Hai i requisiti contributivi minimi? Allora, sei candidabile al prepensionamento forzato. Il relatore di maggioranza alla Camera dei Deputati ha recentemente proposto, in sede di conversione in legge, un emendamento all’art. 1 comma 5 del DL 90/2014, relativo alla facoltà delle università di porre in quiescenza coloro che fossero in possesso dei requisiti contributivi minimi. Pubblichiamo di seguito la mozione CUN che ne chiede il ritiro.

 


CUN

All’On.le Ministro

S E D E

OGGETTO: Mozione su trattamento di quiescenza dei professori e dei ricercatori universitari.

Adunanza del 23/7/2014

IL CONSIGLIO UNIVERSITARIO NAZIONALE

ha constatato che il relatore di maggioranza alla Camera dei Deputati ha recentemente proposto, in sede di conversione in legge, un emendamento all’art. 1 comma 5 del DL 90/2014, relativo alla facoltà delle Amministrazioni di porre in quiescenza coloro che fossero in possesso dei requisiti contributivi minimi. Nella nuova formulazione il testo concerne anche il sistema universitario senza tener conto delle sue specificità funzionali e delle peculiarità normative che ne sostengono l’architettura di sistema e le finalità istituzionali e di servizio.

Ancora una volta si pensa di poter intervenire in modo disorganico sul sistema universitario, all’interno di un D.L. e non in un quadro di programmazione, senza tener conto dello stato di grave depauperamento numerico del personale universitario (più volte evidenziato anche da questo consesso), che richiederebbe logiche espansive e non ulteriormente riduttive.

Le criticità che tale provvedimento può comportare sono numerose.

La natura facoltativa della misura impedisce di effettuare un’analisi di impatto e di previsione dei risparmi di spesa per il bilancio dello stato. Inoltre l’attuale situazione finanziaria e il blocco del turnover vanificano quasi completamente qualsiasi potenziale effetto che possa favorite I’ingresso di giovani nel sistema.

La messa in quiescenza di un significativo numero di docenti avverrebbe in un contesto di già grave sottodimensionamento degli organici degli atenei, rischiando di pregiudicare ulteriormente la sostenibilità dell’offerta formativa ovvero di danneggiare la qualità della didattica ed esporrebbe il sistema anche al grave rischio di perdere significativi contributi sul piano delle competenze scientifiche e culturali e dell’indispensabile trasmissione di tali competenze ai giovani studiosi.

In secondo luogo, il CUN rimarca che l’eventuale applicazione della norma rischia di diventare uno strumento surrettizio per ridurre il costo del personale, in ragione delle difficili condizioni finanziarie degli atenei; ciò a dispetto di valutazioni di opportunità, di merito scientifico, di qualità e tenuta della attività didattica. ll CUN sottolinea anche che l’adozione di una tale opzione, inducendo nei fatti una riduzione dell’offerta formativa, produrrebbe opportunità del tutto marginali per gli studiosi più giovani, favorendo semmai esclusivamente un modesto ampliamento delle risorse per le carriere inteme.

II CUN sottolinea poi che si potrebbero introdurre gravi elementi disparità di trattamento tra dipendenti della stessa amministrazione e/o di amministrazioni diverse: le singole università potrebbero adottare il provvedimento di collocazione in quiescenza secondo criteri differenziati, ma soprattutto di assoluta discrezionalità, con ciò mettendo a rischio anche alcune garanzie costituzionali relative all’autonomia della didattica e della ricerca dei docenti.

L’applicazione di tale norma nell‘ambito universitario potrebbe inoltre comportare un’anticipazione, anche di numerosi anni, sul previsto pensionamento per coloro che in passato hanno riscattato onerosamente periodi precedenti l’effettivo servizio prestato, con una duplice penalizzazione derivante dal danno economico e dalla perdita di anni di attività nel ruolo raggiunto.

Per tali ragioni il CUN chiede il ritiro dell’emendamento in oggetto.

Versione pdf: Mozione CUN su prepensionamento

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151 Commenti

  1. Talora sul blog si notano argomentazioni che è difficile ipotizzarle provenienti dal mondo accademico. In linea di principio un’opinione dovrebbe esser basata su fatti, valutando le priorità, il contesto, tenendo ben presente la necessità della consistenza logica.

    Un tipico controesempio di questo modus operandi è costituito dalle argomentazioni condite da 2-3 “sinceramente” e piene di frasi perentorie (è così perché suona bene). Spesso questo tipo di argomentazioni contengono frasi fatte utili per rendere plausibile, alla mente dello sbadato, una data affermazione. Tipo: “le stagioni non sono più come una volta”, oppure “femministe? A piedi! altro che!”.
    O ancora, si possono avere incisi perentori di stile tardo romantico: mio zio ha lavorato 34 anni (cette oiseaux!) e poi paraponzi ponzi pero … e quindi ben venga il prepensionamento obbligatorio, da cui si evince una palese carenza di nesso logico.

    Veniamo al prepensionamento obbligatorio. Consideriamo il contesto. Su alcuni punti si può esser certi: negli ultimi c’è stato grande interessamento nei confronti dell’Università da parte di una certa classe socio economica che ha fatto perno su varie lobby politico industriali di certa scuola molto ben identificata.

    Mentre gli universitari elucubravano, questi soggetti si son dati molto da fare. Di per sé, in linea di principio, potrebbe esser stato anche un bene. Nella fattispecie sappiamo molto bene che non lo è stato. Non solo, si è trattato di un arrogante assalto alla diligenza. Anche qui forse qualcuno potrebbe obiettare che per risolvere le situazioni è necessario, specialmente in Italia, un polso fermo, sperando che sia anche autorevole. C’è un punto però, l’arroganza, pur sempre biasimabile, presuppone che a monte ci siano delle teste d’uovo di considerevole spessore intellettuale. Se così fosse, pazienza per l’arroganza, l’importante è che in qualche modo se la possano permettere, mostrando adeguate abilità tali da poter formulare strategie atte a migliorare lo status dell’Università. Ovviamente, in assenza di queste specifiche, l’arroganza, oltre a sfociare nel ridicolo, diventa del tutto intollerabile e va bloccata con decisione onde limitare i danni.

