Papa in valigiaL’Italia è un paese in cui nessuno si fida di nessuno. E la burocrazia fa la sua parte, non fidandosi di quanto dichiarato dei suoi dipendenti. Nel clima di sfiducia imperante, nell Manuale operativo del CNR relativo alla rendicontazione delle spese di missione si legge che “La documentazione da allegare alla richiesta di rimborso missione viene di seguito riportata: carte di imbarco (unico elemento che attesta affettivamente lo svolgimento del viaggio e l’orario reale di partenza del volo); ricevuta del biglietto elettronico”. Dunque da un lato non ci si fida di quanto i dipendenti dichiarano firmando la richiesta di rimborso e, dall’altro, si fonda il controllo burocratico su un presupposto falso: chiunque viaggi ben sa che la carta di imbarco – ormai da un po’ di tempo – viene sempre più spesso stampata dal viaggiatore e quindi non dà alcuna garanzia dell’avvenuto imbarco. Ma c’è di più: il Collegio dei revisori dei conti dell’ente, nel il verbale n. 1465 del 9/7/2014, “evidenzia che con particolare riferimento ai biglietti aerei non è sempre prodotta la carta d’imbarco quale documento comprovante l’avvenuto viaggio …. ed auspica che per l’avvenire la documentazione giustificativa sia integralmente prodotta a norma di legge”. CNRDunque anche i revisori dei conti credono alla Befana – ma la situazione vige anche nelle università, dove si continua a chiedere la carta d’imbarco come in passato, indifferenti al mutamento delle situazioni –  e sollecitano la produzione di carta a mezzo di carta – con buona pace della tanto promessa burocrazia paperless. Se poi il biglietto di viaggio è elettronico si entra in un girone infernale. Per allietare lo spirito e alleviare le pene del povero ricercatore che deve viaggiare in classe economica anche se va in capo al mondo, e che non è certo che quanto ha anticipato verrà rimborsato perché la sua parola non vale niente di fronte ad una burocrazia ignorante delle cose del mondo, riportiamo di seguito un gustoso apologo, frutto dell’esperienza di un nostro collega.

Redazione di Roars


Un  apologo
Missioni e rimborsi: le lezioni scozzesi di Adam Smith

Da qualche mese soltanto quel giovane professore universitario di Sociologia aveva cominciato a studiare la mafia. Erano i primi anni ottanta, e a Catania, dove insegnava, l’argomento era tabù nel discorso pubblico. Vi era la convinzione che si trattasse di un fenomeno relegato alla Sicilia centro-occidentale, frutto di arretratezza economica e sociale, legato al latifondo. Da quei primi studi sembrava però che tale interpretazione fosse infondata. Già allora emergeva inoltre l’idea che la mafia non fosse soltanto un fenomeno della periferia economica e sociale, ma che avesse capacità espansive, ovvero – per dirla con un linguaggio alla moda in quell’epoca – fosse in grado di muoversi dalla periferia verso il centro del sistema economico, politico e sociale. Rimase sorpreso quel giovane docente, ma piacevolmente interessato, quando gli arrivò la proposta di partecipare ad un convegno internazionale sulle isole del Mediterraneo, organizzato dai Dipartimenti di Geografia e di Sociologia dell’Università di Edimburgo. Sorpreso perché non pensava che si sapesse fino alla lontana Scozia del suo oggetto di studio – soltanto in seguito scoprì che si trattava di capitale sociale, cioè di reti di relazioni di conoscenza che attraverso una serie di intermediari in Italia e in Gran Bretagna avevano fatto arrivare il suo nome fino ad Edimburgo; piacevolmente interessato perché era una bella sfida confrontare in un consesso internazionale il suo approccio allo studio della mafia, e ricevere critiche, stimoli e suggerimenti.

TimbroRispose dunque accettando e chiedendo lumi sulle modalità organizzative, sui rimborsi spese e su altri aspetti sui quali sapeva che avrebbe dovuto fare i conti con i rigidi regolamenti circa le spese per missioni e con l’occhiuta sorveglianza del segretario amministrativo del suo dipartimento. Gli venne risposto che tutte le spese di soggiorno, volo, alloggio, sarebbero state pagate dall’Università di Edimburgo, a condizione che facesse sapere in anticipo il costo del volo, in modo da consentire al dipartimento di deliberare la spesa. Così fece e gli venne data conferma che poteva procedere. Compilò il modulo per la missione, dato che le regole per i dipendenti pubblici richiedono di motivarne le ragioni specificando che sarebbe stata senza oneri per il proprio dipartimento di appartenenza, perché rimborsata da altro ente. Lo fece con una certa insofferenza, poiché già allora non sopportava gli inutili appesantimenti burocratici che gravavano sui docenti. Senza sapere come nel corso degli anni la situazione sarebbe diventata ben peggiore.

