La scuola e l’insegnamento non sono in crisi perché troppo scollegate rispetto alle finalità perseguite dallo stato o dalla società o dal mercato, cioè rispetto alla domanda di formazione che emerge dall’esterno, dal “mondo”; piuttosto, scuola e insegnamento languiscono proprio perché hanno perduto una certa capacità di realizzare quello scollegamento, di eccedere cioè, per vie tutto sommato casuali, individuali, sicuramente non programmate, gli obiettivi di produzione e addestramento dei cittadini imposti dal potere politico alla scuola di massa.

(Beatrice Bonato da Senso e non senso della competizione in
La scuola impossibile, vol. 358 di aut aut, aprile-giugno 2013)

 

Dopo le anticipazioni della ministra Giannini e del (ormai ex) sottosegretario Reggi, con una grossa operazione mediatica, il 3 settembre Matteo Renzi ha lanciato in pompa magna le linee programmatiche per la scuola del futuro, rese note in un corposo documento di 136 pagine.

Utilizzando la funzione di ricerca associata ai programmi di lettura di files PDF, si possono fare alcune interessanti scoperte: nel documento la parola valutazione compare 51 volte, le parole impresa e/o azienda compaiono 19 volte, la parola merito compare 8 volte, la parola competizione compare 5 volte; compaiono una sola volta le parole condivisione e collegiale, risultano completamente assenti le parole cooperazione, compresenze, alunni per classe.

Il risultato non sorprende se teniamo presente quanto, negli ultimi anni, un potente sistema di persuasione costituito dai principali organi di informazione e da numerosi intellettuali di orientamento diverso, tutti ugualmente stregati dall’idea della necessaria affermazione del “merito” nella società italiana, si sia speso per un primato della valutazione nelle nostre scuole.

Il ruolo di questi manipolatori dell’opinione pubblica è stato quello di presentare il sistema di valutazione come oggettivo e neutrale, e contemporaneamente tacciare le opposizioni critiche come retaggio “sessantottino” di un’ideologia egualitaria nostalgica e conservatrice, fondata sul rifiuto “a priori” della valutazione.

Un esempio per tutti può essere individuato in Roger Abravanel, editorialista per il Corriere della Sera che, dopo aver lavorato trentacinque anni per la società di consulenza McKinsey & Company, insieme al Ministro della Pubblica Istruzione Mariastella Gelmini ha varato il progetto denominato “Piano nazionale per la qualità e il merito”; nel suo libro del 2008 Meritocrazia: Quattro proposte concrete per valorizzare il talento e rendere il nostro paese più ricco e più giusto [1], egli individua la proposta per un percorso meritocratico nella scuola italiana col seguente schema:

Abravanel

In sintesi:

  • per migliorare la scuola italiana ha bisogno di proporsi come sistema meritocratico
  • la misurazione del merito può farsi solo su base oggettiva
  • lo strumento atto a misurare il merito è la valutazione
  • essa genererà una “sana” competizione
  • che andrà a produrre merito
  • che a sua volta porterà ad un miglioramento del sistema.

Che a partire da questo schema si muova anche la proposta di Renzi nelle linee guida presentate nel fascicolo “La Buona Scuola” è indubbio:

[Ai docenti]..lo Stato chiede di non accontentarsi delle prospet­tive di carriere fondate sul mero dato dell’anzianità. Per fare questo è necessario ripensare la carriera dei docenti, per introdurre ele­menti di differenziazione basati sul riconoscimento di impegno e meriti oltre che degli anni trascorsi dall’immissione in ruolo (pag. 48/50)

È un sistema basato sul merito dei docenti che riduce le disparità tra le scuole e le incoraggia e aiuta tutte a migliorare.(pag. 58)

Non c’è vera autonomia senza responsabilità. E non c’è responsabilità senza valutazione (pag. 63)

La valutazione è il punto di partenza per conoscere punti di forza e debolezza di ogni singolo istituto e per conoscere il nostro siste­ma educativo nella sua totalità. D’altronde la scuola è il primo ambito della vita in cui i giovani apprendono il valore educativo della valutazione: i primi 4 e i primi 7 in pagella li abbiamo presi proprio a scuola. Sarebbe assurdo applicare questo principio a tutti tranne che alla scuola stessa (pag. 65).