    Purtroppo l’arroganza ingiustificata è proprio quello che la lobby di cui sopra ha mostrato in modo cristallino.

    Argomentazioni errate, analisi inconsistenti, dati sballati, competenze del tutto inadeguate, luoghi comuni a iosa. Nella sostanza è come se per un periodo l’Università fosse rimasta in balia di chi fa discorsi da bar riuscendo poi, incredibilmente, ad attuarne i contenuti.

    La messa in opera dell’ASN, la VQR, l’AVA, e ora il prepensionamento, ha mostrato in modo inequivocabile che queste iniziative lobbistiche si sono tradotte in inestricabili e dispendiosissime “ciofeche”. Ne sa qualcosa la Giannini, che vive nell’emergenza da quando è ministra.

    L’arroganza “non permettibile” degli appartenenti alla lobby ricorda un esilarante episodio successo durante un torneo open di scacchi. Ad un certo punto, nella sala affollata di scacchisti assorti nel gioco, il silenzio venne rotto da un signore che, scattando in piedi, esclamò a gran voce: “matto in due mosse!”. Lo strano è che il matto forzato in due mosse è cosa del tutto banale, non c’è quindi alcun motivo per richiamare l’attenzione immediata degli altri giocatori. Comunque, l’enfasi, l’arroganza, fu tale da attrarre la curiosità di tutti.

    L’acme fu raggiunto quanto a tale imperioso commento seguì la pacata osservazione dell’avversario: “boh, sarà, io non lo vedo, vedo invece il matto a mio favore in una mossa”.

    Questo, nella sostanza, è ciò che si è visto in questi ultimi anni a proposito delle tattiche e strategie universitarie. Avevano detto che ci avrebbero pensato loro a curare l’Università. La stanno distruggendo. La storiella del prepensionamento forzato aumenterà ulteriormente il già alto livello di tensione interno all’Università. La strategia, più o meno consapevole, è quella di aggiungere ai colpi di mortaio, ASN, VQR e AVA, qualche polpetta avvelenata disseminata qua e là, serve anche questo.

    Nonostante questo disastro un barlume di speranza c’è. E’ la Giannini, ora parla pochissimo, sembra un segno di serietà. Vediamo se ha la determinazione necessaria per opporsi a certi autorevoli opinionisti che, ahimé, trovano una sponda complice proprio in certa parte del PD.

  2. “però dovete accettare …”. Vuol dire proprio dovete prendere a colpi di accetta chi non la pensa come voi :-).

    Seriamente qualcuno sa se il famoso decreto di revisione dell’ASN sarà portato in discussione ad Agosto (come da buona tradizione di porcate fatte ad agosto) o a settembre?
    Grazie
    Paolo l’amico di lilli

  3. Dopo una lettura analitica delle (complicatissime) proposte di emendamento, si scopre che il sub-emendamento all’emendamento 1.94 – non sto scherzando – al DL 90/2014 dice che il pensionamento anticipato va eseguito “Con decisione motivata con riferimento alle esigenze organizzative e ai criteri di scelta applicati e senza pregiudizio per la funzionale erogazione dei servizi” (!) e queste disposizioni “non si applicano al personale di magistratura, e sono applicabili nei confronti dei dirigenti medici e del ruolo sanitario del servizio sanitario nazionale, ivi compresi i responsabili di struttura complessa, dei professori e dei ricercatori universitari, comunque non prima del raggiungimento del sessantacinquesimo anno di età.”

    Vedremo cosa sara’ approvato in via definitiva, ma il rischio di pensionamento discrezionale a 65 anni, pur con le cautele previste, attualmente mi pare permanga…
    Con le conseguenze che possiamo immaginare sulla stabilita’ dei corsi di studio e dei dipartimenti.

    La considerazione esilarante è che i proponenti di queste norme pensano così di accelerare l’accesso dei giovani al lavoro… come se sostituire un docente in servizio, i suoi punti organico, i suoi insegnamenti (non parlo delle competenze didattiche e scientifiche, ma solo del ‘posto di ruolo’) fosse automatico e per ogni pre-pensionato potessimo far accedere un giovane. Magari… molti di noi andrebbero in pensione domani!

    Insipienza, demagogia, o che altro?

  4. Ho 63 anni e 43 di contributi, col riscatto degli anni di laurea. Ne compirò a breve 64. A 65 anni, con questa proposta di legge, dovrei andare in pensione. Nulla di male. Mi dispiacerà un po’ perché credo di avere ancora qualcosa da dare all’istituzione, specialmente sotto il profilo didattico, perché la ricerca si può fare bene ad ogni età, ma la didattica non si improvvisa e l’esperienza è tutto. Io sono sicuramente un’insegnante di gran lunga migliore adesso che a 25 o a 30 anni. Sto pensando ai colleghi del mio dipartimento o a quelli di altri che conosco. Se ne dovrebbero andare in tanti. Molti dipartimenti non avrebbero più i numeri minimi per sopravvivere e dovrebbero essere chiusi. Lo stesso nostro rettore, che ha già 65 anni ed è stato eletto da un anno dovrebbe andarsene. La nostra Offerta formativa, già ridotta all’osso, appunto per mancanza di numeri, crollerebbe. Prima di eventuali altri ingressi (di persone con quale esperienza didattica?), molti corsi sarebbero già stati irrimediabilmente chiusi. Uno scenario quasi catastrofico per l’Università pubblica. Cui prodest? Non certo ai giovani. Sono considerazioni tanto ovvie da essere addirittura banali. Ci pensino i sostenitori del “te ne devi andare” (che mi ricordano un po’ quelli del “tutti a casa”). Ripeto: cui prodest?

