioni in capo al Ministero e soprattutto all’ANVUR, l’agenzia nazionale di valutazione. In particolare sono state concentrate nell’ANVUR tutte le attività di valutazione della ricerca, i cui risultati sono usati per la distribuzione dei finanziamenti, le funzioni connesse all’abilitazione scientifica dei professori, le attività di assicurazione della qualità della didattica, e da ultimo anche il FFABR, la valutazione dei singoli ricercatori per la distribuzione a ciascuno di 3.000€ per ricerca. Si tratta di un modello che non ha uguali nel mondo occidentale e che concentra intorno a MIUR/ANVUR attività che in altri paesi sono svolte da molti soggetti diversi indipendenti dal governo. Colpisce quindi vedere che delle 30 pagine che ANAC dedica all’università, soltanto 6 considerino i rischi di corruzione al centro del sistema.

Una parte corposa del documento ANAC riguarda le procedure di reclutamento dei professori. Si tratta del tema più scottante, quello cui l’opinione pubblica appare più sensibile. Come abbiamo scritto qualche tempo fa, la riforma del reclutamento è stata sbandierata come la soluzione a tutti i problemi di nepotismo e corruttela, ma si è infranta sugli atti della procura della Repubblica di Firenze: per la prima volta sono state applicate misure interdittive e anche gli arresti domiciliari per decine di docenti di diritto tributario, accusati di aver pilotato l’intera abilitazione scientifica nazionale del settore, oltreché concorsi in singoli atenei.

ANAC suggerisce interventi sul tema dei concorsi che appaiono inadeguati in relazione ai rischi corruttivi riferiti alle procedure svolte al centro del sistema (l’abilitazione scientifica nazionale) e di dubbia efficacia in relazione ai concorsi locali. Per quanto riguarda l’abilitazione scientifica nazionale, ANAC si limita a segnalare il tema del conflitto di interesse nelle procedure di classificazione delle riviste, e non vede i pericoli di cattive condotte indotti dalle regole per diventare commissari nell’abilitazione. Come il caso fiorentino ha mostrato in modo inequivocabile, essere commissario nella procedura di abilitazione permette di esercitare un notevole potere sul settore scientifico di riferimento. Per diventare commissario è però necessario superare alcuni parametri bibliometrici, riferiti al numero di pubblicazioni e di citazioni ricevute, che sono stabiliti dall’ANVUR. Per superare quei parametri si possono mettere in pratica molti trucchi: si può per esempio chiedere (o imporre) a colleghi di figurare come autore dei loro lavori; ci si possono scambiare vicendevolmente citazioni, fino a costruire veri e propri circoli citazionali. Giulia Presutti ha documentato di recente per la trasmissione Report il caso di un commissario che aveva superato i parametri semplicemente autocitando i suoi lavori. Queste cattive pratiche non hanno solo l’effetto di sfavorire docenti che continuano a svolgere il loro lavoro con integrità, ma inquinano in modo incontrollabile e permanente la letteratura scientifica. Questo inquinamento è oggetto di crescente preoccupazione della comunità scientifica internazionale, ma ANAC non pare ritenerlo rilevante.

Per quanto riguarda le procedure locali, ANAC individua il problema nel fatto che i vincitori dei concorsi sono in prevalenza candidati interni. Per superare il problema ANAC si concentra sulla formazione delle commissioni che dovrebbero essere in prevalenza costituite da professori esterni all’Ateneo, magari sorteggiate. L’idea sottostante è che una commissione “locale” tende a premiare i candidati interni più di quanto farebbe una commissione esterna. Anche in questo caso ANVUR non focalizza se non marginalmente un dato di fondo: sono le regole vigenti che spingono i dipartimenti e gli atenei a preferire vincitori locali, perché un interno costa meno di un esterno. Per capirsi, un professore ordinario reclutato dall’esterno costa ad un ateneo italiano 1 punto organico, cioè l’intero stipendio; promuovere a ordinario un professore associato costa solo 0,3. Un ateneo che recluta un professore associato esterno spende 0,7; se promuove un ricercatore spende 0,2. Con le risorse risparmiate scegliendo un interno si possono assumere assegnisti e ricercatori a tempo determinato che svolgono le stesse funzioni del personale di ruolo. Poco importa se questi saranno espulsi dal sistema della ricerca e finiranno in gran parte a ingrossare le fila dei cervelli in fuga. Pensare di risolvere il problema dei vincitori locali dei concorsi senza modificare gli incentivi economici, ma limitandosi a modificare la formazione delle commissioni e a proceduralizzare ulteriormente l’asfissiante burocrazia universitaria, è pia illusione. E resterebbe in ogni caso da risolvere la questione per quegli atenei che hanno adottato regolamenti di concorso a “statuto speciale”  in cui la commissione non può indicare un vincitore, ma deve indicare una rosa di nomi da cui il dipartimento sceglie. Quale consiglio di dipartimento sceglierà un esterno quando con le stesse risorse si possono premiare 2-3 interni e pagare un ricercatore a tempo determinato?

