Segnaliamo il parere reso dal CUN a proposito dello schema di decreto relativo all’FFO per l’anno 2016.

All’On.le Ministro

Al Capo di Gabinetto

Dott. Alessandro FUSACCHIA

Prot.n. 0013591

Spedito il 27 maggio 2016

OGGETTO: Parere su «Schema di decreto recante i criteri per il riparto del Fondo di finanziamento ordinario delle Università per l’anno 2016»

Adunanza del 25 maggio 2016

 

IL CONSIGLIO UNIVERSITARIO NAZIONALE

          VISTA la nota del Capo di Gabinetto, prot. n.11815 del 6/5/2016, con la quale si trasmette per il parere di competenza lo schema di decreto recante i criteri per il riparto del Fondi di finanziamento ordinario delle università per l’anno 2016;

 

          VISTO lo schema di decreto recante i criteri per il riparto del Fondo di Finanziamento Ordinario (FFO) delle Università statali per l’anno 2016;

 

Visto il proprio precedente parere del 20/5/2015;

 

Sentiti i Relatori;

 

FORMULA IL SEGUENTE PARERE                        

 

Il CUN rileva preliminarmente che lo schema riflette, con minime variazioni, la struttura dei decreti relativi ai FFO 2014 e 2015. Ciò consente un confronto puntuale e favorisce la definizione, da parte degli Atenei,  di alcune linee di programmazione, il che sarebbe ulteriormente agevolato dalla più volte auspicata adozione di una pianificazione pluriennale del FFO.

Si sottolinea innanzitutto che alcune importanti voci del FFO sono soggette a un’ulteriore riduzione, seppure a fronte di aumenti (non sempre compensativi) di altri capitoli di finanziamento. In particolare, il CUN rileva l’incoerenza tra la previsione contenuta nello schema di decreto ministeriale relativo alla programmazione 2016-2018 – che individua un valore del finanziamento in quota base per il 2016 non inferiore al 74% del FFO – e l’effettiva assegnazione prevista dal decreto ministeriale di riparto, pari al 68,3%, mentre era pari al 71% nel 2015.  La riduzione complessiva, considerato lo storno al bilancio dello Stato delle risorse per l’edilizia universitaria (pari a 30 milioni di euro) previsto dall’art.4, risulta di circa 32 milioni di euro e accentua il già forte divario con gli altri Paesi dell’Unione Europea.

Questa ulteriore, pur se rallentata, contrazione del FFO, unita ai permanenti vincoli sull’utilizzo del turnover, rende sempre più difficile per la maggior parte degli Atenei l’adempimento dei propri compiti istituzionali e il mantenimento di un livello adeguato di attività scientifica e didattica. Tale contrazione, peraltro, avviene in un contesto nazionale nel quale risorse economiche molto significative sono state destinate al finanziamento di iniziative di ricerca non riconducibili al sistema pubblico; l’opportunità di tale scelta è stata del resto  autorevolmente messa in discussione.

Il CUN valuta positivamente l’avvio di un piano straordinario di reclutamento di ricercatori di tipologia b) e di un seppur limitatissimo piano straordinario per i professori ordinari, che tuttavia avrebbero dovuto configurarsi come risorse aggiuntive per il sistema, e non incidere, come invece di fatto avviene, sugli altri capitoli di finanziamento. Analogamente andrebbe completato, con finanziamenti specifici e aggiuntivi, il piano straordinario per associati varato nel 2010, ma attuato in termini di risorse effettivamente impiegate e di soggetti reclutati soltanto per poco più del 50%.

Per quanto riguarda l’applicazione del costo standard ai fini della ripartizione degli interventi in quota base, questo Consesso – nel confermare l’importanza di graduare nel tempo tale applicazione –  sottolinea nuovamente che sarebbe opportuno rivedere alcuni parametri all’interno dell’algoritmo di concreta determinazione, così come già indicato nel proprio parere sul decreto di riparto 2015 («Parere sullo schema di decreto di riparto del FFO delle Università per l’anno 2015»), e nella precedente dichiarazione «in merito al D.I. 9 dic. 2014 n. 893, Costo standard unitario di formazione per studente in corso», approvata il 14 gennaio 2015.

