Riceviamo e volentieri pubblichiamo la seguente lettera inviataci dal Prof. Giuliano Volpe, Rettore dell’Università di Foggia

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Gli studi umanistici in Italia contano su una lunga gloriosa tradizione, rappresentano un vero primato italiano in tutti i campi. Ma è ormai diffuso il pregiudizio che la ricerca coincida innanzitutto e quasi esclusivamente con le scienze cosiddette esatte e con le tecnologie. Tale pregiudizio si concretizza in numerosi interventi di natura politica e finanziaria: dalla sempre maggiore scarsità di finanziamenti alla quasi totale esclusione dai principali progetti europei, dalla spinta verso strategie autonome di ricerca di finanziamenti nel settore privato, che certamente privilegia discipline più facilmente ‘monetizzabili’, alla definizione dei criteri bibliometrici preposti alla valutazione. Nel momento in cui le scienze umane sono rappresentate e sentite come inutili, il rischio di marginalizzazione sociale è assai forte.

Il recente decreto sui dottorati di ricerca, uno degli ultimi atti del ministro Francesco Profumo, rappresenta una nuova, ulteriore, dimostrazione dell’intento punitivo con il quale il Ministero dell’Istruzione, Università e Ricerca si rapporta da anni con le Università italiane. Costituisce, soprattutto, una nuova tappa del progetto di destrutturazione del sistema universitario nazionale e di dissoluzione di alcuni ambiti disciplinari, come le scienze di base e le discipline umanistiche. Cerco di spiegare perché.

Il dottorato di ricerca rappresenta il terzo livello della formazione superiore e, al tempo stesso, la prima tappa verso la ricerca, da sviluppare successivamente nelle università (in realtà la maggior parte dei dottori di ricerca non ha al momento sbocchi universitari, almeno in Italia) e nei centri di ricerca pubblici o privati o in un’impresa, ovvero verso livelli alti delle professioni o del pubblico impiego. I dottorandi preferiscono definirsi ‘ricercatori in formazione’, invece di studenti, come al contrario pare considerarli il Ministero, e personalmente condivido la visione dei dottorandi. Il dottorato dovrebbe, infatti, consentire non solo di acquisire una formazione di elevata specializzazione ma anche la realizzazione di una ricerca originale, innovativa, di altissimo profilo. In Italia l’esperienza del dottorato è partita nel 1983 ed è giunta al ventinovesimo ciclo, dopo vari cambiamenti organizzativi: in origine i dottorati erano settoriali e specialistici, per lo più organizzati da varie università, e consentivano al dottorando di confrontarsi con diversi docenti, varie scuole, molteplici esperienze; il titolo era rilasciato dal ministero, con una prova finale valutata da una commissione nazionale. Poi si è passati a dottorati locali con titoli rilasciati dalle singole università. Il nuovo decreto introduce novità interessanti e opportune, come l’eliminazione di un’eccessiva frammentazione localistica, la garanzia di alti livelli di qualità con un accreditamento e un monitoraggio da parte dell’ANVUR, la presenza di collegi dei docenti più numerosi che in passato, composti da studiosi con provata qualità scientifica, una spinta verso l’internazionalizzazione. Fin qui le novità utili. Le noti dolenti sono relative all’obbligo di dotare ciascun corso di non meno di sei borse per ogni ciclo e all’oggettiva difficoltà di dar vita a corsi inter-ateneo e/o a consorzi, data la necessità che ogni università partecipi con non meno di tre borse. È facile prevedere che norme di questo tipo obblighino le università a dar vita a corsi di dottorato generalisti (ad esempio, in scienze umanistiche, in medicina, in economia, ecc.), organizzati prevalentemente su base locale. Un’operazione relativamente facile per i grandi atenei ma quasi impossibile per gli atenei medio-piccoli, nei quali pure sono attivi ambiti di ricerca specialistica di altissimo livello. L’obiettivo, non dichiarato ma ugualmente esplicito, consiste nel favorire una differenziazione ancor più netta tra università di ricerca, nelle quali attivare anche i dottorati, e università di solo insegnamento, condannate ad un livello quasi liceale, con corsi triennali e, al massimo, magistrali. È un errore grave che non tiene conto della presenza di eccellenze in tante piccole sedi. Ma il rischio concreto, anche per le grandi università, è che si organizzino corsi basati su un opportunistico assemblaggio di discipline diverse, falsamente inter- e multidisciplinari, con l’escamotage di un’articolazione interna in curriculi. Ed è facile prevedere che saranno soprattutto le discipline umanistiche a soffrire maggiormente, non potendo certo contare su accordi con le imprese o su altre forme di finanziamento esterno.

