«Se pensi che la formazione sia costosa, prova con l’ignoranza»: questa frase celebre sintetizza bene l’intervento di Andrea Stella al Seminario, promosso dal CUN, tenuto presso il Senato il 17 dicembre scorso. Stella parte dalla ricostruzione delle due fasi attraversate negli ultimi 15 anni dal sistema universitario italiano. I segnali che annunciarono la fine dell’illusione e le responsabilità di chi promosse la fase del ridimensionamento. Una ricognizione dei numeri del finanziamento, delle immatricolazioni, dei laureati e delle dimensioni dell’offerta formativa. Il peso da attribuire alla qualità della ricerca e alla qualità della didattica. Infine, i cambi di rotta necessari perché l’università possa davvero essere una risorsa che genera risorse.


Il 17 dicembre 2014, promosso dal Consiglio Universitario Nazionale, si è tenuto presso il Senato, il Seminario

“Per fare dell’Università una risorsa che genera risorse”

Il seminario è stato aperto dall’Intervento del Presidente del Senato, Pietro Grasso, nella Sala Zuccari di Palazzo Giustiniani. Di seguito pubblichiamo l’intervento di Andrea Stella,, Università di Padova, Coordinatore Commissione Didattica CUN

 

La formazione superiore per la crescita del capitale sociale: dialoghi di sistema

Le due fasi

Il sistema universitario italiano, negli ultimi 15 anni, ha attraversato due fasi nettamente distinte:

  • la prima caratterizzata da una sostanziale crescita degli studenti che accedevano alla formazione terziaria, da una corrispondente espansione dell’offerta formativa, delle risorse economiche e di quelle umane;
  • la seconda, iniziata attorno al 2008 con la crisi economica, caratterizzata da un significativo ridimensionamento delle risorse e dell’offerta formativa.

La fase espansiva va letta come scelta politica, per fare entrare l’Italia a testa alta nell’Area Europea della Formazione Superiore e della Ricerca, aderendo alla cosiddetta Agenda di Lisbona, stabilita dal Consiglio d’Europa, a Lisbona nel 2001.

All’inizio del terzo millennio si andava infatti sviluppando una grande idea illuministica: “fare dell’Europa il sistema economico fondato sulla conoscenza più dinamico e competitivo al mondo, capace di una crescita economica sostenibile con lavori più numerosi e migliori e una maggiore coesione sociale”.

Alla base dell’Agenda di Lisbona vi è dunque anche la convinzione e la consapevolezza che l’investimento in conoscenza garantisce benessere, ricchezza, coesione sociale, lavoro e migliori condizioni di vita.

La fine dell’illusione e il ridimensionamento dell’Università

La grande illusione che l’Italia possa agganciare il treno di una società fondata sulla conoscenza ha breve durata. Ben presto appare evidente che l’Agenda di Lisbona per l’Italia rimarrà un obiettivo irraggiungibile, un impegno assunto ma poi ampiamente disatteso.

I primi segnali della nuova rotta imposta all’Università italiana sono presenti nelle Linee Guida del Governo per l’Università del 2008, documento programmatico nel quale sono chiaramente leggibili non solo gli interventi normativi successivi, ma anche la scelta di ridurre gli investimenti in università e ricerca.

Di fatto si da l’avvio ad una linea programmatica di ridimensionamento dell’Università, a parole europeista ma che, nei fatti, ne è molto distante, quando non chiaramente divergente.

Anche in materia di offerta formativa sono preannunciati interventi miranti alla contrazione dell’offerta formativa, fondati su un’analisi che punta il dito contro una sua dichiarata abnorme proliferazione, passata in pochi anni da 2444 a 5500 corsi di studio nella transizione dal vecchio ordinamento a ciclo unico al nuovo ordinamento, fondato su due cicli.

Contribuiscono certamente alle politiche di ridimensionamento dell’università affermazioni, spesso provenienti dallo stesso mondo accademico e supportate dai grandi mezzi di comunicazione, del tipo:

  • L’università italiana costa troppo rispetto alla media europea
  • La spesa italiana per studente è tra le più alte al mondo
  • Non possiamo più permetterci il costo della formazione terziaria
  • Produciamo troppi laureati
  • La laurea non serve più, non conviene economicamente e i laureati non trovano lavoro.