Ora, se la situazione in cui ci muoviamo è questa, è doveroso fare una serie di riflessioni.

Merito, premialità, competizione

Le indicazioni proposte da Renzi, e mutuate dallo schema di Abravanel, partono da un assunto non facilmente dimostrabile: per avere una maggiore qualità nel sistema scolastico italiano è necessario agire sul merito utilizzando la premialità.

Ma, innanzitutto, che cosa si intende con merito?

E’ un concetto complesso e generico insieme, con forti sfumature morali, quasi religiose. Si contrappone a “colpa” più che a “mancanza” (se non me lo merito, è perché io ho fallito in qualcosa), implica un credito futuro, è quasi impossibile isolarlo rispetto ad altri fattori che intervengono nella vita quotidiana (caratteristiche biologiche, ambiente familiare, fortuna).

Cosa significa che “solo i migliori” devono emergere, avere spazio? I migliori per chi? I migliori sul mercato? I più furbi? I più efficaci nella comunicazione?

Ma siamo sicuri che di fronte a questa scelta le due principali categorie di persone che nella scuola vivono, studenti e docenti, reagiranno come ci si aspetta?

Per quanto riguarda gli alunni, se si tratta di dare premi, la cosa è probabilmente socialmente irrilevante, una soddisfazione per chi lo vince e nulla più; se si tratta di incentivi a migliorare, nulla indica che obbligatoriamente debba funzionare: per uno che tenta di fare del suo meglio per ottenere il premio, ce ne sono molti altri che non lo faranno, avendo i loro motivi (buoni o cattivi) o le loro difficoltà.

Per quanto riguarda gli insegnanti, oltre a ritenere valide le osservazioni precedenti, per come viene proposto da Renzi il meccanismo degli scatti di competenza:

«Le risorse utilizzate per gli scatti di competenza saranno complessivamente le stesse disponibili per gli scatti di anzianità, distribuite però in modo differente secondo un sistema che premia l’impegno e le competenze dei docenti. Ciò consente all’operazione di non determinare oneri aggiuntivi a carico dello Stato» (pag. 57)

è immediato comprendere che la condizione economica dei docenti come categoria di lavoratori non migliorerà di un solo euro: semplicemente, a un terzo dei docenti statali verrà tolta una parte della retribuzione, che finora spettava loro da contratto, e con essa verranno (forse) dati pochi euro in più, rispetto al sistema attuale, agli altri due terzi.

Quasi al limite del comico, poi, la proposta che “I docenti mediamente bra­vi…, per avere più pos­sibilità di maturare lo scatto, potrebbero volersi sposta­re in scuole dove la media dei crediti maturati dai docenti è relativamente bassa e quindi verso scuole dove la qualità dell’insegnamento è media­mente meno buona, aiutan­dole così ad invertire la ten­denza” (pag. 58).

Mediamente bravi rispetto a cosa?

E perché un insegnante (anche se “mediamente bravo”) dovrebbe volersi allontanare da una scuola dove magari lavora ed è inserito da anni, dove collabora e coopera con i suoi colleghi, dove ha a disposizione laboratori e sussidi didattici, dove ha costruito relazioni sociali che gli permettono di affrontare al meglio la quotidianità del suo impegno?

Ma veramente si pensa che ci siano docenti disposti a questo tipo di mobilità geografica per poter (forse) percepire 60 euro in più al mese, magari spendendone 80 in trasporto di tasca propria solamente per potersi recare nella nuova sede di servizio?

E’ evidente che chi ha pensato questo passaggio in una istituzione scolastica non deve mai averci messo piede.

Inoltre, l’approccio pedagogico che costituisce la scelta privilegiata dai docenti italiani nelle scuole (soprattutto dell’infanzia e primarie) trova oggi nel principio della cooperazione, e non nella “cultura” della competizione, il suo principale modello di riferimento.

La competizione può facilmente degenerare in esclusione, discriminazione o peggio ancora, in sopraffazione e conflitto.

La scuola non è competizione, ma confronto.

