«The counting of books will help British universities, especially Oxford and Cambridge» aveva vaticinato Richard Holmes sul suo blog University Ranking Watch. E anche: «Since the host city or university of THE summits somehow manages to get in the top ten, Berkeley will recover from last year’s fall to 13th place.» Beh, Holmes ci ha azzeccato in pieno: grazie ad un paio di provvidenziali “ritocchi” delle regole del gioco, Oxford sale sul gradino più altro della classifica di Times Higher Education, mentre Berkeley, rientra, seppure a pari merito, nella Top 10. Ci azzecchiamo anche noi di Roars: i ritocchi delle regole non hanno portato vantaggi alle italiane, metà delle quali arretrano, Scuola Normale e Sant’Anna incluse (che non dovrebbero comparire in una classifica di università, ma tant’è). Ci si può consolare con la Free University of Bozen-Bolzano che si accomoda nello scaglione 251-300 insieme a Roma Sapienza e davanti a Milano, Padova e Pavia che seguono nello scaglione 301-350. L’asso nella manica degli altoatesini? L’impatto citazionale dove ottengono 96.1/100, prendendosi il lusso di superare blasonati atenei come il Karolinska Institute (95.9/100), l’University College London (94.0/100), King’s College London (93.5/100), il Politecnico di Zurigo (92.5/100) e il Georgia Institute of Technology (90.8/100). Non per niente, era stato proprio questo squinternato indicatore che nel 2010 aveva proiettato Alessandria d’Egitto al quarto posto dell’impatto citazionale davanti a Stanford e Harvard. Quello di oggi è un altro assaggio delle spintarelle e della pseudoscienza bibliometrica su cui poggiano i ranking internazionali.

1. Cronaca di una spintarella annunciata

È stata appena pubblicata la classifica 2016-2017 di Times Higher Education (THE). Anche quest’anno THE ha ritoccato le regole del gioco in maniera non propriamente neutrale.

The counting of books will help British universities, especially Oxford and Cambridge

aveva vaticinato Richard Holmes sul suo blog University Ranking Watch. Ma, sempre secondo Holmes, gli atenei inglesi avrebbero beneficiato anche di un altro aiuto. Nella classifica di oggi vengono pesati anche i reputation score pubblicati lo scorso maggio in cui le università inglesi avevano perso terreno. Per neutralizzare questo peggioramento, THE non ha trovato di meglio che riesumare i reputation score dell’anno precedente:

[…] the result of this was a shift in the reputation rankings away from the UK and towards Asian universities. Oxford fell from 3rd (score 80.4) to 5th (score 69.1) in the reputation rankings and Bristol and Durham dropped out of the top 100 while Tsinghua University rose from 26th place to 18th, Peking University from 32nd to 21st and Seoul National University from 51-60 to 45th. […]

Notice that THE have also said that this year they will combine the reputation scores for 2015 and 2016, something that is unprecedented. Presumably this will reduce the fall of UK universities in the reputation survey. Combined with the inclusion of books in the database, this may mean that UK universities may not fall this year and may even go up a bit

Holmes non si era risparmiato un malizioso commento sui destini dell’università che tra pochi giorni ospiterà il World University Summit di THE:

Since the host city or university of THE summits somehow manages to get in the top ten, Berkeley will recover from last year’s fall to 13th place.

Basta un’occhiata alle prime dieci classificate, per rendersi conto che le profezie di Holmes si sono puntualmente avverate: Oxford non solo recupera le posizioni perse a maggio nel ranking reputazionale ma sale sul gradino più alto del podio. E la sede del summit organizzato da THE, ovvero Berkeley, rientra – seppure a pari merito – nella top 10.

THE_2016_2017

“The rise of Asia will resume” aveva anche previsto Holmes. Un’altra profezia andata a segno,  se diamo fede al sottotitolo sul sito di THE che usa quasi le sue stesse parole (“Asia’s rise continues”).

THE_2016_announced

2. Vita dura per le università italiane

E in Italia chi vince e chi perde? Sulla base di quanto era trapelato sui ritocchi alle regole del gioco, su Roars avevamo previsto che le università italiane non avrebbero avuto vita facile:

A meno che non intervenga qualche pesante compensazione a favore dei paesi non anglofoni, il conteggio dei libri potrebbe penalizzare i nostri atenei generalisti, le cui monografie hanno maggiori difficoltà a rientrare nelle indicizzazioni del database bibliometrico Scopus utilizzato da THE.

