Pubblichiamo la lettera aperta di Sergio Brasini e Giorgio Tassinari:
le dichiarazioni di un membro del “Gruppo di lavoro per le procedure
per la abilitazione scientifica nazionale nei settori non bibliometrici”
sono in contrasto con il Codice Etico dell’ANVUR?

Il 3 luglio scorso, l’ANVUR ha nominato i membri del “Gruppo di lavoro per le procedure per la abilitazione scientifica nazionale nei settori non bibliometrici” (GLSNB per brevità). È un gruppo di lavoro che svolge un ruolo rilevante nelle procedure di abilitazione scientifica in quanto gli spetta  il compito di fornire indicazioni su quali libri e riviste siano da ritenersi “scientifici” e sulla classificazione delle riviste, con immediate ricadute sulla selezione dei commissari e dei candidati abilitabili. Su ROARS (Ops! ANVUR dimentica di comunicare la nomina della Suprema Corte della Scienza) avevamo già segnalato la stranezza  di una nomina rimasta seminascosta nell’elenco delle delibere, non segnalata nelle news, non riportata nel settore “Abilitazioni” del sito e priva del’usuale descrizione sintetica che ne identificasse il contenuto (descrizione aggiunta solo dopo l’uscita del nostro articolo).

In qualità di studiosi collaboratori esterni, i membri di tale gruppo di lavoro sono tenuti a rispettare il Codice Etico dell’ANVUR. Secondo l’Art.2 di tale codice, gli studiosi collaboratori esterni

fanno sì che le relazioni con i colleghi siano ispirate a principi di leale collaborazione, evitando atti e comportamenti caratterizzati da animosità e conflittualità.

Inoltre,

Consapevoli della natura pubblica delle funzioni svolte, si comportano in modo tale da promuovere la reputazione dell’Agenzia e la fiducia nel suo operato.

Alla luce di questo articolo del codice etico, Sergio Brasini e Giorgio Tassinari (Università di Bologna) hanno portato all’attenzione del Presidente dell’ANVUR le recenti dichiarazioni di un membro del GLSNB, Giovanni Federico, che appaiono inopportune sia per toni che per contenuti:

facciamo mobbing su quelli giovani ma mediocri o peggio per farli andare in pensione (p.es. tagliamoli fuori dalle commissioni di concorso e facciamone degli zombies). Quando poi i nostri colleghi avranno imparato ed il clima sarà cambiato, allora i soldi saranno ben spesi. In questo processo ci saranno delle ingiustizie? Purtroppo si

Di seguito riportiamo il testo integrale della lettera aperta.


Lettera aperta
al Consiglio Direttivo dell’ANVUR

Al Presidente dell’ANVUR prof. Stefano Fantoni


e p.c.

Al Ministro dell’Istruzione, Università e Ricerca, prof. Francesco Profumo

 

Al Presidente del CUN prof. Andrea Lenzi


Al Capo di Gabinetto del MIUR, dott. Luigi Fiorentino


Bologna, 31 luglio 2012.

Con la sua delibera 55/2012 in data 3 luglio 2012 l’ANVUR ha nominato il “Gruppo di lavoro per le procedure per la abilitazione scientifica nazionale nei settori non bibliometrici” che ha la seguente missione:

A. Fornire indicazioni metodologiche circa la definizione di rivista scientifica ai fini della procedura di abilitazione scientifica nazionale, formulando un parere al Consiglio Direttivo.

B. Svolgere l’istruttoria della procedura di classificazione delle riviste ai fini della abilitazione scientifica nazionale, formulando un parere al Consiglio Direttivo.

C. Fornire indicazioni metodologiche circa la definizione di scientificità dei libri.

In particolare, questo Gruppo di lavoro dovrà definire gli elenchi di riviste in fascia A che saranno utilizzati per selezionare i commissari e i candidati per le abilitazioni nazionali ai sensi dell’Art. 12 della Delibera ANVUR n. 50 del 21-06-2012.

Restando ferma la perplessità per un sistema di selezione di commissari e candidati che affida ad un’agenzia di nomina governativa come l’ANVUR non solo il compito di discernere ciò che sarebbe scientifico, ma anche di decidere quali sedi di pubblicazione siano di “classe A”, è chiaro che i membri di tale Gruppo di lavoro svolgono un compito particolarmente delicato. Non solo dovrebbero distinguersi per competenza ed esperienza scientifiche, ma dovrebbero possedere spiccate doti di equilibrio ed imparzialità per dissipare ogni possibile sospetto che le loro scelte mascherino indebite ingerenze extra scientifiche.