Fra gli studenti c’è chi ama studiare, c’è chi è spinto dalla forza della volontà, c’è chi apprende con più facilità, c’è chi è più maturo e ha un’intelligenza più sviluppata, c’è chi è più in sintonia con una disciplina chi con un’altra, c’è chi è costretto ad impegnarsi per dimostrare i risultati raggiunti ai genitori, c’è chi ha più bisogno di tempo per comprendere o rispondere ad una domanda, ma dovremmo partire dal presupposto che tutti sono capaci, nessuno è più bravo dell’altro, sono solo diversi.

Non è certo pensando alla competizione che nella Costituzione si è assegnato alla Repubblica e alle sue istituzioni (quindi anche e soprattutto alla scuola) il compito di “rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese” (art. 3).

La valutazione: anello di congiunzione fra merito e competizione

Se anche accettassimo come valido lo schema Renzi-Abravanel, resta comunque molto da dibattere sul soggetto che permette ad esso di funzionare, misurando “oggettivamente” il merito e creando la competizione, cioè sulla valutazione.

Occorre un modello di valuta­zione che renda giustizia al percorso che ciascuna scuola intraprende per migliorarsi e allo stesso tempo costitu­isca un buono strumento di lettura per chi è esterno alla scuola.Il Sistema Nazionale di Va­lutazione (SNV), previsto dal Decreto del Presidente della Repubblica n. 80 del 2013, sarà reso operativo dal prossimo anno scolastico per tutte le scuole pubbliche, statali e paritarie. (pag. 65).

ogni scuola avrà un “cru­scotto” comune di rife­rimento grazie al quale individuare i propri punti di forza e di debolezza e svilup­pare un piano triennale di miglioramento che avrà al centro i risultati degli stu­denti, il loro apprendimento e successo formativo:

  • il finanziamento per l’offer­ta formativa (a partire dal MOF) sarà in parte legato all’esito del piano di miglioramento sca­turito dal processo di valu­tazione
  • Il livello di miglioramento raggiunto dall’istituto in­fluenzerà in maniera pre­miale la retribuzione dei di­rigenti (pag. 66).

Questo il quadro presentato nelle linee guida de “La Buona Scuola”.

Ho già delineato in un mio precedente articolo [2] cosa sia il Sistema Nazionale di Valutazione, quali siano i suoi compiti, come risulti “impiantato” (terminologia non mia, ma del MIUR) sull’INVALSI.

La valutazione delle istituzioni scolastiche, a cui è deputato il SNV, è articolata in 4 fasi:

  1. Auto-valutazione: a) Analisi e verifica del proprio servizio sulla base dei dati resi disponibili dal sistema informativo del ministero, delle rilevazioni sugli apprendimenti e dell’elaborazione sul valore aggiunto restituite dall’Invalsi, oltre ad ulteriori elementi significativi integrati dalla stessa scuola; b) Elaborazione di un rapporto di autovalutazione in formato elettronico secondo un quadro di riferimento predisposto dall’Invalsi, e formulazione di un piano di miglioramento;
  2. valutazione esterna: a) Individuazione delle situazioni da sottoporre a verifica, sulla base di indicatori di efficienza ed efficacia definiti dall’Invalsi; b) Visite dei nuclei e ridefinizione dei piani di miglioramento in base agli esiti delle analisi effettuate dai nuclei;
  3. azioni di miglioramento: definizione e attuazione degli interventi migliorativi anche con il supporto dell’INDIRE o attraverso la collaborazione con università, enti di ricerca, associazioni professionali e culturali;
  4. rendicontazione sociale: pubblicazione, diffusione dei risultati raggiunti, attraverso indicatori su dati comparabili, sia in una dimensione di trasparenza sia in una dimensione di condivisione e promozione al miglioramento del servizio con la comunità di appartenenza.

Per quanto riguarda i nuclei di valutazione, il regolamento prevede che siano costituiti da un dirigente tecnico del contingente ispettivo e da due esperti, la cui selezione e formazione è curata dall’Invalsi.

Le azioni di valutazione hanno anche come obiettivo quello di valutare i risultati dell’azione dirigenziale direttamente riconducibili al dirigente scolastico.

Infine, i piani di miglioramento con i risultati conseguiti nelle singole istituzioni scolastiche e formative, sono comunicati al direttore generale dell’ufficio scolastico regionale, che ne tiene conto ai fini della individuazione degli obiettivi che assegnerà al dirigente scolastico in sede di conferimento del successivo incarico e della valutazione.

