Riceviamo e volentieri pubblichiamo.

Il precariato nelle università è ormai riconosciuto come uno degli elementi di maggior criticità del sistema accademico italiano, e nel corso dell’ultimo anno è più volte riemersa l’intenzione, da parte delle forze politiche, di affrontare questo tema.

L’ADI non può che guardare con favore alla volontà di intervenire, finalmente, su norme che hanno avuto e hanno tutt’ora un effetto devastante sulle condizioni di vita di decine di migliaia di giovani ricercatori; questo intervento però deve essere fatto sulla base di ben determinati criteri.

Nella Proposta per la riforma del Dottorato di Ricerca in Italia abbiamo provato a indicare alcune delle azioni da intraprendere, così come abbiamo fatto con la campagna “Ricercatori Determinati”, condotta nel 2018 assieme alla FLC-CGIL e caratterizzata da proposte concrete per dare dignità, tutele e certezze al lavoro dei ricercatori italiani.

Il presupposto fondamentale per ogni discussione riguardante il reclutamento universitario è il riconoscimento che questo è stato il settore che ha pagato più duramente gli interventi legislativi ed economici seguiti alla crisi del 2008. È ora necessario un investimento che noi stimiamo nell’ordine del miliardo e mezzo di euro (corrispondente a circa lo 0,075% del PIL 2018) per dare respiro al comparto e iniziare a rispondere alle necessità più urgenti.

Qualsiasi proposta di riforma che non preveda questo investimento risulterà in una carneficina ai danni dei precari.

Riteniamo inoltre che la democratizzazione del sistema universitario sia un’assoluta priorità, e che la lotta al baronato non possa essere efficace senza un ampliamento delle rappresentanze di tutti i lavoratori universitari, strutturati e non.

Stanti queste prime riflessioni, analizziamo qui quelli che riteniamo punti qualificanti delle proposte in discussione durante l’audizione condotta lo scorso mercoledì 26 giugno dalla VII Commissione permanente della Camera dei Deputati (Cultura, Scienza e Istruzione), una a prima firma dell’onorevole Daniela Torto ed un’altra a prima firma dell’onorevole Alessandro Melicchio.

 

Reintroduzione RTI

Il primo di questi è senza dubbio la proposta di reintroduzione della figura del Ricercatore a tempo indeterminato, pur con la differenza, rispetto a quanto previsto dalla normativa precedente la c.d. “Riforma Gelmini”, dell’assegnazione anche di compiti di didattica.

Non siamo convinti che la reintroduzione di questa figura possa realmente fare la differenza. Tra le nostre motivazioni, ben delineate durante la campagna congiunta con FLC-CGIL, spiccano le seguenti:

  • Democraticità del sistema
    Com’è noto, la Riforma Gelmini ha avuto un forte effetto di concentrazione del potere nelle mani dei Rettori e della I fascia della docenza; la reintroduzione del RTI non aiuta a ridurre la concentrazione del potere ai vertici del sistema accademico, rappresentati dai rettori, direttori di dipartimento e professori ordinari, che governano gli stanziamenti e le scelte politiche interne agli atenei.
  • Corrispondenza degli organici con le tre “missioni” dell’università:
    didattica, ricerca e trasferimento della conoscenza.

    Riteniamo inopportuno prevedere una figura così fortemente caratterizzata su una soltanto di queste direzioni.

Pensiamo, invece, che sarebbe necessario procedere verso l’istituzione del ruolo unico della docenza, come richiesto dalla piattaforma Ricercatori Determinati, o, qualora venga mantenuta la divisione in fasce della docenza, far sì che a tutte queste sia garantito il pieno godimento dei diritti politici all’interno degli atenei.

Dev’essere anche chiaro che se si vuole giustamente ridurre la precarietà e dare risposte a chi ormai da anni aspetta di essere stabilizzato, non c’è alternativa a un forte investimento economico.

In ogni caso, proprio per quanto detto sopra, è largamente auspicabile che un eventuale nuovo RTI sia a pieno titolo incluso in tutti gli organi di governo degli atenei e goda pienamente dei diritti politici in seno a quegli stessi organi, contribuendo a democratizzare il sistema.