Si rileva poi che la quota cosiddetta «premiale» ha ormai raggiunto circa un quarto delle risorse non vincolate; tale quota, per non incidere negativamente sui livelli minimali di funzionalità degli Atenei, dovrebbe essere prevalentemente aggiuntiva. A tale riguardo si osserva che, perseguendo il giusto obiettivo di evitare il tracollo finanziario di alcuni Atenei, si è costretti a porre un limite massimo alle diminuzioni e quindi, di fatto, anche agli aumenti nelle assegnazioni.

Questo Consesso inoltre valuta negativamente il fatto che la definizione dei criteri per la ripartizione della quota premiale sia demandata a un successivo decreto. Si auspica in ogni caso che i principi che presiedono alla distribuzione della quota premiale restino coerenti nel tempo, poiché un loro continuo cambiamento incide negativamente sulla capacità di programmazione degli Atenei.

 

Si auspica, infine, che il previsto finanziamento straordinario volto alla copertura dei costi derivanti dal ripristino degli scatti stipendiali del personale docente e ricercatore costituisca un finanziamento aggiuntivo e non gravi sul FFO.

 

In relazione all’articolato del decreto il Consiglio Universitario Nazionale formula le seguenti osservazioni principali:

 

Art. 2 – L’attribuzione di un peso pari al 30% degli interventi relativi alla quota base al modello del costo standard, unita alla riduzione della quota base non vincolata nella misura del 4,7% rispetto al 2015, rende ancora più significativo il peso che tale modello assume nella ripartizione delle risorse finanziarie tra gli Atenei. Al riguardo, si ritiene necessario in prospettiva rimodulare opportunamente il modello del costo standard, tenendo conto in particolare degli effetti dovuti allo squilibrio che il sistema universitario manifesta nel nostro paese, al fine di superare le criticità emerse nelle prime applicazioni. Ciò è preferibile all’introduzione di misure palliative come quelle attualmente previste per evitare gli effetti più indesiderabili che deriverebbero dalla piena messa in atto di un modello palesemente inadeguato. In tale prospettiva, l’introduzione di un intervallo massimo e minimo di variazione rispetto al parametro utilizzato per il FFO 2015 – cioè il riferimento al numero di studenti in corso – è una scelta condivisibile negli intenti, ma che non affronta il problema nodale, quello della rimodulazione del modello. Si fa osservare, inoltre, che alla ripartizione del rimanente 70% della quota base concorrerà anche il costo standard 2015: ciò determina nella ripartizione della quota base del FFO 2016 un effetto moltiplicativo, e di conseguenza un peso effettivo del costo standard ben maggiore del 30%.

In attesa di un’adeguata revisione del modello, si suggerisce pertanto di mantenere stabile al 25% la percentuale di ripartizione basata sul costo standard e di ripartire il rimanente 75% in proporzione alle assegnazioni della quota base effettuate nel 2014 anziché sulla base di quelle effettuate nel 2015.

 

Art. 3 – Non sono indicati, in quanto demandati a un successivo decreto, i criteri per la ripartizione della quota premiale, che risulta significativamente aumentata. Il CUN ritiene in proposito che dovrebbe essere esplicitamente previsto, su tale futuro provvedimento, il parere degli stessi organi che si esprimono sul decreto di riparto. Esiste al riguardo un problema di tempistica: poiché tale decreto sarà pubblicato nella seconda parte dell’anno, gli Atenei potrebbero vedere seriamente compromessa la propria capacità di programmazione della spesa. A tale proposito questo Consesso reputa che nel decreto di assegnazione del FFO 2016 sia opportuno indicare un termine ultimo (non successivo al 31 ottobre 2016) per la ripartizione della quota premiale e perequativa, indipendentemente dalla conclusione dell’esercizio VQR 2011-2014.

Inoltre, si giudica del tutto inopportuno che, in presenza di un finanziamento certamente non crescente, si proponga di elevare al 2,5% la clausola di salvaguardia – che nel 2015 era pari al 2% – e auspica che nel testo definitivo del provvedimento ci si orienti piuttosto verso una diminuzione della percentuale del 2015, mantenendo comunque la distinzione prevista per gli Atenei sardi. In tale contesto si ritiene opportuno introdurre un’analoga clausola limitativa anche in relazione ai possibili aumenti nelle assegnazioni.