Partì per Edimburgo, comprando un biglietto che nel frattempo era diminuito di prezzo rispetto al preventivo inviato a suo tempo, e già pensava alle complicazioni che questo avrebbe comportato per il rimborso. Fece la relazione nel pomeriggio del primo giorno, e gli venne chiesto anche di tenere una lezione sulla mafia il giorno successivo agli studenti dei corsi di sociologia e geografia. I suoi contributi furono apprezzati e in seguito un articolo venne pubblicato sul British Journal of Sociology. Esauriti gli impegni, ma non il convegno, il direttore del dipartimento lo accompagnò dal segretario amministrativo per il rimborso del biglietto aereo, che avvenne in contanti. Il giovane professore si fece scrupolo di dire che il biglietto era costato meno del preventivo a suo tempo inviato, e in ogni modo che aveva con sé il biglietto e se ne poteva fare una fotocopia, in attesa di inviarlo quando sarebbe rientrato in sede. Vide la sorpresa disegnarsi sul volto dei suoi interlocutori. Il segretario amministrativo disse: “Il dipartimento ha deliberato la spesa corrispondente al preventivo che lei ci ha inviato perché l’ha ritenuto congruo. Se le fosse costato di più non le avremmo rimborsato la differenza, così come se le è costato di meno non le rimborsiamo una cifra minore. E perché poi vuole fare una fotocopia e inviarlo, sprecando carta e denaro?” Cercò di spiegare che quelle erano le procedure amministrative in Italia ma a quel punto intervenne il direttore del dipartimento e chiese: “Ma perché lei deve consegnare il biglietto in dipartimento?” “Per evitare ch’io cada in tentazione e, avendo a disposizione un documento di spesa, possa farmelo rimborsare una seconda volta da un altro ente, frodando in tal modo l’erario”, rispose il giovane professore. “Ah!” osservò il direttore, “Chi si comportasse così sarebbe uno sciocco, perché rovinerebbe la propria reputazione per pochi denari! Le pare che uno dei nostri docenti, studiosi rispettabili selezionati con cura dal nostro dipartimento, abbia un qualche interesse a comportarsi in tal modo? Se commettesse una frode sarebbe subito scoperto e condannato, e se fosse soltanto tentato di farlo, beh, non rientra nei nostri compiti farci carico dei problemi morali dei docenti!

SmithFu allora che il giovane professore si ricordò che Adam Smith, uno degli esponenti della scuola scozzese di filosofia, fondatore dell’economia moderna come scienza, aveva insegnato per lunghi anni filosofia morale all’Università di Edimburgo. E Smith, nel cercare le basi dei rapporti economici tra gli uomini ne aveva individuato il fondamento nella reciproca fiducia come garanzia degli scambi. Aveva così portato a conclusione quel processo, durato svariati secoli, alla fine del quale gli interessi avevano sostituito le passioni come moventi delle azioni umane. Al contempo aveva legato il perseguimento dell’interesse al riconoscimento sociale, e ne aveva dato una giustificazione etica. Cosa significa in fondo la famosa affermazione di non aspettarsi che il macellaio venda carne di buona qualità per benevolenza nei confronti dei clienti, ma  che lo faccia solo per interesse? Significa che chi svolge un’attività economica ha interesse a far sì che la gente lo reputi una persona affidabile, da cui comprare senza timore di essere ingannati. Insomma si tratta del perseguimento di una buona reputazione. E sulla reciproca buona reputazione è fondata la fiducia come collante dei rapporti economici e sociali.

Nella Palermo degli anni ’80 l’anziano capomafia si avvicina al giovane figlio Totuccio. “Il mondo è fatto di’nfami, – gli disse- e più infami tra gli infami sono quelli che ti stanno vicini: i parenti, gli amici più stretti, sono loro a tradirti. Guardati da loro!”. Ma il giovane Totuccio non ha il tempo di seguire il saggio consiglio paterno; dopo pochi giorni rimane ucciso nel corso di una faida tra cosche.

Il mondo in cui vive il giovane Totuccio è completamente differente da quello descritto da Smith. Si tratta di una visione del tutto contrapposta, in base alla quale sarebbe nell’interesse dell’individuo frodare, non comportarsi correttamente. Come nel più classico dei casi di profezia che si autoavvera, la fiducia si nutre di fiducia, e cresce con la fiducia, e dunque la maggioranza delle persone, se è inserita in una società di questo tipo svilupperà comportamenti conformi. Per contrastare le poche eccezioni saranno necessari sì dei controlli, delle norme, delle previsioni di legge e dei regolamenti, ma non pletorici, bensì semplici, essenziali, rigorosi ed efficaci. Le assunzioni di responsabilità delle decisioni saranno sostanziali, cioè non trincerate dietro formalismi di facciata. Nel secondo tipo di società invece vi sarà mancanza di fiducia, sospetto nelle relazioni sociali, pletore di controlli inefficaci, lentezza della macchina burocratica e amministrativa. Ciò, a sua volta, a differenza del circolo virtuoso della prima ipotesi, alimenterà ulteriormente la sfiducia e il sospetto nei comportamenti individuali.

ticket_to_rideQuel giovane professore si chiese allora se e quanto questa spiegazione fosse valida. Sul volo di ritorno gli venne in mente un altro episodio accaduto in Scozia qualche anno prima. Si trovava in vacanza nelle Highlands ed era andato a trascorrere qualche giorno sull’isola di Skye, nelle Ebridi. Da lì era partito una mattina in bus per Glasgow, un viaggio lungo quasi l’intera giornata, e costoso per le sue tasche da squattrinato. Comprato il biglietto, il bus si imbarca sul traghetto e sbarca sulla terraferma, dove avviene il cambio di autista, che sale a bordo per il controllo. Si accorse allora di non avere con se il prezioso biglietto costato più di 25 sterline, e cominciò affannosamente a cercarlo. Il controllore, esaurito il controllo, si sistemò al posto di guida, non senza avergli chiesto se l’avesse trovato, e alla risposta negativa gli disse: “Keep looking”, ma non quando il bus è in movimento, aggiunse, avendolo visto quasi scomparire sotto il sedile. E gli chiese ulteriormente dove avesse comprato il biglietto e se qualcuno l’avesse visto mentre lo acquistava. Per fortuna una ragazza e un ragazzo testimoniarono di averlo visto comprare il biglietto e pagarne il prezzo, alla biglietteria di Skye, a John, che quella mattina era di servizio. “Anche se non trova il biglietto potrà continuare a viaggiare, -disse l’autista- ma alla sosta lunga di Fort William dovrà parlare con l’ispettore della compagnia di bus, portando i suoi testimoni”. Così fece, e i testimoni confermarono che aveva comprato il biglietto e l’ispettore disse di aver telefonato a Skye e di aver avuto conferma da John che un signore con gli occhiali con l’aspetto di un quarantenne, e certamente non britannico, aveva comprato un biglietto per Glasgow. Tutto ciò era sufficiente perché potesse proseguire il viaggio. Chiese il viaggiatore se poteva rilasciargli un biglietto in sostituzione di quello smarrito, per evitare di dover spiegare ogni volta ai controlli cosa fosse accaduto. “Non è necessario” – rispose l’ispettore – “quando salgono gli autisti dica che ha parlato con l’ispettore di Fort William che l’ha autorizzata a viaggiare senza biglietto perché l’ha perso”.