    • Invece di strapparci ora i capelli, perche’, invece, non ci chiediamo come mai negli ultimi 15-20 anni non sono state reperite quelle risorse umane in grado di sostituire chi, a un certo punto della sua vita, sarebbe naturalmente andato in pensione? Non ho alcun dubbio che lei e altri suoi colleghi, data l’esperienza, abbiate competenze che un giovane ricercatore non puo’ avere. Ma non dovevamo prepararci per tempo al naturale ricambio generazionale? Il problema, ma e’ solo l’opinione di un mero mestierante e non di un fine pensatore che discute di principi con metafore e aneddoti spesso buoni per una scenografia cinematografica da botteghino, e’ che quando Pantalone ha cominciato a stringe i cordoni della borsa, in parte anche, consentitemelo, con il silenzio di chi ci rappesentava nelle sedi deputate, molti – certo non tutti – hanno pensato bene di difendere la loro posizione piuttosto che pensare a cio’ che sarebbe stato. Ora, purtroppo, i nodi sono venuti al pettine e tutti, anche chi come lei ha dato tutto per la sua Universita’, ne paghiamo le conseguenze.

    • “come mai negli ultimi 15-20 anni non sono state reperite quelle risorse umane in grado di sostituire chi, a un certo punto della sua vita, sarebbe naturalmente andato in pensione?”
      ===========================
      Un’otttima domanda. Un ruolo non secondario ce l’hanno avuto coloro che hanno costruito pamphlet dopo pamphlet ed editoriale dopo editoriale quella narrazione del “secchio bucato” di cui abbiamo scritto altrove. Se c’è troppa università (troppe sedi, troppi professori, troppi studenti), se è troppo inefficiente (manipolazione dei dati OCSE sulla spesa per studente), se produce ricerca irrilevante (travisamento delle statistiche bibliometriche), sottrarre risorse e lasciare andare in pensione i professori anziani senza sostituirli non è un male, anzi è la cura. Inutile mettere acqua in un secchio già troppo pieno e che ha il fondo bucato. È vero: bisognava svegliarsi prima invece di annuire consenzienti senza mai andare a verificare cosa c’era di vero e di falso. Per saperne di più:
      https://www.roars.it/online/universita-miti-leggende-e-realta-collectors-edition/

    • Molti (non tutti, anche tra coloro che in qualche caso postano con saccenza in queste pagine) hanno letto questi libercoli. A voi va dato atto di averli rivoltati come dei calzini, se mi passate il termine, evidenziando lacune, pressapochismi e quant’altro (qualcuno di chi li ha scritti, tra l’altro, pare si sia anche pentito). Chi li ha scritti, pero’, non erano alieni, ma docenti universitari. Dando troppe respensabilita’ a questi scritti, non si rischia di cadere in una sorta di ex postismo o, peggio, di ipocrita scaricabarile? Voglio dire: non converrebbe interrogarsi sul perche’ tale visione dell’Universita’ italiana abbia avuto tutto questo consenso? Dov’era l’elite accademica di questo paese mentre queste posizioni venivano fatte proprie, piu’ o meno strumentalmente, dalla classe politica? Dove erano i rappresentanti dell’Universita’ presso quelle sedi?

    • Ma perche’ non offrire il proprio contributo didattico e scientifico in forma non retribuita agli ex-atenei di appartenenza mentre si percepisce la propria meritata pensione?

      Le strutture non risentirebbero della perdita, il budget recuperato offrirebbe opportunita’ alle generazioni precarie e tutto il sistema ne guadagnerebbe.

  5. Gentile Ferrara, non ho il piacere di conoscerla, e quindi non so se lei e’, come dice, ‘un barone da rottamare che per principio e’ inattivo’. Dal suo post, pero’, non capisco se per lei il problema principale di questo provvedimento e’ il’depauperamento del nostro sistema univrsitario’ (che mi sembra iniziato gia’ da qualche tempo) o l’effetto sul suo asegno pensionistico. Beninteso, si tratta di preoccupazioni entrambe piu’ che legittime, ma forse avere delle priorita’ potrebbe aiutare ad affrontare meglio gli effetti distorsivi (laddove ci fossero) del provedimento in questione. Un caro saluto e (lo dico senza ironia, anche se qualcuno potra’ pensare il contrario) le auguro di estare in servizio ancora a lungo.

    • questi siamo
      o
      questo siamo capace di fare

      nel dubbio è venuto fuori

      questi siamo capace di fare,

      sorry

  6. Certo se le argomentazioni sono queste sottoriportate non si salva di certo l’università italiana.
    IN estrema sintesi: solo il 7% degli universitari è degno gli altri sono indegni.

    unica.it – Università degli studi di Cagliari. Martedì, 29 luglio 2014 16:53:05

    Notizie / Tutte le news
    La cacciata dei settantenni: “Misura inutile. Studenti in ostaggio degli impostori”

    TORINO
    Mandare i «baroni» in pensione prima del tempo? Non serve. Nemmeno secondo Raffaele Simone, docente all’Università di Roma Tre, uno dei maggiori studiosi europei di linguistica e filosofia del linguaggio. Un suo libro-denuncia del ‘93, L’Università dei tre tradimenti, fece discutere. «15 anni dopo, è cambiato poco».

    Dove l’Università ha fallito?
    «Tradendo l’interesse pubblico: troppi affari privati. La ricerca: troppi soldi spesi in modo futile e senza controllo. Gli studenti, che non sempre sono l’interesse primario. E il declino di quel poco di qualità dell’insegnamento che sopravviveva, anche se restano molte persone capaci. Così continuiamo a decadere in tutte le classifiche».

    L’ultima ricerca del Times ci dà in caduta libera. Perché?
    «L’aspetto più debole è la governance. Siccome tutte le cariche sono elettive, si vive in un clima generale di campagna elettorale. I voti di scambio e i voti a dispetto sono pratica corrente. Le mediazioni possono essere spossanti, il potere di interdizione di gruppi e consorterie aumenta e indebolisce i responsabili, che non possono esercitare una gestione forte: le decisioni sono sfumate per non scontentare nessuno».