 

Concorso nazionale

Risulta difficile quantificare la reale incidenza di questa disposizione: se in alcuni casi potrebbe fare la differenza in positivo, rendendo più facilmente tracciabile i casi di manipolazioni dei concorsi rispetto a quelli locali, nella cronaca riguardante l’ASN sono emersi anche casi in cui dei malintenzionati sono riusciti costruire “cordate” sufficientemente ampie da orientare il lavoro delle commissioni.

Nel complesso, la più efficace possibilità di contrasto alle baronie è la democratizzazione del sistema, con il superamento della distinzione ormai arcaica tra professori di I fascia, II fascia e ricercatori.

Come ulteriore dettaglio, il sistema della graduatoria nazionale rischia di creare gravi problemi per le assunzioni nei numerosi SSD che hanno grande variabilità interna: una graduatoria nazionale non terrebbe conto delle “scuole” e della specificità della ricerca dei singoli dipartimenti, essendo gli SSD più larghi rispetto alle reali esigenze dei singoli atenei. Si dovrebbero studiare e attuare delle misure intermedie che vadano a tutelare sia la trasparenza dei concorsi sia la tipicità della ricerca nelle nostre Università. Si potrebbe però effettuare una selezione su due livelli, stilando una prima classifica su base nazionale e successivamente valutare l’adeguatezza del candidato alle posizioni disponibili sulla base delle pubblicazioni scientifiche. Sarebbe inoltre opportuno dare la possibilità ai candidati di inserire una indicazione territoriale nel momento in cui si partecipa al concorso per evitare il rischio di una mobilità forzata.

Inoltre, la volontarietà dei professori per il sorteggio nelle commissioni di concorso è un comodo grimaldello per le cordate per condizionare la composizione delle commissioni stesse.

È infine assolutamente velleitario pensare di affrontare il tema del reclutamento senza provvedere alla riforma del sistema dell’ASN.

 

Riforma del pre-ruolo

A priori, sottolineiamo che l’introduzione di forme contrattuali con maggiori garanzie è assolutamente necessaria. Ogni tipo di contratto universitario deve essere reso di tipo subordinato, con tutti i diritti e le tutele sociali e previdenziali che ciò implica.

La specifica di un minimo salariale, peraltro maggiore rispetto a quello oggi riconosciuto agli assegni di ricerca, è un provvedimento che richiediamo da tempo. Tuttavia, per essere efficace necessita di essere integrato con opportuni meccanismi di rivalutazione, necessari per evitare la progressiva svalutazione della cifra specificata.

Nel complesso, l’istituzione di un portale unico dei concorsi dell’Università e della Ricerca e la possibile revisione del sistema di valutazione sembrano andare verso un sistema più trasparente. Sarebbe però inaccettabile se ciò si traducesse in un automatismo della selezione: è impensabile e dannoso selezionare ricercatori e docenti con modi diversi dal giudizio tra pari o “peer review”, ossia la valutazione tipicamente adottato nel mondo scientifico che assoggetta un lavoro al giudizio degli esperti dello stesso settore scientifico.

 

Contratto pre-doc

Riteniamo inopportuno l’inserimento di questo contratto nella modalità in cui è previsto nelle proposte in esame, in quanto va erroneamente ad aumentare i tempi del pre-ruolo, che andrebbero invece ridotti; inoltre si consegna ai docenti un ulteriore strumento per avvantaggiare o meno un neo-laureato che aspira al dottorato di ricerca, poiché è inevitabile che chi abbia fruito di questa posizione guadagni un anno di formazione e un titolo in più nel momento in cui si presenterà al concorso per il dottorato.

Si può inoltre prevedere che sarebbero le cattedre e le università più ricche a poter maggiormente istituire queste posizioni: l’effetto dunque sarebbe l’introduzione di ulteriore disparità in un sistema in cui andrebbero invece urgentemente ridotte le disuguaglianze.

