Istruzione / Opinioni

Perché i docenti dicono NO alla chiamata diretta nelle scuole

In seguito al recente accordo sulla mobilità e sull’assegnazione dei docenti alle scuole, il MIUR chiede che tutti i collegi dei docenti individuino alcuni requisiti, tra quelli elencati nel ‘quadro nazionale’, affinchè i presidi possano poi procedere alla scelta dei nuovi docenti attraverso un esame comparativo ‘oggettivo’. Sembrerebbe giusto ma non lo è. La ‘chiamata diretta’ nelle 8000 scuole d’Italia può essere (e sarà) foriera di ingiustizie; può essere (e sarà) legata a criteri discrezionali i più disparati; può essere (e sarà) la fotocopia di quanto accade nei ruoli apicali di tante istituzioni pubbliche o negli ambienti privati, in cui spoils system e raccomandazioni costituiscono l’unico, vero ‘requisito’ di assunzione; può essere (e sarà) lesiva della nostra libertà d’insegnamento; può essere (e sarà) un pericoloso strumento di cooptazione e controllo, di pensiero acritico e conformista. Sarebbe facile liquidare questa faccenda indicando due o tre dei requisiti previsti per chiudere rapidamente l’ultimo collegio dei docenti di quest’anno. Ma sarebbe un drammatico errore. Per questo, sappiatelo, tanti docenti dicono NO alla chiamata diretta nelle scuole.

In seguito al recente accordo sulla mobilità e sull’assegnazione dei docenti alle scuole, il MIUR chiede che tutti i collegi dei docenti individuino alcuni requisiti, su proposta del dirigente scolastico, tra quelli elencati nel ‘quadro nazionale’, affinchè i presidi possano poi procedere alla scelta dei nuovi docenti attraverso un esame comparativo ‘oggettivo’. Sembrerebbe giusto ma non lo è. Sembrerebbe una pratica di sensata condivisione tra dirigenti e organi collegiali rispetto alla nomina dei futuri colleghi ma non lo è.
Mentre è molto di più di quello che sembra: una questione importante oggi non solo per ogni singola scuola d’Italia, ma dirimente per la configurazione futura della nostra professione docente e dunque per il volto che assumerà la scuola di domani. Un problema di tutti e non solo degli insegnanti.
Leggiamo attentamente il documento firmato dalle OO.SS che siedono al tavolo delle trattative e che appaiono del tutto incapaci di arginare la demolizione, pezzo per pezzo, della scuola italiana.
E’ un documento originale. Sono solo 3 pagine. Basta uno sguardo, vi si troverà un lapsus calami assai significativo (pag 1, punto 4), che, da solo, suscita moltissime preoccupazioni.
Indica un elenco di requisiti cui attingere per identificare gli insegnanti più adatti in ogni singola scuola. Quali requisiti prediligere? Sono tutti auspicabili e tutti importanti, nessuno meno di un altro. E già solo questo rende difficile una selezione. Ma non basta. Guardiamoci intorno. Nelle scuole i docenti posseggono questi requisiti? Qualcuno sì, qualcun altro no. Qualcuno ne possiede più d’uno, qualcuno nessuno; qualcuno ne possiede altri, non presenti nell’elenco proposto dal Miur. Un esempio? Una seconda laurea o un master o un dottorato in discipline non affini a quelle d’insegnamento; oppure essere entrato in ruolo avendo vinto uno o più concorsi nazionali, anche in classi di concorso diverse da quella che si è scelta. Oppure, avere rapporti di collaborazione di insegnamento e/o ricerca con l’Università, evidentemente non considerata dal Miur attività significativa e qualificante.
E l’esperienza? Non compare. Ma siamo sicuri che non sia un requisito importante? Quanto abbiamo imparato insegnando? Io, personalmente, tantissimo. Quando ho iniziato ero una giovanissima supplente terrorizzata, rigidissima e severissima, preoccupata solo di difendermi dagli studenti, priva di qualunque strumento psicopedagogico e didattico. E il confronto con i colleghi più grandi e più esperti, formale e informale ma mai ‘burocratico’, è stato per me importantissimo, sotto il profilo personale e professionale.
Potrei continuare anche su altri piani. Potrei dire che la ‘chiamata diretta’ nelle 8000 scuole d’Italia – con o senza la condivisione dei collegi dei docenti – può essere (e sarà) foriera di ingiustizie; può essere (e sarà) legata a criteri discrezionali i più disparati; può essere (e sarà) la fotocopia di quanto accade nei ruoli apicali di tante istituzioni pubbliche o negli ambienti privati, in cui spoils system e raccomandazioni costituiscono l’unico, vero ‘requisito’ di assunzione; può essere (e sarà) non sempre e non ovunque in grado di rispettare “il buon andamento e l’imparzialità dell’amministrazione” (art. 97 della Costituzione italiana); può essere (e sarà) lesiva della nostra libertà d’insegnamento; può essere (e sarà) un pericoloso strumento di cooptazione e controllo, di pensiero acritico e conformista. Che gli studenti osserveranno e introietteranno.
Potrei dire, infine, che nessun curriculum e nessun elenco di requisiti può garantire la qualità del lavoro di un docente, indipendentemente da questo o quel Rapporto di autovalutazione, da questo o quel Piano dell’offerta formativa, da questo o quel dirigente scolastico. Che è fatta di conoscenze disciplinari ma anche di capacità relazionali; che è fatta di empatia, equilibrio, serenità, serietà e disponibilità; che è fatta di intuizione, osservazione e ragionamento; di studio costante; di critica e autocritica, di valutazione e autovalutazione; che è fatta di esperienza e di emergenza, di progettualità e di improvvisazione. E che è fatta di mille altre cose ancora, e che non è mai definitivamente data ma è precaria e intermittente perché noi insegnanti siamo – ancora – esseri umani, imperfetti e in divenire.
Sarebbe facile liquidare questa faccenda indicando due o tre dei requisiti previsti per chiudere rapidamente l’ultimo collegio dei docenti di quest’anno. Ma sarebbe un drammatico errore. Per questo, sappiatelo, tanti docenti dicono NO alla chiamata diretta nelle scuole.