    Altra nota dolente: i concorsi. Perché non funzionano?
    «I bravi sono mischiati ai somari o agli incapaci, e non si fa nulla per identificarli e premiarli. Solo il caso (o la formazione di cordate particolarmente rigorose) permette di premiarli».

    E i professori?
    «Pochi considerano la ricerca l’obiettivo principale, una minoranza fa davvero il suo dovere e una minoranza ancora più esigua è costituita da persone di qualità. L’università si regge sul 7-10 per cento dei suoi docenti».

    E gli altri?
    «Una delle disfunzioni del sistema è la debolezza dei controlli. Del resto, per esercitare un controllo è necessario disporre di un potere reale, non solo elettorale. Tra i controlli che non si fanno, c’è quello delle presenze dei docenti, che non devono rendere conto del loro impiego del tempo. Nessuno registra ritardi, spostamenti di esami o annullamenti di lezioni, viaggi, vacanze, sparizioni immotivate».

    L’assenteismo è tollerato?
    «Non solo. Il nostro è un sistema fittiziamente democratico. Un Nobel e un impostore ricevono lo stesso stipendio e hanno le stesse prerogative».

    Davvero i docenti sono tutti uguali?
    «No. Ci sono i “patrizi”, professori-professionisti che hanno un canale parallelo e preminente di attività professionali lucrose e adoperano l’università principalmente per arricchire il loro biglietto da visita. Gli altri sono plebei, dato che quel canale non ce l’hanno, neanche se lo volessero».

    Questa situazione incide sulla ricerca?
    «Molto. E c’è altro: pochi soldi, compensati dalla scarsità del controllo sulla spesa e la sua legittimità; poca valutazione seria dei risultati; molto provincialismo e ricerca fittizia, fatta solo per stampare carta per concorsi».

    E gli studenti? Sono ostaggi?
    «Se insoddisfatti non possono far nulla perché il servizio migliori né scegliere un’alternativa più efficiente, visto che tra gli atenei non c’è vera concorrenza».

    Gli atenei traditi
    Raffaele Simone, studioso di linguistica e filosofia del linguaggio, insegna nell’Università di Roma 3. Nel 1993 pubblicò il saggio «L’Università dei tre tradimenti».

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    La cacciata dei baroni
    Università con i conti in rosso, via tra le proteste un migliaio di professori settantenni

    ANDREA ROSSI

    TORINO
    Là dove nessuna riforma ha osato (o potuto) addentrarsi sono arrivati i conti in rosso. E così, un migliaio di professori universitari prossimi ai 70 anni si è visto recapitare una lettera: il 31 ottobre andrete in pensione. Stesso discorso per gli over 70 che avevano ottenuto una proroga di due anni. A casa pure loro.

    Il maxi esodo dei «baroni» – e di ordinari, associati e ricercatori – in tre anni potrebbe svuotare gli atenei italiani. L’Università rischia di perdere circa 4 mila ordinari, quasi uno su quattro. Colpa dei bilanci. E di un articolo della legge Tremonti che ha smontato il meccanismo che consentiva di ottenere, a 70 anni, la proroga automatica di due anni. «Prima ci dovevamo giustificare se rifiutavamo una richiesta; ora dovremo farlo se l’accettiamo», spiega il prorettore della Statale di Milano, Dario Casati. Per evitare accuse di favoritismi, la maggior parte delle università ha deciso: tutti a casa, sull’onda dell’indicazione della Conferenza dei rettori. «Rischiamo di restare oltre il 90% nel rapporto tra stipendi e finanziamenti fino al 2017. Solo così torneremo ad assumere entro il 2011», spiega, a Trieste, il rettore Francesco Peroni. Stesso discorso a Firenze, Genova, Pisa, Bologna, Palermo, Milano e in quasi tutti i grandi atenei.

    La manovra potrebbe far risparmiare 6-800 milioni di euro solo con gli ordinari. Ma negli atenei ha scatenato la rivolta. «Siamo stati discriminati, cacciati dall’oggi al domani». E giù decine di ricorsi ai Tar (Roma, Milano, Firenze): tutti bocciati. Tanti rettori la pensano più o meno allo stesso modo. E – conti permettendo – potrebbero concedere la proroga a qualcuno. Ma a chi? Alcuni hanno chiesto ai dipartimenti di indicare i “senior” considerati insostituibili. Il risultato? Tutti necessari, ovvio. Così il numero uno de La Sapienza di Roma, Luigi Frati, che potrebbe privarsi di 270 docenti, mette le mani avanti: «Ho chiesto collaborazione alle facoltà per individuare le eccellenze scientifiche. Altrimenti dovrò mandare via tutti».

    Per qualcuno l’esodo è la grande occasione per svecchiare assumendo docenti e ricercatori giovani. Difficile. Il caso di Torino è emblematico: a Medicina è in atto una guerra sotterranea tra settantenni che non vogliono perdere il posto, e associati che sognano di scalzarli. A 60 anni. Il pensionamento di massa non sembra la premessa di un ricambio generazionale. La legge Gelmini ha bloccato i concorsi, compresi quelli banditi, scatenando un’ondata di ricorsi e lo stop alle assunzioni. «Dal bando di concorso a quando il posto viene assegnato passano 20 mesi. Significa che almeno per i prossimi due anni nessuna università assumerà», spiega Franco Indiveri, docente alla Facoltà di Medicina a Genova.

    L’esodo dei «baroni» lascia perplessi persino i loro più accaniti avversari. Docenti come Tommaso Gastaldi, associato di Statistica a La Sapienza: «L’effetto sarebbe positivo se ci fosse un vero progetto di ringiovanimento…». E un altro irriducibile avversario del baronato, Giovanni Grasso, ordinario di Anatomia a Siena: «Tanti corsi dovranno chiudere».