Anche se il premier cerca di presentare come una novità il percorso di valutazione, il MIUR ha già testato il meccanismo con cui il SNV dovrebbe operare per effettuare la valutazione della scuole con alcuni progetti sperimentali proposti negli ultimi cinque anni, in particolare quelli denominati VSQ, VALORIZZA e VALES.

Soprattutto il primo si presenta con una scansione delle fasi realizzative perfettamente equivalente al percorso che dovrebbe fare il SNV e contiene al suo interno lo stesso presupposto di premialità “legato all’esito del piano di miglioramento sca­turito dal processo di valu­tazione” proposto nelle linee guida.

Le scuole che hanno aderito a questo progetto nel 2011 lo hanno fatto su base volontaria; le province coinvolte sono state Arezzo, Mantova, Pavia e Siracusa per un totale di 77 istituti (69 Istituti Comprensivi e 8 Scuole Secondarie di I grado). Il progetto si è realizzato in tre fasi:

  1. raccolta delle informazioni relative alla scuola e al contesto in cui essa opera; visite di un team di valutazione presso la scuola e somministrazione delle Prove INVALSI nelle classi prime (medie) con la presenza di ispettori, presentazione della graduatoria ed erogazione dei primi finanziamenti; rapporto di valutazione alle scuole sulla base del quale si stila il piano di miglioramento;
  2. partendo da quanto emerso dal report, le scuole intraprendono un percorso di miglioramento monitorate dall’INDIRE;
  3. somministrazione con vigilanza delle Prove INVALSI alla classe terza (la stessa che le ha svolte durante il primo anno), valutazione finale e graduatoria delle scuole con erogazione del premio in base alla posizione raggiunta.

Il rapporto presentato alle singole scuole prima dell’inizio della fase 2 raccoglie, con diversi strumenti e fonti: i dati dell’istituzione scolastica relativi alla scuola, al personale e agli studenti (Servizio Statistico MIUR); informazioni emerse da un questionario on line somministrato alle scuole interessate circa le risorse materiali (strutture, spazi) e le risorse umane (progettazione, collaborazione tra docenti), progetti ecc. (dati elaborati dall’INVALSI); analisi del contesto scolastico rilevato attraverso questionari somministrati ad insegnanti, genitori, alunni e dai focus group gestiti dagli ispettori in sede e ad interviste (Università La Sapienza di Roma); rubriche di valutazione (INVALSI) con il giudizio espresso dai Team in seguito alle visite di osservazione condotte nella Fase 1 inerenti 7 aree:

  1. inclusione di studenti con disabilità;
  2. inclusione di studenti stranieri;
  3. valutazione interna/Autovalutazione;
  4. programmazione e valutazione degli studenti;
  5. orientamento;
  6. recupero;
  7. potenziamento.

Dai dati emersi dagli esiti delle Prove INVALSI di Italiano e Matematica viene delineato il cosiddetto valore aggiunto prodotto dalla scuola rispetto alle medie delle altre scuole partecipanti, ovvero l’apporto della scuola all’apprendimento dei propri studenti. Il giudizio finale è stilato tenendo conto di:

  • apprendimento di italiano (35%);
  • apprendimento di matematica (25%);
  • giudizio del Team (40%).

A conclusione di questa fase viene redatta la graduatoria regionale con la posizione di ciascuna scuola e il relativo punteggio ottenuto.

Come si può ben comprendere il progetto VSQ risulta ben “impiantato” sull’INVALSI; non solo, il punteggio che ha determinato la posizione in classifica è stato stabilito prendendo in considerazione le Prove INVALSI di italiano (35%) e matematica (25%) e i dati raccolti da osservatori esterni in merito a: integrazione disabili, integrazione stranieri, autovalutazione, valutazione studenti, potenziamento, recupero e orientamento (40% complessivamente).

VSQ da Invalsi

E’ particolarmente interessante poi andare ad esaminare i risultati raggiunti; la regione Lombardia ha reso disponibili [3] quelli relativi alle due provincie di sua pertinenza, Mantova e Pavia, riassunti nella seguente tabella (massimo valore per ciascun indicatore 4):

classifica VSQ lombardia

Le scuole “meritevoli” e quindi premiate economicamente sono state le prime sei.