Nella delibera 55/2012 sono elencati i membri del Gruppo di lavoro, ripartiti per Area scientifica. In particolare, i nominativi dell’Area 13 sono:

Giovanni Federico (Istituto Europeo Firenze e Università di Pisa)

Fabio Pammolli (IMT Lucca)

Pietro Reichlin (Università LUISS Roma)

Gabriella Salinetti (Università Sapienza Roma)

Con successiva delibera 58/2012 in data 11 luglio 2012 Gabriella Salinetti, dimissionaria, è stata poi sostituita da Viviana Egidi (Università Sapienza Roma).

È bene ricordare che nell’Area 13 gli esperti nominati da parte dell’ANVUR hanno già suscitato qualche perplessità. In relazione alla VQR, ad esempio, Alberto Baccini ha dimostrato che il 75% dei membri del Gruppo di Esperti della Valutazione dell’Area 13 (GEV 13) è riconducibile allo stesso network scientifico, riscontrabile oggettivamente attraverso le pubblicazioni scientifiche firmate in comune.

Ora una ben più grave ragione di allarme è dovuta al seguente commento, pubblicato da Giovanni Federico  in un messaggio apparso il 20 luglio 2012 alle ore 19:20 sul blog di “Noise from Amerika”:

http://noisefromamerika.org/c/6596/89405 (si veda anche più in basso).

“E’ questo il problema. Se dai soldi alle università senza mettere gli incentivi giusti, il rischio di assumere degli incapaci è altissimo. E’ quarant’anni che sento parlare di fondi alla ricerca ed all’università e vedo sopratutto mediocri che entrano e fanno carriera. E allora prima mettiamo gli incentivi giusti (=hic et nunc facciamo funzionare l’ANVUR), lasciamo che gli ordinari vecchi vadano in pensione, facciamo mobbing su quelli giovani ma mediocri o peggio per farli andare in pensione (p.es. tagliamoli fuori dalle commissioni di concorso e facciamone degli zombies).  Quando poi i nostri colleghi avranno imparato ed il clima sarà cambiato, allora i soldi saranno ben spesi. In questo processo ci saranno delle ingiustizie? Purtroppo si, ma sempre meno di quelle che ci sono state finora con il sistema baronale tradizionale. Ci vorrà tempo? Certo, e tanto più quanto più quelli bravi, internazionali etc.  si schiereranno con la maggioranza dei cialtroni e mediocri  perchè colleghi (e per pregiudizi politici contro la Gelmini)”.

Il commento di Giovanni Federico, fuori luogo sia per toni che per contenuti, è a nostro avviso incompatibile con l’equilibrio e l’imparzialità richiesti dal ruolo che l’ANVUR gli ha chiesto di ricoprire nonché con le previsioni del Codice Etico dell’Agenzia. In particolare, egli auspica un’azione di mobbing nei confronti dei “cialtroni e mediocri” che devono essere ridotti a “zombies”. Questo atteggiamento travalica in modo evidente il ruolo tecnico e super-partes di un’Agenzia di valutazione, che deve essere equa, senza contaminare le sue azioni con intenti ideologici.

A chi auspica la giustizia sommaria, è giusto domandare come intenda colpire “cialtroni e mediocri” senza commettere ingiustizie, ma per Giovanni Federico evidentemente questo non è un problema. Egli dà per scontato che nel processo ci saranno delle ingiustizie, che giustifica a priori, compromettendo fin d’ora la credibilità dei pareri formulati dal Gruppo di lavoro del quale fa parte.

Alla luce di quanto esposto, chiediamo al Consiglio direttivo dell’ANVUR di prendere atto delle dichiarazioni di Giovanni Federico e di valutarne la compatibilità con il prosieguo della sua partecipazione al Gruppo di lavoro per le procedure per la abilitazione scientifica nazionale nei settori non bibliometrici.

Con i migliori saluti,

Sergio Brasini

Giorgio Tassinari

(Dipartimento di Scienze Statistiche, Alma Mater Studiorum – Università di Bologna)

 

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17 Commenti

  1. Citare un commento in un blog per attaccare una persona per le sue idee secondo me non è opportuno. Gli spazi per i commenti dei blog sono strumenti di informazione libera, informale ed istintiva. Non sono luoghi dove si rilasciano dichiarazioni ufficiali.