    Bene, direbbe qualcuno, visto che negli ultimi anni si sono moltiplicati. Troppo semplice. Paolo Gianni, docente di Chimica a Pisa e segretario del Comitato nazionale universitario, spiega che gli atenei «hanno già razionalizzato, ma sulla base di un corpo docente che ora verrà molto ridimensionato. Così salta tutto».

    Tutto tranne, forse, proprio i «baroni». Che perderanno la cattedra e – per i medici – la carica di primario. Ma non alcuni privilegi, soprattutto il diritto, per due anni, a far parte delle commissioni nei concorsi, la vera fonte di potere, dove un docente di peso può decidere avanzamenti di carriera e assunzioni.ANDREA ROSSI

    • Sconsolante. Leggendo questi articoli, viene da pensare che non basterebbero 1.000 anni di Roars per riportare il discorso sul piano dei fatti, dei numeri e della ragione.

    • Grazie, paolo, per la botta de vita.
      Il secondo articolo è però datato e nel primo ci sono un po’ di contraddizioni: la priorità sono prima gli studenti, poi la ricerca, le persone capaci sono prima molte poi solo il 7%, la spesa è prima tanta e poi poca ma bilanciata dagli scarsi controlli. Ci vorrebbe che prima di rilasciare interviste disfattiste e a nome di tutta l’università italiana, le persone si chiarissero un po’ le idee e non menzionassero poi sempre e solo le solite classifiche mondiali sulle università.
      Piacerebbe anche a me che creassimo tanti MIT, ma per fare tanti MIT ci vogliono tanti soldi e non solo. Ci vogliono tasse molto alte, ci vuole un tessuto industriale di grandi e medie aziende ricco, ci vuole, ci vuole.
      E’ un gatto che si morde la coda, comunque, non è diminuendo ulteriormente gli stanziamenti che si avrà un risanamento di sistema.
      Penso che il vero risanamento non possa che venire dall’interno, prima di tutto, e venire da una certa parte dell’università che, basandomi sulla mia esperienza (non parlo per tutti), non è solo il 7%.

    • @lilla. Si il secondo è datato, ma le cavolate non hanno età- basta spararle.-
      In verità nelll’univeristà italiana ci sono tantissimi talenti. infatti quando da giovani inesperti andiamo all’estero siamo molto apprezzati … quando rientriamo ci rinco…
      le nozze coi fichi secchi. questi siamo capaci di fare… ma non possiamo negare che c’è anche del marcio.

  7. Il Corriere riporta l’appello di alcuni docenti (Bodei, Mazzarella, Esposito, Ferrris, …) contro i pre-pensionamenti forzati:
    http://rassegna.unipv.it/bancadati/20140729/SIA2032.pdf
    Correttamente, viene precisato che occorreranno 4 anni perchéil turn-over torni al 100%. Anche se non viene spiegato esplicitamente, significa che i pre-pensionati non potrebbero essere rimpiazzati al 100%.
    Meno correttamente si scrive che professori da anni in cattedra ammettono che grazie a questa novità potrebbero andare finalmente in pensione. Infatti, la norma si applica a chi abbia maturato il minimo contributivo per la quiescenza. Non apre finestre anticipate al pensionamento ma rende possibile forzare il pensionamento di chi ne aveva diritto ma preferiva continuare a lavorare.
    Un aspetto che i quotidiani non toccano è il vulnus all’autonomia di ricerca ed insegnamento. Un professore “scomodo” per le sue posizioni – scientifiche o politiche che siano – si troverà sottoposto alla spada di Damocle di un possibile pensionamento forzato da parte del suo ateneo. Un aspetto di qualche rilievo costituzionale che è rilevabile anche nella mozione CUN.

    • Mah. Tutto puo’ essere.

      In teoria ci potrebbero anche essere casi di persone “scientificamente scrsette” che si auto-creano la fama di “politicamente scomode” per potere in qualche modo giustificare la mancanza di risultati scientifici.

      Negli anni 50 e 60 alcuni “prestigiosi” scienziati italiani erano troppo impegnati a creare nuovi Centri ed Istituti per fare ricerca.

      Negli anni 70 alcuni “prestigiosi” scienziati italiani erano troppo impegnati a fare politica per fare ricerca.

      In mancanza di soldi per costruire nuovi Centri ed Istituti, stiamo forse tornando agli anni 70?

    • Non c’è bisogno di fare politica (accademica o meno) per risultare scomodi. Anche un Salasnich potrebbe risultare scomodo, prima o poi.

      “First they came for the Socialists, and I did not speak out—
      Because I was not a Socialist.

      Then they came for the Trade Unionists, and I did not speak out—
      Because I was not a Trade Unionist.

      Then they came for the Jews, and I did not speak out—
      Because I was not a Jew.

      Then they came for me—and there was no one left to speak for me.”

    • L’ironica retorica del “professore da pensionare perche’ demente”, utilizzata da alcuni illustri accademici sui quotidiani nazionali (e.g. La Repubblica) per contestare la norma, sfiora quasi il patetico; come se tutti i pensionati di questo mondo fossero dei citrulli…
      Che, poi, questi pensionamenti non risolvano il problema di TUTTI i giovani/precari, non servono consulenze di luminari di teoria dei numeri per intuirlo. Se vogliamo provare a sanare in parte gli effetti odierni di scriteriate soluzioni ope legis del passato, per le quali, allora, nessuno mi pare sia sceso in piazza a protestare, forse non possiamo invocare altre simili sanatorie. Anche perche’ -e pure qui non servono economisti amerikani per spiegarcelo-, pur volendo, purtroppo i fondi non ci sono. Tanto vale dire a chi guarda questo spettacolo da fuori che e’ meglio farsi una risata e, una volta finito il divertimento, provare a ricostruirsi una vita qui o altrove.

