Il sistema italiano dell’università e della ricerca si trova in una situazione molto critica. Sono diversi i fattori che hanno contributo a creare una situazione che sta rapidamente distruggendo le poche eccellenze universitarie di questo paese. Una politica miope e scarsamente interessata al problema della programmazione del sistema universitario, una classe dirigente accademica inadeguata ed in parte anche corrotta, gruppi di pressione a diversi livelli che hanno sempre anteposto l’interesse particolare a quello generale. Forse tra i tanti problemi, il principale è che la ricerca in Italia sia trattata come una sorta di bene di lusso cui si può rinunciare quando i soldi scarseggiano e questo succede indipendentemente dal colore politico del Governo in carica. Tuttavia, per restare ai tempi più recenti, bisogna distinguere quello che ha fatto l’ultimo governo Prodi da quello che hanno fatto i due governi Berlusconi. Nel primo caso c’è stata una gestione disattenta ed approssimativa accompagnata da dichiarazioni roboanti su quello che si sarebbe voluto fare per l’università e la ricerca. Ci sono stati dei tagli, ma sono stati limitati. Si sono fatte delle cose sbagliate, come ad esempio la stabilizzazione dei precari degli enti di ricerca, ma soprattutto non c’è stata l’attenzione e la cura necessarie verso il sistema università-ricerca che il caso avrebbe richiesto. Ma con il governo Berlusconi i tagli sono stati enormi, tanto che alcune università non saranno in grado di pagare gli stipendi ai propri docenti nel prossimo futuro. E le riforme sono state a senso unico: rafforzare i forti, i baroni, i rettori, prendendosela con i deboli, ovvero con chi sta ancora ai margini del sistema universitario. Il fatto è che il “ritorno” per l’investimento sull’istruzione superiore e la ricerca richiede tempi lunghi, così come un intervento di riforma serio. Nessuno ha il tempo, la voglia e le capacità di gestire questo sistema, a partire da questa classe politica e fino alla classe dirigente dell’accademia e degli enti di ricerca (sempre con le dovute e sparute eccezioni).

  

In questo momento vediamo all’orizzonte nubi che promettono che la situazione peggiorerà. Da una parte ci sono i sostenitori dello status quo, che hanno ben gioco a difendere le loro posizioni ostacolando ogni riforma che potrebbe cambiare profondamente il sistema attuale, pur restando nell’ambito pubblico. Dall’altro lato ci sono tanti che propongono un semplicissimo e, a nostro avviso, fallimentare schema ideologico: l’università così com’è non funziona e dunque bisogna privatizzare il sistema. Una volta che si sarà instaurato un meccanismo di mercato, in cui il “migliore” vince, solo le università prestigiose, potranno sopravvivere. E questo avverrà perché gli studenti, divenuti i principali finanziatori del sistema privato, sceglieranno di andare nelle migliori università pagando ingenti rette. Non c’è però nessun paese al mondo in cui il sistema universitario funzioni in questa maniera e trattare la ricerca e l’istruzione come se fossero un mercato al pari di altri settori economici è davvero miope. Lasciando stare l’Europa, dove il sistema è prevalentemente pubblico, negli Stati Uniti le università private, che comunque si sono formate in un ampio lasso di tempo, sono affiancate da un sistema pubblico che è certo di minor prestigio, ma con punte di eccellenza come l’università della California. Le università e la ricerca di qualità non si fanno per decreto ministeriale o adottando un certo schema ideologico, ma solo se sono sostenute da tutto il sistema. L’idea di fare un MIT italiano in mezzo al deserto di un sistema pubblico smantellato ci sembra inconcludente: questo è puntualmente avvenuto con il tentavo dell’Istituto Italiano di Tecnologia promosso dal ministro Tremonti che è caratterizzato da una gestione “privata” della cosa pubblica e da scarsi risultati malgrado un finanziamento del tutto sproporzionato rispetto a quello del resto della ricerca pubblica.

Inoltre, non dimentichiamo che negli Stati Uniti il finanziamento federale alla ricerca è del 65% del totale, a cui si aggiungono i finanziamenti dei singoli stati. Le imprese private contribuiscono per il 5% del totale e le università, che sono enti no-profit, forniscono il resto. Dunque anche in questa situazione è lo stato che si fa carico della ricerca di base ed i privati contribuiscono per una parte del tutto marginale. Inoltre è bene sottolineare che le università private americane si basano su ingenti donazioni e alte tasse di iscrizione a cui sono comunque accompagnate delle borse di studio per studenti meritevoli, insieme ad altri servizi per gli studenti che qui ci possiamo solamente sognare e che richiederebbero investimenti molto ingenti. In conclusione il sistema americano è toppo differente da quello italiano (come da quello di tutta Europa) per fornire un modello di riferimento realistico. A nostro avviso, e come dimostrato dall’esempio di tanti altri paesi europei, è un falso mito che solo lo smantellamento del sistema pubblico possa dare luce ad un sistema privato competitivo e meritocratico.