E anche il conteggio proporzionale degli autori nei kilo-author paper difficilmente aiuterà i nostri atenei che, anche quando partecipano a grandi collaborazioni internazionali, potrebbero avere comunque un peso minoritario nelle liste degli autori.

Non saremmo pertanto sorpresi se dovessimo assistere a uno scivolamento verso il basso degli atenei italiani, a prescindere dalle variazioni reali (positive o negative) occorse durante l’ultimo anno.

Alla resa dei conti, non avevamo tutti i torti, come si può vedere dal confronto tra i risultati odierni e quelli dell’anno scorso.

THE_2016vs2017

A scanso di equivoci, è bene ripetere che, per come sono fatte (e ritoccate) queste classifiche, accade spesso che i cambi di regole risultino più importanti dei miglioramenti o peggioramenti degli indicatori rispetto ai valori dell’anno precedente. Un ateneo può migliorare in tutti i campi, ma se cambia una procedura di normalizzazione può perdere anche decine di posizioni Viceversa, un ateneo che vede peggiorare i suoi indicatori può guadagnare posizioni, se “miracolato” da una nuova modalità di normalizzazione.

Comunque sia, fermo restando che (a differenza dei nostri rettori) noi ci vergogniamo un po’ a commentare dei numeri privi di basi scientifiche, queste sono le variazioni che si osservano rispetto all’anno scorso:

  • Scuola Normale Pisa: – 25 pozioni (scende da 112 a 137)
  • Sant’Anna: -10 posizioni (scende da 180 a 190)
  • Trento: da 198 al segmento 201-250
  • Bologna e Milano Politecnico: stabili 201-250
  • Roma Sapienza: scende da 201-250 a 251-300
  • Milano, Padova e Pavia: stabili 301-350
  • Milano Bicocca, Trieste e Torino: scendono da 301-350 a 351-400
  • Napoli Federico II: scende da 301-350 a 401-500
  • Politecnico di Torino: stabile 351-400
  • Firenze, Modena e Reggio E., Roma III, Verona: scendono da 351-400 a 401-500
  • Brescia, Ferrara, Genova, Marche Politecnica, Pisa, Roma II, Salento: stabili 401-500
  • Venezia Ca’ Foscari, Cagliari, Milano Cattolica, Palermo, Parma, Siena, Urbino: scendono da 401-500 a 501-600

Il numero complessivo di atenei italiani in classifica è salito da 34 a 38 perché si sono anche quattro “new entry”:

  • Bolzano: 251-300
  • Calabria, Salerno: 301-350
  • Bergamo: 401-500

Già qualche anno fa, si stimava che il numero totale di università a livello mondiale fosse dell’ordine di 17.000. I 600 atenei che entrano nella classifica THE sono pertanto meno del 4% del totale mondiale, un’osservazione che mostra quanto poco sensato sia disprezzare le posizioni oltre la 100-esima. Se le classifiche misurassero qualcosa di scientificamente fondato, dovremmo essere relativamente soddisfatti di un sistema universitario che, a fronte di un finanziamento esiguo in rapporto al PIL, colloca ben 38 atenei nell’elite mondiale. Il vero problema è che queste classifiche, oltre che fallate nella metodologia, sono anche lontane dal rilevare la qualità del servizio che gli atenei rendono al territorio e agli studenti.

Bozen_vs_MI_PD_PV3. Bolzano supera Milano, Padova e Pavia

Il caso della Libera Università di Bolzano (251-300) che sorpassa in classifica blasonati atenei come Milano, Padova e Pavia (301-350), merita un approfondimento.

Qual è l’asso nella manica degli altoatesini?

Per scoprirlo, basta esaminare la colonna citation dove Bolzano cosegue un punteggio di 96,1 su 100 che è di gran lunga il migliore risultato delle italiane. L’eccezionalità del punteggio è confermata anche dal confronto internazionale.