    • “Anche perche’ -e pure qui non servono economisti amerikani per spiegarcelo-, pur volendo, purtroppo i fondi non ci sono”
      =============================
      A me sembra che *soprattutto in Italia* i fondi non ci siano. Inutile nascondere dietro la crisi quelle che sono delle scelte politiche. Se ne è accorta anche la Fondazione Giovanni Agnelli, che non è il nome di una sezione torinese di Rifondazione Comunista:
      _____________________________
      Sostiene la Fondazione Agnelli: con un taglio del 9,4% del personale dipendente, l’università è il settore della pubblica amministrazione che ha subito la maggiore sforbiciata al personale tra il 2007 e il 2012. Seconda solo alla scuola, che ha subito un taglio del 10,9% delle sue «risorse umane». Ma poiché il taglio medio del personale nella pubblica amministrazione è del 5,6% e poiché tutti gli altri settori, diversi da scuola e università, hanno subito un’erosione inferiore al 5,0%, ogni dubbio è sciolto: l’Italia ha deciso di risparmiare prima e soprattutto sulla formazione dei suoi giovani.
      http://scienzaesocieta.comunita.unita.it/2014/04/30/in-fuga-dall%E2%80%99universita-devastata/
      _________________________________
      Per capire che è una scelta politica, bastano un grafico e un ritaglio di giornale:



    • Ehm, veramente sono “venuti a prendermi” varie volte.

      E dato che nessuno (o quasi) ha fatto nulla, sono un attimino individualista.

      Non credo proprio che la “salvezza” (di qualunque tipo) venga dalla cooperazione. Cio’ non toglie che sia bene interagere con gli altri, ma principalmente per minimizzare il numero di volte che “ti portano via”.

      Attendo pazientemente la mia ora, per essere portato via definitivamente, ma con un po’ di beata speranza di ricongiungermi ai miei cari.

    • Times Higher Education revealed that Professor Docherty, a professor of English and comparative literature, was being charged with undermining the authority of his head of department.

      He has been suspended since January, and as a condition of his suspension is not allowed contact with colleagues or students, and has been prevented from attending an event at the university and writing the preface to a book.

      Part of the evidence against him is that he sighed, projected negative body language and asked “ironic” questions while interviewing candidates for a position at the department, THE understands.
      http://www.timeshighereducation.co.uk/news/thomas-docherty-case-students-and-alumni-drum-up-online-support/2014890.article

    • Che sia una scelta politica mi pare abbastanza ovvio. Ogni scelta e’ politica. Quando trentanni fa si decise di calare le brache di fronte alle richieste del’accademia si fece anche allora una scelta politica, che privilegiava quella generazione di accademici a scapito delle successive e il settore dell’Univrsita’ a scapito di altri. Vale la pena lottare affinche’ le cose cambino. Quello che pero’ un po’ mi infastidisce e’ che bisognerebbe evitare, da parte di qualcuno, di illudere ipocritamente i piu’ giovani richiamando le ilusorie promesse da marinaio di chi sa benissimo che non potranno essere mantenute, o facendo passare per questioni di principio cio’ che in realta’ e’, soprattutto, un interesse privato. Legittimo, per carita’. Ma sarebe piu’ onesto ammetterlo. Sarebbe un buon inizio, anche per cominciare a elaborare il ‘lutto’ di un pensionamento che prima o poi arrivera’. Credo.

    • Se è per quello, arriverà anche la morte (quella fisica). Nel frattempo, cerchiamo di non andare a fondo del tutto, ragionando piuttosto sui fatti. Per quanto gli ordinari siano malvagi e attaccati alla seggiola (e ce ne sono alcuni che rientrano in questa categoria), il fenomeno macroscopico è quello di una nazione che sta perseguendo una terzomondizzazione culturale, rinunciando a tenere il passo con l’accresciuta domanda (e offerta) di istruzione a livello mondiale. Per qualche ragione, che sospetto non disgiunta dal basso profilo culturale della classe dirigente, questa rotta suicida viene applaudita (persino da non pochi accademici) in nome di categorie morali (estirpiamo la casta dei “baroni”, apriamo le porte ai giovani meritevoli, etc) ed economiche (tagliamo gli sprechi faraonici di una esorbitante spesa in istruzione terziaria). Nel “si salvi chi può” generale, il precario applaude a qualsiasi intervento che pompi una frazione di punto organico negli atenei, l’ordinario scrive ai giornali lamentando che non si rottama la scienza e la saggezza, suggerendo magari di salvare un manipolo di migliori (tra cui lui, naturalmente) scaricando fuori bordo i vecchi rincoglioniti (la maggioranza dei suoi colleghi, naturalmente). Forse a qualcuno potrebbe/dovrebbe balenare l’idea che l’Italia non ce la può fare a sopravvivere decentemente con un differenziale di 20 punti nell percentuale di laureati rispetto alla media OCSE e che investire in cultura e scienza non è un lusso un po’ perverso, ma una scelta obbligata.

    • Giuseppe De Nicolao: sono d’accordo su tutto. Solo mi piacerebbe vedere un po’ piu’ di onesta’ e franchezza nei confronti dei piu’ giovani, e mi sarebbe piaciuto anche vedere la stessa potenza di fuoco spiegata in altre circostanze (per esempio, visto che parliamo di pensione, quando quella dei ricercatori e’ stata portata a 62 ani). Ovviamente non sto parlando di Roars. Probabilmente sono solo un illuso, ma voglio ancora credere che il mondo nel quale lavoro possa contribuire a creare un paese migliore. Alcuni di quelli che scrivono qui, anche se non sempre mi trovano concorde, mi danno almeno qualche speranza. Un saluto.

    • Che alla fine quelli che ci rimettono di più siano i ricercatori (prepensionabili a 62 anni) è una vergogna. Sulla potenza di fuoco, ho già commentato. Complimenti a chi sfodera un’inaspettata vitalità quando c’è da garantirsi un posto sulla scialuppa. Una vitalità che potrebbe essere spesa anche per salvare la nave, una volta ogni tanto.
      La morale che traggo è che le trovate estemporanee (del tipo “rottamiamo Dracula”) non ci porteranno fuori dalle secche. Nella bagarre degli interessi particolari, si sa chi succhia meglio.