La fiducia è davvero un fluidificante dei rapporti sociali, pensò il giovane professore, che, come si sarà capito, aveva il vizio di mettere tutto sul teorico, mentre sbarcava a Catania. L’indomani si recò in dipartimento, compilò il modulo di fine missione, allegò il biglietto in originale per documentare di essere stato veramente ad Edimburgo, e con aria soddisfatta e animo appagato si recò a consegnare il tutto al segretario amministrativo. In fondo riteneva di aver fatto ulteriori passi avanti nella spiegazione del fenomeno mafioso. Il ragioniere guardò i documenti, lo gelò con lo sguardo e disse: “Vuole mettermi nei guai? Come può affermare che la missione è senza oneri ed è stata rimborsata da altro ente se mi consegna il biglietto in originale? Fotocopia professore, fotocopia, altrimenti passiamo i guai. E dopo distrugga il biglietto, non si sa mai, può sempre venire qualche tentazione, sa quante ne ho viste?” Gli venne un improvviso desiderio di tornare in Scozia – se solo quella compagnia di bus avesse avuto una linea in partenza da Catania.

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36 Commenti

  1. tutto verissimo. gli esempi si sprecano… perché si può avere il rimborso di un aereo a qualsiasi prezzo, ma non del taxi per raggiungere l’aeroporto o di un auto presa a noleggio che magari costa meno dell’aereo per la stessa tratta in quanto porta magari 4 colleghi?
    sarebbe ovviamente meglio un preventivo definito congruo… ma chi si assume la responsabilità di attestare la congruità?
    la burocrazia è irresponsabilità organizzata (U. Beck).

  2. Già. Purtroppo è esperienza comune e di aneddoti se ne potrebbero raccontare migliaia. Ogni cena con colleghi è una farsa, al momento del pagamento, con gli italiani costretti a improbabili fatture singole, in fila alla cassa tra stranieri ridacchianti. E che si sentono giustificati a gonfiare un po’ queste fatture, per compensare il taxi non rimborsato, lo scontrino perso. ecc… confermando il punto di questo articolo: la sfiducia genera sfiducia e produce un sistema meno efficiente.

    Negli anni ho perso il conto delle volte in cui le regole per il rimborso mi hanno forzato a fare scelte meno economiche e più dispendiose in termini di tempo.
    Chi sta nel Lazio sa bene come, ad esempio, l’economico BIRG (Biglietto Integrato – che permette di prendere treni e autobus) sia fonte di sospetto per le amministrazini che preferiscono un più costoso e usuale biglietto di Trenitalia.

    Fantascienza, poi, avere un ufficio che comperi un biglietto per te.

    L’elettronica? Lasciamo perdere.

    Con il risultato che quello tra amministrativi e professori è un rapporto spesso difficile, fatto di richieste che vengono subite come vessazioni e forzature che vengono interpetate come truffe.

    • Ciao, Nicola! Sai che stizza (va be’, con un sorriso compiaciuto) quando vedo mio figlio neolaureato in statistica viaggiare, dopo solo un anno in forza alla TetraPak, con biglietto acquistato dall’apposito ufficio, taxi che da Bologna lo porta a Verona e auto a noleggio che l’aspetta all’arrivo (e, quando va oltre oceano, addirittura in business)?…

    • La comunità europea richiede semplicemente che per i progetti da essa finanziati vengano adottate le stesse procedure previste per gli altri progetti.
      Quindi l’assurda burocrazia italiana è doppiamente dannosa, perché rende più difficile usufruire dei finanziamenti europei.

  3. La burocrazia italiana è fondata sul principio “tu mi vuoi fregare e io devo fare in modo di bloccarti”.
    Il problema è che poi le “truffe” ci sono sempre lo stesso, quindi è solo assurdamente inutile. Serve solo a giustificare l’esistenza di tanti amministrativi e sopratutto dei loro dirigenti superpagati.

  4. Paperless? Da quando ci sono le pratiche informatizzate, la quantità del cartaceo è raddoppiata, a vista d’occhio. Dalle nostre parti abbiamo la messa in rete su moduli standardizzati (il che significa che niente corsivi ecc., interlinea ridottissima automatica, per cui il testo è illeggibile) delle informazioni sul corso (obiettivi, contenuti, conoscenze ed abilità da raggiungere, modalità dettagliate della verifica alias esame delle precedenti conoscenze ed abilità, bibliografia), ma … dobbiamo portare il cartaceo firmato alla presidenza della facoltà, perché noi abbiamo anche le facoltà che fanno le stesse cose che devono fare per legge anche i dipartimenti e i CdL. Se già questo non aumenta il cartaceo … e pure la fiducia … e soprattutto la semplificazione.

  5. A proposito di aneddoti sui rimborsi. Si racconta di un collega che ha dovuto fare denuncia ai carabinieri per aver smarrito la carta d’imbarco ed ottenere il rimborso della missione. Tutto questo nel paese che sembra essere al top dei paesi occidentali per la corruzione nella Pubblica Amministrazione.