Ora se andiamo a confrontare i dati inerenti alla sesta e alla settima scuola (rispettivamente l’ultima premiata e la prima non premiata) possiamo osservare che:

La sesta in classifica ha preso 4 in italiano, 3,25 in matematica e 2,57 in media su tutto il resto, il punteggio finale è stato quindi: 4 X 0,35 + 3,25 X 0,25 + 2,57 X 0,40 = 3,24

La settima in classifica ha preso 2,5 in italiano, 2,5 in matematica e 3,57 in media su tutto il resto, il punteggio finale è stato quindi: 2,5 X 0,35 + 2,5 X 0,25 + 3,57 X 0,40 = 2,93.

In sostanza, anche se quest’ultima è una scuola decisamente migliore sotto il profilo dell’integrazione degli alunni disabili, dell’integrazione degli stranieri, dell’autovalutazione, della programmazione e della valutazione interna degli studenti, del potenziamento, del recupero e dell’orientamento, nella “competizione” ha perso perché il peso degli indicatori è volutamente spostato in favore dei risultati delle Prove INVALSI.

Il lavoro che dovrà fare il SNV ricalca pari passo quello che nella sperimentazione è stato fatto dal team di valutazione; è palese che, se il SNV dovrà fare una “valutazione oggettiva” con finalità premiali, difficilmente potrà adottare strategie diverse e quindi, anche in questo caso, il peso maggiore fra gli indicatori spetterà a ciò che risulterà facilmente misurabile, cioè i risultati delle Prove INVALSI.

In questa maniera la valutazione è progressivamente ridotta a semplice misurazione, la qualità tende a coincidere in misura sempre maggiore con la quantità; la quantificazione diventa sempre più il meccanismo di valutazione accettato e riconosciuto, mentre la qualità non facilmente misurabile perde definitivamente ogni riconoscimento sociale.

Le linee guida di Renzi tendono a proporre questo modello di valutazione, utilizzandone la maggiore popolarità fra l’opinione pubblica in quanto fondato sull’idea – sbagliata, ma attraente – della sua presunta oggettività, contrapposta a quella – molto più realistica, ma scomoda da difendere – dell’arbitrarietà, componente di ogni valutazione fondata sulla relazione.

E’ possibile pensare una prospettiva diversa?

Di fronte a queste premesse, la domanda diventa: è giusto accettare tutto questo? E se la risposta è negativa come provare a contrapporvisi?

I livelli su cui dovremmo provare ad agire sono due.

  1. Rifiutare il meccanismo della competizione, prendere distanza da essa, metterla “tra parentesi”: farla diventare un tema su cui riflettere e far riflettere, per capirne le componenti biologiche, psicologiche, storico-sociali e ideologiche.

Ampliare le attività non competitive nella scuola (e nella vita sociale): proporre iniziative di collaborazione possibilmente non pilotate dall’alto, riconoscere lo spazio della cultura e del pensiero come spazio non competitivo, come spazio “libero”; significa in altri termini lavorare cercando di incrementare inclusività ed equità nella scuola.

In tal senso è doveroso far notare che operazioni di questo tipo negli altri paesi avvengono già; in particolare qui in Europa, nella pluricitata Finlandia, nazione considerata al top mondiale per livello di istruzione della popolazione.

In un interessante articolo – Il modello Finlandia: eguaglianza ed eccellenza – proposto nell’ultimo numero di Micromega (6/2014, Un’altra scuola è possibile: laica, repubblicana, egualitaria, di eccellenza) [4] interamente dedicato alla scuola, Pasi Sahlberg (insegnante, formatore di docenti e consulente politico per il governo finlandese) sostiene:

“L’equità nel campo dell’istruzione è un elemento importante nello stato sociale dei paesi nordici, ed equivale a qualcosa di più del semplice offrire a tutti libero accesso al sistema formativo. Si tratta invece di un principio volto a garantire un’istruzione di alta qualità a tutti in ogni parte del paese e in ogni situazione. Nel contesto finlandese, l’equità si risolve nell’avere a disposizione un sistema scolastico ispirato da principi di giustizia sociale e inclusivo, fondato sull’eguaglianza delle opportunità formative…Dopo aver abolito, verso la metà degli anni ottanta, la suddivisione degli studenti per livelli di rendimento e aver assegnato a tutti gli studenti le stesse prospettive di apprendimento, il divario fra i risultati degli allievi con performance di alto livello e quelli con prestazioni meno buone ha cominciato ad assottigliarsi”.