  8. Qualche anno fa (troppi) avevo scritto con Stefano Zapperi questo articolo per Nature sul problema del pensionamento tardivo dei docenti in Italia, cercando di portare l’attenzione sul problema strutturale dell’invecchiamento del corpo docente e sul reclutamento col contagocce http://pil.phys.uniroma1.it/%7Esylos/nphys715.pdf. E’ successo tutto il contrario di quello che avevamo auspicato e la situazione è di gran lunga peggiorata.
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    Sul problema del pensionamento, che è sicuramente un problema dato che solo in Italia i docenti vanno in pensione oltre i 65 anni (oltre US ma è un’altra storia) vorrei aggiungere quanto avevo già scritto nel 2010 (tanto è tutto immutato)
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    Il PD ha recentemente proposto di abbassare l’età della pensione per i docenti universitari a 65 anni, come avviene in tutti gli altri paesi Europei (con piccole variazioni, ma comunque generalmente non si va mai oltre il 70 anni come avviene da noi). C’è subito stato un “levar di scudi” ed alcuni hanno definito i responsabili del PD “fascisti” (e ce ne vuole di fantasia!) che vogliono rottamare gli anziani, senza comunque mai preoccuparsi di capire la situazione. Il Ministro Gelmini un bel mattino di luglio 2010 ha fatto sua questa idea (almeno in parte) affermando che i docenti che vanno in pensione oltre i 70 anni addirittura non rispettino la legge (!). A parte queste stravaganze, come per ogni problema legato alla riforma del sistema universitario, non c’è la bacchetta magica che possa risolvere la situazione. E’ del tutto condivisibile abbassare l’età pensionabile, visto che in Italia è la più alta del mondo per i docenti universitari come anche la loro età anagrafica. Chiunque si imbarchi in uno studio sistematico dell’età dei docenti universitari italiani, come abbiamo fatto Stefano Zapperi ed io vari anni anni fa, dovrebbe giungere ad analoghe conclusioni. Personalmente, invece di essere contento che alla fine la politica segua queste idee, ne sono preoccupato. Perché nella situazione attuale l’abbassamento dell’età pensionabile, senza l’adozione di altre misure, porterà ad uno squilibrio ancora maggiore con più del 60% dei docenti che andranno in pensione nel giro di pochi anni. E’ vero che ci vuole un ricambio come è vero che la maggior parte dei pensionamenti riguarda quei docenti che sono stati assunti con la famosa ope-legis del 1980, che hanno avuto una vita particolarmente facile se confrontata a quella delle generazioni successive, ma un ricambio di tale dimensioni deve essere ben definito, diluito nel tempo e soprattutto programmato.

    http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/07/25/riforma-universitaria-fatti-e-misfatti/43999/
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  9. Tranquilli, nel frattempo hanno deciso di portare l’età minima da 65 a 68, e di abbassarla a 62 per i ricercatori. Ovviamente parliamo di chi avesse già maturato ben 42 anni e tre mesi di anzianità contributiva (cosa che la maggior parte di noi si sognerà, ammesso ci diano mai una pensione).

    Che spiegamento di forze sui giornali però…quando riducono il FFO a nessuno frega niente…boh

    • A quanto mi consta per i ricercatori c’è già una norma analoga e molti sono stati licenziati negli anni scorsi per raggiungimento dei 40 anni di contributi con riscatto di laurea: nessuna protesta allora, soprattutto da parte dei professori

  10. Se i “requisiti minimi” sono 42 anni di contributi previdenziali nel mio caso la vedo male, anzi malissimo. Ho (forse) 18 anni di contributi: percio` devo lavorare altri 42-18=24 anni per avere i “requisiti minimi”. Dato che ho 47 anni, 47+24=71. Ecco, a 71 anni avro` i requisiti minimi.

    D`altra parte sono abbstanza sicuro che tra 20 anni i requisiti minimi saranno 50 anni di contributi, e l`eta` minima per la pensione 75 anni.

    L`unica soluzione alternativa sarebbe quella di tagliare (e di molto!!) la pensione ai pensionati che godono di pensione con il metodo retributivo. Ma non avverra` mai in un Paese come il nostro, destinato appunto al gerontocomio.

    • Ho fatto meglio i conti:

      7 anni (INPS, riscatto laurea e dottorato)

      6 anni (gsINPS, assegnista+doc.contr)

      6 anni (INPS, ric. INFM-CNR)

      4 anni (INPDAP, PA)

      Sigh. Sono 23 anni di contributi (circa).

      Quindi devo lavorare altri 42-23=19 anni. Ed i requisiti minimi li avrò a 47+19=65 anni.

      E dopo? Beh, posso sempre scrivere nei blog…

  11. Una cosa di cui non parla nessuno, ma che secondo me è fondamentale: chi, come, con quali criteri decide che un pensionabile va mandato a casa? Se ci si rifà alla finta democrazia della maggioranza potremmo assistere a pensionamenti di personaggi scomodi e prolungamenti delle carriere degli amici degli amici. Con conseguenti ricorsi, il tutto a uso e consumo degli avvocati.

    • Se funziona come per decenni hanno funzionato le conferme in ruolo dopo tre anni, a meno di non avere evidenza di crimini efferati, i consigli di dipartimento non voteranno mai per l’allontanamento di un proprio componente. Quanta retorica…

    • @ bengi:
      il Senato Accademico.
      Così recita la formulazione (forse) definitiva del comma:
      “Le medesime disposizioni del presente comma si applicano altresì, previa verifica delle compatibilità finanziarie da parte dell’INPS, ai professori universitari, con decisione del senato accademico, senza pregiudizio per la continuità dei corsi di studio e comunque non prima del termine dell’anno accademico nel quale l’interessato ha compiuto il sessantottesimo anno di età, nonché ai soggetti che abbiano beneficiato dell’articolo 3, comma 57, della legge 24 dicembre 2003, n. 350, e successive modificazioni. Per ciascun professore universitario nei cui confronti abbia adottato la decisione di cui al presente comma, la relativa università, nei limiti delle facoltà assunzionali previste a legislazione vigente, procede prioritariamente all’assunzione di almeno un nuovo professore, con esclusione dei professori e dei ricercatori a tempo indeterminato già in servizio presso la stessa università, o all’attivazione di almeno un nuovo contratto per ricercatore a tempo determinato di cui all’articolo 24, comma 3, lettera b), della legge 30 dicembre 2010, n. 240.»”

