Dopo aver lavorato 15 anni per la Commissione europea, e altri 10 ad aiutare i ricercatori italiani a fare (e gestire) progetti, vorrei dire qualcosa di mio – e spero di costruttivo – sulle prospettive italiane nella realtà di Horizon 2020, che oramai c’è, e dove la selezione in genere, giova ricordarlo, è demandata ai valutatori e quindi ai ricercatori stessi (la Commissione prende solo le decisioni formali). Innanzitutto qualche dato oggettivo: il tasso di successo medio delle proposte ritenute “eligible” in questo periodo iniziale di Horizon 2020 è del 14%, rispetto al 20% del 7° Programma Quadro. Il tasso di successo dell’Italia (intesa come sede ospitante dei progetti, non come nazionalità dei ricercatori proponenti) è sceso a meno del 12%, relegandola al 24° posto della classifica dei 28 paesi UE.[1] Quanto al programma ERC (dati 2015), Oxford e Cambridge ospitano assieme quasi 250 vincitori (grantees); il CNR francese 200, il Politecnico di Zurigo 85, la Hebrew University 74. In Italia, la prima struttura in classifica è il CNR con 20 vincitori; seguono La Sapienza con 15, Tor Vergata, SISSA e Trento con 12 ciascuno, e la Bocconi con 11.[2] Le medesime statistiche, come ben sappiamo, ci dicono però che i grantees ERC italiani sono ben 407,[3] ossia quarti nella classifica delle nazionalità. Quasi la metà (178) hanno scelto host institutions estere, ma anche i ricercatori di altre nazionalità sono molto mobili (ad es. i tedeschi “fuori casa” sono 250, i francesi 81, gli olandesi 72). Trovo più preoccupante che l’Italia abbia il rapporto “outgoing nationals”/”incoming non-nationals” peggiore fra tutti e 28 i paesi UE: risultano ospiti solo 24 grantees di nazionalità estera, contro i 433 nel Regno Unito o i 238 nella Svizzera.[4] Ma cosa potrebbe fare una struttura per aiutare di più i suoi ricercatori, e attrarne altri? A mio parere, e specificatamente al contesto italiano, tre cose. Innanzitutto, riconoscere non solo l’esigenza di sostegno tecnico-amministrativo o (infor)mativo, ma anche la necessità di “entrare” nel mondo del singolo ricercatore (junior o senior che sia), valutarne le ambizioni scientifiche, il modo di lavorare, la sensibilità. Insomma porlo al centro, su base individuale o di équipe, perché è lui/lei che vince i progetti. Sono due dimensioni entrambe importanti ma ben diverse tra loro, all’interno delle quali ci si deve muovere con etica trasversale: nei rapporti con i partner, con l’amministrazione, tra i colleghi, con la Commissione europea. Seconda cosa, e consequenziale alla prima: pianificare strategicamente. Integrando cioè le competenze interne delle amministrazioni e degli Uffici Ricerca con azioni di mentoring individuale o di équipe; capacity building metodologici, mappature settoriali, brainstorming progettuali, prospecting e networking mirati. Un approccio diretto e flessibile, sempre col ricercatore al centro. Sottolineo però che si tratta di strategia, e quindi di politica: gli obiettivi da porsi non devono essere contingenti, bensì rispondere a una visione di medio-lungo termine. Il divario di cui sopra non si riduce a breve. Terza cosa: coinvolgere in queste azioni non solo dei “trainers”, ma anche dei “doers”: professionisti esterni di solide qualifiche, che si pongano al servizio del ricercatore. Vanno però selezionati sulla base di comprovate esperienze/competenze di livello internazionale, e di referenze precise sui ruoli svolti, capacità dimostrate, risultati ottenuti. Horizon 2020 è una sfida molto difficile e complessa, dev’essere affrontata (se la si vuole affrontare) con idee chiare, determinazione, entusiasmo. E non credo che i futuri programmi europei esigeranno niente di meno.

[1] H2020 First Results 2015, su https://ec.europa.eu/programmes/horizon2020/en/horizon-2020-statistics.

[2] ERC funding activities 2007-2013 (2015), su https://erc.europa.eu/sites/default/files/publication/files/ERC_funding_activities_2007_2013.pdf (vedi in particolare tabella a pagina 58).

[3] Ibid., Tabella A6.02, pagina 86.

