«Dopo una decina di anni tutti sarebbero a rimpiangere com’era prima e, nel frattempo, avremo paralizzato definitivamente le Università statali e provocato nuove voragini nei conti pubblici». È questa la conclusione del primo atto della tragedia, ispiratami da una frase sibillina del documento “La buona Università e la buona Ricerca”: «Restituire autonomia agli Atenei con l’uscita dell’università dal campo di applicazione del diritto amministrativo (cioè dalla pubblica amministrazione)». La cosa ha stimolato la mia curiosità e ho cercato di documentarmi un po’. Ne è venuta fuori una tragedia in tre atti che voglio dedicare rispettivamente a Giacomo Puccini, Vittorio Alfieri e a Nikolai Vasilievich Gogol.

Il  seguito:

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Il documento La buona Università e la buona Ricerca indica fra le Azioni: quasi tutte a costo zero la seguente priorità:

Restituire autonomia agli Atenei con l’uscita dell’università dal campo di applicazione del diritto amministrativo (cioè dalla pubblica amministrazione).

Molti si sono chiesti cosa significa questa frase sibillina.

La cosa ha stimolato la mia curiosità e ho cercato di documentarmi un po’.

Ne è venuta fuori una tragedia in tre atti che voglio dedicare rispettivamente a Giacomo Puccini, Vittorio Alfieri e a Nikolai Vasilievich Gogol.

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PA Exit Strategy Atto I: Madama Butterfly

E’ indubbio che uno dei problemi maggiori dell’Università e della Ricerca risiede nella burocrazia assurda e surreale, che la accomuna al resto della Pubblica Amministrazione (di seguito PA) nel rendere estremamente e inutilmente complicato fare qualsiasi cosa elementare, come assumere un collaboratore, acquistare un qualunque oggetto o farsi rimborsare una missione fuori sede.

La soluzione più semplice poteva essere la soppressione di ogni norma inutilmente burocratica che vincola la PA.

Non ci vorrebbe molto: il delirio è iniziato intorno al 2007 – e non a caso la crisi è cominciata poco dopo – per cui basterebbe rivedere tutte le leggi finanziarie e i decreti emergenziali degli ultimi anni per cassare tutto ciò che è controproducente o ingiustificatamente burocratico.

Nonostante le dichiarazioni del Governo in merito alla semplificazione, la linea sembra tuttavia andare in direzione completamente opposta come stanno a dimostrare, fra le altre, le nuovissime norme in materia di fatturazione elettronica, split payment e reverse charge: per incassare i tributi con ulteriore anticipo rispetto a tempi già fin troppo anticipati, il Governo introduce nuovi elementi di complessità che penalizzano non solo la PA, ma anche tutti gli operatori economici che le offrono beni e servizi.

Il MIUR pare proprio schierato in prima linea come dimostra quel capolavoro di burocrazia che è l’ultima circolare del Direttore Generale del 17 Aprile 2015 con oggetto Punti organico e programmazione assunzioni 2015 che obbliga le Università – in spregio alla loro autonomia – a riservare per il 2015 e il 2016 una quota del 30% dei punti-organico delle cessazioni del personale tecnico-amministrativo alla mobilità del personale delle Province e della Croce Rossa Italiana (sic). Rimando all’eccellente articolo di Paolo Rossi Per una storia del punto organico e al mio commento al post in cui ho ironicamente previsto le possibili conseguenze.

Se quindi nessuno sembra veramente intenzionato a prendere sul serio la semplificazione, allora vuol dire che la strategia deve essere un’altra.

Siccome i casi più assurdi e grotteschi di burocrazia riguardano l’Università e poiché gli universitari esprimono una crescente insofferenza, la soluzione che si prospetta è l’uscita dei cosiddetti Atenei statali dalla PA.

Questa generica intenzione può concretizzarsi in modi diversi.

La prima soluzione, più drastica, potrebbe essere la trasformazione delle Università statali in fondazioni di diritto privato, possibilità peraltro già prevista dalla Legge 30 dicembre 2010, n. 240.

Non sono ideologicamente contrario a priori. Si tratterebbe di seguire il modello giapponese: qualche anno fa infatti le Università nazionali in Giappone sono state trasformate da un giorno all’altro in fondazioni (kokuritsu daigaku hōjin) e non è successo niente di grave. Esse funzionano ora su per giù come funzionavano prima, senza grosse semplificazioni né complicazioni.

L’enorme debito pubblico del Giappone non ne ha beneficiato, visto che è rimasto enorme, e la straordinaria efficienza delle Università giapponesi – se comparata alla nostra – è rimasta straordinaria.

