Ritorniamo sul problema dell’invecchiamento dei docenti universitari, tema che abbiamo affrontato varie volte nel passato (con variepolemiche) come anche nel libro “I ricercatori non crescono sugli alberi”. Il Partito Democratico ha recentemente elaborato undocumento dove si propone di abbassare l’età pensionabile a 65 anni. Non possiamo che essere d’accordo con una tale proposta che d’altronde coincide con quanto abbiamo scritto negli ultimi 5 annisull’argomento. Tuttavia, come spiegato nel libro, una iniziativa del genere dovrebbe far parte di un quadro di riforme che prenda in considerazione vari aspetti sia del pensionamento che del fenomeno del precariato prolungato. Scrivevamo infatti nel libro:

Se da un lato l’abbassamento dell’età pensionabile è auspicabile, almeno per rimetterci in linea con gli altri paesi sviluppati (e non!), dall’altro è chiaro che l’innalzamento dell’età alla quale si viene assunti nel mondo universitario aggraverà la situazione dei nuovi dipendenti. La diminuzione dell’età pensionabile funzionerà a tutto danno proprio delle ultime generazioni, quelle più penalizzate dalla situazione che si è creata negli ultimi tre decenni. Chi è assunto a 40 o 45 anni riuscirà ad andare in pensione con un’anzianità contributiva che gli permetta di sopravvivere dignitosamente?

 

Il problema è dunque di importanza fondamentale per qualsiasi tentativo serio di riforma (e l’attuale Gelmini disegno di legge semplicemente non lo considera). Ma insieme a questo c’è il problema del pensionamento massiccio che inevitabilmenteavverrà nel prossimo decennio quando il famoso”tsunami” arriverà alla costa dell’età pensionabile. Si può stimare che 1/3 dei docenti attuali andranno in pensione dell’arco di pochi anni (vedi la figura a lato che mostra la distribuzione in età dei docenti universitari nel 1997 e nel 2008), mentre il numero di precari è stimato essere dello stesso ordine di grandezza del numero di docenti di ruolo (circa 60,000 unità). Di nuovo, un tentativo di riforma serio, come pure un’opposizione politica consapevole e responsabile, dovrebbe tenere presente la dimensione di questi fenomeni e capire quali siano le conseguenze per l’università per intervenire in tempo. Senza lasciare che sia il sistema stesso a cercare da solo delle vie di sopravvivenza (docenti a contratto) e senza creare le condizioni per una massiccia ope-legis. Mentre si capiscono le mire della riforma Gelmini, lo smantellamento dell’università pubblica, non si riesce a capire perché l’opposizione parlamentare del PD non riesca ad uscire da uno stato di subalternità culturale ed elaborare delle proposte sistematiche per una riforma del sistema universitario e della ricerca che tengano in considerazioni quali siano i problemi reali dell’università, sia attuali che in prospettiva. L’abbassamento dell’età pensionabile è sì una proposta concreta che va nella direzione giusta, ma deve essere integrata da una visione lungimirante del ruolo dell’università che non si riesce a capire quale sia.

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