    • Confermo che non si tratta di un aneddoto…e, a questo punto, nemmeno di un caso unico ed eccezionale… 😉

  6. Nel INFN, ai miei tempi (non so ora), con le missioni (diaria da 100 Euro al giorno + rimborso spese totale) ci si faceva la casa al mare. Sembra che questo “trattamento speciale” per i ricercatori ed associati all’INFN sia stato voluto da un presidente INFN con la Z molto DC.

    Non capisco perche’ in aereo un PU non possa viaggiare in business class. Se viaggio in business class (con fondi di ricerca che ho ottenuto io) posso lavorare, se viaggio in economy al massimo posso dare gomitate.

    Vorrei che tornassero gli anni 80 (rivoglio Giovanni Goria)!!

  7. Buonasera (e buona estate) a tutti, vorrei aggiungere un commento a questo post molto interessante. Modestamente, credo che il messaggio ritraibile dal post vada ben oltre l’episodio della carta di imbarco, e riguardi invece il tipo di rapporti esistenti – cioè se fondati sulla fiducia o, viceversa, sulla sfiducia reciproche – nell’ambito di un contesto socio-economico e delle Università che esso esprime. Ho l’impressione (e credo che coincida con il messaggio ultimo voluto dal post) che, in un contesto caratterizzato da sfiducia reciproca e dal doversi guardare gli uni dagli altri, vi siano pesante burccrazia, norme complesse, procedure che limitino l’indipendenza dei singoli (come anche degli Atenei) e tendenza ad usare le posizioni di potere per scopi personalistici, mentre in un contesto caratterizzato da fiducia reciproca (ed in effetti ascriverei i Paesi nord-europei ed anglosassoni a tale ultima categoria) vi siano poche norme, burocrazia leggera, ampia indipendenza dei singoli (e completa indipendenza degli Atenei) e tendenza (nell’opinione pubblica) a non tollerare l’uso di posizioni di potere per perseguire finalità personali. Vorrei rilevare anche come i contesti caratterizzati da fiducia reciproca, almeno nell’ambito del mondo occidentale, tendono a coincidere anche con i Paesi che sono usciti dalla crisi economica, mentre mi sembrerebbe che i contesti caratterizzati da sfiducia reciproca dimostrino ancora perdurante crisi o stagnazione. In ultima analisi, legando i diversi contesti macroeconomici alle diverse impostazioni nei rapporti fra individui – punto di partenza del post – modestamente mi sembra che gli insegnamenti di Adam Smith in qualità di professore di filosofia morale nel settecento all’ Università di Edimburgo abbiano ancora una certo grado di validità.

  8. Certamente la questione di fondo sollevata da questo articolo – sfiducia reciproca=maggiore burocrazia=esiti demenziali, piu’ tutto il resto – esiste. E certamente tutti quelli che hanno scritto qui sono onesti e in buona fede. Sempre. Allargo il discorso piu’ in generale ai rimborsi e non solo alle semplici carte d’imbarco e faccio un po’ l’avvocato del diavolo. Avete mai provato a chiedere cosa ne pensa un segretario amministrativo di un qualsiasi dipartimento? Vi raccontera’, sul tema dei rimborsi, altrettanti aneddoti sulle miserie umane di certi accademici tale da pareggiare quelli qui raccontati. Allora che fare? Forse ha ragione Salasnich; purtroppo, ahinoi, il buon Goria e’ passato a miglior vita.

  9. Buona sera, ma che peccato che non lavoro a Edimburgo! Da qualche mese sono ricercatore ad una università anglosassone non troppo distante da quella scozzese. In poco tempo ho fatto conoscenza con tante procedure burocratiche sospese tra il kafkaesco e l’orwelliano. Ad esempio, per ottenere un rimborso per la partecipazione ad una conferenza l’unica possibilità è quella di inoltrare una domanda a settembre, all’inizio dell’anno accademico. Vale però soltanto per un massimo di 400 sterline. L’iter è il seguente:
    1. La richiesta deve essere approvata e firmata dal direttore della scuola in persona e dall’ufficio “staff development”.
    2. Una volta approvata, mi è arrivato un documento Word di 6 pagine che spiegava i regolamenti e l’iter amministrativo come ottenere il rimborso ed andare alla conferenza.
    3. Prima dovevo chiedere un permesso scritto al direttore e registrare la mia assenza su un calendario online.
    4. Poi, in certi casi (ad esempio voli non low cost), un ufficio dell’università mi deve prenotare il volo, ma il costo dovevo anticipare io. Alla fine della missione dovevo compilare delle schede molto dettagliate e allegare tutti gli scontrini e la carta di imbarco originale.
    5. Tutto ciò viene controllato e contrassegnato dall’amministrazione prima di essere inoltrato ad un altro ufficio. Ogni volta che chiedevo in quali mani si trovava la mia procedure mi rispondeva un’altra voce di un qualche impiegato temporaneo con frasi standard.
    Il mio primo tentativo di seguire quell’iter è stato bloccato perchè non era chiaro se la compagnia che aveva preso (Flybe) era davvero “lowcost” o no…. Mi chiedo se sono particolarmente sfortunato di essere finito all’unica università con tratti kafkaeschi del mondo anglosassone oppure se al di fuori dell’Italia non è sempre tutto così idilliaco come fa comodo a una più che legittima critica sociale?

    • Fuori dall’Italia non e’ idilliaco. Pero’ ho l’impressione che sei capitato particolarmente male. Secondo me alla Univ. of St Andrews, che non e’ lontanissima ad Edinburgo, non trattano cosi male i docenti: e’ troppo bella.

      Chiedere la carta di imbarco mi sembra normale. A UNIPD la chiedono, e pure dobbiamo portare tutte le ricevute e firmarle, se vogliamo il rimborso. E mi sembra giusto cosi. E non c’e’ diaria, diversamente da quanto accade (o accadeva) nel favoloso INFN. Il taxi per singola persona lo rimborsano solo in casi eccezionali. Chiaramente tutte le spese sono a carico dei fondi di ricerca che i singol gruppi ottengono.