Come è possibile comprendere, si tratta di un’operazione lontana anni luce dall’ideologia meritocratica, un’operazione sulla quale quel paese ha deciso di investire ingenti somme di denaro (veramente, non solo a parole, come il “buon” Renzi propone in Italia; infatti la percentuale di spesa pubblica destinata all’istruzione in Finlandia equivale all’11,65% del totale, mentre da noi solamente all’8,08%).

Rifiutare il meccanismo della competizione dovrebbe essere anche uno degli obiettivi da praticare nei confronti delle proposte di differenziazione salariale presenti nelle linee guida fra le persone che nella scuola lavorano.

Non è una scelta impossibile ed è già stata praticata nel 2000 nei confronti di un progetto nella sostanza molto simile a quello renziano, sviluppato dall’allora responsabile dell’istruzione Berlinguer: il 17 febbraio di quell’anno 320.000 docenti – un insegnante su 3 – raccolsero l’invito allo sciopero dei sindacati di base contro il «concorsone» voluto dal ministro e, almeno all’inizio, sostenuto dai sindacati confederali. [5] [6]

Sono passati quasi 15 anni da quella che probabilmente resta, ad oggi, l’ultima prova di dignità della categoria degli insegnanti: i presupposti per riprovarci ci sarebbero tutti.

  1. Inceppare il meccanismo della valutazione, per lo meno di quella proposta nel Decreto del Presidente della Repubblica n. 80 del 2013 che sovrintende il SNV e che fa da “motore” per l’intera operazione meritocratica delineata nella “Buona Scuola”.

Una valutazione in cui il principale strumento è configurato da un’unica tipologia di test, in cui ogni passaggio è orientato, gestito, controllato dall’Invalsi.

In questa direzione sono diversi anni che associazioni, comitati e sindacati di base si muovono per cercare di ostacolare lo svolgimento delle Prove INVALSI, senza le quali l’intera procedura pensata non potrebbe partire.

L’idea di usare lo strumento dello sciopero durante le giornate di svolgimento delle prove potrebbe essere per quest’anno scolastico non solo una questione di principio e di difesa della libertà di insegnamento, ma configurarsi come mezzo idoneo a rompere le maglie della catena merito – valutazione – competizione.

In chiusura un’ultima osservazione.

A quella configurata nelle linee guida di Renzi bisogna contrapporre un’idea diversa di scuola, un’idea che trova pieno respiro nella Legge di Iniziativa popolare per una buona scuola per la repubblica (LIP). [7] [8]

Gli spunti che la LIP propone sono molteplici:

  • risorse  adeguate con un investimento che veda un notevole incremento rispetto a quanto oggi il nostro Paese destina a questo scopo: elevare il tetto  di spesa almeno al 6 % del PIL
  • l’obbligatorietà dell’ultimo anno di scuola dell’infanzia e l’estensione dell’obbligo a 18 anni
  • dotazioni organiche aggiuntive stabili e adeguate per il sostegno, l’alfabetizzazione, l’integrazione, la lotta alla dispersione e al disagio
  • classi di 22 alunni
  • il ripristino e l’estensione del modulo e del tempo pieno nella scuola elementare e prolungato nella media
  • una scuola superiore che rimanda la scelta delle proprie attitudini a 16 anni con un biennio unitario e un triennio di specializzazione
  • l’obbligo per gli insegnanti alla formazione e all’aggiornamento
  • il rafforzamento e l’estensione degli organi collegiali, in particolare con il collegio dei docenti presieduto da un docente eletto dal collegio stesso
  • l’autovalutazione delle singole scuole, intesa come assunzione di etica responsabilità in un’ottica di rendicontazione sociale per il miglioramento dell’offerta
  • la richiesta, nell’articolo delle abrogazioni, della totale eliminazione del Decreto del Presidente della Repubblica n. 80 del 2013 che sovrintende il SNV, oltre che di tutti i decreti prodotti dalla cosiddetta riforma Gelmini.