 

Eppure i dati elaborati da fonti autorevolissime smentiscono tali affermazioni, che il più delle volte si dimostrano prive di ogni fondamento.

 

Spesa per formazione universitaria

  • Secondo l’OCSE, l’Italia occupa per spesa in educazione terziaria in rapporto al PIL il 32° posto su 37 Paesi considerati;
  • Il Paese investe appena l’1,0% del proprio PIL nel sistema universitario contro una media UE dell’1,5% e una media OCSE dell’1,6%;
  • Il ritardo dell’Italia si riscontra in tutto il quindicennio analizzato dall’OCSE e oggi è ulteriormente peggiorato;
  • La spesa annuale per studente nell’istruzione terziaria a parità di potere d’acquisto per studente equivalente a tempo pieno è inferiore del 29% rispetto alla media dei paesi OCSE e del 37% rispetto al PIL.

 

Immatricolati, iscritti e laureati

Gli studenti immatricolati, che nel 2003/04 erano 338.000, nel 2011/12 erano scesi a 280.144 e sono ulteriormente diminuiti a 267.838 negli ultimi due anni (2013/14), con una decrescita non giustificata dal calo demografico.

Alla riduzione delle immatricolazioni ha certamente contribuito anche il drastico taglio delle risorse per il diritto allo studio; gli studenti che godono di borsa di studio sono infatti scesi nel giro di due anni dall’l’86% al 69% degli aventi diritto.

Gli studenti iscritti hanno raggiunto un massimo di 1.824.000 nel 2005/2006 e sono scesi a 1.751.000 nel 2011/12. Il calo è particolarmente concentrato negli atenei del sud.

 

L’Italia è tra i paesi con la più bassa quota di laureati nella fascia di età 30-34 anni e lo scarto rispetto ai valori medi europei non si è ridotto nel tempo

  • Nel 2012 nella media dell’Unione europea vi erano oltre 36 laureati ogni 100 abitanti, contro il 22,3% dell’Italia;
  • L’obiettivo europeo stabilito in Horizon 2020, di raggiungere il 40% di laureati entro il 2020 è ormai totalmente al di fuori della nostra portata;
  • L’Italia si è posto un deludente target del 26 %, l’ultimo posto nell’unione e che appare comunque difficilmente raggiungibile.
  • La quota dei laureati nella popolazione italiana è salita di oltre 11 punti tra il 2000 e il 2012, ma lo scarto rispetto alla media europea è rimasto invariato;

 

La dimensione dell’offerta formativa

I corsi di studio ai quali potevano immatricolarsi gli studenti al termine della scuola secondaria superiore erano, prima della riforma dei due cicli introdotta con il DM 509/99, 2444; dopo una crescita che ha raggiunto un massimo di 3103 corsi di studio nel 2007/08 è iniziata una progressiva contrazione che ha ridotto quest’anno l’offerta formativa 2342 corsi, numero addirittura inferiore a quella di 15 anni fa, nonostante le Università siano aumentate di numero, con l’istituzione di nuove Università statali e non statali e ben undici Università telematiche.

 

Apprendimento Permanente – Apprendimento lungo l’intero arco della vita o Lifelong Learning

L’Unione Europea considera l’apprendimento lungo l’intero arco della vita come uno dei pilastri fondamentali sui quali poggia e si sviluppa la società della conoscenza.

L’arretratezza dell’Italia, dove rientra nel ciclo formativo il 10% degli adulti, contro una media europea del 20%, è più che evidente.

Ma è la stessa legge 30 dicembre 2010, n. 240 (legge Gelmini) che ha posto seri ostacoli al processo di apprendimento permanente, limitando a 12 il numeri di CFU riconoscibili.