      Mi pare una soluzione piuttosto pasticciata. Che vuol dire che i senati accademici dispongono i pensionamenti previa verifica delle compatibilità finanziarie da parte dell’INPS? E quella dell’assunzione di un professore “esterno” o di un RTD b per ogni prepensionamento, cosa è se non pura demagogia? Un RTD b o un PA esterno costano 0,7 punti organico. Con gli attuaòi limiti al turnover, un PO pensionato fa tornare indietro 0,5. Chi li mette gli 0,2 aggiuntivi? Tutto ciò significa, in pratica, che questa controversa norma è una delle tante bandierine di Renzi, e nei fatti non sarà applicata. Davvero, tanto rumore per nulla.

  12. Tra l’altro così si danneggia chi ha fatto tutte le cose per bene, laureato a 23-24 anni, dottorato, riscatto di tutto, anche dei punti del supermercato, come dicevo in un altro post. E gli esempi di altri paesi non reggono. In UK, per es. ti manderanno anche in pensione da ragazzino, ma chi vale continua a lavorare con contratti.
    Una mia collega inglese mi disse che presto sarebbe andata in pensione, quindi io, nella telefonata successiva, trovandomi in imbarazzo a usare il termine “pension, retirement” per una donna ancora giovane e bella, le dissi: “quindi da quando smetterai di andare in facoltà” e lei: “ma guarda che ti ho detto che vado in pensione, mica che smetto di lavorare”. Il colloquio è avvenuto 10 anni fa, lei lavora ancora lì.
    E di esempi ne ho a bizzeffe, anzi, avendo io iniziato molto presto nel mondo del lavoro, ora mi ritrovo con tanti colleghi in età pensionabile o pensionati che però sono tutti ancora saldamente al loro posto, pagati con contratti dallo stato o da privati.

  13. … loro saldamente con un posto! Ma i nostri allievi dove sono? Caro Bengi, te lo sei chiesto? Un paio di generazioni sono state già bruciate. La bella prof inglese, dopo i 65 anni, è rimasta in servizio senza più pesare sui conti dell’ateneo. Ma questo in Italia esiste. Tanti docenti in pensione hanno un corso, pagato con un contratto di diritto privato. Altro è invece mantenere il budget e vedere andare via dottori di ricerca o assegnisti meritevoli. Ci salviamo l’anima credendo che le cose non siano correlate. In media, facendo due conti, stiamo parlando di due-tre anni in ruolo in meno rispetto al passato, niente di più. Per chi ha avuto tante agevolazioni economiche e di carriera. Ve ne dico qualcuna? Ope-legis, riscatto degli anni di laurea a prezzi fuori mercato, concorsi locali con tre (!!) idoneità, metodo retributivo per il pensionamento, tfr. Volete due numeri? Un professore ordinario con 42 anni di servizio, a 67 anni, in questo ruolo da 20 anni lascia un budget di 120.000 Euro. Anche al 60% di turnover, stiamo parlando di 72.000 Euro. Praticamente 2 RTDa.
    Magari aveva ragione Montaigne… “vedo gli uomini solitamente più pronti a cercare una ragione per le cose, che a scoprire se le cose sono così”.

    • Come ha detto in queste ultime ore qualche illustre Rettore, che e’ uomo di mondo e quindi ha subito rilanciato, i migliori dovrebbero restare in servizio anche fino a 75 anni (e perche’ no, allora, fino a quando decidera’ Madre Natura, dico io…). Di fatto e’ la posizione di molti che postano in queste pagine. Quella sui giovani e sui precari, purtroppo, e’ spesso retorica buona solo per chiedere qualche spicciolo in piu’. Dove poi verra’ sotterrato questo spicciolo, chi lo sa.

    • Un attimo, credo che bisogna rifare i conti. Il valore del punto organico 2013 e’ 118.000 euro, quindi con un pensionamento, nella migliore delle ipotesi (quella sopra), si ottiene 1 p.o. che al 50% vuol dire 0,5 punti organico: 1 RTDa in un anno. L’RTDa poi ha un contratto triennale rinnovabile ad altri 2: dopo 3 anni si ripone il problema. Ci vogliono 2 pensionamenti “al top” per 1 RTDb che dopo 3 anni deve diventare associato.
      Faccio però presente che queste sono le attuali disponibilità annuali (1-2 punti organico) di una grande facoltà/dipartimento di una grande università, dove mediamente ci sono 10-15 abilitati a PA e altrettanti a PO.
      Ci sono motivi per sostenere che la vera necessità per i precari e’ un piano straordinario di reclutamento.

    • Lo dico col sorriso sulle labbra: tra volatili manzoniani e bibliche regine, alla fine la richiesta e’ sempre la stessa: “o la borsa, o la vita”. Peccato che la borsa sia ormai vuota.

    • @Lionel: esatto :-)
      Se già il turn-over torna al 100%, capisci che intanto non si perde la metà dei punti organico, ma questo neanche sposta in modo veramente significativo quelle cifre sopra e quindi non può essere la vera soluzione del problema precari, che ha cifre più grandi.
      La Ministra ha promesso un piano di reclutamento di 6000 nuovi ricercatori l’anno per 4 anni: vediamo se sarà di parola.

    • Visto l’amore che molti hanno qui per le metafore, mettiamola cosi’: la nave e’ salpata e i marinai hanno ormai lasciato la citta’

    • “A chi ha sarà dato e sarà nell’abbondanza; e a chi non ha sarà tolto anche quello che ha” (Mt13,12)

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