Questo contratto potrebbe essere utile se utilizzato per coloro che hanno già vinto il concorso per l’accesso al dottorato:  permetterebbe infatti di iniziare un’attività di ricerca retribuita nel tempo che intercorre tra la fine del concorso e l’inizio formale del ciclo di dottorato.

 

Nuovo post-doc

Innanzitutto, va chiarita l’accessibilità del nuovo post-doc, specificando norme transitorie per le diverse figure attualmente precarie. Ciò è fondamentale per evitare la possibilità che si rinnovi lo sfruttamento di una generazione di ricercatori già vessata dall’attuale situazione, e che qualsiasi riforma si traduca nella “rottamazione” dei precari di età più elevata che in questi anni di disinvestimento hanno garantito che le università potessero svolgere i propri compiti. Tuttavia è anche necessario permettere l’accesso ai nuovi contratti a coloro che hanno accumulato pochi anni di post-doc, garantendo una transizione il più possibile fluida e ordinata al nuovo sistema.

Va inoltre sottolineato che un punto centrale è rappresentato dal limite temporale di questo contratto: non si può più procedere per estensioni di contratti precari (come accade ora). Ribadiamo inoltre che non si può prescindere dalla collocazione di questo contratto pienamente nella tipologia della subordinazione.

 

Proporzioni del reclutamento

Suscita enormi perplessità l’idea di vincolare il numero di posizioni bandite annualmente al numero di dottorati rilasciato. Infatti, è noto che il numero di posti di dottorato è diminuito quasi costantemente dal 2010 (si veda la VII indagine ADI sul dottorato e il postdoc) e si attesta negli ultimi anni intorno alle 8000 – 9000 unità. Vincolando il reclutamento di RTDa al 10% dei dottori di ricerca, la situazione non cambierebbe rispetto al contesto attuale, caratterizzato da circa 320 RTDb e 950 RTDa reclutati ogni anno. La situazione potrebbe addirittura peggiorare in caso di riduzione dei finanziamenti strutturali.

È necessario invece far crescere il sistema accademico, per riportarlo perlomeno ai livelli di organico pre-crisi, evitando però il ricorso a ulteriori piani straordinari ma prevedendo un reclutamento ordinato e ciclico.

 

L’investimento necessario

La più grande criticità delle proposte di riforma qui in esame è il rischio che si traduca in una massiccia espulsione degli attuali precari dal sistema accademico: come mostrato nella VII indagine sul post-doc di ADI circa il 90% degli assegnisti saranno espulsi dal sistema nel medio – lungo periodo. Questi sono i disastrosi risultati del definanziamento e blocco del turnover attuato dalla Legge 240/2010, per ovviare ai quali servirebbe urgentemente uno stanziamento adeguato a riportare l’Italia in linea con gli altri grandi paesi europei.

Con l’incremento previsto nella proposta 1608 del Movimento 5 Stelle (7,500,000 di euro del FFO per le università e 1,500,000 del FOE per gli enti di ricerca) è come provare a spegnere un incendio con un bicchiere d’acqua: questi fondi sono sufficienti a stento a sostenere poche centinaia di contratti. Ribadiamo che invece servono investimenti consistenti, intorno al miliardo e mezzo di euro, e lo sblocco totale del turnover per evitare di creare migliaia di esodati del precariato universitario, far crescere il sistema universitario italiano e metterlo in condizione di contribuire allo sviluppo economico e sociale del Paese.

 

ADI – Associazione dottorandi e dottori di ricerca in Italia

 

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1 commento

  1. Attualmente di fatto vi sono ricercatori e associati che svolgono attività didattiche, nell’ambito della terza missione, pari se non superiori a quelle degli ordinari, che, però, firmano poi i lavori. Il loro livello di ricerca è giudicato eccellente dai peers, sulla base delle sole loro produzioni.
    Tutto ciò che è nato a partire dall’ASN, che ha agito come un concorso vero e proprio, che ha spazzato via candidati forti, andrebbe superato. A questo punto, ben venga un ruolo unico.

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