Un recentissimo decreto legge non proprio di secondaria importanza (si tratta nientemeno che delle “Disposizioni urgenti in materia di semplificazione e di sviluppo.(GU n. 33 del 9-2-2012 – Suppl. Ordinario n. 27)” contiene un comma sibillino che ritocca una precedente legge e i cui effetti sono molto chiari. L’intervento modifica la normativa universitaria in materia di congedi straordinari ex art. 17, D.P.R. n. 382/1980 (anno sabbatico); art. 10, l. n. 311/1958 (congedo per ragioni di studio e ricerca all’estero) e art. 8, l. n. 349/1958 (congedo per ragioni studio o di ricerca scientifica agli assistenti e ai ricercatori.

Il testo risultante dalla modifica, con riferimento alle richieste di autorizzazione da parte di docenti e ricercatori per andare in congedo straordinario per motivi di studio e ricerca, recita:

“Le autorizzazioni di cui all’articolo 17, primo comma, del decreto del Presidente della Repubblica 11 luglio 1980, n. 382, di cui all’articolo 10 della legge 18 marzo 1958, n. 311, e di cui all’articolo 8 della legge 18 marzo 1958, n. 349, possono essere concesse non oltre il compimento del trentacinquesimo anno di anzianità di servizio”.

Cosa significa in pratica ? Che con un colpo d’accetta si recide la possibilità per chi ancora non abbia compiuto i 60 anni d’età di fruire di congedi per trascorrere periodi fino a un anno a studiare, scrivere, fare ricerca all’estero o in Italia. In altre parole, la ricerca per quelle persone è finita, almeno in quella forma. Non importa se ha bisogno di un anno di lavoro per finire un libro al quale sta lavorando da cinque o sei. Non importa se ha svolto nei precedenti 10 anni incarichi istituzionali senza allontanarsi dalla ricerca, ma certo non potendo assentarsi dalla propria sede. Non importa nemmeno se nella propria carriera non ha mai fruito di un anno sabbatico. Non importa se si trova all’apice della propria carriera e cioè nel momento in cui raccoglie i frutti di anni di lavoro in termini di inviti, possibili soggiorni presso prestigiose istituzioni straniere, godimento di quelle strane cose che si chiamano “Senior Fellowship” bandite da centri di ricerca che vogliono assicurarsi la collaborazione persone di esperienza e capacità consolidate e che mettono loro a disposizione risorse per portare a termine lavori, farne di nuovi, diffondere quelli in corso. Non importa se una norma del genere ha una evidente ricaduta retroattiva, perché vanifica scelte e decisioni (nel proprio piccolo strategiche) che un docente o ricercatore ha fatto negli anni per programmare al meglio proprio la possibilità di godere di un sabbatico. E magari ha anche ripercussioni immediate per chi avesse appena ottenuto inviti, fellowship, visitorship in sfortunata coincidenza con l’entrata in vigore della norma, trovandosi così nell’impossibilità di chiedere il congedo e in imbarazzanti situazioni con gli organismi invitanti. Non importa se esisterebbero svariate modalità per ottenere il risultato che tale norma chiaramente si propone, ossia impedire che congedi in fine carriera equivalgano a pre-pensionamenti (comunque, al massimo di un anno) senza perdite per l’interessato, ma con perdite per le amministrazioni che devono ricorrere a contratti per soddisfare le esigenze didattiche scoperte. Vogliamo dire quali potrebbero essere le alternative ? Per esempio far valere la proibizione nei soli casi di richiesta di congedo immediatamente a ridosso del pensionamento. Oppure non applicarla a chi non abbia goduto di congedi in un periodo passato da stabilire. O, ancora, a chi avesse svolto per lungo tempo successivi incarichi istituzionali incompatibili con il congedo (ma non con la ricerca). Oppure applicarla, la proibizione, solo per richieste superiori a un dato numero di mesi. Oppure concedere l’autorizzazione solo a fronte di garanzia di copertura delle esigenze didattiche, ad esempio per massimo un semestre in un anno in cui per l’altra metà il docente tenga i propri corsi regolari. Oppure invitare gli atenei a introdurre, per l’autorizzazione di congedi, regole e requisiti più stringenti ex ante (condizione di “ricercatore attivo” definita in modo meno blando) ed ex post (seria verifica del lavoro svolto). Oppure, ancora, con la valutazione dei casi singoli a cura degli organi accademici: al governo del merito e forse anche a organi accademici minimamente onesti non dispiacerà che un ricercatore di fama internazionale possa godere, nel pieno delle sue forze, del riconoscimento di una Senior Fellowship presso un centro di ricerca estero, magari considerando che quel soggiorno serve a mantenere vivi legami costruiti in una vita di impegno internazionale e verosimilmente ricchi di ogni genere di ricadute istituzionali; oppure che possa terminare in un anno un libro della piena maturità da aggiungere magari a un record di pubblicazioni di prim’ordine.

Ci sono stati certamente degli abusi soprattutto negli ultimi anni. Ma una norma di questo tipo equivale ad ammettere la propria incapacità a governare i meccanismi del sistema e per paura di sbagliare per difetto, si colpisce per eccesso.

