Matteo Renzi dice a Lilli Gruber: “le sembra possibile che il primo ateneo che abbiamo in Italia nella classifica mondiale sia al centoottantatreesimo posto?”. Seguono bei propositi che – gratta, gratta – rivelano scarsa conoscenza del sistema universitario nazionale. Per chi si candida ad un ruolo politico di primo piano sulla scena nazionale è meglio scendere con i piedi per terra e parlare di cose concrete. Inutile indugiare: per Renzi abbiamo preparato un piccolo “kit del candidato”, il bagaglio minimo indispensabile per parlare di università a ragion veduta e tenersi alla larga dai luoghi comuni.

Il sindaco di Firenze, aspirante segretario del PD e candidato premier è apparso nella trasmissione Otto e Mezzo, condotta da Lilli Gruber.

http://www.la7.tv/richplayer/index.html?assetid=50363152  min. 26:30

[youtube=http://www.youtube.com/watch?v=cgH2EAAEEgA&start=1594&end=1637]

Renzi si è espresso su molti temi, richiamando più volte la concretezza della propria visione. Anche a proposito di università.

Renzi ha affermato:

“Ma come sarebbe bello se riuscissimo a fare cinque hub della ricerca, cosa vuol dire? Cinque realtà anziché avere tutte le università in mano ai baroni, tutte le università spezzettatine, dove c’è quello, il professore, poi c’ha la sede distaccata di trenta chilometri dove magari ci va l’amico a insegnare, cinque grandi centri universitari su cui investiamo..le sembra possibile che il primo ateneo che abbiamo in Italia nella classifica mondiale sia al centoottantatreesimo posto? Io vorrei che noi portassimo i primi cinque gruppi, poli di ricerca universitari nei vertici mondiali. Ecco, per fare queste cose qui non si deve parlare di Berlusconi”.

Qualche osservazione nel merito: i piazzamenti degli Atenei italiani nelle varie classifiche (QS, THE, ecc.) sono stati discussi in questa sede. Il modo in cui i ranking internazionali sono costruiti li rende inattendibili e del tutto inutili per avere un quadro della ricerca italiana. Prima di meravigliarci perché nessun ateneo italiano entra nei primi cento, diamo un’occhiata cosa spende ogni anno l’Università di Harvard che di norma occupa le prime posizioni di queste classifiche internazionali (i dati sono in migliaia di dollari).

Ora, vediamo invece cosa vale il Fondo di Finanziamento Ordinario (FFO) stanziato per per i 66 atenei che compongono il sistema universitario statale.

I conti sono presto fatti: le spese di Harvard ammontano al 44% dell’intero Fondo di finanziamento ordinario italiano di cui beneficiano 66 atenei statali. In altre parole, il finanziamento pubblico dell’intero sistema universitario statale italiano basterebbe a coprire i costi annuali di poco più di due atenei simili ad Harvard. Per semplicità, non abbiamo conteggiato le tasse degli studenti italiani, ma la sproporzione tra le risorse impegnate dall’ateneo statunitense e quelle a disposizione dei singoli atenei italiani rimane comunque enorme.

Per qualche ragione, questa disparità di mezzi viene quasi sempre ignorata quando si caldeggiano riforme radicali al fine di gareggiare con gli atenei superstar. Sarebbe interessante mettere di fianco al Fondo di finanziamento ordinario italiano la somma dei costi dei primi 66 atenei di una qualsiasi classifica  internazionale: sarebbe il modo per spiegare quanto costa la formazione superiore nelle nazioni che vogliamo prendere a modello ed anche quanto siano campati per aria gli argomenti di chi crede di trovare in quelle classifiche le dimostrazione scientifica del fallimento del sistema universitario italiano.

I ranking sono essenzialmente strumenti di marketing, dei quali gli atenei cominciano a non poter fare più a meno, perché i piazzamenti influenzano il numero di immatricolazione e la visibilità delle sedi. Ma sono e restano strumenti di marketing senza alcuna valenza scientifica.

Immaginare federazioni di atenei o comunque poli di sedi che cooperino fra di loro potrebbe anche essere un’idea sensata. Se ne è discusso recentemente in Francia. Ma l’assetto del sistema dell’università e della ricerca deve mirare alla formazione, alla qualità della ricerca, alle ricadute sul territorio. Non ai piazzamenti nei rankings internazionali. Parliamo di cose concrete, lasciamo stare gli strumenti retorici.

