Pubblichiamo di seguito la lettera con cui Stefano Paleari, rettore dell’Università di Bergamo, si è candidato alla Presidenza della CRUI. Nella lettera vengono individuati quattro punti per il rilancio dell’università: (i) autonomia, (ii) semplificazione, (iii) misure per la competitività e la cooperazione, (iv) finanziamento del sistema universitario italiano.

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3 settembre 2013
Presidenza CRUI Elezioni del 18 settembre 2013
Candidatura di Stefano Paleari

Care Rettrici, cari Rettori,

il prossimo 18 settembre saremo chiamati a eleggere il nuovo Presidente della nostra Associazione. E’ una scelta che, prima ancora che alla persona, attiene all’idea di Università, al suo ruolo nella società, al compito che l’alta educazione è chiamata a svolgere oggi, in un Paese in condizioni così delicate come il nostro.

Svolgo il ruolo di Rettore dall’ottobre del 2009 e, dal maggio del 2011, sono stato eletto nella Giunta della CRUI e designato Segretario Generale dal Presidente Mancini.

Mi è stato chiesto da molti colleghi di rendermi disponibile per rappresentare la CRUI nel prossimo periodo. Li ringrazio perché sento che il loro intento è un riconoscimento anche al lavoro costruito insieme in questi anni. Le Rettrici e i Rettori italiani hanno già dato prova di unità e forza in Europa durante le ultime elezioni per il board della European University Association (EUA). Un esempio di determinazione, di unità e di amore per l’Università. Non dimenticherò mai lo sforzo fatto dalle Università italiane, dai Rettori e dai loro delegati per essere a Ghent a sostenere le ragioni del nostro Paese. Se ne sentiva il bisogno e non lo vedevamo da anni. Con questo stesso spirito, se avrò la vostra fiducia, affronterò il nuovo compito.

Debbo confessare che il periodo trascorso mi ha molto segnato, come ricercatore e come persona. In un contesto di tagli iniziati proprio con interventi nel campo della cultura e dell’educazione, ho vissuto nei primi mesi del mio mandato di rettore l’iter di approvazione della “Riforma Gelmini”. La nostra Associazione ha subito il colpo, si è ritrovata a svolgere un ruolo di rimessa, quasi aggredita dal sistema politico e incolpata anche all’interno delle stesse Università. Non è stato facile per il Presidente Mancini in questi ultimi due anni riportare la CRUI a essere rispettata, a riprendersi la sua funzione di rappresentanza e, soprattutto, a essere coesa nel richiamare il legislatore alle proprie responsabilità mentre la crisi economica colpiva nuovamente la Scuola e l’Università con tagli che, sommati ai precedenti, facevano dell’alta educazione il primo bersaglio delle politiche economiche nazionali. Anche per questo voglio ringraziare Marco, per averlo visto all’opera, per lo sforzo profuso senza risparmiarsi, per i risultati raggiunti e per tutto quello che mi ha insegnato.

Allo stesso modo, l’attività nella Giunta della CRUI, che si è svolta in un clima di autentica collaborazione e di amicizia, mi ha fatto cogliere da vicino l’importante ruolo che la nostra Associazione ha dovuto svolgere e, soprattutto, il valore dell’unità che si misura proprio dalla consapevolezza di quanto le differenze arricchiscono.

Le difficoltà del periodo trascorso e ancora attuali per l’Università italiana, diciamolo, sopravvissuta quasi miracolosamente ma molto indebolita dalle scelte politiche, hanno anche suscitato in noi le domande più forti: chi è e che cosa deve fare la CRUI? Quali sono oggi i suoi principali obiettivi?

A mio avviso quattro sono i punti fondamentali per il rilancio dell’Università italiana che la CRUI deve far propri: autonomia, semplificazione, misure per la competitività e la cooperazione e finanziamento del sistema universitario italiano (adeguato, ben definito e stabile).

Quello che stiamo vivendo è un passaggio importante, con elementi inediti. Basti pensare che nei prossimi mesi la nostra Associazione vedrà il ricambio di quasi il 50% dei suoi rappresentanti, un fatto che, insieme a quello del “mandato unico” per i Rettori, richiederà una riflessione sugli attuali assetti al fine di rendere la CRUI sempre attenta e pronta a raccogliere le idee e l’impegno dei nuovi Rettori. Per questo è essenziale che gli obiettivi della CRUI siano chiari e robusti, che partano dalla consapevolezza delle diversità fra gli Atenei, ne tengano conto, non le disperdano e facciano di esse una ricchezza.