[4] Ibid., Figura 6.17, pagina 51 e Tabella A6.03, pagina 88

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14 Commenti

  1. Parole sante. Ho avuto modo di lavorare come assegnista di ricerca all’interno di un progetto europeo ed è stato, nel contesto in cui ho lavorato, una sfacchinata enorme dal punto di vista “tecnico-amministrativo o (infor)mativo”. Praticamente oltre alle attività vere e proprie previste dal progetto abbiamo fatto anche tutto il resto poichè nessuno era in grado di sostenerci. Oggi parlando con molti colleghi la situazione è la stessa, tutti dicono che il gioco non vale la candela. E in tutto questo aggiungiamo pure che l’Europa non si risparmia sulla burocrazia.

  2. oggi i progetti europei li vincono i paesi meglio attrezzati, proprio nel senso del supporto al ricercatore. E’ ovvio poi che i progetti di ricerca li vincano gli enti di ricerca che fanno appunto ricerca. L’ università è anche didattica , non dimentichiamolo, e questo i nostri governanti sembrano non saperlo, mortificando continuamente l’attività didattica, e la sua organizzazione, incluso i servizi agli studenti. Forse è ora di arrivare anche a una valutazione della didattica, o si da per scontato che è impossibile ?

    • Cicchella dove vive? Abbiamo AVA, tra un po’ AVA 2.0. Tutto ben saldo nelle sicure e competenti mani di ANVUR.

  3. Che è poi il motivo per cui ho smesso da tanti anni di correre dietro ai mega-finanziamenti europei, e mi limito a fare ricerca di base su argomenti di reale utilità, per i quali non mi è difficile trovare partner industriali lungimiranti, disposti ad investire denaro badando solo ai risultati, senza perdersi in inutile ed asfissiante burocrazia o in estenuanti valutazioni competitive, ove si passa più tempo a predisporre documentazione per apparire migliori degli altri competitor, anzichè ad innovare o verificare in laboratorio nuove idee.
    Personalmente trovo che i meccanismi competitivi alla base dell’erogazione dei finanziamenti pubblici (Europei, ma anche nazionali e regionali) porti a disperdere migliaia di ore-uomo di valenti scienziati per attività di “progettazione” della partecipazione ai bandi, anzichè in attività di ricerca propriamente detta.
    Ora, un minimo di pianificazione è necessaria, ma che ci siano riceratori che dedicano ormai il 50% del loro tempo a cercare di accaparrarsi finanziamenti anzichè svolgere il lavoro per cui sono stati assunti (e per cui vengono pagati dallo Stato) mi pare una sostanziale distorsione.
    Senza considerare che i meccanismi competitivi di cui sopra sono in gran parte autoreferenziali, e basati sullo stesso schema “bibliometrico” che tanto critichiamo quando ci viene applicato da ANVUR e compagnia bella.
    Secondo me la “valutazione competitiva” migliore la fa il mondo reale: un bravo ricercatore, che produce risultati avanzati ed utili, non ha bisogno di aspettare la “manna dal cielo” dei finanziamenti pubblici, dimostrando di essere più bravo e meritevole dei colleghi: trova facilmente finanziatori esterni, che senza tanta carta inutile sono interessati a beneficiare di tali innovazioni…
    Se leggete l’interessante articolo sul CERN che è stato appena pubblicato qui su ROARS avrete conferma di ciò: anche la ricerca avanzata di base può benissimo sostenersi da sola, producendo risultati aventi valore economico ben superiore ai costi.

    • Concordo abbastanza con il post iniziale e con la parte iniziale della nota di A.Farina; da ricercatore in scienze umanistiche, vorrei che si prestasse più attenzione alla nostra specificità, che è in gran parte fatta di ricerca di base individuale, o a piccoli gruppi, costretta a calettarsi nei carrozzoni miuriani/prinisti/eurorizzontali con enorme fatica e spreco di energie; secondariamente, anche nei risultati migliori che riesce a conseguire, è improbabile che ottenga finanziamenti e risorse aggiuntive ex post (spesso nemmeno ex ante) fuori dal finanziamento pubblico e statale; a meno che non si prostituisca a organizzare ‘eventi’ e altre kermesse pseucoculturali con la complicità di amministrazioni locali sotto elezioni. O sbaglio?

    • Sottoscrivo. Esiste però una parte di università a cui nessuno da fuori darai mai un cent. A questa deve necessariamente pensare lo stato.

  4. Qui siamo in Italia.
    In Italia c’è un solo modo di lavorare all’Università come scelta di vita, come lavoro vero e proprio: ESSERE STRUTTURATO secondo le leggi nazionali.
    A questo punto, il progetto europeo:
    1)è un “di più” per chi è già strutturato.
    2) un inutile palliativo per chi non sarà mai strutturato.
    Abolire i progetti europei!!!!!!!!!!!!!!!!!!!
    dico bene?