THE_2016_2017_citation_ranking

Bolzano si classifica 36-38 a pari merito con North Carolina at Chapel Hill e Colorado Boulder. Vale la pena di notare che dietro l’ateneo altoatesino troviamo università ben note come:

  • Karolinska Institute (95.9/100)
  • University College London (94.0/100)
  • King’s College London (93.5/100)
  • Politecnico di Zurigo (92.5/100)
  • Georgia Institute of Technology (90.8/100).

Un vero e proprio exploit degno di Davide contro Golia, potrebbe pensare qualcuno. Ma c’è chi ha fatto persino di meglio. Infatti, in testa alla classifica citazionale c’è la non molto nota St. George’s University of London che supera Stanford, MIT e Caltech.

A dire il vero, con tutto il rispetto e la stima per la St. George’s University (e per Bolzano), più che cercare la spiegazione negli exploit, bisogna cercarla in un indicatore citazionale mal congegnato che, di anno in anno continua a dare risultati paradossali che erodono la credibilità della classifica di Times Higher Education. Non è un problema da poco, perché nel calcolo del punteggio finale, le citazioni hanno un peso pari al 30%. Questo significa che chi primeggia nell’indicatore citazionale ha buone possibilità di scalare anche la classifica generale. A titolo di esempio, nel 2010 Alessandria d’Egitto, con il suo quarto posto nella classifica citazionale, si era conquistata un 147-esimo posto nella classifica generale, un traguardo che è tuttora fuori dalla portata degli atenei italiani, ad esclusione delle scuole di istruzione superiore come Scuola Normale e Sant’Anna.

THE2010confidentTHEcongratulatesAlexandriaAlexandriaTHE2010

Gli outsider che si infilano ai primi posti della classifica citazionale di THE sono immancabilmente citati ad esempio da Richard Holmes, per sottolineare la fragilità bibliometrica di questa classifica:

Citation_THE

Ma come hanno fatto Alessandria d’Egitto, la St. George’s University of London e Bolzano a scalare la classifica citazionale? Tutto dipende dal fatto che l’indicatore citazionale è normalizzato sia rispetto alle dimensioni dell’istituzione che della disciplina. Il risultato è che università di piccole dimensioni i cui docenti sono stati autori o coautori di articoli molto citati possono proiettare alle stelle l’indicatore del proprio ateneo. Proprio quello che era successo ad Alessandria d’Egitto, grazie a Mohamed El Naschie e dei suoi 307 articoli, pubblicati nella rivista Chaos, Solitons and Fractals, da lui stesso diretta.

Sarebbe proprio da farci due risate e relegare questa e altre classifiche nel mucchio delle notizie irrilevanti, presto lette e presto dimenticate. Purtroppo, le classifiche, rilanciate e amplificate da tutti gli organi di stampa, godono di una ricezione pressoché acritica sia presso l’opinione pubblica che il ceto politico, che le scambiano per accurate valutazioni tecniche, dotate di un’oggettività scientifica o quasi. Del tutto emblematica, la recente dichiarazione del ministro Carlo Calenda al Forum Ambrosetti di Cernobbio:

Dobbiamo scegliere 4 o 5 università d’eccellenza sulla manifattura innovativa, dare loro i soldi, metterle nelle condizioni di collaborare con le aziende. E chi vuole entrare in questo gruppo, scali i ranking.

Prendiamo sul serio Calenda. Se ci basiamo sul ranking THE le eccellenze sarebbero: Bologna, Politecnico di Milano, Trento, Libera Università di Bolzano, Sapienza.

E Milano, Padova, Pavia e Politecnico di Torino?

Che scalino i ranking! Soprattutto ora che Roars ha spiegato come funzionano.

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21 Commenti

  1. «Questo ranking ha visto consolidare negli anni la sua attendibilità, tanto da essere considerato uno di quelli che “fanno testo”, grazie alla metodologia …»
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    Interessante leggere cosa scrive “la Nazione”, basandosi acriticamente sui comunicati di Times Higher Education e facendo da cassa di risonanza per gli uffici stampa di Scuola Normale e Sant’Anna (di cui non viene citato l’arretramento di 25 e 10 posizioni, rispettivamente). Il direttore eletto della Scuola Normale, Vincenzo Barone, con involontaria ironia parla di “valutazioni oggettive come quella del Times Higher Education”. “Once were scientists”, verrebbe da dire.
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    Pisa, 22 settembre 2016 – La Scuola Nomale Superiore e la Scuola Superiore Sant’Anna, entrambe di Pisa, si confermano le prime università italiane, rispettivamente la prima e la seconda posizione, ad apparire nella classifica stilata dalla rivista inglese “Times Higher Education” dal titolo “World University Ranking 2016”. Il ranking prende in esame 980 università (erano 800 nel 2015) distribuite in 79 paesi di tutto il mondo. Per quel che riguarda l’Italia, si assiste a un aumento degli atenei presenti nella classifica: 39 in quell’attuale, a fronte dei 34 dell’edizione precedente.