      Se non si hanno fondi di ricerca non c’e’ nessuno che rimborsa. E questo, a dire la verita’, non lo trovo giusto: secondo me ogni docente e ricercatore dovrebbe avere dal proprio dip. un budget minimo di 5 mila Euro annui per poter andare a convegni e conferenze (potrebbero essere i fondi ex60 per cento, che di solito non vengono pero’ distribuiti a pioggia).

    • ..ogni docente e ricercatore dovrebbe avere dal proprio dip. un budget minimo di 5 mila Euro annui per poter andare a convegni e conferenze..
      —-
      300 milioni per gli universitari giusto quello che è stato chiesto dagli idonei dell’ultimo bando PRIN e che il ministero non ha finanziato. Lo Stato non tira fuori questi soldi e nemmeno li mette a disposizione.

    • Ogni università inglese è un mondo a se. Anche se le procedure vanno concordare con HMRC altrimenti sui rimborsi ci devi pagare le tasse.
      Oltretutto anche i dipartimenti al loro interno possono aggiungere burocrazia, soprattutto in questo periodo di crisi per controllare meglio le spese.
      Cmq in genere le procedure sono più semplici, ciclicamente (i.e. ad ogni nuovo manager) viene aggiunta qualche complicazione, poi proteste, poi si cambia (non è detto in meglio).
      Considera anche le università dove il traching è prioritario rispetto alla ricerca di solito tendono a nn capire le necessità dei (pochi) ricercatori attivi.
      Ma il principio di fondo resta lo stesso: si fidano di quello che dichiari. Fanno controlli a campione se ti beccano a barare sei licenziato (o lo sarai alla prima ristrutturazione).

    • Mi ricordo che nel 1992, quando ero dottorando ed associato all’INFN, un mio coetaneo dottorando spese circa 25 milioni di lire in un anno per missioni INFN.

      Per poter mantenere tali standard dovrebbe ora essere professore in Svizzera.

      Ed infatti e’ professore ordinario a Ginevra. Ma hanno fatto bene a prenderlo perche’ e’ bravissimo ed attivissimo.

  10. Buonasera Alex, provo a darti una risposta, nel caso la tua domanda fosse rivolta a me (od anche a me). Credo che luoghi completamente idilliaci non esistano in alcun Paese, dunque nemmeno all’estero. A mia conoscenza, il tratto unificante – se vogliamo chiamarlo così – delle Università anglosassoni consiste nell’ indipendenza gestionale (rispetto allo Stato) di cui godono (indipendenza che esiste anche in tema di reclutamenti ed avanzamenti). Su singole questioni amministrative possono esistere anche rilevanti differenze da una Università all’altra (la procedura che hai descritto è farraginosissima), e le procedure possono mutare da un anno all’ altra all’ interno della stessa Università.

  11. Da liceale, ancora immersa quasi totalmente in utopie varie ed eventuali, a me rimase piuttosto impressa la filosofia della sfiducia per antonomasia, ossia quella di Hobbes.
    Per rinfrescare i concetti (sono passati quei due-tre anni dal liceo) ho consultato wikipedia.
    Hobbes riprese in pratica “un’antica concezione della condizione umana che si è tramandata e diffusa nei secoli, lasciando tracce di sé sia nel pensiero colto sia in alcuni detti popolari e motti di spirito”, ossia quella dell'”homo homini lupus”.
    In sostanza, per quel buontempone ottimista di Hobbes “la natura umana è fondamentalmente egoistica, e a determinare le azioni dell’uomo sono soltanto l’istinto di sopravvivenza e quello di sopraffazione. Egli nega che l’uomo possa sentirsi spinto ad avvicinarsi al suo simile in virtù di un amore naturale. Se gli uomini si legano tra loro in amicizie o società, regolando i loro rapporti con le leggi, ciò è dovuto soltanto al timore reciproco.”.
    E, in un crescendo inarrestabile di buonumore:
    “Nello stato di natura, cioè uno stato in cui non esista alcuna legge, ciascun individuo, mosso dal suo più intimo istinto, cerca di danneggiare gli altri e di eliminare chiunque sia di ostacolo al soddisfacimento dei suoi desideri. Ognuno vede nel prossimo un nemico. Da ciò deriva che un tale stato si trovi in una perenne conflittualità interna, in un continuo bellum omnium contra omnes (letteralmente “guerra di tutti contro tutti”), nel quale non esiste il torto o la ragione che solo la legge può distinguere, ma solo il diritto di ciascuno su ogni cosa, anche sulla vita altrui. Su posizioni simili si basa anche il pessimismo di Arthur Schopenhauer.”.
    Poi per fortuna, “in opposizione a tale rappresentazione dei rapporti umani, Seneca scrisse che “l’uomo è una cosa sacra per l’uomo” “.
    Magari anche Seneca esagera, a tutti verranno in mente vari nomi per i quali l’uomo non è esattamente una cosa sacra, ma sappiamo tutti, ad esempio, che “fatta la legge trovato l’inganno”, e quindi che se ci dovessimo solo affidare alle leggi per fare quello che va fatto, casomai, staremmo freschi.
    Quello che pure mi scoccia assai, oltre alla sfiducia di fondo a causa di qualcuno che ha potuto fare troppo magari in passato, per motivi vari, è il continuo cambiare delle regole e dei moduli, che richiede lavoro supplementare di compresione e adattamento, ogni volta. E’ un malcostume italiano, generale, per cui appena hai letto e creduto di capire le 150 pagine allegate alla dichiarazione dei redditi, ad esempio, poi devi buttarle perché l’anno successivo ce ne saranno 200 con modifiche sparse da trovare.
    Ma non sempre quelle necessarie, tipo l’inutilità di un boarding pass che ormai si stampa o si ha nel telefono.