Fra l’altro, è bene ricordare a Matteo Renzi che quello in cui viviamo non è il mondo della stantia retorica post-gelminiana, delle università “sotto casa”, “spezzettatine”, dei “baroni” che non fanno il loro mestiere. La realtà è molto più complessa. E amara.

La retorica che lamenta il proliferare di “università sotto casa” lascia intendere un’ipertrofia di offerta formativa associata ad un eccesso di laureati e di professori universitari. Una visione condivisa da buona parte della stampa, ma raramente confrontata con i fatti e le cifre.

Il mondo in cui viviamo è quello di una nazione la cui percentuale di laureati nella fascia 25-34 anni è la più bassa in Europa e la penultima dei paesi OCSE (l’unico che ha una percentule più bassa è la Turchia, mentre il Brasile è “non-OCSE”).

Il mondo in cui viviamo è quello di un’università che è rimasta competitiva nonostante tagli selvaggi da parte di una classe politica sorda al tema della ricerca e della formazione e priva di orizzonte strategico.

L’elaborazione SCImago su dati Scopus 1996-2012 continua a collocare il nostro Paese in una posizione – l’ottava – coerente con il  P.I.L., sia per quel che riguarda la produzione di pubblicazioni scientifiche che per il loro impatto misurato dalle citazioni.

Tutto questo, nonostante l’Italia abbia meno università per milione di abitante rispetto agli altri Paesi industrializzati.

Nonostante il rapporto studenti/docenti sia pessimo:

Nonostante il bassissimo numero di ricercatori accademici:

 Nonostante il cronico sottofinanziamento del sistema:

Se in Italia ci sono troppo pochi laureati, troppo poche aziende che fanno innovazione e investono in ricerca, se tanti ottimi ricercatori formati con i danari della fiscalità generale emigrano, la causa più profonda non va cercata nelle baronie e nei campanilismi evocati da Renzi: dipende dal fatto che il Paese non investe in ricerca e formazione, candidandosi a diventare sempre di più un paese arretrato. Non è potando ulteriormente una pianta sofferente che la si fa rinverdire. Occorre investire. Vogliamo le federazioni di atenei, i poli della ricerca? Perché no. Ma nulla si può fare senza rifinanziare il sistema e senza tenere presente che formazione e ricerca non sono un lusso, sono una necessità se si vuole essere competitivi nel XXI secolo.

Insomma, ci sembra che Renzi abbia bisogno di studiare un po’ sul tema di università e ricerca.

Naturalmente la redazione di ROARS è disponibile ad organizzare seminari sul tema nella splendida Firenze se solo Renzi avesse voglia di ascoltarci e di abbandonare certi slogan troppo facili e ormai logori.

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72 Commenti

  1. chiedo scusa, l’ora è tarda e gli occhi e i pochi neuroni magari non funzionano, ma… la cifra che leggo come totale del budget di Harvard non dovrebbe leggersi 4 milioni (e spicci) di dollari? Se così fosse, allora i conti non mi sembrerebbero tornare (se MLD sta per miliardi). Sicuramente sono in errore.

  2. I rankings sono appunto strumenti di marketing e come tali vanno valutati. Se gli atenei italiani non si piazzano bene il risultato e’ che non godono di una “buona immagine” presso la popolazione che ne dovrebbe usufruire. Questo non ha valenza scientifica e puo’ non piacere ma e’ un fattore, come si nota nell’articolo, per attrarre studenti. Immagino che siccome vengono pubblicati sui quotidiani, i rankings vengano letti da futuri studenti e genitori e influenzino le loro decisioni. Si puo’ senz’altro dire che sia un modo molto superficiale per decidere ma a meno di proporre una massiccia campagna educativa a riguardo non credo si possa ignorare completamente la situazione. Possibile che dei paesi con produzione scientifica simile alla nostra e cui amiamo paragonarci, l’Italia sia l’unica che esca danneggiata da questo esercizio di marketing? Mi pare la Francia abbia 5 atenei fra i primi 200, la Germania 14, il Giappone 6 per esempio. Certo Harvard spende uno sproposito. Ma fra i primi 200 atenei possibile non ce ne sia nessuno con spese e dimensioni paragonabili a quelle degli atenei italiani?
    Per quanto riguarda la percentuale di popolazione con titolo universitario, per me il dato piu’ allarmante e’ la differenza fra iscritti e laureati. Aneddoticamente, quando ero all’universita’ si diceva che nel mio ateneo si laureavano intorno al 35% degli iscritti. Ricordo un dato ISTAT mi pare di qualche anno fa: il tasso di iscrizione (credo nella fascia 19-25anni) era intorno al 40%. Quindi direi un iscritto su 2 si laurea e l’altro di perde. Se questo e’ vero (qualcuno puo’ confermare?) si tratta di un problema rilevante e sarebbe utile capirne l’origine.

