Indicatori rigidamente prefissati, citazionali o altro, mostrano tutta la loro fallacia se considerati dal punto di vista delle discipline storiche e sociali. Nel porre il problema della “qualità”, gli umanisti non insorgono però contro la cultura della valutazione, al contrario. La messa a punto di strumenti più adeguati e flessibili giova a ricercatori e scienziati di tutte le discipline. Anche le scienze “dure” sono infatti destinate a soffrire in regime di valutazione quantitativa.

Nell’ambito degli eventi di Bookcity Milano, domenica 16 novembre alle ore 18:30 presso La Cavallerizza, in via Carlo Foldi 2, Milano, avrà luogo un dibattito pubblico sui temi trattati nel volume “Non sparate sull’umanista”. Oltre agli autori, A. Banfi, E. Franzini e P. Galimberti, parteciperanno E. Decleva e G. De Nicolao.

SparateSuUmanista

Chi si occupa di università e di valutazione della ricerca deve spesso spiegare perché, ai suoi occhi, la questione non sia solo tecnica o specialistica. Non sparate sull’umanista lo fa molto bene. Scritto a più mani da Antonio Banfi, Elio Franzini e Paola Galimberti, il volume cerca di fare chiarezza sul tema bibliometrico riconducendo la discussione al caso italiano e sviluppando opportune connessioni tra aspetti tecnici e civili.

Sino a pochi decenni fa eravamo certi, quantomeno nei paesi occidentali, che l’università garantisse trasmissione del sapere critico, mobilità sociale, diffusione di competenze complesse. Oggi il suo ruolo appare contestato e la crisi, reputazionale e di finanziamento, contribuisce all’erosione delle classi medie. Esiste un nesso tra università e democrazia? A parere dei tre autori sì, e si tratta di un nesso inscindibile. Discutere i modi in cui vengono distribuite le risorse non è dunque futile: tale distribuzione prefigura la prosperità o l’estinzione di intere discipline e insieme il ruolo sociale dell’università del futuro.

Una valutazione seria e efficiente giova ai ricercatori più innovativi, senza considerazione di età o potere accademico. Criteri arbitrari e opachi distorcono invece l’attività di ricerca e introducono processi impropri di finanziamento. E inoltre. Nel modellare istituzioni educative superiori dobbiamo porci l’obiettivo di formare liberi individui (o cittadini), tecnici o consumatori? L’educazione liberale differisce da un’educazione prevalentemente tecnica perché incoraggia a riflettere criticamente sui presupposti di ciò che ci viene insegnato.

La posizione degli autori non è unanime, e diverse sono le competenze. Docente di estetica all’università Statale di Milano, Franzini si sofferma sulla diversità della ricerca umanistica e invoca una maggiore plasticità di metodi e criteri. Contesta (a mio parere a ragione) la progressiva burocratizzazione della ricerca e il suo assorbimento istituzionale nella PA; l’enfasi non di rado provinciale posta sull’insegnamento in lingua inglese e gli scadenti modelli di ricerca “internazionale” che si è cercato di accreditare.

Banfi, che insegna diritto romano all’università di Bergamo, ricostruisce l’ideologia soggiacente alle politiche della valutazione promosse nel nostro paese. L’assenza di una qualificata politica industriale e attitudini per lo più retrive del ceto economico-industriale, afferma, ci hanno indotti in anni recenti (o per meglio dire hanno indotto i “decisori”) a perseguire “l’assurdità di una ‘scienza senza cultura’, quasi le due cose non fossero la stessa cosa”.

Responsabile dell’archivio della ricerca e della piattaforma di e-publishing della Statale di Milano, Galimberti introduce infine il tema delle altmetrics, le tecniche alternative di valutazione, e spezza una lancia a favore dell’oltrepassamento dell’analisi citazionale. Colte le diversità, sono decisive le convergenze. Tutti e tre gli autori insistono sull’utilità del dialogo tra ricerca (in specie umanistica) e Rete; rifiutano il luogo comune delle “due culture”; e rigettano punti di vista nostalgici o apologetici in tema di Humanities.

