John Kenneth Galbraith, grande critico del neoliberismo americano, sosteneva che nella storia gli economisti non siano mai stati capaci di prevedere una crisi, ma che, anzi, una volta scoppiata, abbiano sempre fornito ricette che contribuivano ad aggravarla.

L’aggravarsi della crisi dell’università italiana sembra davvero essere stato accelerato dalle diagnosi e dalle ricette pervicacemente proposte da alcuni di economisti dell’università Bocconi. «Riversare più fondi in questo sistema è come buttarli al vento» scrivevano “profeticamente” Francesco Giavazzi e Alberto Alesina nel 2003.

Poco importa che i dati Ocse collochino l’Italia al trentesimo posto per spesa in educazione terziaria in rapporto al Pil. Dieci anni dopo, la missione è compiuta: il Fondo di finanziamento ordinario dell’università è diminuito del 20 per cento nel corso di soli quattro anni. Sempre Giavazzi, nel 2010 ammoniva «che nell’università ci siano troppi professori è un fatto», anche se l’Ocse mostra che l’Italia è ventunesima per rapporto docenti/studenti.

Detto fatto: grazie ai vincoli sul turnover, dal 2009 ad oggi il numero di docenti e ricercatori è calato del 13 per cento. Ancora Giavazzi sulla riforma Gelmini: «Va dato atto al ministro Gelmini di aver fatto un importante passo avanti. La legge riconosce che i corsi devono essere ridotti, le università snellite, alcune chiuse».

Ecco che, pur essendo ultimi in Europa come percentuale di laureati, invece di colmare il ritardo, applichiamo la ricetta Giavazzi. Risultato: gli immatricolati sono calati del 17 per cento rispetto a dieci anni fa, mentre negli ultimi cinque anni è stato chiuso più del 20 per cento dei corsi di studio.

Nello stesso solco si muove anche Tito Boeri, prorettore alla ricerca della Bocconi, che il 23 novembre scorso a  Porta a Porta ha denunciato la scarsa attrattività della ricerca in Italia, auspicando il finanziamento esclusivo dei cosiddetti centri d’eccellenza privati.

A supporto delle sue tesi, Boeri citava la recente VQR, la valutazione nazionale dei prodotti della ricerca,  osservando che  dall’analisi di 15.000 prodotti presentati, risulta che nel Cnr «abbiamo il 30 per cento di persone che sono inattive».

I dati reali, però, sono altri: non solo i prodotti valutati nella VQR sono 184.878, più di dieci volte maggiori, ma gli inattivi del Cnr non superano il 14per cento, come mostato puntualmente da Giorgio Sirilli sul blog Return on Academic Research . Tra l’altro, una parte dei ricercatori Cnr risulta inattiva perché non ha partecipato alla valutazione, per protestare contro uno Statuto imposto dalla Gelmini che nega la rappresentanza dei ricercatori negli organi di governo.

Un altro cavallo di battaglia dei terminator bocconiani è quello dei “cervelli in fuga”, i giovani di talento costretti a emigrare perché «l’università italiana non ha un ruolo significativo nel panorama della ricerca mondiale» (Roberto Perotti, 2008). Eppure, proprio la VQR citata da Boeri dimostra che i ricercatori italiani del settore pubblico sono più produttivi dei loro colleghi in Francia, Germania, Regno Unito, Australia e Giappone.

D’altronde, i “cervelli” che stanno tanto a cuore ai nostri opinion makers non nascono sotto i cavoli e nemmeno ce li consegna la cicogna, ma provengono soprattutto da quegli atenei e centri di ricerca pubblici, dipinti dai bocconiani come desolati e desertificati templi dell’ozio. Malgrado mille difficoltà, ci sono docenti e ricercatori armati di passione e dedizione, che hanno formato generazioni di giovani bravi, alcuni purtroppo costretti a migrare altrove. Ma di fronte alla drammatica contrazione di risorse economiche , strutture  e opportunità, frutto della “cura Giavazzi”, che altro avrebbero potuto fare?

