A chi piacerebbe essere considerato un mediocre? A nessuno. Su questa semplice ovvietà riposa il pamphlet contro il governo dei mediocri scritto dal filosofo canadese Alain Deneault. Prendiamo l’esempio dei guasti, reali, che la trasformazione delle università in entità commerciali sta producendo. È possibile ricondurre queste dinamiche perverse alla presa del potere da parte dei mediocri?  “Ma mi faccia il piacere!” griderebbe il principe de Curtis al nostro Deneault. Si tratta di  Ricondurre fenomeni di questo tipo al dominio dei mediocri vuol dire rinunciare a criticare le distorsioni, non smascherarle. Deneault sembra non rendersi conto che l’invettiva contro i mediocri è da sempre la riserva cui attingono i reazionari e gli antidemocratici. Al mito della meritocrazia contemporanea, Deneault cerca di sostituire un’eccellenza intuita solo da altri eccellenti. Un doppio salto mortale all’indietro che ci riporterebbe a Platone. Non sarà coltivando illusioni rivoluzionarie a margine dell’ennesimo frustrante consiglio di facoltà che i filosofi cominceranno a cambiare il mondo.

A chi piacerebbe essere considerato un mediocre? A nessuno. Su questa semplice ovvietà riposa il traballante edificio del pamphlet contro il governo dei mediocri scritto dal filosofo canadese Alain Deneault. In cosa consista la Mediocrazia, la nuova specie che l’autore propone di aggiungere al bestiario dei regimi politici, si capisce sin dalle prime pagine. Per Deneault, la parola “mediocrità” allude a una «posizione intermedia tra superiore e inferiore», suggerisce uno «stare nel mezzo» che indicherebbe «una qualità modesta, non del tutto scarsa ma certo non eccellente». In altre parole, essa designerebbe «uno stato medio tendente al banale, all’incolore». La mediocrazia, sarebbe quindi l’innalzarsi di «tale stato medio al rango di autorità». Una «norma imperiosa che non basta osservare, bensì bisogna assimilare». Buona parte del primo capitolo è dedicata al compito non facile di dare un contenuto preciso a questa vaghissima affermazione, che l’autore tenta di portare a termine richiamando luoghi comuni che da anni si ascoltano a margine di qualunque consiglio di facoltà: le università non sono più quelle di una volta, il livello della ricerca si è abbassato, il conformismo regna sovrano, lo stile appiattito. Accertato con soddisfazione dell’autore, e del sofisticato lettore (che annuisce soddisfatto, trovando conforto nella propria convinzione di essere un gigante sulle spalle di un popolo di nani) che il sistema universitario è ormai allo sfacelo, si procede a mostrare che anche il resto della società, a partire dall’economia, si trova in condizioni altrettanto disastrose. La speranza, tuttavia, non è perduta, perché questo spaventoso regime può essere eroso dall’interno dai coraggiosi che resistono al dominio della mediocrità. La parola d’ordine di questi rivoluzionari del presente sarà “co-rompere”, ovvero “rompere insieme”. Come andrebbe messo in opera questo Luddismo post-moderno viene lasciato all’immaginazione del lettore.

Confesso che a partire dalla metà del libro (sarò un lettore mediocre?) sono stato più volte sul punto di declamare ad alta voce le parole con cui Totò interrompe l’onorevole Trombetta in un vecchio sketch. Possibile che le dinamiche perverse che si stanno innescando nei sistemi universitari di tutti i paesi occidentali siano da attribuire al dominio dei mediocri? Oppure che le devastazioni sociali causate dalla crisi economica più grave dai tempi della Grande Depressione si potrebbero alleviare, o persino risanare, “co-rompendo” le nuove forme di commercio e finanza? “Ma mi faccia il piacere!” griderebbe il principe de Curtis al nostro Deneault. Prendiamo l’esempio dei guasti, reali, che la trasformazione delle università in entità commerciali sta producendo. Si tratta di un processo di evoluzione che ha cause molteplici. In estrema sintesi, da un lato c’è la spinta verso un ampliamento dell’offerta di istruzione superiore, che in molti paesi avviene di pari passo con l’estensione del Welfare e il consolidamento dei diritti politici per la totalità dei cittadini. Dall’altro, quando le risorse pubbliche diventano insufficienti, e anche in questo caso il fenomeno ha cause diverse, le università cominciano a cercarle sul mercato. Ciò innesca, inevitabilmente, un mutamento di regole e atteggiamenti istituzionali. Ricondurre fenomeni di questo tipo alla presa del potere da parte dei mediocri vuol dire rinunciare a criticare le distorsioni, non smascherarle. Oltretutto Deneault sembra non rendersi conto che l’invettiva contro i mediocri è da sempre la riserva cui attingono i reazionari e gli antidemocratici. Può darsi che egli abbia volutamente impostato la sua critica della società contemporanea su un presupposto che richiamasse ironicamente la “meritocrazia” che da incubo distopico è diventata l’ideologia del modello sociale che egli vuole criticare. Tuttavia, se lo scopo era questo, l’operazione è fallita miseramente. A un’eccellenza misurabile, il mito della meritocrazia contemporanea, Deneault cerca di sostituire un’eccellenza intuita solo da altri eccellenti. Un doppio salto mortale all’indietro che ci riporterebbe a Platone. Sorprendente che questa proposta venga da uno studioso Canadese proprio nello stesso momento in cui tanti progressisti statunitensi guardano a Justin Trudeau con simpatia per le sue posizioni in difesa di una società aperta, liberale e tollerante delle diversità. Forse la spiegazione si trova nel fatto che Deneault vede nel moderatismo di liberali riformisti come Trudeau un’altra manifestazione della mediocrazia che andrebbe estirpata dai resistenti co-ruttori (o co-rompenti?). La ragionevolezza in politica non gode di grande popolarità in questo momento. Ma non sarà coltivando illusioni rivoluzionarie a margine dell’ennesimo frustrante consiglio di facoltà che i filosofi cominceranno a cambiare il mondo.

 

Alain Deneault, La Mediocrazia, Neri Pozza, Vicenza 2017, pp. 239, Euro 18.00

Apparso sul Sole 24 Ore del 2 aprile 2017

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3 Commenti

  1. La mediocrazia è in atto già da un po’. Se avete voglia di leggere l’editoriale dei soliti Alesina Giavazzi sul giornalino meneghino ve ne renderete conto. Possibile che banalate di tal misura sull’Alitali siano espresse da costoro impunemente. Un mio studente riuscirebbe a dire qualche cosa di meno bana(n)e E pensare che fanno parte dei cacciatori di androiodi immeritevoli. Boh e ri-Boh..Viva roars

    • «Avete presenti i due nazisti dell’Illinois di Blues Brothers, proiettati nel vuoto sulla loro automobile rossa? Ecco, in Italia abbiamo i liberisti dell’Illinois, i professori Alberto Alesina e Francesco Giavazzi, proiettati nel vuoto dell’insensatezza a bordo di un Airbus Alitalia. Però non sappiamo chi è il capo e chi il vice, chi dei due escogita la cazzata sovrumana e chi la accoglie con lo sguardo sognante del “Ti ho sempre amato”.»

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