Lo spread della conoscenza

Con tutta evidenza l’Italia appare molto distante dagli obiettivi di Horizon 2020 ma, ciò che più preoccupa, è la crescente distanza che ci separa dai paesi più avanzati: un vero e proprio spread della conoscenza. Ci si deve chiedere come sia possibile che si sia creata questa grande frattura e divaricazione tra l’Italia e gli altri paesi europei.

In realtà gli obiettivi e gli impegni assunti dai Ministri europei responsabili per la formazione superiore si traducono in documenti e comunicati che non hanno la forza di una Direttiva ma è pertanto compito dei Governi che li hanno sottoscritti adottarli con propri atti normativi. Nessuna sanzione è prevista se i Governi sono distratti e gli impegni vengono disattesi.

Formazione superiore: costo o investimento?

I benefici dalla laurea

Sul mercato del lavoro, la laurea, nonostante diffuse convinzioni contrarie, continua a offrire migliori opportunità occupazionali e reddituali rispetto al solo diploma di maturità. La crisi ha colpito duramente i più giovani, ma gli effetti sono stati comparativamente peggiori tra i giovani con livelli di istruzione più bassi.

Autorevolissimi organismi come la stessa Banca d’Italia e l’OCSE sostengono in maniera assai documentata che la formazione superiore rappresenta il miglior investimento a lungo termine, perché garantisce un ritorno economico di gran lunga superiore a quanto investito, sia dall’Individuo sia dal contribuente, vale a dire dallo Stato.

È quanto recentemente dichiarato dalla stesso Governatore della Banca d’Italia, Vincenzo Visco e anni prima, in tempi non sospetti, da Carlo Azeglio Ciampi.

L’OCSE, in particolare, analizzando paese per paese i benefici derivanti dall’investimento in formazione superiore, conclude che l’Italia è uno dei paesi in cui sia l’individuo che il contribuente trarrebbero i maggiori benefici a lungo termine. Non è certamente un caso che altri paesi più accorti abbiano tagliato le spese in altri settori, aumentando invece in maniera consistente l’impegno in formazione superiore e ricerca.

Appare perciò del tutto incomprensibile che i governi che si sono succeduti non ne abbiano tratto le conseguenze; continuando così si rischia di portare l’Italia verso un inevitabile declino civile, culturale, economico e sociale.

 

Il costo dell’ignoranza

Se, come si è detto, autorevolissimi organismi certificano i benefici economici derivanti dalla formazione superiore, non vanno nemmeno sottovalutati i costi sociali dei mancati investimenti in formazione o, come si può anche dire, i costi diretti e indiretti dell’ignoranza.

L’ignoranza ha enormi costi sociali; essa costituisce un humus sul quale si possono sviluppare casi clamorosi e imbarazzanti; si pensi a metodiche mediche prive di ogni credibilità scientifica, quali il siero Bonifacio, la cura Di Bella, il metodo Stamina o quelli recenti legati alla vaccinazione antiinfluenzale. Ma più in generale la scarsa cultura è terreno fertile per i comportamenti irrazionali, antisociali quando non criminali.

Anche senza considerare i casi estremi l’ignoranza e la scarsa competenza producono effetti che rendono l’organizzazione sociale e il funzionamento dei servizi inefficienti e arretrati.

In un mondo nel quale la conoscenza sta alla base dello sviluppo e della crescita, la carenza di formazione superiore va considerata in modo non dissimile dell’analfabetismo diffuso nei primi anni dell’unità d’Italia.

A Derek Bok, già rettore dell’Università di Harvard, è attribuito il noto aforisma: “Se pensi che la formazione sia costosa, prova con l’ignoranza”.

 

Qualità della ricerca e qualità della Didattica

I ministri responsabili della formazione superiore nei paesi che hanno aderito al processo di Bologna hanno sistematicamente ribadito che la formazione superiore e la ricerca sono i due pilastri sui quali poggia e si sviluppa la società della conoscenza.

Il rapporto redatto su incarico della Commissione europea dal “High Level Group on the Modernisation of Higher Education” sul tema “Improving the quality of teaching and learning in Europe’s higher education institutions” scrive a chiare lettere che deve essere attribuito uguale peso alla qualità della formazione e alla qualità della ricerca.