  5. Qualche tempo fa avevo visto un documento ministeriale https://www.researchitaly.it/uploads/50/HIT2020.pdf
    che faceva presagire un cambio di paradigma per i progetti Europei. Si parlava di approccio Bottom-Up, di piccola e media impresa, di rapporto tra imprese ed università. Tutto è stato abbuiato dalla solita burocrazia tecnocratica europea aiutata anche da quegli italiani che bazzicano le sedi comunitarie. Essi si sentono tanto bravi da non potersi cimentare nella ricerca vera, quella che ha a che fare con le esigenze del mondo reale e della società e preferiscono occupare il loro tempo a farsi finanziare dagli amici ed a finanziare agli amici ricerche autoreferenziali. Horizon 2020 dava in teoria una chance all’Italia che l’Italia non ha colto perché il materiale umano italiano che si occupa di ricerca non è all’altezza e spesso è in malafede. In ambito Europeo le tematiche di ricerca sono assolutamente inconsistenti, le ricadute della ricerca Europea sono totalmente nulle, la burocrazia europea fa rimpiangere i borboni. Eppure c’è ancora qualcuno che considera prestigiose le ricerche Europee e, in base a questo prestigio saranno chiamati per chiara fama molti ‘falsi ricercatori’ il cui unico merito è di aver soggiornato all’estero a far niente coi soldi del contribuente italiano.

  6. Quello che mi fa schifo dei progetti Europei (vergogna!) è che chi li pensa elenca delle macro-aree, e poi bisogna vedere se vinci con il tuo progetto con un argomento che dovrebbe rientrare nelle macro-aree.
    TUTTO CIO’ E’ TROPPO GENERICO.
    Ma scusate, non sarebbe meglio se l’Europa scrivesse richieste di progetti più SPECIFICI ad esempio:
    1) Progetto sulla malaria, tempo 2017-202O si faccia avanti chi è interessato ed è convinto di avere il progetto migliore!!!!!!!!!
    2)Progetto sulla migliore strategia per il diritto dei consumatori ed investitori in Europa , dopo l’entrata in vigore del bail-in, chi crede di avere idee toste si faccia avanti!!!!!!
    3) Progetto per il problema dei migranti, chi crede di avere una soluzione, si faccia avanti!
    Questi sono solo esempi, ma secondo me così è meglio, perché se so che ci rientro faccio domanda, se non me ne sto a casa, perché la troppa genericità delle macro-aree comporta un rischio troppo grande sulla utilità/inutilità del tema.
    Siete d’accordo?

  7. mi correggo: ovviamente neanche troppo specifico, una via di mezzo tra un aspetto generale ed un aspetto particolare: una scelta che l’Europa dovrebbe attuare secondo quelle che sono le sue esigenze e l’esigenze della ricerca e lo stato dell’arte.

    • Anto, lei entra nei dettagli, ma quello che dice riflette esattamente il pensiero che ho espresso sopra. Pensi che in tutte le call europee (che secondo Horizon 2020 non avrebbero più dovuto esserci per lasciare il posto a tematiche provenienti dal basso), non c’è una tematica di ingegneria. Bisogna per forza entrare dentro generiche tematiche di ‘sostenibilità’ smart vattelappesca e robe simili. E ovvio poi che i revisori faranno entrare solo gli amici loro!

  8. @braccesi:
    siamo d’accordo allora.
    in realtà, l’analisi dovrebbe, inoltre, essere affrontata tenendo conto del rapporto Stato/Europa.
    Quando si parla di ricerca in un contesto europeo, si parla di una cosa che se riguarda il comparto “ricerca pubblica/università” nasce zoppa.
    Nel contesto europeo, i metodi di reclutamento ricercatori-professori sono assai diversi da Stato a Stato.
    Ad es., in Uk non ci sono i concorsi della PA, tanto meno all’Università come invece accade in Italia ecc…..
    Come si fa a parlare di ricerca europea con tutte queste differenze?
    Meglio lasciare perdere le amenità europee.
    O Si armonizzano, anche in relazione alla Pubblica Amministrazione, i criteri di selezione e di ingresso nel mondo universitario, a livello di scelta di vita del tipo “voglio lavorare all’università”, oppure parliamo del nulla.
    E’ d’accordo?

  9. Mentre noi chiediamo di mettere il ricercatore al centro, i milanesi votano la Gelmini!!! La più votata d’italia!!!
    Mi sembra di essere in un tunnel lungo da qui fino al gran sasso :-)
    Dove abbiamo sbagliato?

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