Chiediamo quindi a chi non ha cessato di credere che una Buona Scuola per la Repubblica sia lo strumento principale attraverso cui lo Stato possa rimuovere ostacoli e differenze su base socio-economica di provare a guardare alla LIP anche in un’ottica rivendicativa, come strumento di coesione e raccordo fra le lotte che, per mancanza di consapevolezza dei percorsi altrui, in questi anni si sono spesso mosse in modo disunito e disorganizzato.

Un sentito ringraziamento a quelle persone che, con le loro riflessioni, mi hanno inconsapevolmente guidato nella stesura di questo scritto; in particolare:

  • Beatrice Bonato, di cui consiglio la lettura sia del testo citato in apertura Senso e non senso della competizione in La scuola impossibile, vol. 358 di aut aut, aprile-giugno 2013, che di Il nuovo spirito della scuola e la giustificazione dell’insegnante in Come la vita si mette al lavoro, Edizioni Mimesis, 2010 di cui ha curato anche l’introduzione; della stessa autrice allego inoltre un link ad alcune slides che ha presentato al convegno Qualità ed ossessione della misurazione: meritocrazia, competizione, Invalsi patrocinato dal CESP Centro Studi per la Scuola Pubblica, tenutosi a S. Donà di Piave (VE) il 13 marzo 2014.
  • Anna Angelucci, di cui consiglio il testo Contro la meritocrazia, scaricabile qui
  • Mauro Boarelli, di cui consiglio il testo Le insidie della valutazione in Gli Asini, rivista n. 18 ottobre-novembre 2013, scaricabile qui
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6 Commenti

  1. Il punto cruciale che i Soloni del Governo (a partire dal nostro Premier) sembrano dimenticare, sta nelle dimensioni del sistema. La scuola pubblica deve accogliere e formare ogni anno, diciamo, dieci milioni di cittadini, nelle varie fasce d’età. Lo stato deve garantire la qualità minima e media accettabili per questa impresa colossale. Se il merito premiasse, diciamo, il 50% dei docenti, e quindi desse speranza e incentivo a tutti (anche a quelli che lavorano in condizioni sociali disagiate, dove il controllo del territorio è della criminalità organizzata anziché dello stato), forse l’ipotesi sarebbe percorribile, almeno in via sperimentale. Invece l’impressione è che merito e valutazione servano a risparmiare e che la premialità sia ristretta ad una élite. Per questa strada si va al disastro.

  2. Premesso che concordo quasi totalmente sulla pars destruens (e, in particolare, sui criteri Invalsi), mi permetto di riprendere qualche suggerimento (poco popolare) riguardante la pars costruens.
    “Repubblica – Palermo”
    16. 10. 2014