  2. Il prof. Federico interviene regolarmente su NfA, con nome e cognome, e SEMPRE per esprimere opinioni del tenore sopra riportato. Anche qui su ROARS ricordo un suo violentissimo intervento, da altri definito caritatevolmente “poco costruttivo”.
    Il suo pallino è la punizione collettiva di docenti e (soprattutto) ricercatori. Non parliamo dei ricercatori con affidamenti didattici!
    Mi sembra che le sue idee siano espresse con estrema chiarezza, altro che informalità e istintualità.

  3. Conosco (indirettamente) Giovanni Federico, e spesso mi capita di essere in disaccordo con lui; tuttavia mi sembra che questa richiesta sia quantomeno esagerata.

    Conoscendo abbastanza bene gli interventi precedenti, sono assolutamente certo che GF si riferisse a quello che poteva essere fatto *a valle* del processo valutativo: non credo quiondi che si possa sostenere che cio’ inquini l’equilibrio di giudizio.

    La discussione su come condurre la valutazione (e come poi questa deve essere usata) e’ estremamente seria ed importante; spostarsi sul piano dell’attacco personale mi sembra poco opportuno.

  4. Nel merito mi semba animato da buoni intenti. Lasciamo da parte il linguaggio iprerbolico e badiamo al sodo. Ma sai quanti commenti di baroni antimeritocratici che ci saranno in giro e nessuno ha mai detto nulla. Almeno Federico ha come stella polare la meritocrazia. Poi non è mica lui che vuole far fuori i mediocri o peggio non facendoli arrivare in commissioni. Già l’Anvur con le mediane lo farà.

    • JohnnyMnemonico: “non è mica lui che vuole far fuori i mediocri o peggio non facendoli arrivare in commissioni. Già l’Anvur con le mediane lo farà.”

      In realtà, GF è esattamente nella posizione per mettere subito in pratica le sue tesi. Il gruppo di lavoro a cui appartiene deve fornire indicazioni su quali libri e riviste siano da ritenersi “scientifici” e sulla classificazione delle riviste, con immediate ricadute proprio sul calcolo delle mediane per la selezione dei commissari e dei candidati abilitabili. Se per essere sicuro di colpire “cialtroni e mediocri” declassasse alcune riviste che non meritavano di essere declassate e finisse per danneggiare anche i meritevoli, sappiamo già che ha messo in conto delle ingiustizie per il raggiungimento di un bene superiore. Dato che per escludere i non meritevoli ci sono due ulteriori filtri, quello commissione e poi i concorsi locali, questa teorizzazione della “giustizia sommaria” è ancor meno giustificabile.

      Per non dire dell’aiuto che GF sta fornendo ai ricorsi. Le sue sembrano dichiarazioni fatte apposta per affondare le abilitazioni.

  5. La cosa che mi pare grave è che quel commento è stato lasciato pochi giorni fa, ossia quando già il prof. in questione era stato cooptato dall’ANVUR. Si sa che la correttezza istituzionale è merce rara in questo paese, ma le esternazioni del prof. mi paiono un tantino sopra le righe, quasi il potere (finalmente!) conquistato contro gli odiati “immeritevoli” gli abbia dato un po’ alla testa…

    • Qui ti sbagli di grosso: GF ha semplicemente ripetuto quello che dice da sempre.

      Tra l’altro, non vedo cosa ci sia da scanzalizzarsi: la “zombizzazione” dei colleghi non e’ niente di diverso da quel che, gia’ ora, prevede la legge, ovvero che chi sta sotto la mediana non puo’ partecipare alle commissioni (e quindi diventa una sorta di “zombie accademico” nel linguaggio di GF).
      Con tutte le riserve che si possono avere sul criterio della mediana, penso che il principio di fondo della legge non sia sbagliato.
      Se poi vogliamo criticare la legge, quello che mi sembra davvero discutibile e’ la zombizzazione di tutti i ricercatori ed associati, che sono stati esclusi a priori dalle commissioni. Ma questa e’ un’altra storia.