Sarebbe ingenuo sostenere che università e ricerca  in Italia siano immuni ai mali che affliggono tutti i settori della nostra società, pervasa dalle più varie forme di conflitti di interesse, clientelismo e di familismo amorale. Ma merito e qualità non si instaurano strangolando l’intero sistema, con il rischio di creare un ritardo incolmabile rispetto alle altre nazioni. I tagli indiscriminati e gli interventi attuati negli ultimi anni dai vari governi e caldeggiati  dai terminator bocconiani, hanno penalizzato solo le componenti attive e vitali degli atenei e centri di ricerca, lasciando più o meno immune chi trae vantaggio dal fitto intreccio tra potere politico e accademico.

Per incentivare la ripresa del sistema universitario e della ricerca, occorrono trasparenza nei processi decisionali, meccanismi di valutazione scientificamente validati e una seria programmazione per investire risorse adeguate nella ricerca pubblica. Solo così sarà possibile trattenere i numerosi talenti che crescono proprio in quei dipartimenti e centri di ricerca criticati stremati da una raffica di interventi punitivi. Non a caso Renato Dulbecco, premio Nobel per la Medicina, nel 2008 denunciava che «Un paese che investe lo 0,9 per cento del proprio prodotto interno lordo in ricerca, contro la media del 2per cento degli altri, non può essere scientificamente competitivo né attirare a sé o trattenere i suoi ricercatori migliori».

Purtroppo, le “cure” somministrate finora  hanno prodotto un fallout che sta uccidendo il paziente. Infatti, il sistema quantitativo e automatico ideato dall’Anvur per la valutare ricerca e ricercatori, basato su indicatori bibliometrici, sta creando una meritocrazia alla rovescia. Non a caso, in Inghilterra, dove la valutazione è di casa, è esplicitamente escluso il ricorso ad automatismo bibliometrici per valutare qualità, autonomia scientifica e originalità di ricerca.

Che insieme ai cervelli in fuga non si sia involato anche il senno di chi sta condizionando pesantemente le politiche nazionali per l’università e la ricerca? Sarebbe ora di prendere atto dei danni causati da ricette perniciosamente distruttive. Ma quale cambiamento di rotta possiamo attenderci da chi alla Bocconi ha di recente organizzato  un convegno che, fin dal titolo , “La ricerca in Italia: cosa distruggere, come ricostruire”, lascia ben pochi dubbi?

da EuropaQuotidiano

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14 Commenti

  1. […] Per università e ricerca diagnosi e cure sbagliate Trita Web 11 marzo 2014Italia (adsbygoogle = window.adsbygoogle || []).push({}); John Kenneth Galbraith, grande critico del neoliberismo americano, sosteneva che nella storia gli economisti non siano mai stati capaci di prevedere una crisi, ma che, anzi, una volta scoppiata, abbiano sempre fornito ricette che contribuivano ad aggravarla. L’aggravarsi della crisi dell’università italiana sembra davvero essere stato accelerato dalle diagnosi e dalle Leggi Articolo Intero […]

  2. Complimenti per l’ostinazione con cui, da soli, vi opponete al credo alesinagiavazzofintomeritocraticonfindustrialanvuriano,trionfante anche tra i rimasugli della cosiddetta sinistra. Temo che sia una guerra ormai definitivamente persa col nuovo ministro, ma almeno a futura memoria resterà che non proprio tutti hanno taciuto davanti allo smantellamento finale dell’università pubblica in Italia.
    L’ho detto più volte e lo ribadisco: Roars è la cosa migliore che sia provenuta dal mondo accademico negli ultimi quindici anni. Anzi, l’unica cosa buona.

  3. Parole sante! Mi dispiace però di non aver mai letto sul corriere, sul sole24 lettere o articoli come questo. Quelli della commerciale milanese (bocconi) si citano tra di loro giavazzi, perotti etc. Voi vi citate tra di voi. Come far comunicare i vasi? Ps. se i Giavazziani che appartengono ad università privata sparano a zero su la concorrenza non vi pare una specie di “conflitto di interessi”? Lo fanno da pulpiti che dovrebbero essere neutrali. Al pensiero che qualcuno di loro abbia speso anni dilavoro per dimostrare la parentopoli universitaria pubblica dimostra una forma di piccineria. Se voglio dimostrare che il mio albero da frutti più buoni passo il tempo a coltivarlo non a sputtanare il frutti dell’albero del vicino…. non vi pare?