  12. Sul fatto che in Italia si sia creato un odioso clima di sfiducia per cui nessuno si fida piu’ di nessuno, non c’e’ dubbio. Permettetemi pero’ di spezzare una lancia rispetto alla carta di imbarco. Non è vero che per la rendicontazione dei progetti europei bisogna allegarla perche’ cosi’ si fa in Italia. La questione della carta di imbarco nasce proprio dall’UE e richiederla è ormai uno standard in ogni paese europeo. Il punto non è che il ricercatore debba salire sulla scaletta dell’aereo. La carta di imbarco serve a prevenire truffe (ahinoi purtroppo accadute) consistenti nel comprare biglietti aerei, farseli rimborsare dall’ateneo, non utilizzarli e poi farseli rimborsare pure dalla compagnia aerea. Una volta fatto il check-in (elettronico, all’aeroporto, non cambia nulla) il biglietto è effettivamente “utilizzato” e non piu’ rimborsabile, a prescindere se la persona è poi salita sulla scaletta o meno. Giusto per rimanere in tema, ovunque nel mondo, fondi per viaggi li utilizzi solo se hai fondi di ricerca e ci sono imposizioni varie volte a limitare i costi. Il discorso “i fondi di ricerca li ho procurati io e li spendo come mi pare” è semplicemente assurdo. I fondi di ricerca sono stati assegnati per fare ricerca e non viaggi di lusso, per cui trovo assolutamente giusto che il taxi debba essere utilizzato solo in casi eccezionali ecc. ecc. Semmai la cosa assurda in Italia è che ci si debbano far rimborsare i pasti e non venga assegnata una diaria. Questa, prevista dappertutto, permette effettivamente una certa flessibilita’ e di investire una somma forfettaria come meglio si crede. Altra cosa assurda è che le spese vengano rimborsate a distanza di mesi, dovrebbe essere possibile che biglietti ed alberghi vengano fatturati direttamente all’universita’. In ogni caso, mi soffermerei su problemi di impatto maggiore, primo fra tutti gli stipendi estremamente bassi, decisamente al di sotto della media europea, soprattutto per i ricercatori.
    Saluti,
    V.

    • “Una volta fatto il check-in (elettronico, all’aeroporto, non cambia nulla) il biglietto è effettivamente “utilizzato” e non piu’ rimborsabile, a prescindere se la persona è poi salita sulla scaletta o meno.”
      Non è proprio così.
      Prima dell’esistenza del web check-in, la carta d’imbarco si otteneva naturalmente solo in aeroporto. Nel momento in cui la hostess al gate strappava il boarding pass, a meno di sgattaiolare fuori dalla navetta o di sparire nel corridoio snodabile risucchiati in un tunnel spazio-temporale, l’aereo si prendeva di sicuro.
      Col web check-in, è possibile fare il check-in, stampare le carte d’imbarco, e poi annullarlo.
      Dal sito Alitalia:
      Cancellazione del check-in
      “Se non puoi più prendere il volo su cui ha effettuato il Web Check-in, il servizio online ti consente di annullare la tua accettazione in pochi semplici passaggi.”
      https://www.alitalia.com/it_it/Informazioni-Supporto/checkin/index.html
      oppure KLM:
      https://www.klm.com/ams/checkin/web/kl/it/it/cancel
      Seconda cosa, si può fare il web check-in e poi non andare comunque in aeroporto e quindi non prendere il volo. Per quasi tutte le compagnie aeree (tranne poche, tipo Ryanair), in base alla Carta dei Diritti del Passeggero, si ha diritto in questo caso al rimborso delle tasse aeroportuali, perché non prendendo il volo non si utilizzano servizi come assistenza durante il volo, controllo sicurezza bagagli ecc… che sono una parte rilevante del biglietto.
      E questo non per suggerire come farsi una villa “da sogno” con 2-300 missioni l’anno per cento anni, ma per dire che non c’è niente che sostituisca veramente un rapporto reciproco di fiducia.

  13. All’estero non sarà tutto rose e fiori, ma la differenza c’è eccome! Tempo fa avuto la sventura di organizzare un convegno (http://ctic2012.dm.unibo.it/) e ho collezionato la più grande raccolta di brutte figure della mia vita con colleghi di varie parti d’Europa.
    Quando invece mi sono trovato ad essere ospitato da istituzioni straniere tutto è andato liscio e filato come nei sogni migliori.
    Addirittura in Brasile, tanti anni fa, al tempo di un’inflazione paurosa, appena arrivato per un mese di lavoro mi vidi mettere in mano un pacco di banconote. “Dove devo firmare?” chiesi piuttosto stupito. Risposta: “Ci pensiamo domani”.
    Non so se mi spiego…

  14. I fondi sono talmente scarsi che ho tagliato drasticamente i viaggi preferisco spenderli per gli esperimenti… con notevole imbarazzo internazionale … non ti si vede più come mai? e giù a inventare scuse … non posso mi è morta la nonna … ormai sono alla 12esima nonna 🙂

    • Nonnicida.
      Per ora noi viviamo principalmente di fondi da contratti con aziende. Quelle rimaste, cioè. E interessate a spendere in ricerca.
      Quindi, tutto sommato, non molte.
      In futuro non si sa, vista l’aria che tira, ma se dovrò metterli di tasca mia come minimo il congresso deve essere a Capri.

  15. @Lilla
    che il fatto di chiedere la carta di imbarco perche’ qualche ladro ha tentato un imbroglio sia una fesseria, non ci piove. Che il clima di fiducia sia meglio non c’e’ dubbio alcuno. Il punto che facevo pero’ è che la questione di chiedere la carta di imbarco non è qualcosa che nasce dall’Italia ma è una idiozia burocratica che abbiamo importato dall’estero e che purtroppo è standard in tutta europa.
    V.