  6. Ho già scritto –ma è bene sempre rinnovare questa premessa per non essere accusati di voler difendere baroni impresentabili- che credo che sia assolutamente legittimo che possano far parte delle commissioni per le abilitazioni soltanto docenti, per così dire, attivi. E trovo che sia intollerabile che all’interno dell’Università ci siano colleghi che hanno sempre di meglio da fare che insegnare e fare ricerca. Credo però, e anche questo l’ho scritto molte volte, che le regole attuali (del VQR e delle abilitazioni), non siano ben disegnate per contrastare questi problemi.
    Credo anche che nelle aree non bibliometriche, quelle dove si è più spesso fatto ricerca al riparo dal contesto internazionale, potremo avere risultati sorprendenti –e contrari allo spirito della rivoluzione dall’alto intrapresa dall’ANVUR.

    Il tono di Giovanni Federico è un sintomo dello spirito del tempo e va inquadrato negli equilibri del suo piccolo settore disciplinare (storia economica), prosperato al riparo dalla scienza internazionale. Più in generale credo che sia all’opera, specificamente nell’Area 13 (economia), una dinamica per cui VQR e, forse in misura minore, le prossime abilitazioni, rappresentano l’occasione per conquistare il potere accademico per molti valenti studiosi –come Giovanni Federico, uno dei pochi storici economici italiani che partecipano al dibattito internazionale- contro la generazione accademica precedente. Il vessillo è quello del merito bibliometrico. Il modello quello della rivoluzione dall’alto.

    Dissento fortemente dallo spirito rivoluzionario e dai suoi toni, dagli intenti pedagogici adottati autonomamente da una agenzia di valutazione, dalle sperimentazioni sociali sull’accademia.

    L’università italiana avrebbe bisogno di chiare linee di sviluppo strategico (decise dal legislatore democraticamente eletto), di un disegno istituzionale equilibrato e coerente con quelle linee.

    Forse è il momento di dire che siamo invece di fronte ad una agenzia plenipotenziaria che supplisce all’assenza di linee politiche chiare, con decisioni solo all’apparenza tecniche. E di fronte a elites accademiche che usano VQR (e forse abilitazioni) per conquistare il potere.

    • Vorrei chiarire un punto del mio commento precedente che potrebbe suonare ambiguo. Non volevo attribuire a Giovanni Federico sete di potere accademico -lo conosco e lo stimo da molto tempo.
      Volevo solo dire che a mio parere (almeno in Area 13, ma non escluderei altrove) VQR e abilitazioni sono l’occasione per una cambio delle elite accademiche che controllano i vari settori disciplinari (potere accademico, in questo senso). Lo si sta facendo piegando il funzionamento delle istituzioni, e ammantando il tutto di meritocrazia.

      Giovanni Federico ha usato espressioni che ritengo inadatte al suo ruolo istituzionale. Che hanno però il pregio di rendere palese il gioco che si sta giocando.

      Aggiungo un altro elemento al mio ragionamento: ritengo che la lista di riviste di classe A che ha in mente Giovanni Federico coincida al 95% con quella che ho in mente io. Così come la lista di riviste del GEV13, è più o meno quella che sottoscriverei. Ma non è questo il punto: non si può giudicare la bontà di una lista dalla rispondenza della stessa con le proprie opinioni.
      Il punto è che questi risultati sono a mio parere accettabili solo se sono il prodotto di processi decisionali istituzionalmente ineccepibili, cioè trasparenti e con responsabilità chiare. Né VQR né abilitazioni hanno questi requisiti.

  7. Gli attacchi a Giovanni Federico sono assolutamente pretestuosi . Come osserva giustamente ccarminat la “zombizzazione” dei docenti non attivi non è altro quello che prevede la legge. Federico nel post se la prende con i docenti che non fanno ricerca e non pubblicano. Cosa c’ è di male ? Nulla di nulla. Le lettere all’ Anvur di Brasini e Tassinari e del Conpass mi sembrano l’ennesima difesa corporativa della vandea accademica che si attacca a qualsiasi pretesto per ostacolare ogni tentativo di valutazione.