L’unità della CRUI e la condivisione degli obiettivi è la via maestra anche per togliere ossigeno ai luoghi comuni che danno una rappresentazione spesso non veritiera della vita nelle nostre Università e dei rapporti fra di esse e con il territorio.
E’ mia convinzione che i prossimi anni saranno di svolta per l’Università italiana. Il punto di partenza è drammatico: siamo arretrati di 10 anni come personale e fondi, le sofferenze sono ormai grandi in tutte le aree scientifiche e si acuiscono in modo particolare in quelle aree che rappresentano la nostra tradizione culturale e che, oggettivamente, hanno più difficoltà a ottenere finanziamenti dall’esterno, è stata cancellata nei fatti l’autonomia di governo delle Università, siamo risucchiati da un delirio normativo.

Occorre, tutti insieme, contrastare questa deriva. Occorre dire che l’Università svolge una fondamentale funzione sociale, è un’Istituzione di servizio, ai giovani e alla loro formazione, alla ricerca e alla conoscenza, alla società intera. Cosa sarebbero le nostre città, grandi e piccole, senza il ruolo sociale prima ancora che formativo delle Università? Le Università sono il tessuto connettivo di molte città, un tratto europeo non rilevato ancora da alcuna classifica.

Nessuna ripresa è possibile senza l’assegnazione al sistema universitario del Paese del ruolo che gli spetta. Un Paese diventa competitivo se libera le sue energie, se è capace di offrire opportunità alle nuove generazioni, se crede fino in fondo nell’uguaglianza di genere, se non discrimina.

E un Paese è competitivo se lo sono Scuola e Università. Per questo la CRUI deve dare il suo contributo a ispirare il nuovo modello culturale sotteso a un’Università, europea nei fatti e pienamente al servizio del Paese, di tutto il Paese. Dobbiamo tenere conto delle nostre differenze, penso ad esempio alla complessità con cui devono misurarsi i Rettori dei grandi Atenei, al ruolo svolto dagli Atenei che vedono la presenza delle discipline mediche e sanitarie, alla presenza dell’Università e della cultura come riferimento per l’Unità del Paese, tanto nelle zone più deboli quanto in quelle di avanguardia. Di tutto ciò sono consapevole e credo anche nella necessità e nella possibilità di una sintesi progettuale unitaria.

L’Università ha già pagato a caro prezzo le politiche di austerity che, ciò nonostante, non hanno risanato i conti pubblici e non hanno avviato la ripresa; significa che non si doveva partire da lì, che si doveva fare esattamente il contrario come insegnano altri Paesi europei.

Dalla formazione e dalla ricerca riparte il nostro Paese. Per l’Università italiana lo Stato investe un terzo (!) di Francia e Germania. Ricordiamolo sempre ai nostri interlocutori politici, anche a quelli con i migliori propositi, quando richiedono all’Università italiana un migliore posizionamento internazionale.

L’Università vuole essere valutata, tanto nella didattica quanto nella ricerca, vuole procedure di reclutamento trasparenti e severe, vuole che sia dato un vero diritto allo studio per i capaci e i meritevoli anche se privi di mezzi, vuole inserire le nuove leve nella ricerca perché sappiamo che esse sono da sempre (non dimentichiamo gli Stati Uniti negli anni Trenta e Quaranta del secolo scorso!) il vero motore dello sviluppo di un Paese.

L’Italia è in crisi perché si è fermato l’”ascensore sociale”. Le famiglie rinunciano a mandare i figli all’Università non per libera scelta ma per censo o per luogo di nascita. Uscire dalla crisi significa ridare la speranza ai giovani. In una società sempre più della conoscenza questo si può fare solo rilanciando i sistemi di alta educazione. In un Paese civile e sviluppato l’Università non è un lusso ma una necessità; le “soglie europee” nell’alta educazione, da cui l’Italia è tanto distante, ne sono la prova.

Per fare questo servono scelte politiche chiare e giuste. Nemmeno i soggetti più forti traggono vantaggio da politiche sbagliate che ledono l’autonomia e spengono il desiderio di migliorare e competere. Chi gestisce l’Università è pronto ad assumersi le proprie responsabilità fino in fondo, a chiudere ogni spazio all’autoreferenzialità, ma vuole tutta l’autonomia necessaria e un quadro normativo semplice, risposte univoche e stabili nel tempo.