Da circa quattro decenni le élites politico-economiche globali sembrano aver posto sotto attacco l’università in nome di esigenze contabili e pragmatiche. Perché investire in discipline che non sembrano avere utilità immediata? La risposta che si dà nel volume non è generica, e si distacca nel modo più persuasivo dalle retoriche sull’”utilità dell’inutile”, in apparenza oziose. Gli studia humanitatis diffondono competenze complesse, aiutano a trasformare le emozioni in ragionamento e ci assicurano maggiori capacità di controllo sul discorso politico e l’innovazione tecnologica. L’interazione mente-macchina è cosa troppo delicata per poter essere interamente lasciata nelle mani di uomini d’affari e programmatori. Certo, occorre che le agende umanistiche di ricerca si riformulino in modo innovativo, e che la prospettiva antiquaria ceda a dimensioni più sottilmente critiche o interrogative. Non solo. Se considerati dal punto di vista delle discipline umanistiche, gli standard bibliometrici mostrano tutta la loro fallacia. Nel porre il problema della “qualità” o di strumenti più adeguati e flessibili, gli umanisti non insorgono contro la cultura della valutazione. Rendono invece un servizio prezioso agli studiosi di tutte le discipline. Anche le scienze “dure” sono destinate a soffrire in regime di valutazione quantitativa e con indicatori rigidamente prefissati.

Letto tra le righe, Non sparate sull’umanista è stimolante per gli spunti polemici e le tracce di una controideologia accademica che matura oggi in Italia all’interno dell’accademia stessa, presentandone la parte a mio avviso migliore. Si può così (e per più versi si deve) polemizzare con l’ideologia rettorale; indagare la “zona grigia” che si estende tra ceto accademico, politico e economico-industriale o considerare l’importanza dell’Open Access dal punto di vista di un’etica pubblica della ricerca. “L’università, anche se non tutti i rettori lo sanno, non è un partito politico, e neppure una palestra dove è bello confrontarsi solo con chi è amico o affine”, scrive Franzini nel saggio che apre il volume. “L’università è tale – universitas – solo perché deve dialogare con la differenza, la varietà e il dissidio”.

Sociologi della scienza e psicologi cognitivi tendono oggi a definire “trandisciplinari” le comunità di ricerca allargate che includono, con i ricercatori professionali, anche amministratori o politici, imprenditori, attivisti impegnati nell’ambito sociale e semplici cittadini investiti dalla comune esigenza di risolvere problemi. Ci chiediamo come valutare la ricerca, la sua utilità e il suo impatto sociale? Bene. Ritengo che, a determinate condizioni, dovremmo educarci a riconoscere l’ampiezza del coinvolgimento in forme di attivismo civile, ambientale, digitale etc. come un indicatore estremamente attendibile della produttività e creatività dello scienziato.

@MicheleDantini

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5 Commenti

  1. visto che si parla di P.A. è scontato il mio piccolo e noioso contributo, consistente nel lamentare che tutto il CV che uno si costruisce all’università dopo la laurea, nei concorsi non conta un fico secco.

    e allora………….il dottorato non conta, una prima monografia non conta, una seconda monografia non conta, una terza monografia non conta, 1000 articoli su rivista non contano, 20 contratti di insegnamento non contano……

    un povero precario che, in 15 anni di dottorato, assegni, 3000 pubblicazioni, vuole andare in una PA (in quanto cacciato, per le ragioni che sappiamo, dell’università) deve mettersi a ri-studiare per sostenere 4 prove scritte e 5 orali, di media (ed il concorso pubblico dura anche 2 o 3 anni e prima bisogna aspettare il bando)

    mettere dei punteggi fissi, tipo
    1)dottorato 20 punti
    2)1 monografia 20 punti
    3)10 anni di assegni 20 punti

    il tutto è a livello esemplificativo, ma IMPORTANTE: se si vuole dare un senso ha una laurea umanistica, che si valorizzino le esperienze post lauream di tutte i corsi di laurea, compresi quelli umanistici.

    una persona così titolata, all’estero non ha bisogno DELLE PROVE SCRITTE ED ORALI CHE, APPUNTO, ALL’ESTERO NON ESISITONO NEI CONCORSI DELLA PA, CASOMAI SI FA UN COLLOQUIO CURRICULUM IN MANO.

    Condividete?
    grazie,
    anto

  2. Franzini chi? Il professore pupillo di Decleva che è cresciuto nell’università dove il merito non contava nulla e contava solo e sempre l’appartenenza al gruppo? E Decleva chi? Il passato rettore di Milano Statale che ha promosso e sostenuto (qualcuno dice addirittura scritto) la riforma Gelmini che ha portato alla nascita di Anvur e assurdità correlate? Ah beh, allora sono tranquillo. Se anche loro protestano, oggi, significa che ieri hanno sbagliato tutto, o quasi.

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