  8. Leggo con un certo sconcerto il commento di Alberto Baccini, i cui interventi in genere sono ragionevoli nei contenuti e misurati nei toni. Prescindendo da quanto osserva su presunte dinamiche interne all’Area 13 dell’ANVUR (al cui riguardo non ho elementi per esprimermi), mi pare che egli si lasci andare con una certa leggerezza ad affermazioni sulla Storia economica italiana che non possono essere tollerate. Non so se Baccini scriva sulla scorta di opinioni che si è formato in proprio o, piuttosto, di informazioni (o illazioni?) rimbalzategli da altri, ma come studioso italiano (forse non “valente” ma per lo meno dotato di una certa conoscenza del mondo) del suddetto raggruppamento disciplinare mi sento in dovere di rassicurarlo su quanto segue:

    a) La nostra disciplina non è “prosperata al riparo dalla scienza internazionale”. L’Italia ha dato i natali ad alcuni fra i massimi storici economici del Novecento, è tuttora sede di prestigiose istituzioni come il Datini (il forum internazionale degli studiosi dell’età preindustriale) ed è sempre stata adeguatamente rappresentata alla International Economic History Association. Che poi la sua visibilità all’estero, come quella di tutti i settori umanistici (con le ovvie eccezioni di italianistica e studi classici), sia stata in anni recenti danneggiata da un malinteso – e, questo sì, provinciale! – concetto di internazionalizzazione dove l’uso dell’inglese, o di un similinglese, e l’adesione ad alcuni preformattati, talora stantii, dibattiti transatlantici, fanno premio sull’intelligenza delle argomentazioni, è altro discorso. Ciononostante, all’ultimo convegno della IEHA, in Sudafrica, eravamo una trentina (5 presidenti di sessione).

    b) Non è neppure vero che la Storia economica sia un “piccolo settore-disciplinare”, espressione che Baccini impiega, sembrerebbe, per rafforzarne la connotazione di ‘parrocchietta’. Al di là del fatto che è singolare utilizzare la consistenza numerica di una certa disciplina come parametro per esprimere qualsivoglia giudizio sulla sua rilevanza, ricordo che la comunità scientifica italiana è una fra le più numerose a livello mondiale: ad oggi, 186 studiosi inquadrati nel SSD (222 nel macrosettore omonimo). Numeri di quest’ordine si ritrovano soltanto nel dinamico Estremo Oriente (dinamico da molti punti di vista, non ultimo quello demografico).

    • Ringrazio Francesco Boldizzoni per il commento. Con la mia espressione “piccolo settore disciplinare, prosperato al riparo dalla scienza internazionale” riferito al SECS-P12 Storia economica, non volevo dare un giudizio critico generale riferito ad ogni singolo membro della comunità degli storici economici, Denigrare i padri nobili, o sostenere che nessuno della comunità degli storici economici italiani partecipa al dibattito internazionale.

      Tento di chiarire. Piccolo: non sto facendo il confronto con le comunità disciplinari di storici economici in giro per il mondo; sto dicendo che nell’organizzazione corporativa dell’Università italiana in SSD un settore con 45 ordinari e 141 tra associati e ricercatori è relativamente piccolo. In area 13 ce ne sono anche di più piccoli, ma ce ne sono anche di più grandi. SECS-P01 (economia politica) ha 289 ordinari e 526 associati e ricercatori. Il mio retropensiero -ma qui ho solo evidenze aneddotiche- è che in un settore piccolo è tradizionalmente più facile controllare il sistema dei concorsi.
      “Prosperato al riparo dalla scienza internazionale” è espressione che uso spesso. Per la storia economica alcune evidenze basate sulla presenza nei boards delle riviste sono presentate in un mio vecchio articolo il cui preprint si può scaricare qui http://www.econ-pol.unisi.it/dipartimento/it/node/1076.
      I dati qua sotto sono significativi. Se si considerano le due riviste top di storia economica nella classificazione CNRS francese (Fonte: Scopus):
      Economic History Review 754 articoli dal 1965 al 2012; 8 articoli (1%) di autori con affiliazione italiana;
      Journal of Economic History 860 articoli su dal 1957 al 2012; 10 articoli (1,1%) di autori con affiliazione italiana;

      Tanto? poco? Si può fare un confronto con quanto accade in storia del pensiero economico -i cui cultori italiani sono dispersi in SECS-P01 e SECS-P04-. Si tratta di una comunità pienamente integrata con la comunità internazionale (sempre secondo i risultati del mio paper). Le due riviste top secondo il CNRS:
      History of Political Economy 619 articoli dal 1986 al 2012; 35 articoli di autori con affiliazione italiana (5,6%; quinta nazione per contributi);
      European Journal of the History of economic Thought 266 articoli dal 2003 al 2012 di cui 54 (20,3%) con affiliazione italiana (seconda nazione).

      Questa la base informativa della mia espressione.