Negli stessi giorni in cui ANAC licenziava il suo documento, l’Accademia delle scienze francese, la Royal Society Britannica e la tedesca accademia Leopoldina hanno pubblicato un documento congiunto dedicato proprio al tema del reclutamento accademico. Ecco la raccomandazione principale:

“La valutazione deve esser basata sulla revisione dei pari messa in atto da esperti che lavorino secondo i più i più elevati standard etici e deve focalizzarsi sui meriti intellettuali e sui risultati scientifici. I dati bibliometrici non devono essere usati come sostituti della valutazione degli esperti. E’ essenziale che i giudizi siano ben fondati. L’enfasi eccessiva sui parametri quantitativi può danneggiare seriamente la creatività scientifica e l’originalità. Gli esperti devono essere considerati una risorsa preziosa”.

L’Italia ha tempo intrapreso una strada diametralmente opposta a quella indicata in questo documento: tentando di limitare al massimo il peso del giudizio scientifico degli esperti nei processi di valutazione, e sostituendolo con una macchina burocratica pervasiva. E’ triste, ma non saranno le indicazioni di ANAC a salvare l’università italiana, e purtroppo neanche dalla corruzione.

<Pubblicato su Il Mattino di Napoli, 14/12/2017>

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18 Commenti

  1. “Giulia Presutti ha documentato di recente per la trasmissione Report il caso di un commissario che aveva superato i parametri semplicemente autocitando i suoi lavori.”
    Vi invito a verificare il dato poiché mi sembra che il commissario in questione, che personalmente conosco, supera le mediane anche senza le autocitazioni. Nell’intervista lo afferma pure lui.

    • Questo sono gli andamenti temporali delle citazioni del commissario, con e senza autocitazioni. Le soglie bibliometriche per diventare commissari sono entrate in vigore nel 2012.



      ___________
      A fine 2012 aveva circa 89 citazioni (di cui 44 erano autocitazioni). Nel giro di 5 anni è salito a 546 citazioni (di cui 420 sono autocitazioni).

    • Verissimo, però i dati andrebbero controllati al 2016 quando il (futuro) commissario fece domanda per questo ciclo di ASN. Le soglie del 2016 di 01/A2 erano comunque basse: H-index 5, citazioni 92 e numero di articoli censiti 9. Togliendo le numerosissime autocitazioni e prendendo come riferimento il 2015, su Scopus i valori bibliometrici del futuro commissario sono H-index 6, citazioni 95 e numero di articoli 66.
      Quindi affermare che è diventato commissario grazie alle autocitazioni non è corretto, mentre certamente rimane evidente la sproporzione con le autocitazioni.
      E’ anche vero che dal 2012 il futuro commissario ha “potenziato” i propri valori bibliometrici, probabilmente in vista del futuro ciclo ASN, ma questo lo avranno fatto tanti altri tra futuri candidati e futuri commissari, come ROARS da tempo denuncia.
      Queste sono le anvuriane regole del gioco e, per quanto siano discutibili, è inevitabile che molti di noi si adeguino ad esse.

    • Purtroppo nessun controllo preciso è possibile. Perché non esistono dati congelati scopus.
      Temo che il potenziamento stia diventando lo sport più popolare nell’accademia italiana.