    • @Vladimir: ci credo, a proposito di fiducia 🙂
      Non ho significative esperienze di rimborsi all’estero a parte alcune trasferte bruxellesi. Da un paio d’anni a Bruxelles spesso basta la ricevuta del biglietto elettronico.
      Diciamo che fare il check-in rende più laborioso richiedere un eventuale rimborso, perché c’è poco tempo (il web check-in si fa 2-3 giorni prima al massimo), ci sono procedure diverse a seconda del tipo di biglietto, della compagnia aerea, ecc… Quindi diminuiscono le probabilità che qualcuno voglia avventurarsi in truffe del genere.
      Fare il check-in e poi non prendere il volo è qualcosa che, pensandoci, sarebbe stata possibile anche prima del web check-in. La differenza era che prima era necessario andare in aeroporto.
      ps. ho aperto il link sul nome e mi complimento anche in questo caso per il gran lavoro.

  16. Dai commenti all’articolo emerge, e si conferma, una delle peggiori caratteristiche degli italiani. Nessuno dei 27 commentatori ha proposto di sanzionare chi falsifica i documenti relativi alle missioni: Catanzaro ricorda che in Inghilterra chi si macchia di tale infamia riceve una punizione dai suoi stessi colleghi universitari. Nel nostro paese, dove i furbi vengono ammirati e fregare lo Stato è uno sport nazionale, ci si aspetterebbe che, almeno nella élite universitaria e della ricerca, regnasse, o almeno fosse prevalente, l’etica pubblica – ma purtroppo non è così. A tale proposito vale sempre quanto sostenuto da Carlo M. Cipolla in “Allegro ma non troppo” (Il Mulino, 1988, ISBN 8815019804).
    Qualcun altro ha scritto nei commenti che c’è gente che ha falsificato sistematicamente i documenti sui rimborsi traendone cospicui vantaggi; per quanto mi risulti, nessun ente pubblico ha mai preso provvedimenti nei confronti dei dipendenti fedifraghi – ce ne sarà stato qualcuno, no? C’è da dire che in alcune pubbliche amministrazioni le missioni venivano considerate (spero che ciò non avvenga più, anche perché i soldi sono finiti) come un ‘fringe benefit’ e che quindi era normale farsi rimborsare per viaggi mai compiuti. Se vogliamo diventare un paese veramente civile è dunque arrivato il momento di cambiare paradigma dando fiducia ai dipendenti pubblici evitando di vessarli con stupidi controlli formali, e sanzionando duramente chi si macchia di una colpa così grave. I membri della comunità scientifica sia nella pubblica amministrazione sono pronti a fare questo salto di qualità? Questa è una sfida che il governo Renzi dovrebbe raccogliere.

    Circa le modalità di trattamento del rimborso delle missioni riporto una mia recente esperienza. Sono stato invitato per un seminario a Città del Messico dal locale Consiglio delle ricerche. Gli uffici hanno provveduto a pagare il biglietto, l’albergo e i pasti ed io non ho dovuto produrre alcun pezzo di carta (ovviamente niente carte di imbarco): ho messo soltanto la firma sul foglio di presenza. La cosa strabiliante è la seguente. Di ritorno in Italia ho inviato per posta le ricevute dei taxi per il rimborso (qualche decina di euro): la collega messicana mi ha scritto che per fare un trasferimento di denaro Messico su Italia il costo della transazione bancaria sarebbe stato eccessivo e quindi mi ha fatto fare il bonifico dal marito che lavora in Germania. E’ evidente che lei sarà rimborsata dal Consiglio delle ricerche sulla base di una apposita dichiarazione. Ve lo immaginate qui da noi un funzionario che per far risparmiare qualche euro alla propria amministrazione ricorre ad un parente all’estero – e soprattutto un’amministrazione che accetta sulla fiducia un tale “sgarro” procedurale che la Corte dei conti inesorabilmente sanzionerà? Ciò che colpisce in questo caso è che qui si tratta di due paesi in cui la corruzione non è un fenomeno marginale, ma che, di fronte ai rimborsi, si comportano in maniera nettamente diversa: per ritornare al punto dell’articolo di Catanzaro, è una questione di fiducia.

    Ultima considerazione: ancora una volta ad esprimersi su ROARS sono, da quanto di capisce dagli interventi, gli universitari mentre i ricercatori degli enti pubblici italiani appaiono silenti – quelli del CNR in questo caso avrebbero certamente qualcosa da dire, almeno sul regolamento del proprio ente.

    • Mah. Quando ero ricercatore (a tempo determinato) del CNR a Milano facevo (per 3 anni) 4 ore di treno al giorno per essere in ufficio per almeno 7 ore e 12 minuti, come previsto. Per poter auto-dichiarare di aver fatto quello che avevo fatto. E utilizzavo le ferie per poter rimanere a casa 1 giorno alla settimana.

      Poi ho scoperto che c’erano altri ricercatori, da altre parti, che andavano in ufficio ogni tanto. E che li resto del tempo lavoravano a casa. Mi dicono che si puo’. Mah.

      Tra l’altro, non capisco come un ricercatore di EPR possa gestire un blog e contemporaneamente fare le ore previste di ricerca (7 ore e 12 minuti al giorno per 5 giorni alla settimana). L’unica e’ spacciare il blog per ricerca. Ma il Direttore dell’Istituto e’ d’accordo? Mah.