 

Art. 4 – Il previsto prelievo di 30 milioni di euro dalle assegnazioni di cui ai precedenti artt. 2 e 3 rappresenta un elemento di scarsa trasparenza nel testo del decreto di riparto. Il CUN ritiene che sarebbe stato più opportuno far ricadere tale prelievo sul bilancio generale del Ministero, senza avvalersi della possibilità offerta, in termini non vincolanti, dal comma 629 della legge 28 dicembre 2015, n. 208. In subordine, sarebbe stato comunque preferibile inserire tale prelievo direttamente all’art. 1, evitando la partita di giro derivante dalla procedura attualmente prevista. Occorre inoltre verificare che tale recupero non comporti difficoltà per gli Atenei nella copertura di obbligazioni e impegni assunti per interventi già avviati.

 

Art. 5 – Trattandosi della riproposizione anche quantitativa dello stesso schema di finanziamento già previsto nell’ambito del FFO 2015, il Consiglio Universitario Nazionale non può che ribadire l’esiguità della cifra complessiva prevista per l’insieme delle misure. Si sottolinea che non sono state aggiornate rispetto al DM di assegnazione del FFO 2015 le date di riferimento per le assunzioni passibili di cofinanziamento. Inoltre, il termine previsto del 29 luglio 2016 per la formulazione delle proposte di chiamata diretta appare troppo ravvicinato -anche tenuto conto che non sono noti gli esiti delle chiamate dell’anno precedente – e tale da non consentire una corretta programmazione. Si rileva anche che nell’articolato, al settimo periodo, si fa impropriamente riferimento ai cosiddetti «punti organico» mentre la normativa si riferisce alle «risorse» destinate alle assunzioni di professori. Occorrerebbe, infine, verificare se la clausola di salvaguardia prevista per la ripartizione delle disponibilità – almeno una proposta finanziata per Ateneo – sia sufficiente a tutelare i piccoli Atenei, vista la non frazionabilità degli interventi di cofinanziamento.

 

Art. 7 – Il CUN constata che, come si evince anche dall’Allegato 1, ancora una volta non si prevede alcun finanziamento specificamente indirizzato ai Consorzi Interuniversitari di Ricerca Tematica (CIRT), a differenza di quanto avveniva regolarmente fino al 2012 e (in diversa forma) nel 2014.

 

Art. 10 – L’intervento per favorire il reclutamento di ricercatori tipo b) – e in misura molto minore quello di professori di prima fascia – è certamente positivo.  Tuttavia, per dare attuazione a tale intervento (previsto dalla legge di stabilità 2016) si è fatto ricorso alle risorse del FFO, e ciò in contrasto con l’obiettivo del provvedimento, ovvero quello di mettere a disposizione un finanziamento aggiuntivo.

Altrettanto positivo è invece il pur modesto incremento – circa 13 milioni di euro in più rispetto al 2015: peraltro, 8 milioni in meno rispetto al 2014 – delle risorse per le borse post-lauream, per il fondo giovani e per la programmazione triennale. Continuano invece a mancare le necessarie risorse aggiuntive per il finanziamento del dottorato di ricerca; appare inoltre eccessivamente elevata la quota del 60% riservata ai dottorati «innovativi», alla luce della difficoltà di attivare in tempi brevi tali percorsi.

 

Tutto ciò premesso, il Consiglio Universitario Nazionale esprime parere complessivamente favorevole allo schema di decreto, a condizione che si attenui l’effetto dell’applicazione del modello del costo standard, che siano minimizzati i margini di variazione nelle assegnazioni del FFO ai singoli Atenei e che sia stabilita una data certa per la ripartizione della quota premiale e perequativa.

 

 

 

IL SEGRETARIO                                                                                       IL PRESIDENTE

(Dott. Michele Moretta)                                                                  (Prof. Andrea Lenzi)

 

 

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10 Commenti

  1. che belli i pareri del CUN!
    1) sono scritti nel burocratese miuriano-anvuriano d’ordinanza (=la release 2.0 del latinorum di Azzeccagarbugli)
    2) fanno finta di criticare e contestare, ma alla fine esprimono parere favorevole (sub condicione: sì, una foglia di fico ci vuole, casomai qualche collega si accorgesse che anche il CUN è nudo)
    3) in ogni caso, hanno impatto sociale nullo (anche sui membri della corporazione accademica, temo)

  2. 128 righe in cui sostanzialmente si contestano i continui e confermati tagli del governo al sistema universitario italiano e 5 righe finali per esprimere un parere positivo condizionato.