    Le scuole universitarie superiori di Pisa, con la Normale al 137esimo posto e il Sant’Anna al 190esimo, sono così le uniche università italiane a comparire nella top 200 degli atenei al mondo (A QUESTO LINK LA CLASSIFICA COMPLETA). Primi assoluti si confermano invece gli atenei di Stati Uniti e Regno Unito, con Oxford, California Institute of Technology, Stanford rispettivamente in prima, seconda, terza posizione. Le prime dieci posizioni sono occupate dai più noti atenei inglesi e americani, con un’università svizzera (ETH Zurigo).
    […]

    Questo ranking ha visto consolidare negli anni la sua attendibilità, tanto da essere considerato uno di quelli che “fanno testo”, grazie alla metodologia e al fatto che, per essere presi in considerazione, gli atenei devono sottostare a una serie di rigidi requisiti, preliminari alla valutazione.

    Per quel che riguarda il Sant’Anna, in particolare, si tratta di una conferma dell’exploit della scorsa edizione, tenuto conto della sua età – nel 2017 saranno passati 30 anni dalla fondazione – che l’aveva portata nella top ten mondiale delle giovani università, con meno di 50 anni dalla fondazione, diffusa sempre da “Times Higher Education” a marzo 2016.

    “A mio parere non si tratta di vantarsi rispetto ai colleghi degli altri atenei – è la prima dichiarazione del direttore eletto della Scuola Normale Superiore, Vincenzo Barone, che entrerà in carica nei prossimi giorni – ma di trovare la forza, tutti insieme, di rilanciare il paese. La Scuola Normale rappresenta una opportunità in questo senso e anche valutazioni oggettive come quella del Times Higher Education mi piacerebbe che contribuissero a far passare questo messaggio”. “Insieme alla Normale – commenta il rettore della Sant’Anna, Pierdomenico Perata appena saputa la notizia – manteniamo le nostre posizioni per l’Italia, a fronte di un aumento degli atenei presi in esame, confermandoci nella top 200 mondiale. L’Italia è il paese europeo con i minori investimenti in ricerca eppure il nostro sistema di formazione e ricerca ha confermato di essere competitivo e, visti i requisiti stringenti per essere ammessi, è già una notizia positiva che sia aumentato il numero di università del nostro paese prese in considerazione dal ranking. Ma è altrettanto chiaro che senza una inversione di tendenza nel finanziamento della ricerca e delle università, seguendo rigorosi criteri di merito, l’Italia non riuscirà a evitare il declino della formazione universitaria e della ricerca scientifica. Che condannerà il nostro Paese ad un futuro tutt’altro che roseo, soprattutto per le nuove generazioni”.

    “Questi risultati – sottolineano in maniera congiunta Vincenzo Barone e Pierdomenico Perata – confermano la grande qualità della didattica e della ricerca scientifica che ogni giorno la Scuola Normale Superiore e la Scuola Superiore Sant’Anna mettono a disposizione dei propri allievi all’interno delle aule e dei laboratori. Il fatto, poi, che i primi due atenei italiani siano distanti solo pochi metri, che offrano un percorso ‘curriculare’ identico, ovvero laurea più dottorato, in ambiti scientifici diversificati è una risorsa che vogliamo valorizzare nei prossimi tempi per dare alla Toscana, e all’Italia, un polo di ricerca che possa risultare ancora più attrattivo a livello internazionale”.