    • In primo luogo, osservo che la redazione di Roars conta 13 membri.
      Va anche detto che i temi toccati da Roars non sembrano estranei ai possibili missione e obiettivi di un Ente Pubblico di Ricerca. Se, per esempio, leggiamo lo Statuto del CNR:
      _________________________
      Art. 3 Missione e obiettivi
      e) contribuisce all’analisi della congiuntura scientifica nazionale e internazionale e delle prospettive di sviluppo;

      l) promuove la diffusione della conoscenza nella società anche attraverso proprie iniziative editoriali
      _________________________
      Nel caso delle università, oltre alle prime due missioni (didattica e ricerca), è abituale considerare la cosiddetta terza missione che comprende il trasferimento tecnologico, ma anche l’attività divulgativa e i contributi alla formazione dell’opinione pubblica su temi che possono giovarsi delle conoscenze disponibili in ambito accademico.
      Per fare un esempio, la consapevolezza dell’importanza di contribuire a migliorare la qualità dell’informazione sta alla base dell’iniziativa del sito australiano The Conversation (http://theconversation.com/au).
      ______________________
      The Conversation is an independent source of news and analysis that uses content sourced from the academic and research community.

      In the two years since the launch of The Conversation, the website has become the most read independent news and commentary media source in Australia. As of May 2013, the website attracts more than 1 million unique browsers every month, 30 per cent of who are based overseas. The website’s 15 editors work together with over 5,000 registered academic authors to make The Conversation Australia’s largest “virtual newsroom”.
      http://en.wikipedia.org/wiki/The_Conversation_%28website%29
      ______________________
      Il successo in Australia è stato tale che nel 2013 è stata lanciata la versione UK (http://theconversation.com/uk). Le università e le istituzioni non sembrano ritenere questo tipo di impegno una distrazione dai doveri accademici. Per rendersene conto, basta esaminare la lista dei finanziatori:
      ______________________
      Founding Partners who gave initial funding support: University of Aberdeen; University of Birmingham; University of Bradford; Bristol University; Cardiff University; City University London; Durham University; Glasgow Caledonian University; Goldsmiths, University of London; Lancaster University; University of Leeds; University of Liverpool; University of Nottingham; the Open University; Queen’s University Belfast; University of Salford; University of Sheffield; University of Surrey; University College London (UCL) and University of Warwick.
      Strategic partners: HEFCE (Higher Education Funding Council for England); HEFCW (Higher Education Funding Council for Wales); Scottish Funding Council; Nuffield Foundation; Wellcome Trust, Esmée Fairbairn Foundation and Macfarlanes.

  17. @GIorgio Sirilli
    proposto di sanzionare? Non sono un giurista ma, così a naso, si tratta di falso in atto pubblico e truffa, reati penali quindi. Direi che non è compito nostro proporre sanzioni, ma, in quanto reati penali, dovrebbero essere perseguiti dagli organi competenti. Se vogliamo essere un paese civile, dovremmo dare per scontato che compiere reati penali significa processo, condanna, perdita della posizione, detenzione ecc. ecc. Semmai, il cambiamento culturale dovrebbe essere che falsificare documenti e fingere missioni inesistenti sono gesti di cui vergognarsi e non metodi di sopravvivenza

  18. @Vladimir
    non sono un giurista neanch’io, ma ritengo che imbrogliare su una missione non sia un reato penale. Vladimir parla al condizionale: “dovrebbero”, “dovremmo”, ecc. Vorrei sapere cosa intendiamo fare, in concreto, oggi, qui, usando il presente e il futuro. Le sanzioni morali possono essere ben più efficaci di quelle giuridiche se inflitte dal contesto in cui si vive.
    Proposta: togliere il saluto al collega che notoriamente ha comportamenti riprovevoli, a partire dalle missioni per finire con le presenze/assenze a lezione ed agli esami. Ritengo che, purtroppo tale comportamento sia ben poco efficace in una non-comunità come quella accademica, dove la regola è che ciascun docente fa quello che ritiene opportuno nel suo micro-mondo – nessun altro ha il diritto di “interferire”. Talvolta quelli che sono definiti colleghi nemmeno hanno modo di incontrarsi.
    Altra proposta: chi è sospettato di avere le mani nella marmellata viene deferito dai colleghi alle autorità accademico-amministrative (detto in altri termini lo si denuncia). Ma quando mai?
    Ma allora, come si fa ad uscire dal pantano senza far ricorso alla forza pubblica?
    Chi ha qualche idea che funzioni si faccia avanti, prego.

    • Non e’ proprio cosi: il presidente del CCS, ed anche quello della Scuola (Facolta’), controfirmano il registro delle lezioni.

      Se questi sanno che nel registro delle lezioni ci sono affermazioni false, essi NON DEVONO e NON POSSONO firmare.

      Inoltre, se un docente tratta male gli studenti (nel senso di improperi, o ritardi, o esami non fatti, o altro), e’ compito del presidente del CCS farsi parte diligente affinche’ cio’ non abbia a ripetersi. Nei CCS ci sono ora molti rappresentanti degli studenti, che posso evidenziare i disagi ed il presidente del CCS NON DEVE e NON PUO’ far finta di nulla.

  19. Salve a tutti,
    tanto per sottolineare l’identità di vedute e di sorte tra Scozia e Italia, dopo aver TIMBRATO il biglietto in autobus con tre testimoni, il controllore mi fa la multa perché la macchinetta non ha obliterato!!!

    Per quanto riguarda i rimborsi:
    -a inizio settembre sarò (spero) a Praga per un Congresso Internazionale a spese mie (fee 450€+viaggio AR). Riesco a portare la dottoranda perché ha preso un travel grant.

    -a fine settembre workshop e congresso a Barcellona a spese mie (fee 250€+ viaggio AR).

    Vivo dello stipendio di RU per cui un rimborso non ci starebbe male, ma poiché i soldi dei finanziamenti sono pochi pago di tasca mia lasciando i fondi per la ricerca.

    Lo dico non per un vantarmene ma semplicemente perché penso di non essere l’unico a fare così e per testimoniare che la situazione è davvero disastrosa.

    Buona serata e
    Buone vacanze

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