    Finché sarà così, i nuovi lumpenproletari non potranno che aumentare (https://www.roars.it/online/rovine-culturali-litalia-del-sottoproletariato-cognitivo/)
    con l’attuazione di un modello classista dell’università italiana per quanto concerne sia la didattica sia la ricerca (solo per gli “eccellentissimimerrimi” boss della ricerca).

  3. Serve ancora qualche altra prova che l’università italiana pubblica è in fase di smantellamento?
    Perché se volessero riformarla e darle nuova gloriosa vita in base al concetto di merito-eccellenza-blablabla, avrebbero stanziato i fondi almeno per l’assunzione di tutti gli abilitati e di tanti RTDa o b meritevoli, quelli che sulla carta soddisfano ampiamente tutti questi oggettivi e ineffabili criteri di merito.
    Invece si investono ingenti cifre (ops, i soldi ci sono!) su IIT e Human Technopole.
    Serve ancora qualche altra prova o basta così?
    .
    Ho deciso di lavorare il minimo sindacale, anche per recuperare i miei 100 kEuro che stanno dirottando altrove.

    • brava fai bene. Spero che molti facciano cosi: minimo dovuto. Stop alla beneficenza. Affinchè ci venga restituito il maltolto e Padoan si renda conto che ha sbagliato i conti, da buon ragioniere.

  4. …che poi, ho avuto il famoso scatto stipendiale automatico: 125 euro/mese. Peccato che nel frattempo, in questi anni, sul cedolino siano apparsi altri meravigliosi oboli da versare, leggasi addizionale comunale, regionale… e di loro sorella. Per un ammontare che varia, a seconda dei mesi, tra gli 80 e i 90 euro. Risultato: l’aumento netto è di circa 35 euro al mese! Dopo 6 anni.
    Ma qualcuno sta ancora lavorando?

  5. Poco. La voglia di lavorare è mediamente a picco. I colleghi più anziani delegano su ogni cosa ai più giovani. Molti si demotivano nel fare ricerca, i carrieristi prendono incarichi di ogni genere per poi lamentarsi del lavoro spaventoso. E’ un mondo invivibile per tutti. Quousque tandem?

  6. queesto è il reault: nessuno fà più oltre del minimo sindacale dovuto. Hanno ottenuto quello che volevano : abbassare il livello.

    Vero che manca totalmente un minimo di sano corporativismo e anche di buon senso.
    Il CUN serve a qualcosa ? Si, ha a fare gli interessi dei gruppuscoli che mandano colà il loro rappresentante, rappresentante di settore quando va bene. se non anche di un drappello di 4 o 5 persone. Questo è l’ unico scopo del CUN, che viene ascoltato solo su questioncelle che potrebbe risolvere un ragioniere al primo impiego.
    I carrieristi,è vero, cercano di prendere a man bassa per poi lamentarsi, ma intanto portano avanti i propri interessi e quelli del grupposcolo che li ha sostenuti, in una situazione di pochi soldi, mors tua vita mea.

    Comunque a Roma hanno già preso una bella batosta a Torino pure, nelle altre città ci sono andati vicino. Al referendum ne prendono una ennesima (speriamo) dopo di chè vediamo.

    I rettori, come diceva un rettore defunto, sono ormai degli zerbini, tranne pochi , come osservava Diamanti cosa non si farebbe per uno scranno, in cerca di un posticino, magari all’ anvur per soddisfare il proprio ego.

    Siamo in un teatrino popolato da caricature.

  7. E’ desolante.
    Il livello del dibattito fra docenti universitari e aspiranti tali, a volte, è davvero desolante.
    Qualunquismo e frustrazione sopra ogni cosa, si spara nel mucchio e la si spara grossa. Più o meno come in qualsiasi forum online.
    Peccato perchè Roars resta una risorsa preziosa.

  8. @andreag: vero, ma in parte: ‘qualunquismo’ è un’etichetta generica che esprime più il sentimento di chi la usa, mentre la frustrazione è reale, quotidiana, continua e riflette anche il mancato riconoscimento sociale; d’altronde i docenti universitari non sono alieni, non vivono in alcuna torre d’avorio, sono cittadini come tutti gli altri, spesso abbandonati a se stessi e svillaneggiati da coloro per cui uno stipendio di poche migliaia di euro equivale alla paghetta che elargiscono ai figli o alle spese per i loro domestici; a volte i docenti sono solo più consapevoli del disastro a cui il paese sta andando incontro e delle macerie che erediteranno i più giovani se non si riesce a fermare l’involuzione economica, sociale e culturale in atto.

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