Se un collega giapponese ha bisogno di un collaboratore adesso che è in una fondazione, esattamente come prima quando era nella PA, sceglie chi vuole e stipula in 10 minuti un contratto con i propri fondi di ricerca, se deve comprare un computer lo acquista in negozio o sul web dove costa meno e dove glielo consegnano prima, se deve rimborsare una missione a un collaboratore chiede una nota spesa e poi apre il cassetto e rimborsa in contanti seduta stante.

Per di più, adesso come prima, il cassetto della scrivania con i soldi per i rimborsi non è nemmeno chiuso a chiave e neanche la porta dell’ufficio, perché nessuno si sogna di rubare né nella PA né in una fondazione.

In Giappone, nonostante i gravi problemi di indebitamento pubblico, le Università-fondazioni di oggi, esattamente come le Università-PA di ieri, non hanno i controlli preventivi di legittimità della Corte dei Conti, il bilancio unico, la tracciabilità dei flussi finanziari, le limitazioni di turnover, i punti-organico, la PEC, la fattura elettronica obbligatoria, la SUA, la VQR, l’ASN, il mercato elettronico della PA, lo split payment e tutte le altre sciocchezze che abbiamo inventato noi negli ultimi anni in nome della Legalità.

L’unica cosa di cui i colleghi giapponesi si lamentano a causa dell’ingresso dei privati e delle grandi industrie nei consigli di amministrazione delle loro Università-fondazioni è il fatto che la libertà di ricerca e di insegnamento è stata significativamente limitata.

Ma questo non è poi un grosso problema: loro mica ce l’hanno fra i principi fondamentali della Costituzione la libertà di ricerca e di insegnamento. Noi invece sì, all’art.33:

L’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento.

grazie a Piero Calamandrei e ad Aldo Moro.

Di fatto quindi con la trasformazione delle Università in fondazioni è sì cambiata la governance, ma per il resto non è cambiato molto e pare che nessun collega giapponese abbia fatto harakiri quando la sua Università è diventata fondazione.

Loro però sono Giapponesi, ovvero un popolo che per cultura e tradizione è capace di darsi regole chiare e di farle rispettare.

Noi Italiani no, in queste cose proprio non siamo portati e, infatti, abbiamo già dato ampia dimostrazione di ciò che siamo capaci di fare con le fondazioni, in campo politico, bancario, culturale e delle amministrazioni locali.

Per questo già pavento l’assurda impalcatura normativa che verrebbe approntata per la trasformazione, i lunghissimi periodi di inerzia e di incertezza, gli ancora più lunghi e incerti tempi di avvio del nuovo corso, gli errori, i ripensamenti, gli aggiustamenti e le varianti in corso d’opera, il diluvio di decreti, di circolari e di sperimentazioni, i ricorsi al TAR, al Consiglio di Stato, alla Consulta e alla Corte Europea.

Dopo una decina di anni tutti sarebbero a rimpiangere com’era prima e, nel frattempo, avremo paralizzato definitivamente le Università statali e provocato nuove voragini nei conti pubblici.

Per questi motivi mi auguro che questa non sia la soluzione prescelta.

(segue)

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5 Commenti

  1. Ma perché proporre sempre di uniformarsi a modelli altrui?
    Perché deve essere intrinsecamente buono?
    L’Italia non ha forse una tradizione universitaria di quasi un millennio?
    Perché ci siamo trovati sul groppone una classe politica di distruttori ignoranti? Ma CHI GLIELO HA CHIESTO DI FARE TUTTE QUESTE RIFORME?

  2. In una Fondazione di diritto privato (e di questo si tratterebbe), vigono contratti di lavoro di natura privatistica. Questo vuol dire che se per caso un ricercatore si trovasse a svolgere mansioni superiori al suo grado, potrebbe fare una causa di lavoro e chiedere al giudice di essere inquadrato al livello superiore. Se si trovasse ad esempio a gestire un progetto, potrebbe chiedere di diventare associato, perché nel suo contratto non sta scritto che il coordinamento di progetti è una sua specifica mansione. Il risultato è che in una Fondazione verrebbe vietato ai ricercatori di far qualsiasi cosa che non rientra nel loro specifico mandato contrattuale. Ti immagini che casino…

    • Con “nuovi” contratti di lavoro privati, non con la L.382/80: contratti che sicuramente *obbligherebbero* i ricercatori alla didattica frontale in dosi massicce. Puoi starne certo. E puoi anche scordarti di commentare pubblicamente le scelte e i problemi dell’istituzione che ora è una controparte contrattuale, pena conseguenze molto serie. Altro che “beneficio”!

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