Vi si afferma inoltre che sia il reclutamento sia l’avanzamento di carriera dei professori devono tenere conto anche delle competenze didattiche.

 

Le criticità dei provvedimenti normativi per lo sviluppo di una didattica di qualità

Ma in Italia è davvero così?

Se il sistema universitario, nel suo complesso, è stato fortemente penalizzato dalle riduzioni dei finanziamenti e dell’organico, la possibilità di sviluppare una formazione di qualità è stata ulteriormente penalizzata da quanto disposto dalla Legge 30 dicembre 2010 n. 240 e da successivi provvedimenti.

  • La normativa sull’Abilitazione Scientifica Nazionale (ASN), spinge a privilegiare la ricerca rispetto ad ogni altra attività didattica e organizzativa, con una ossessiva attenzione a massimizzare gli indicatori bibliometrici;
  • I nuovi Ricercatori a Tempo Determinato (RTD), non sono minimamente incentivati a dedicarsi alla didattica, pressati come sono dalla necessità di conseguire l’ASN per la quale la didattica è del tutto irrilevante;
  • La quota premiale del Fondo di Finanziamento Ordinario, pari al 18 %, è assegnata senza che la qualità della didattica abbia alcun peso.

 

La Valutazione della didattica

L’Italia è stato l’ultimo paese europeo a dotarsi di una Agenzia Nazionale di Valutazione. L’ANVUR è divenuta operativa solo nel 2011, con la nomina del Consiglio Direttivo, con un ritardo di 8 anni rispetto all’impegno assunto nel 2003, alla conferenza di Berlino.

Una Agenzia Nazionale è indispensabile per sviluppare la cultura della valutazione intesa come cultura del render conto, nei termini anglosassoni della accountability. Valutare significa entrare nel merito dei processi che le Università adottano nella loro autonomia, verificarne l’efficacia, l’efficienza e la correttezza nell’uso delle risorse.

La cultura della valutazione, lontana com’è dalla tradizione italiana, va introdotta in maniera graduale e, per essere accettata e divenire strumento efficace, deve coinvolgere in modo attivo, diretto e convinto le Università e le persone interessate.

L’ANVUR ha svolto un lavoro enorme con la lodevole volontà di recuperare il tempo perduto. Ma il sistema AVA, adottato per la valutazione della didattica con tempi ristretti, risente fortemente di una impostazione che viene dal passato, è fondata su un modello centralistico-autorizzativo, anziché su un modello valutativo in linea coni i modelli europei più avanzati.

Più che la cultura della valutazione si sta sviluppando la cultura dell’adempimento; un modello altamente prescrittivo, dove la valutazione diviene la verifica del rispetto di vincoli numerici e parametri che poco spazio lasciano all’autonomia e alla capacità inventiva e di elaborazione degli Atenei.

Per tali motivi il sistema adottato è percepito dal mondo universitario come un ulteriore pesante aggravio di natura burocratica, calato dall’alto.

 

Un cambio di rotta appare pertanto necessario; bisogna in particolare:

  • abbandonare o fortemente attenuare l’approccio quantitativo e avviare processi di valutazione e accreditamento in linea con modelli di Assicurazione della Qualità consolidati in Europa e nei paesi OCSE più avanzati;
  • promuovere la capacità delle istituzioni di perseguire gli obiettivi da essi stessi stabiliti in autonomia, attraverso la valutazione ex post dei processi adottati e dei risultati conseguiti;
  • ricondurre il processo di valutazione alla sua funzione primaria di strumento per il miglioramento continuo della qualità e dei risultati ottenuti.

 

Conclusioni

Investire di più in formazione superiore, puntare sulla crescita del numero dei laureati, sviluppare processi per la “Quality Assurance” in linea con i paesi più avanzati sono priorità assolute e scelte obbligate per la crescita del paese.