Autonomia e semplificazione, due obiettivi imprescindibili per il rilancio dell’Università italiana. L’autonomia significa anche innovazione e senza capacità innovativa non siamo in grado di dare un’opportunità ai nostri giovani migliori. Siamo stanchi di spendere le nostre energie per chiedere cose che sono ovvie e dovute o per rispondere a ripetuti e talvolta contraddittori interventi normativi.

L’indice 2013 elaborato dalla Commissione europea sulle aree più competitive d’Europa per la prima volta esclude l’Italia, anche le sue Regioni più sviluppate. C’è da meravigliarsi? Chiediamoci quanti ricercatori per abitante hanno le Regioni europee più forti secondo il rapporto della Commissione e avremo già una prima risposta. Forse si pensava che il taglio dei fondi del 20% negli ultimi 4 anni all’Università e alla ricerca e la conseguente riduzione del personale docente e ricercatore non sortissero alcun effetto? Va subito invertita questa tendenza aprendo l’Università ai giovani, anche in forme nuove prese dalle migliori pratiche internazionali.

Per salvare i Paesi mediterranei dal default la Banca Centrale Europea ha agito in termini “non convenzionali”. Anche noi dobbiamo essere pronti a misure e risposte “non convenzionali” per salvare l’Università italiana dando una prospettiva ai nostri giovani.

Un nuovo modello culturale, una ritrovata autonomia, la semplificazione delle procedure, l’apertura internazionale, misure per la competitività del sistema e, non meno importante, un nuovo modello di finanziamento dell’Università italiana.

Senza un modello equo ed equilibrato e soprattutto stabile di finanziamento le stesse procedure di valutazione, di reclutamento, di premialità non possono concretamente indirizzare le politiche delle singole Università. Si decida come finanziare gli Atenei, con quale contributo da parte dello Stato (non dimenticando che persino nel Regno Unito, indicato spesso come un esempio di un finanziamento pubblico molto limitato, lo Stato spende per l’Università il 50% in più che in Italia), si chiarisca e si riconosca una volta per tutte il ruolo delle Università nell’ambito del sistema Sanitario nazionale e poi si lasci agli Atenei la possibilità di lavorare per migliorarsi, integrarsi e competere per poi essere valutati.

La CRUI può e deve svolgere un ruolo in tutto questo. Lo ha ricordato il Presidente Mancini nella nostra ultima Assemblea. Serve una CRUI “ex ante” e non (più) “ex post”. Il nostro compito, da subito, è proporre un’idea di Università e gli strumenti per poter servire le giovani generazioni e competere a livello internazionale. Dove, ovviamente, la competizione non è disgiunta dalla cooperazione. Si cresce insieme e le Università sono ambasciate culturali, competono e cooperano.

La nuova idea di Università è quella peraltro su cui ci si interroga ora in tutto il mondo, tanto in Europa quanto nei Paesi anglosassoni incalzati dalle nuove potenze emergenti e dalla difficile sostenibilità del “modello statunitense”.

E’ tempo di tornare in Europa, a partire dalle Università. Ci entreremo con tutte le nostre differenze perché le stesse sono una ricchezza se all’interno di un quadro di valori riconosciuti e rispettati. Una sorta di ecosistema bene esemplificato, tra l’altro, dalla presenza essenziale delle Università non Statali e dalla loro collaborazione virtuosa con le Università Statali.

La CRUI deve infine sottolineare la sua soggettività politica, che significa progetto, azione e autonomia di giudizio, un ruolo propositivo e obiettivi alti, l’orgoglio di essere donne e uomini di scienza. Questo può essere un traguardo per tutti noi e per la nostra Associazione.

Sappiamo che il tempo dedicato alla CRUI si aggiunge all’impegno profuso da ognuno di noi per la propria Università e per il proprio territorio. Per questo dobbiamo sentirci tutti partecipi di un progetto così importante, quello di lavorare per dare una prospettiva ai giovani e per migliorare il nostro Paese. Il mio ruolo, se vorrete concedermi la vostra fiducia, sarà adeguato se potrà contare anche sull’impegno e sulle competenze dello staff della nostra Associazione, a cui chiederò molto sapendo di essere corrisposto, e sul vostro contributo, se saprò ascoltare e sentirò quella comunità di intenti, quella collegialità che permette le grandi imprese anche nelle condizioni più difficili.

Vi ringrazio per l’attenzione.

Stefano Paleari

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