Insomma, perché punire così la ricerca ? Perché punire le persone e spesso le migliori ? Altro che il rasoio di un ministro del precedente governo ! Ma non era questo un governo di princìpi liberali e di intenti liberalizzatori ? Questo genere di interventi fanno venire in mente la frusta del despota, non certo la ricompensa dell’iniziativa e del valore individuale. Non potremmo pregare il ministro Profumo, i politici, i sindacati di procurare la revisione di questa norma in sede di conversione del decreto ? Significherebbe dare un segnale chiaro che davvero si conosce la realtà del mondo della ricerca e che non si permette che, per educarne uno, se ne battano cento.

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4 Commenti

  1. La beffa e’ ancora peggiore: altro che 60 anni! Se uno ha riscattato gli anni di laurea ha un’anzianita’ di 35 anni gia’ a 55 anni. Si deve smettere di essere attivi a 15 anni dalla pensione e poi chiedono agli operai di andare in pensione a 67 anni.
    Abbiamo sbagliato a concedere sabbatici a pensionandi ma l’ambiente in passato non lasciava molto spazio per opporsi ai piu’ potenti. Ora il conto e’ pesante: continuare a fare didattica e amministrazione ma la ricerca solo a micro-dosi. Si puo’ cercare di far correggere questa stortura?

  2. L’opinione di Guido Abbattista è del tutto condivisibile: insensato prevenire possibili abusi ecvitando tout court l’uso di un determinato istituto (la richiesta di congedo per motivi di ricerca): e’ la solita logica punitiva che ispira i recenti e menor ecenti provvedimenti per l’Università. La logica di chi, avendo scoporto uno dei bambini con le dita nella marmellata, si sente costretto a chiudere la dispensa per tutti. Un atteggiamento umiliante e demotivamente nei confronti di chi non ha nulla da rimproverarsi ed ha sempre fatto il suo dovere. Occorre che queste voci arrivino in Parlamento prima che la conversione sia cosa fatta.

  3. Caro Abbattista,
    Mi permetterei di sottolineare che tu stigmatizzi il bicchiere mezzo vuoto. Ma io guarderei anche quello mezzo pieno. Il fatto cioè che il comma che scatena le tue ire ha il pregio di eliminare la parte peggiore della disposizione di Tremonti che di fatto consentiva fino ad un anno cumulativo (sabbatico e congedo per motivi di studio tutto compreso) ogni dieci anni.
    Con il comma di Monti vengono ristabilite le regole formali che consentono fino a due anni di sabbatico ogni dieci anni e non pongono restrizioni ai congedi all’estero per ricerca. Forse il limite dei 35 anni di servizio è eccessivo ma direi che qualcosa di molto importante è stato riassegnato. Non credi?
    cari saluti
    capano

    • Caro Capano, concordo sul fatto che siano state ripristinate possibilità prima significativamente ridotte. Ma la metafora del bicchiere mezzo pieno e vuoto non descrive la situazione. Non si tratta, cioè, di vedere i due lati della questione. I due aspetti, infatti, sono del tutto indipendenti, ossia, non c’è alcun legame necessitante tra l’uno e l’altro. Intendo dire che non si vede per quale motivo l’affermazione di una opportunità (non parlerei di diritto) debba necessariamente portare con sé una palese – questa sì – violazione di diritto, che discrimina gravemente una categoria di persone unicamente in base a un fatto anagrafico di servizio. E’ chiaro che le possibilità di abuso insite nella ipotetica fruizione di due congedi in 10 anni da parte di chi sia vicino al pensionamento (ma 14-15 anni significano essere “vicino al pensionamento” ?) può essere facilmente neutralizzata in molti modi: documentati impegni all’estero (lettere di invito, esiti di selezioni ecc.), soggiorni inferiori a 12 mesi consecutivi, verifica seria degli esiti del periodo di congedo (cioè le pubblicazioni che ne risultano), condizione di assolvimento degli obblighi didattici da concentrare in un semestre oppure, ancora, avere in curriculum un certo numero di anni di impegno istituzionale (quello che ha evidentemente impedito di godere prima di congedi d qualsiasi tipo). E comunque quello che è totalmente assurdo e brutalmente contrario alla libertà della ricerca (e al diritto costituzionale dell’eguaglianza giuridica degli individui) è il presupposto implicito secondo cui chi ha superato un certo numero di anni di servizio non fa più ricerca, non ha più contatti internazionali, non viene più invitato da istituti di ricerca, non ha più bisogno di stare all’estero per studiare, scrivere, partecipare a una comunità scientifica internazionale. Tra l’altro, andrebbe ricordato che questo tipo di opportunità sono chiari riconoscimenti di un certo prestigio conseguito. Non sono cose da tutti. Si ottengono con competizioni, non “per diritto” (come forse amerebbero tante persone che conosco). E chi le ottiene, le ottiene per suoi meriti, che certamente si riflettono anche sulla sua comunità di origine. Per queste persone, che spesso sono nel pieno della propria maturità scientifica (e che, come dicevo, possono avere davanti a sé ancora minimo 10, ma fino a 15 anni di lavoro), il bicchiere non è mezzo vuoto. Si è svuotato del tutto. E io vorrei rivolgere di nuovo un appello sia al Ministro, affinché ponga rimedio a questa stortura, sia soprattutto ai tanti che penso si trovino colpiti da questo provvedimento per sottoscrivere una petizione rivolta alla cancellazione della norma o alla sua riscrittura con maggiore ponderazione.

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