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8 Commenti

  1. Negli ultimi 20 anni in questo paese sono state realizzate una serie di riforme del mercato del lavoro che hanno introdotto precarizzazione, del rapporto d lavoro e prolungamento dell’età del pensionamento. Con la motivazione dell’insostenibiità del sistema retributivo, si è passati al contributivo e si aumentato il numero di anni necessari per andare in pensione. La motivazione, falsa, che si è addotta è che andare in pensione più tardi avrebbe creato nuova occupazione. Tutti sapevano che non esisteva nessuna evidenza empirica che sostenesse una così controintuitiva affermazione, mentre viceversa esistevano evidenza del contrario. M tant’è la riforma è stata approvata, con l’assenso di troppi. Mi chiedo e vi chiedo perchè l’università dovrebbe vivere una condizione diversa?
    All’inizo dell’anno il Centro Studi della Confindustria ha pubblicato una ricerca sul mercato del lavoro negli anni della crisi 2007-2014: gli over 55 con lavoro sono aumentati di 1,1 milioni (tasso di occupazione è salito al 46,9% nel terzo trimestre 2014 dal 34,2% nel terzo 2007) mentre tra i 25-34enni si è registrato un calo , contro il calo di 1,6 milioni (tasso di occupazione è sceso al 59%, -11,2%).
    Perchè, mi chiedo l’università dovrebbe avere dinamiche diverse?
    Forse il problema è generale o no? Quale?
    Nel periodo 2008-2014 il PIL italiano si è ridotto di oltre il 10%, i consumi sono tornati al livello del 1999, la capacità produttiva ha perso irrimediabilmente l 25% della sua potenzialità, il rapporto debito pubblico/PIL è passato dal 98% al 134%, la disoccupazione ha raggiunto il 13,6%, quella giovanile il 45%.
    Un recente studio Edison-Confindustria mostra che tra le prime 10 aree manifatturiere dell’UE, ben 6 sono italiane, tuttavia le 4 zone industriali tedesche producono in media un valore aggiunto per addetto di 140.000 euro contro 60.000 di quelle italiane.
    Studi recenti mostrano che il problema dell’industria italiana, senza la quale non si da nessuna crescita economica e sviluppo, unica eccezione se così si può definire il UK dove la City produce il 20% del PIL e gli addetti hanno producono un valore aggiunto di tre volte la media, è il management e il capitale umano, non gli investimenti. Le ricerche riprese anche in questo blog indicano che su 100 manager il numero dei laureati è inferiore a quello di coloro che hanno la licenza media. Quale futuro può avere un simile paese?
    Sarebbe il caso di avviare una discussione più generale su come questo paese va riformato, e quindi su come riorientare l’università. Di riforme dell’Università ne ho viste diverse, ma vorrei dire chiaramente che non credo che il problema sia la selezione della docenza. Si è passati dai concorsi nazionali, a quelli locali alle abilitazioni nazionali ecc.ma tutto questo genera sempre polemiche che ora è diventata una vera e propria disputa ideologica secondo cui gli esclusi sono sempre i migliori che sono tali solo in virtù di meccanismi di esclusione non fair. Sinceramente non sono d’accordo, anche guardando alla qualità e quantità delle pubblicazioni, che vanno rapportate ai soldii spesi, perché se ho tanti soldi e posso permettermi di avere un lab con molte persone posso sviluppare molte ricerche e pubblicare molti più articoli, come avviene negli USA per esempio . Il problema non è la selezione ma l’episodicità dell’accesso, la mancanza di programmi certi, l’assenza di mobilità ecc. Faccio notare che a distanza di oltre un anno il numero di posti messi a bando, oltre a quelli compresi nel piano straordinario degli associati, sono qualche decina.
    La valutazione della didattica è un altro di quei falsi obiettivi che servono solo a sviare l’attenzione dal problema principale: quale futuro e quindi quale motivazione hanno gli studenti che si iscrivono nelle facoltà, fermo restando che tutti devono rispettare i propri obblighi.
    Alla ricercatrice della Humboldt, vorrei dire che negli anni 90, quando in questo paese si investiva ancora nella ricerca e nell’università chi completava un dottorato, che anche allora veniva pagato (borsa) poco, poteva contare su borse post-dot, che gli consentivano di avere un reddito seppur minimo e di aspettare il concorso da ricercatore.
    Concludo riportando quanto pubblicato dall’ISTAT e invitando a riprendere una discussione più generale, perché discutere per definire chi è il migliore mi sembra veramente inutile.
    “Nel 2014, a quattro anni dal conseguimento del titolo (2010), lavora il 91,5% dei dottori di ricerca mentre è in cerca di un lavoro il 7%. A sei anni dal conseguimento del titolo (2008) lavora invece il 93,3% (un valore ancora molto elevato e solo in leggera diminuzione rispetto all’edizione precedente) e cerca un lavoro il 5,4%. Permane dunque il vantaggio competitivo associato al dottorato di ricerca.
    L’occupazione è elevata in tutte le aree disciplinari, in particolare tra i dottori delle Scienze matematiche e informatiche e dell’Ingegneria industriale e dell’informazione (oltre il 97% lavora a sei anni dal dottorato e oltre il 95% a quattro anni); risulta più bassa tra i dottori delle Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche (intorno all’88% in media).
    A sei anni dal conseguimento del titolo, la quota di occupati con un lavoro a termine è pari al 43,7%, mentre raggiunge il 53,1% tra i dottori osservati a quattro anni. Il dato è in crescita rispetto all’indagine precedente, quando era del 35,1% e del 43,7%.
    Il 73,4% dei dottori occupati del 2008 e il 74,4% di quelli del 2010 svolgono attività di ricerca e sviluppo. La quota è più bassa tra le donne: 3 su 10 sono impegnate in attività lavorative per nulla connesse alla ricerca.
    La soddisfazione generale rispetto all’attività lavorativa è di 7,2 punti su un massimo di 10. Più alta la soddisfazione per l’autonomia e le mansioni svolte, più contenuta quella per le possibilità di carriera e la sicurezza del lavoro. Le donne manifestano livelli di soddisfazione inferiori su tutti gli aspetti”.