C’è da chiedersi: perché per un corso di dottorato, ad esempio, in filosofia teoretica, in paleografia o in archeologia medievale non si possono prevedere due-tre borse e non necessariamente sei?  E perché condannare a morte settori specialistici, apprezzati in tutto il mondo, costretti ad associarsi ad altri, perdendo la loro specificità, pur di mettere insieme sei borse? E, soprattutto, perché non può essere possibile un’aggregazione tra più università intorno ad un progetto specialistico di qualità, destinando una o due borse ciascuna e non le tre previste dal decreto? Si tratta di norme e limitazioni capziose e incomprensibili, se non alla luce della volontà di impedire la sopravvivenza di alcuni ambiti disciplinari. Ancora una volta non si valuta la qualità effettiva del progetto ma si introducono parametri quantitativi e regole burocratiche, che nulla hanno a che fare con l’eccellenza della ricerca. È in gioco il futuro non solo della ricerca in determinati ambiti, ma anche di numerosi bravi giovani ricercatori.

Infine, dopo un lungo periodo di attesa, che ha visto anche il succedersi di varie versioni, il decreto è stato emanato in prossimità della pubblicazione dei bandi del XXIX ciclo, costringendo ora, assurdamente, le università ad un nuovo tour de force per rivedere i propri regolamenti entro 45 giorni e per candidarsi all’accreditamento entro ulteriori 45 giorni, cioè nel pieno dell’estate, con il ragionevole rischio di operazioni affrettate e incoerenti. Perché non consentire di progettare i nuovi dottorati con più calma, con un maggior approfondimento, con la possibilità di costruire aggregazioni di qualità?

Non resta che sperare che la nuova ministra Maria Chiara Carrozza, certamente meno legata ad una visione tecnocratica e settoriale dell’Università del suo predecessore, voglia presto rimettere mano a questa come ad altre norme ‘punitive’ di questi ultimi anni.

Giuliano Volpe

Rettore dell’Università di Foggia

Una versione abbreviata della lettera è stata pubblicata sulla Gazzetta del Mezzogiorno del 7 giugno 2013

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3 Commenti

    • Ciò non toglie che sia una frase un po’ generalista, del tipo “ai giovani piace la coca-cola”.

  1. Premetto che coordino un corso di dottorato tendenzialmente non umanistico, anche se discipline e taematiche correlate sono presenti anche nelle scuole politecniche.
    Tutto ancora da fare, visto che questo dottorato, di Architettura, Ingegneria delle Costruzioni e Ambiente costruito (forse in inglese suona meglio) partirà col prossimo ciclo. Ma è un dottorato che vuole (vorrebbe) mettere insieme cinque realtà diverse (cinque dottorati) in uno solo.
    E’ vero che è più facile lavorare in pochi su un piccolo progetto culturale che organizzare tanti settori disciplinari, spesso in competizione (sul reperimento delle risorse, per esempio). Ma siamo sicuri che non generi alcun vantaggio, e magari proprio per gli studenti, passare da 2,5 forse 3 borse a 15?
    Qualcosa di buono, secondo me, c’è. E non solo per gli studenti/giovani ricercatori che andremo a formare.
    Non è per caso (cerco di dirlo con rispetto delle sensibilità altrui ma so di rendermi antipatico) che nel no ai grandi dottorati ci sia un po di pigrizia e espressione dell’istinto di conservazione accademico?

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