    Per la prima volta, per il ranking 2016, sono stati inclusi nella valutazione anche oltre 500.000 libri, insieme a 11.9 milioni di articoli scientifici e più di 56 milioni di citazioni. L’attendibilità del “World University Ranking 2016” di “Times Higher Education”, che si definisce “l’unico prodotto e verificato da analisti indispendenti”, deriva anche dall’aver reso comparabili dati riferiti a Paesi con contesti e sistemi universitari differenti. I dati sul volume dei finanziamenti – per fare un altro esempio – sono stati rapportati al potere d’acquisto nel Paese. Tale metodologia, ormai consolidata e replicata per ogni edizione, offre la possibilità di fare paragoni che, con gli anni, indicano linee di tendenza e disegnano scenari validi per i singoli atenei e per il contesto nazionale di riferimento.

    http://www.lanazione.it/pisa/cronaca/normale-santanna-universit%C3%A0-migliori-1.2534022

  2. “valutazioni oggettive come quella del Times Higher Education”, dichiara il direttore eletto della Scuola Normale, Vincenzo Barone. Probabilmente, gli era sfuggita l’impietosa vivisezione che Richard Holmes aveva condotto sull’exploit 2014 della Scuola Normale (63-esima!) definita «a small research intensive institution that might not even meet the criteria to be ranked». In quell’anno, nel maldestro indicatore citazionale che aveva consentito alla Normale il suo balzo c’era chi aveva fatto meglio dei pisani: la Santa Maria Technical University di Valparaiso precedeva Princeton, Stanford, Berkeley e Harvard, mentre la Bogazici University di Istanbul precedeva Duke, Oxford e Cambridge. “Valutazioni oggettive”, non c’è che dire.
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    http://rankingwatch.blogspot.it/2014/10/how-to-win-citations-and-rise-in.html
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    http://rankingwatch.blogspot.it/2014/10/which-universities-have-greatest.html

  3. Se fossimo stati noi di Roars a intervistare il direttore eletto della scuola normale, quando Barone parla di “valutazioni oggettive come quella del Times Higher Education”, gli avremmo fatto la seguente domanda:
    «Se le valutazioni THE sono davvero oggettive, quale catastrofe si è abbattuta sulla Scuola Normale che in soli due anni – dal 2014 (63-esima) al 2016 (137-esima) – ha perso ben 74 posizioni?»
    La domanda successiva avrebbe riguardato la vacuità del “newspeak accademico” di rettori e simili.

  4. Mi stupisco di come un accademico italiano come V. Barone possa parlare di “valutazioni oggettive”. MA che fine ha fatto la cultura di questo Paese, che tra l’altro si è sempre piccata, con il suo Umanesimo (e anche con la sua Religiosità), di non aderire mai allo “Scientismo” che pure pareva trascinato da certe correnti ideologiche?… mah…

    • Si ‘ finalmente diffusa in Italia la cultura anvuriana della valutazione. Quella invocata a gran voce da anni. Questi sono i risultati. Un’accademia che nel nome della valutazione accetta qualsiasi pozione magica: somme di percentili, kappa di Cohen taroccate; liste di riviste di classe A, h-contemporaneo, etc. etc..
      Penso che tra una qualche anno gli storici ed i sociologi della scienza selezioneranno l’accademia italiana come caso di studio. Perché davvero è molto difficile capire come tutto questo possa succedere.

    • Il problema è che ci sono schiere di Rettori, pro rettori, ecc ecc, più in pratica tutta la stampa del paese (ma, e non è una consolazione, non solo di questo paese – qui come al solito si fa la gara a chi è più ignorante e provinciale) che vanno dietro ai pifferai magici. Uno ha studiato tanto, ha pubblicato, magari ha superato concorsi, ne ha fatti, ecc ecc, e a un certo punto che fa? Va dietro a questa roba. Perché non approfondire? Non si capisce ma di sicuro gli strumenti li hanno e come e dunque se non lo fanno sono doppiamente colpevoli. Noi semplicemente glielo ricordiamo, loro ci leggono, magari quando si fanno la barba si vergognano, ma si sa così va il mondo e dunque ci sia adegua. Non capisco ma mi adeguo, il mitico Ferrini aveva colto nel segno.