  2. Andrei per le spicce: sono stati vent’anni buttati, con una generazione di giovani mandata al macero o all’estero. E’ una politica folle, non improntata al risparmio (il mio ateneo ha assunto decine di informatici e gli ha costruito intorno un palazzo, quindi dei soldi ci sono), gestita da un manipolo di sadici che per un motivo o per l’altro odiano l’università e la trattano come una fabbrica di saponette. Sarei pessimista: ci sono ancora margini di discesa.

    • Fare i ricercatore è come fare l’artigiano. In Italia sono sparite tante competenze artigianali e adesso sparirà anche il ricercatore … speriamo che si salvino i almeno calzolai almeno

  3. Ho letto una intervista al neopresidente Mattarella del 2010. Mi ha colpito questa frase: “La cultura è un antidoto ai modelli di vita commerciali”. Mi sembra una risposta alta alle vulgata prevalenti di questi anni sulla cultura, ricerca e formazione superiore.
    Speriamo bene…..

    • Al di là della condivisione o meno di certe idee politiche, è un uomo che merita grande stima e sul quale si possono quindi riporre delle speranze.
      Fra l’altro, professore universitario.
      .
      Questa qui sotto è l’intervista completa del 2010, che è poi l’unica che si trova, forse anche perché:
      “La forza d’animo, la determinazione ad agire non è necessariamente espressa dai decibel, da volume della voce o dal modo in cui ci esprime, non è gridando che si esprime maggiore forza di volontà (…). Perché qualche volta, non sempre, chi alza la voce lascia segni in superficie nella vicenda politica, lascia tracce epidermiche. Un lavoro in profondità che guidi realmente i processi civile e sociali, deve scavare in profondità, bisogna incidere al di sotto della superficie e ciò richiede una maggiore riflessione e non si identifica con l’alzar la voce. Più spesso si identifica con il lavoro paziente, con un’analisi attenta e rigorosa”.
      .
      http://youtu.be/VrJ5NTFe3c0

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