  4. Parole sante! Ma, @giufe: NON esistono pulpiti neutrali, tutti i pulpiti (giornali, radio, tv, blog) sono sempre stati allestiti per servire gli interessi di una fazione. Semmai bisognerebbe domandarsi, come mai tutti i partiti di lotta e di governo ascoltino solo i “giavazziani”, e come mai tutti gli altri (ma soprattutto, gli economisti universitari!) non gli si oppongano.

  5. Ora che si sono levate voci autorevoli come quella di Cassese, non sarebbe il momento di avanzare qualche richiesta sensata al Ministro?
    Abolire il RAD? Abolire le ore di didattica massima erogata? Preparare un fondo per l’assunzione di giovani ricercatori?
    Insomma, qualcosa che coaguli l’ormai troppo a lungo contenuto malcontento e interrompa la mancanza di dialogo.

  6. Io talvolta partecipo ai forum del corriere sull’università (spesso il dente avvelenato è quello di Stella), se cerco di sottolineare l’opportunità che si sentano altre campane(l’ottimo Roars ad es.), o metto in discussione la loro ortodossia vengo censurato! :( …Questi che citano a sproposito ranking internazionali non accettano che si dica che dal punto di vista della libertà di stampa l’Italia e oltre il 40° posto. Sapere che Perotti è “vicino” a Renzi (e io faccio il tifo per il sindaco) mi angoscia. valete comites

  7. Ottimo post. Se oltre a denunciare l’attacco indiscriminato all’universta’ e ricerca pubblica, si dicesse anche chiaramente che quel 14% inattivo del CNR, e gli inattivi dovunque si annidino, deve essere cacciato o almeno fustigato sulla pubblica piazza, l’intervento sarebbe perfetto. Per difendere la ricerca pubblica occorre eliminare l’indifendibile.

    • Gli inattivi del CNR sono matematicamente inferiori al 14% (forse anche di molto). Infatti, come spiegato su Roars (https://www.roars.it/online/tito-boeri-allattacco-del-cnr-ma-i-suoi-numeri-sono-giusti/) ad essere pari al 14% sono i prodotti mancanti. Una valutazione del fenomento richiede anche di considerare che i ricercatori CNR dovevano presentare 6 lavori invece che 3 come gli universitari e che nell’ente c’è stato un boicottaggio della VQR. Le fustigazioni in piazza piacciono molto perché mettono insieme l’idea del capro espiatorio e quella delle soluzioni facili. Tutte le statistiche internazionali mettono in evidenza una produttività più che ragionevole – se non addirittura molto buona – dei ricercatori italiani. Ci sarà sempre qualche “canaglia” a cui dare la caccia con cui giustificare tagli e dismissioni del sistema pubblico dell’istruzione e della ricerca. Quando avremo finito di scovare tutte le canaglie, dell’università e del CNR sarà rimasto ben poco, proprio per mano dei presunti guaritori. Danneggia di più il futuro del paese la frazione di fannulloni (da perseguire con tutte le forze, per carità) oppure aver lasciato senza finanziamento tutta la ricerca di base italiana azzoppando nei fondi e nel morale anche i migliori ricercatori? Cosa costa un’intera generazione bruciata e quella successiva dissuasa persino dal provare a far ricerca in Italia? E tutto nel nome del risanamento di un sistema la cui produttività cresceva come se non di più di UK, Germania e Francia.

    • No fustigato sulla pubblica piazza sarebbe uno spreco di risorse: poi magari deve pure usufruire della sanita’ pubblica. Proponiamo direttamente l’impiccagione cosi’ si fa prima.

  8. Però deve valere anche per i Rettori che hanno fatto gli immobiliaristi mettendo sulle spalle dei contribuenti italiani debiti milionari e ci hanno poi detto che non ci sono soldi per comprare le riviste scientifiche …

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