 

Testo apparso anche su Micromega.

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9 Comments

  1. sono assolutamente d’accordo con l’autrice

  2. Paolo Biondi says:

    L’articolo mi piace molto ed per me assai bello (come sintesi di forma e contenuto). Apprezzo in particolare la frase:
    “…può essere (e sarà) la fotocopia di quanto accade nei ruoli apicali di tante istituzioni pubbliche o negli ambienti privati, in cui spoils system e raccomandazioni costituiscono l’unico, vero ‘requisito’ di assunzione; può essere (e sarà) non sempre e non ovunque in grado di rispettare “il buon andamento e l’imparzialità dell’amministrazione” (art. 97 della Costituzione italiana); può essere (e sarà) lesiva della nostra libertà d’insegnamento; può essere (e sarà) un pericoloso strumento di cooptazione e controllo, di pensiero acritico e conformista.”
    Ma all’Università è diverso? Generalizzare è sbagliato, ma particolarizzare in casi specifici è possibile e il giudizio è calzante. La pubblica amministrazione in Italia è privatizzata in larga parte e forse le indagini della magistratura e dell’ANAC mettono in luce solo la punta dell’iceberg e solo quella perseguibile a norma di legge. Ma l’abuso di potere o l’eccesso di potere, la parzialità, la non trasparenza, senza dolo, rimangono campi difficilmente perseguibili ed assai battuti e “perseguiti” dai ns pubblici amministratori.

  3. indrani maitravaruni says:

    Il miur fa paura.

  4. leonardo.40 says:

    Ma oltre al solito NO c’è anche qualche proposta su come risolvere il problema dei docenti inadeguati che le scuole per decenni si sono viste infliggere senza poter fare nulla? Per evitare ai presidi di usare escamotage pietosi tipo la divisione in due spezzoni del monte ore per evitare che quel/la insegnante che nessuno vuole (e che tutti conoscono) sia paracadutato/a e imposto a studenti, genitori, colleghi?

    • Ecco, con la chiamata diretta sarà molto più facile che “quel/la insegnante che nessuno vuole (e che tutti conoscono) sia paracadutato/a e imposto a studenti, genitori, colleghi” perché amico o lacchè del preside, mentre insegnanti competenti ma critici verso la gestione della scuola saranno penalizzati. E con loro l’intera scuola.

    • leonardo.40 says:

      Mi creda, gli insegnanti “competenti ma critici” sono il sogno di ogni scuola e di ogni preside.
      Con questa storia che assumersi la responsabilità di una scelta significhi concedersi l’arbitrio di piazzare i raccomandati, siamo finiti in un sistema (quello italiano) in cui nessuno si assume la responsabilità di nulla, ma se non sei raccomandato non vai da nessuna parte.

    • Giuseppe De Nicolao says:

      Appunto, le graduatorie delle scuole erano una delle poche regole che tagliavano le gambe alle raccomandazioni. Bisogna essere (molto) ingenui o in malafede per non capire che le chiamate dirette condurranno alla “ASL-izzazine” delle scuole. Avremo la scuola targata CL, quella PD, quella PdL e in altri casi persino peggio. Da non scordare, inoltre, che i contratti dei dirigenti scolastici li rendono molto più condizionabili. Un banalissimo esempio riguarda i costi, per esempio del sostegno scolastico. Se dall’alto arriva l’indicazione, più o meno esplicita, di risparmiare all’osso, ci vuole una certa schiena dritta (e gusto del rischio per il rinnovo del proprio contratto) ad esigere il rispetto dei diritti dei disabili. Io credo che molti commentino senza conoscere. Dovrebbero provare a rimanere stritolati nell’ingranaggio come precari/docenti senza appoggi o come genitori di disabili o così via.

  5. @leonardo.40
    Lei scrive che “gli insegnanti ‘competenti ma critici’ sono il sogno di ogni scuola e di ogni preside” e io sarei ben contento se così fosse.
    E tuttavia le esperienze di numerosi colleghi e mie personali -ho insegnato nei licei per 17 anni- dicono esattamente il contrario.
    Se vuole, può trovare qui una documentazione credo significativa, riferita non a una piccola scuola ma al più antico Liceo classico di Milano, il Beccaria: https://www.biuso.eu/astuzia-della-ragione/

  6. indrani maitravaruni says:

    I dirigenti scolastici cercheranno sempre più professori compiacenti, yes men e promuovitori seriali
    (temono infatti più di ogni altra cosa la grana e il ricorso).
    Che altro può succedere? E’ tutto già scritto.
    Mi chiedo perché si continui a far finta di non capire.

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