    • Caro Baccini, caro De Nicolao, attenzione a non rischiare di buttare il bambino insieme all’acqua sporca. I fautori della restaurazione pre-bibliometria tifano per voi e per le vostre idee per tornare a gestire i concorsi con curricula costruiti sul niente, senza regole certe e con accordi-quadro di settore. E’ vero che il Commissario ha messo in atto una strategia di Boosting. Ma è una cosa molto comune, ed esiste da quando esiste la bibliometria. Ed è rilevante, senz’altro. Ma è altrettanto rilevante che il giorno della presentazione del curriculum aveva circa 7 volte il numero di pubblicazioni indicizzate necessarie a partecipare alla sorteggio. Per me basta questo. C’ero prima e mi hanno massacrato. Ci sono adesso e non possono massacrarmi (e ci hanno provato). State attenti: rischiamo l’effetto Spelacchio. Tutti a parlare del nuovo albero di Natale di Roma e di come non sia bello come quello degli anni d’oro. Oro nel senso che regalava del bell’oro a chi lo comprava, a chi lo forniva, a chi lo istallava, a chi lo decorava… Buon Natale!

    • La bibliometria come usata da Anvur non è usata in quasi nessun paese del mondo. Sono cinque anni che sentiamo giustificare metodi di valutazione privi di basi scientifiche e universalmente condannati sulla base dello “stato di eccezione” in cui si troverebbe l’università italiana. Stato di eccezione che nessuno è riuscito a dimostrare su basi scientifiche: i dati bibliometrici su scala aggregata (una scala su cui viene loro attribuito un qualche significato a differenza di quanto accade per piccoli aggregati) non hanno mai mostrato differenze apprezzabili -tenuto conto delle risorse- rispetto ad altre nazioni comparabili. Quella di agitare spettri è una tecnica antica come il mondo per giustificare giudizi sommari. Visto che si parla tanto di eccellenza, internazionalizzazioe, best practices e chi più ne ha più ne metta, perché quello della valutazione della ricerca deve essere l’unico ambito in cui è vietato confrontarsi con le best practices internazionali?
      Perché siamo sotto la minaccia dei “fautori della restaurazione pre-bibliometria”? Nel mio settore confesso di non sapere chi siano e dove stiano.

  2. Tutte osservazioni indivisibili quelle di Baccini. Tuttavia il piano anticorruzione potrebbe funzionare da deterrente, almeno si spera. La disparità finanziaria tra interni ed esterni è verissima, ma è anche vero che se un dipartimento si mette in testa che vuole premiare un esterno specifico (e accade ogni tanto con l’art. 18 comma 4)lo fa senza porsi grandi problemi di budget. Per quanto riguarda l’escamotage della rosa da cui attingere il desiderato, beh… è una disdicevole pratica su cui in effetti l’ANAC deve meglio osservare.

  3. Ci sono sicuramente distorsioni nei meccanismi per accedere a ASN e alle commissioni di concorso, innanzitutto l’affidamento a un archivio delle pubblicazioni non controllato e non validato. Senza controlli, chiunque può truffare. Poco o molto. Ma che l’attenzione debba concentrarsi “sui rischi di corruzione nella periferia, cioè negli atenei” è sacrosanto. Le vere distorsioni, i trucchi o, peggio, le dissuasioni, le minacce si trovano nei dipartimenti. E’ qui che si osservano da un lato i risultati perversi dell’aver ribaltato sui dipartimenti la “patata bollente” di schiere di abilitati che per la promozione sono in stato di debolezza e purtroppo spesso di sudditanza; e dall’altro l’inefficacia strutturale di sistemi di governo interno che possono stravolgere la normativa nella quasi completa assenza di freni e controlli. Peggio: è nei dipartimenti che si formano poteri con forti tentazioni corruttive e disponibilità all’essere corrotti, magari non in senso penale, ma certamente in senso etico. L’onestà delle persone è merce rara e almeno ci vorrebbero – come nelle istituzioni di uno Stato – forme di bilanciamento e controllo che ora sono completamente assenti o inefficaci o aggirabili perché non affidate a figure terze con poteri sanzionatori. Ne ho scritto tempo fa con una lettera a Roars evidentemente non piaciuta perché non se la prendeva con la bestia nera dell’Anvur, ma chiamava in causa noi stessi. Dentro i dipartimenti.