    LE PAGELLE PER I PROFESSORI

    Con la finezza dello scrittore e l’esperienza dell’uomo di scuola Marcello Benfante ha suggerito (nell’edizione del 14 ottobre) delle opportune considerazioni sulla scuola italiana incentrate sull’idea che la cultura sia, paradossalmente la grande assente della vita scolastica. Un solo passaggio della sua riflessione mi trova in disaccordo (uno solo, ma in disaccordo radicale): “Giudicare oggettivamente un insegnante è pressocché impossibile”. Ciò di cui sono fermamente convinto è che sia così poco “impossibile” che, anzi, è ciò che avviene – con precisione millimetrica – ogni giorno in tutte le scuole. A sostegno della mia tesi potrei formulare una sola domanda: perché quando un genitore vuole iscrivere il figlio e non sa che sezione indicare si rivolge, da tempo immemore, al bidello in portineria? Evidentemente il responso risulta veritiero e il metodo acquista – da una generazione all’altra – affidabilità.
    Ma non voglio liquidare la questione con una battuta. Sintetizzando quanto mi è capitato di scrivere nei quarant’anni di insegnamento, ovviamente incontrando la sistematica opposizione di sindacati di categoria (in cui militano di solito docenti poco affezionati alla cattedra e più inclini ad altre non meno nobili attività professionali) e di colleghi in servizio (animati da buonismo cattolico o da egualitarismo maoista), oserei affermare che una pagella per i professori sarebbe non solo possibile, ma anche necessaria e urgente. Stilata da chi? Da una commissione di valutazione composta da un collega eletto dal consiglio di classe, da un esponente del personale amministrativo e ausiliario, da un rappresentante dei genitori e da tre alunni. Anzi, più precisamente: da tre ex-alunni che abbiano lasciato la scuola non meno di un anno prima e non più di tre anni dopo. A caldo, infatti, la loro valutazione potrebbe essere inficiata da entusiasmi, o al contrario da risentimenti, troppo vivi; a freddo, dopo più di tre anni, la memoria potrebbe sfocarsi e deformare i ricordi in meglio o in peggio.
    L’esperienza, anche recentissima, mi stupisce: a diciotto o a dicennove anni, dopo averne trascorso tre o cinque in una classe, l’alunno sa dipingere pregi, difetti, qualità positive e negative degli insegnanti con un realismo impressionante. In alcune scuole si è pure provato, sperimentalmente, a misurare questi giudizi con semplici formulari: il tuo insegnante arrivava di solito in orario? Cercava di impiegare utilmente l’ora a disposizione? Padroneggiava i contenuti della sua disciplina? Spiegava con passione o stancamente? Era capace solo di monologhi, più o meno eruditi, o riusciva a suscitare la partecipazione degli studenti alla discussione? Valutava con serenità il corso dei colloqui o mostrava preferenze dettate da ragioni extra-didattiche? Quando assegnava esercitazioni scritte le correggeva con cura e in tempi ragionevoli o distrattamente e con molto ritardo? Sapeva gestire le dinamiche psicologiche del gruppo-classe, evitando sia d’imporre un clima di terrore sia di abdicare alla funzione di guida e di coordinatore?
    Questo genere di valutazione atterrisce molti professori: non perché troppo generica, ma perché troppo calzante. Non vedo però alternative all’egualitarismo che appiattisce artisti e artigiani dell’istruzione (e che tiene lontano dalla non-carriera di insegnanti molti validissimi alunni che scelgono di fare altro perché non se la sentono di morire soldati semplici senza nessuna possibilità di diventare neppure caporali): a meno che non si accettino quei parametri idioti che altri governi hanno già fallimentarmente sperimentato (concorsoni a quiz; premio di produttività a chi sta più ore a scuola a fare il baby-sitter invece di leggere, riflettere e scrivere a casa propria; valutazione di esclusiva pertinenza dei dirigenti scolastici col rischio di incentivare la piaggeria e di scoraggiare l’indipendenza di giudizio e così via). Ovviamente tutto questo – e il molto altro ancora che si potrebbe aggiungere – presupporrebbe una rivoluzione culturale: in cattedra si deve salire solo per meriti accertati (anche a ventidue anni), non per anzianità di servizio come supplenti (anche a cinquantasei anni). Nessuno bypassa il filtro selettivo per diventare magistrato o pilota d’aereo grazie a sanatorie: perché la scuola dovrebbe continuare ad essere l’amnmortizzatore sociale per quanti, incapaci di ottenere un ruolo gratificante nel pubblico o nel privato, accettano il patto umiliante con lo Stato di essere assunti senza concorso, pagati per un decimo della retribuzione di un usciere alla Regione, in cambio di restare immuni da ogni forma di valutazione professionale? Chi sceglie l’insegnamento per autentica vocazione interiore deve rinunziare, a meno che non scelga apertamente e legalmente il part-time , a ogni altra forma stabile di attività remunerata (studi professionali, palestre, lezioni private…); ma in compenso deve essere messo nelle condizioni economiche adeguate alle esigenze di auto-aggiornamento permanente, senza dover lesinare la visione di un film o l’acquisto di un libro.
    Augusto Cavadi

  3. Mi congratulo per questo intervento, chiaro, veritiero e frutto di reale esperienza. Tre qualità che mancano totalmente a chi ha in mano le politiche scolastiche, e non da ora. Aggiungo che i bassi stipendi e le confuse modalità di accesso scoraggiano sistematicamente un giovane che avrebbe la passione per la scuola. Uno stato nazionale con un secolo e mezzo di vita non ha ancora approntato una modalità di reclutamento unica: il concorso come dono divino e non come canale di immissione a scadenza fissa (p.es., ogni due anni); bassi stipendi che inducono a concepire la cattedra come mestiere d’appoggio e non come snodo fondamentale per la vita di un paese. Gestire masse di precari a fini elettorali è l’unico interesse che i governanti mostrano per la scuola?

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