    • Già, perché? In parte ha già risposto Sylos Labini. Ma una risposta ce la dà anche Vincenzo Barone, il direttore eletto della Scuola Normale che parla di “valutazioni oggettive come quella del Times Higher Education”. Se il futuro direttore della Normale (ed ex presidente del GEV 03 nella VQR 2004-2010) non sa che si tratta di “ciarpame bibliometrico” oppure lo sa bene, ma – forte dell’esperienza anvuriana – non si vergogna di rivendere il ciarpame come valutazione oggettiva (difficile capire se sia peggio la prima o la seconda ipotesi), mi viene da pensare che il mio articolo tanto inutile non fosse.
      Fermo restando che la sintesi migliore è quella di Paolo Villaggio

    • Il mio timore è che in realtà sappiano che si tratta di ciarpame. Ma siccome quel ciarpame è funzionale al consolidamento del loro potere accademico -e non solo accademico visto che ci avviamo a rapidi passi verso la meritocrazia-, fanno finta che sia oggettivo (gesto). Per usare un po’ di gergo populista, quello che ad Antonio banfi non piace ;-), direi che siamo passati dai baroni tradizionali ai baroni bibliometrici. (gesto)

    • L’aspetto patetico di questi rettori è che si impegnano pure nel motivare la posizione acquisita in queste classifiche lodando ovviamente la propria azione durante il loro mandato. Ma diamogli immediatamente un ministero.

  5. Ma perchè l’università va male e i giovani se ne vanno? Perchè stanno riducendo finanziamenti, perchè senza finanziamenti non si fa ricerca ( e che col cavolo che si riesce a pubblicare)? No perchè l’università è piena di corruzione. A dirlo Cantone a Firenze. Nemmeno le riforme hanno fatto bene “la Gelmini ancora peggio” sempre Cantone a parlare.. Quindi non si vorrà mica finanziare una realtà così corrotta..Assolutamente no..Quindi meno denari, meno posti (e quei posti assegnati e ovviamente tutti gestiti dai Baronacci), meno valore ai dottorati, più dottori andranno all’estero (e intervistati dimostreranno che essendo all’estero sono per definizione più bravi, degli idioti raccomandati e figli di professori che invece sono rimasti). Puniamoli questi cattivacci parentopolizzati, diamo loro meno quattrini, magari (evviva era ora) nuove riforme 🙁 insomma unipubblica non ha futuro. Paradosso la medicina Italiana a leggere i giornali di regime è tra le migliori al mondo…Ma non è l’università pubblica (principalmente) che laurea i medici e i grandi baroni non vengono spesso da quell’area? Boh ma tutti giornalisti hanno amici parenti e conoscenti medici, e poi potrebbero sempre ammalarsi..Se però tutti i giornalsti potessero andare a curarsi solo nelle università mediche private magari milanesi(come Berlusca),beh allora scopriremo che c’è corruzione, nepotismo anche nelle università mediche pubbliche..Mi sbaglio?

  6. ah dimenticavo, se i giudici e i tribunali assolvessero più in fretta ai loro compiti e rispondessero velocemente alle denunce dei candidati trombati nei concorsi e conseguentemente tali candidati avessero rapidamente soddisfazione essi non sarebbero costretti a fuggire all’estero..quindi è colpa dei magistrati se ci sono le fughe dei cervelli. i magistrati se avessero più personale dedicato, più teconologie stipendi più alti che li motivassero di più sarebbero più efficienti…beh forse è ancora colpa del governo..siamo al punto che qualsiasi personaggio può dire quello che vuole sull’università. Gli unici a non essere ascoltati sono i professori stessi..cmq vedo con soddisfazione che roars e nicolao meravigliao vengono citati più spesso..evviva roars!!!