    • Il mio ragionamento è diverso. Se la malattia ha una causa centrale (per intendersi: meccanismi di incentivazione che spingono le periferie a comportamenti opportunistici), non puoi curarla solo in periferia. Il sistema delle abilitazioni e le premialità connesse con la valutazione spingono le persone ad adottare cattive pratiche perché queste permettono loro di raggiungere risultati che saranno comunque premiati. Se non rimuovi la causa, la partita contro la malattia è persa. [PS. A quale lettera ti riferisci?]

    • Certo certo,
      ed il tumore al cervello si cura tagliando le unghie dei piedi…
      Le leggi vigenti ed i regolamenti attuativi sono il tripudio del “comportatevi come ca..o volete basta che raggiungete le soglie” tanto basta e avanza nella repubblica degli eccellenti.

      Manca solo la grande svendita di fine anno ed le offerte 3×2.

      Non accorgersi (cioè far finta di) del cancro a livello centrale serve solo a procrastinare un sistema farlocco che rende molto più facile la gestione verticistica del potere, esclusivamente su una base politica, fino alla punta dei piedi.
      Cordialmente

  4. Nei settori della mia area, cioè quella medica, il peggio si è visto nella prima abilitazione; in diversi casi candidati maggiormente titolati dei commissari sono stati esclusi accogliendo le richieste dei referenti nazionali del settore scientifico disciplinare. Il problema principale resta al livello perifericoo stante che all’interno del dipartimento si sviluppano situazioni che spesso comprendono la forte pressione per l’upgrade di un membro del dipartimento stesso o all’opposto pressioni per evitare che un esterno molto bravo ma scomodo possa essere chiamato. Personalmente sono convinto che le Università dovrebbero poter chiamare chi vogliano nel senso di chi ritengono sia maggiormente congeniale ad un determinato settore e ad un dato dipartimento. Ma a questo dovrebbe seguire una vera e trasparente valutazione ex post che penalizzi pesantemente chi abbia fatto scelte clientelari.

    • Io penso che l’idea del “liberi tutti” in nome della magica “valutazione ex post” che sanerebbe tutto sia un miraggio ed anche pericoloso. Sopratutto se si tratta di valutazione bibliometrica, dopabile e addomesticabile in tanti modi, alcuni dei quali già visti all’opera. Il reclutamento tramite concorso, oltre che imposto dalla Costituzione, è un passaggio che non può e non deve essere declassato ad una formalità (come accade nei regolamenti ” a statuto speciale” di alcuni atenei: https://www.roars.it/online/concorsi-a-statuto-speciale-non-solo-a-trento-ma-anche-a-verona/) con l’alibi che poi tanto ci pensa la valutazione ex post a fare giustizia. Se non ci si espone in prima persona, è inutile invocare bacchette magiche sotto forma di regole bibliometrice oggettive o di severe valutazioni ex-post.

  5. “all’interno del dipartimento si sviluppano situazioni che spesso comprendono la forte pressione per l’upgrade di un membro del dipartimento stesso o all’opposto pressioni per evitare che un esterno molto bravo ma scomodo possa essere chiamato.” che “all’interno del dipartimento si sviluppino situazioni che spesso comprendano la pressione per l’upgrade di un membro del dipartimento stesso” è normale e anche giusto, forse, (basta pressione non forte pressione). Invece, “pressioni per evitare che un esterno molto bravo ma scomodo possa essere chiamato.” non ne ho mai viste. Facciamo dei nomi?
    Certo che se io posso spendere 0,2 punti per fare avanzare uno dei miei, bravo e abilitato, perché dovrei spendere 0,7 punti per uno bravo e abilitato esterno???

    • Ormai questa storia 0,2 VS 0,7 sta diventando una cantilena, ed è vera fino a un certo punto. Ci sono casi (rari) che di abilitati esterni voluti anche senza dottorato. Questo vuol dire che se il dipartimento vuole, è in grado anche di condizionare il tempo meteorologico. a proposito, chiedo ai dipartimenti di lanciare un po’ di neve in questi giorni, visto il sole quasi estivo.

    • Concordo. L’unico punto da ricordare è che i dipartimenti sono anche premiati (pagano solo 0,2, anziché 0,7) per condizionare il tempo meteorologico 😉

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