  9. Apprezzo la precisazione di Baccini, tuttavia gli indici di internazionalizzazione utilizzati non sono a mio giudizio significativi. Mi rendo conto che sia difficile avere ‘dall’esterno’ una visione realistica di un’altra disciplina. A livello internazionale, le situazioni della storia economica e della storia del pensiero sono molto diverse e non raffrontabili. Provo a spiegare.
    Per quanto anche nella storia del pensiero convivano due anime (quella della ‘history of science/ideas’ e quella della ‘rational reconstruction’, la loro distribuzione geografica è abbastanza uniforme e le riviste del settore sono generalmente pluraliste. Nella storia economica, invece, esiste una netta linea di frattura tra Stati Uniti, Olanda, parte del Regno Unito e resto del mondo. La storia economica negli Stati Uniti è una costola dell’economia mainstream (cliometria) e il Journal of Economic History può considerarsi l’organo ufficiale di tale particolare approccio che, per quanto aggressivo su un piano accademico, resta assolutamente minoritario altrove, se si eccettuano l’UK, sede della Economic History Review (cliometrica al 50%) e l’Olanda, paesi caratterizzati da una certa affinità culturale. Il CNRS francese, in questo caso, non aiuta, in quanto la disciplina in Francia è per lo più coltivata come branca della storia generale (raggruppamento di Histoire moderne et contemporaine) con esiti editoriali nelle sedi, appunto, di storia generale e lato sensu economico-sociale. Tali riviste riflettono invece le preferenze dei cosiddetti economisti retrospettivi (à la Postel-Vinay), che rappresentano una netta, per quanto rispettabile, minoranza.
    In Europa continentale, Giappone, Australia, lo stesso Regno Unito (Cambridge, UCL, KCL, mezza Warwick, università scozzesi ecc.) gli storici economici pubblicano in una vasta gamma di sedi, con particolare riguardo a quelle di storia generale. In tutti questi paesi, uno storico che si rispetti, a prescindere dalla specializzazione, legge correntemente Annales, Historical Journal, Historische Zeitschrift, Rivista Storica Italiana e tante altre. Senza dimenticare che il prodotto principe del lavoro storiografico è la monografia. L’accademia internazionale è molto più complessa di come certi intellettuali di provincia – non è il caso di Baccini, che stimo sinceramente – tendano talvolta a rappresentarla.

    • Anch’io apprezzo molto il commento di Boldizzoni (ed ho il suo libro da qualche mese impilato tra le cose da leggere).
      Credo che ci sia materiale per un interessante discussione/seminario sul tema…
      I miei indici di internazionalizzazione sono rozzi, non ho problemi ad ammetterlo, come ogni indice bibliometrico. Servono in prima approssimazione. E sono tanto più difficili da maneggiare quando si toccano terreni di confine tra discipline. E quando nelle discipline la moneta prevalente è il libro (e quindi le statistiche bibliometriche hanno basso grado di copertura).
      Concordo che EHR e JEH sono espressioni di storiografia guidata da modelli economici, ovviamente i prevalenti in economia al momento (mainstream). Ho però l’impressione che se prendessimo riviste internazionali che accolgono anche modelli non strettamente neoclassici (tipo business history) la presenza di storici economici italiani non sarebbe molto più folta. E ho l’impressione che la presenza di storici economici italiani nelle riviste citate da Boldizzoni (ma ho solo fatto una ricerca al volo su Historical Journal) non migliorerebbe.
      “L’accademia internazionale è molto più complessa di come certi intellettuali di provincia talvolta a rappresentarla.” Sottoscrivo in pieno. Ritengo però che spesso la complessità sia un alibi che nasconde la tendenza di parti dell’accademia italiana a difendere il proprio potere all’interno del proprio SSD (Boldizzoni ovviamente non c’entra nulla in tutto questo!).

  10. L’uscita è certamente infelice. Da 32 anni, però, frequento l’ambiente universitario italiano, prima come studente e poi come docente. Quante volte mi è capitato di incontrare persone che lavorano poco e male? Tante, troppe. Non nascondiamo l’amara verità dietro l’inopportunità di quelle parole.

  11. Chiunque abbia letto i numerosi interventi di Giovanni Federico in tema di valutazione della ricerca non si meraviglierà di certo del suo linguaggio, da sempre a metà strada tra l’esagitato e l’ingenuo. Quello che stupisce è la cooptazione del soggetto nel gruppo di lavoro ANVUR. Se le teste d’uovo dell’Agenzia cercavano un modo per erodere la credibilità residua l’hanno trovato.

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