La riforma in corso, promossa dal Ministro Gemini, purtroppo non sembra andare nella direzione di migliorare le cose. Si pensa innanzitutto a fare cassa tagliando finanziamenti all’università. Il resto è fumo. Il taglio del 20% del fondo di finanziamento ordinario della legge Tremonti-Gelmini (n. 133/08) è una mannaia che si abbatte in modo orizzontale (in altre parole senza un’analisi del merito) sul sistema e farne le spese saranno i più deboli, vale a dire i giovani o anzi i “giovani”. La sbandierata “meritocrazia” che si vuole introdurre non sembra essere mirata ad una seria ed analitica valutazione della ricerca ma è in pratica una cortina fumogena per accattivarsi i consensi dei “distratti” che si fermano all’apparenza. Per quanto riguarda la soppressione del ruolo di ricercatore e l’introduzione della tenure-track a noi sembra che si eliminino delle posizioni permanenti per i giovani di oggi per introdurre la versione italianizzata (ovvero incerta) della tenure-track americana. Negli Stati Uniti la tenure-tack è un contratto che alla fine di un periodo di prova, in genere di cinque anni, prevede l’assunzione a tempo indeterminato se la valutazione è positiva. È quindi prevista da subito la copertura finanziaria per l’eventuale posizione tenured. Nella versione italiana invece, la conferma nel ruolo d’associato avviene dopo il conseguimento di un giudizio d’idoneità nazionale ed il superamento di un concorso locale, senza prevedere dall’inizio la copertura finanziaria per il posto permanente. Infine uno dei temi su cui più si è insistito recentemente riguarda la riforma della governance universitaria: nel nuovo disegno di legge si riducono le funzioni del senato accademico a favore di un consiglio di amministrazione con una forte componente di esterni: “persone con provata competenza manageriale” non si capisce nominate da chi. L’università, come gli enti di ricerca, non va gestita come una fabbrica di scarpe o peggio come la RAI !

Ultimamente vi è stato un certo dibattito sui nuovi criteri di valutazione che orienteranno i finanziamenti statali agli atenei. Anche in questo caso il problema sostanziale viene eluso e coperto da dichiarazioni demagogiche. Valutare globalmente la performance di un’università non ha un gran senso, soprattutto nel sistema italiano. Prendiamo ad esempio la “Sapienza” di Roma che consociamo bene. Non è un mistero che persone di grande valore siano affiancate da altre più mediocri e che dipartimenti di prestigio coesistano con altri scandenti. Come si fa a mettere tutto nello stesso piatto ? Come si fa a prendere delle iniziative, su scale di tempo relativamente corte, per migliorare la performance di un’intera università di questo tipo? Non è questa la strada da percorrere: bisogna valutare i singoli dipartimenti e i singoli ricercatori in maniera analitica. Questo è più faticoso ma è una strada possibile, tra l’altro intrapresa da altri paesi come la Spagna e l’Inghilterra in cui una parte sostanziale dei finanziamenti statali (25%) sono legati ad una valutazione dei risultati della ricerca. Non c’è niente da inventare in questo campo, casomai da perfezionare, e bisogna studiare come altri paesi hanno già cercato di risolvere lo stesso problema.

Senza una programmazione ed una visione prospettica lungimirante il sistema si avviluppa su se stesso creando delle dinamiche primitive in cui il più forte vince ed il più debole soccombe, senza lasciare spazio a nessun’altra logica. Nei dipartimenti dove si fanno ricerche importanti anche la didattica è di qualità. La ricerca e l’insegnamento sono complementari ed un insegnamento di qualità in genere si sviluppa in un ambiente creativo dove si svolge ricerca di avanguardia. Se la ricerca viene abbandonata a se stessa sarà tutto il sistema universitario a risentirne, cosa che infatti inizia ad accadere. Gli errori di oggi si pagheranno più salati domani, in quanto avranno effetti ancora più nefasti a lunga scadenza e le nuove generazioni si troveranno con un sistema di bassa qualità. Già oggi in Italia purtroppo le capacità e l’iniziativa dei giovani sono spesso soffocate da un sistema che non ha nessun interesse a valorizzarli. Inoltre non dimentichiamoci che la ricerca dovrebbe essere un settore di importanza strategica per un paese come il nostro. Solo la capacità di innovazione ci può permettere, nel lungo periodo, di competere con i paesi emergenti in cui la mano d’opera costa meno di un decimo che da noi. Solo la ricerca potrà dare delle risposte alla crisi ambientale ed energetica. E’ necessaria una forte e “trasversale” sensibilizzazione dell’intera società ai temi della ricerca e dell’università: non è infatti una questione di colore politico o visione ideologica, ma una riforma del sistema universitario e della ricerca che sia ispirata a dei modelli che funzionano (basta guardare a quello che succede in Europa) è uno dei perni fondamentali su cui ruoterà il futuro prossimo del nostro paese.

(Francesco Sylos Labini e Stefano Zapperi)

(Articolo pubblicato sul numero 5-6 della rivista Ricerca della FUCI )

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