  7. Non so dove fare questo commento, per questo lo faccio qui.
    Non ne avete ancora parlato ufficialmente qui, ma vi sarete accorti che sta arrivando tanta ca**a ancora sui giornali in questi giorni. Corruzione, nepotismi e poveracci costretti a migrare.
    Ora, se dovessi fare un commento-sfogo come è di moda fra giornalisti, lettori qualunquisti, professoroni italiani ed esteri che si autoincensano e disprezzano il sistema italiano direi: “avete rotto le pa**e”
    Soliti luoghi comuni, affermazioni senza fatti a supporto, mezze verità.
    Di che denunce si parla? Quali sono i dettagli di queste? Non è che la valanga di ricorsi è anche quella dell’ASN? Perché non si dice anche che il numero più alto di ricorsi nell’università italiana (molti vinti: qualcuno dovrebbe fare articoli e statistiche su questo) si è verificato post-Gelmini con la bella trovata dell’ASN?
    Ancora l’articolo di Allesina sul nepotismo poi. Naturalmente senza citare gli articoli che sono venuti dopo, come questo:
    http://journals.plos.org/plosone/article?id=10.1371%2Fjournal.pone.0043574
    che mettono in serio dubbio quanto si vuole dimostrare “scientificamente” sui cognomi italiani:
    “However, the results do show that the analysis of shared last names as it was proposed in [1] is not a valid method to measure how diffuse nepotism is.”
    E poi quell’intervista sul Corriere a tale D’Alessandro che, alla domanda “Perché non torna in Italia ora che ci saranno ad esempio le cattedre Natta?” risponde in pratica: “No, grazie, avete stipendi da straccioni, e neanche attrezzature per fare ricerca”.
    Oh ma davvero? Pensa. Un dettaglio.
    Perché tutti questi professoroni esteri non si guardano intorno, nei loro dipartimentoni esteri, per vedere facce da tutti i paesi, non solo dalla denigrata Italia, per capire che nel nostro mondo, quello accademico, la migrazione è fisiologica, e va certamente dove ci sono stipendi e opportunità migliori?
    Ci sono corruzione e nepotismo da noi, certo. L’Italia ne è affetta in *tutti* i settori pubblici e non.
    Ma ridurre tutto il discorso sull’università italiana e sulla migrazione italiana verso l’estero a questo è veramente indice di ottusità mentale e/o di malafede.
    E mai, e poi mai, codesti professoroni o piangenti emigrati all’estero (guardacaso perdono sempre i concorsi contro mezze calzette: anche qui piacerebbe vedere che carriera hanno fatto questi ultimi e non solo le chiacchiere) aiuteranno la causa dell’università italiana spargendo questa lagna.
    I dati sugli investimenti in ricerca e sulla produzione scientifica italiana dicono che l’Italia è quella che investe meno e produce di più, che ha i professori in numero minore e meno pagati. Questi sono *dati*.
    Disse quello: “Senza dati sei solo un’altra persona con un’opinione”.
    Ebbene le vostre “opinioni” ci hanno stancato. Cominciate a produrre dati.

  8. già… intanto è ricominciata la fanfara qualunquistica e demagogica sulla stampa di regime (cioè quasi tutta):

    http://www.repubblica.it/cronaca/2016/09/24/news/la_storia_le_inchieste_sugli_atenei_quasi_sempre_prescritte_settemila_casi_di_omonimia_su_61mila_docenti-148407056/?ref=HREC1-8

    aizzata dal dott. Cantone e dalla sua agenzia anticorruzione:

    http://firenze.repubblica.it/cronaca/2016/09/23/news/firenze_cantone_sull_universita_siamo_subissati_da_segnalazioni_sui_concorsi_-148383686/?ref=HREC1-8

    cari amici di roars, possiamo solo aspettarci, visto che siamo ‘responsabili’ del declino del paese (noi universitari, certo, non chi ci ha governato in questi ultimi 30 anni!), che ci taglino ancora gli stipendi, i fondi di ricerca (ormai risibili), e magari anche la pensione, per chi ci riuscisse ad andare!

    e mi state a discutere di valutazione?



  9. _______________________
    Trucchi, nazionalismi e strafalcioni della classifica di Times Higher Education approdano sul Manifesto del 2/10/2016.
    _____________
    «Cronaca di una spintarella annunciata: questo sarebbe stato il titolo più adatto per il primo posto di Oxford nell’edizione 2016-2017 dei World University Rankings di Times Higher Education (THE) diffusi mercoledì scorso. Di tutt’altro tenore, però, il messsaggio che è arrivato ai lettori italiani. […] A dire il vero, alcuni dubbi circolavano sul web già da qualche giorno. “Secondo un «ranking watcher» come Richard Holmes, citato dalla rivista online Roars, all’origine dell’exploit di Oxford ci sarebbero proprio alcune provvidenziali modifiche dei criteri adottati nell’ultima edizione”».
    _____________
    http://www.stampa.cnr.it/RassegnaStampa/16-10/161002/5PV8UD.tif

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