    • I rankings non sono strumenti di marketing i ranikings sono strumenti sbagaliati e come tali vanno contrastati. Dopodiché è anche possibile capire perché non ci sono atenei italiani e invece ci sono (ad esempio) atenei francesi: una parte importante della formazione del punteggio include voci, come mense/alloggi studenti, percentuale studenti/docenti internazionali, numero studenti per docente, che sono ovviamente correlatio col sottofinanziamento cronico degli atenei italiani

    • “Si puo’ senz’altro dire che sia un modo molto superficiale per decidere ma a meno di proporre una massiccia campagna educativa a riguardo non credo si possa ignorare completamente la situazione”
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      Usare le classifiche internazionali come stella polare della politica universitaria danneggia gli interessi del paese e va spiegato. Altrimento, ci limitiamo a prendere atto di tutto e ci ritiriamo a badare ai nostri interessi individuali.
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      “Possibile che dei paesi con produzione scientifica simile alla nostra e cui amiamo paragonarci, l’Italia sia l’unica che esca danneggiata da questo esercizio di marketing?”
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      Forse una prima risposta sta nei seguenti due grafici:


      A fronte del sottofinanziamento, se consideriamo la percentuale di atenei “top performers” (classificati nei primi 500 e, nel caso della classifica di Leiden, nei primi 250) si potrebbe persino dire che l’Italia ne esce bene:


      Ricordo che nel mondo ci sono non meno di 10.000 università (20.000 secondo alcune stime). Entrare nelle prime 500 significa essere almeno nel top 5%. Una gran parte delle università italiane rientrano in questo segmento, nonostante i finanziamenti all’osso.
      Da ultimo, però va detto che le classifiche degli atenei sono scientificamente indifendibili (https://www.roars.it/online/andrea-bonaccorsi-e-le-classifiche-degli-atenei-voodoo-rankings/). Come reazione alla proliferazione incontrollata delle classifiche degli atenei, l’Institute for Higher Education Policy (Washington) e l’UNESCO European Centre for Higher Education (UNESCO-CEPES) hanno fondato l’International Ranking Expert Group (IREG) che nel 2006 ha pubblicato i cosiddetti Berlin Principles, un elenco di sedici requisiti che dovrebbero essere soddisfatti da una classifica che voglia essere di qualità. Tutte le classifiche in circolazione violano in maniera più o meno estesa i Berlin Principles. Quando si è provato a valutare la soddisfazione dei Berlin Principles usando una scala da 1 (nessuna congruenza) a 5 (congruenza eccellente), su 25 classifiche ne sono state trovate 13 che non raggiungevano nemmeno il 3 (congruenza accettabile), tra cui anche la classifica THE-QS, allora ancora unificata, che otteneva un misero 2.25, molto vicino al 2 (congruenza scarsa) . Nel dicembre 2011, l’IREG ha reso nota la possibilità di ottenere una certificazione di qualità “IREG approved” per le classifiche che si fossero sottoposte ad una procedura di audit basata sui Berlin Principles . Ad oggi, non risulta che nessuna classifica internazionale abbia conseguito la certificazione.

    • Sono d’accordo che si puo’ tentare di contrastarli ma temo sia una battaglia contro i mulini a vento. In compenso concordo sia piu’ interessante capire perche’ gli atenei italiani risultino cosi’ penalizzati.
      Per esempio, la classifica THE use i seguenti indicatori:
      (http://www.timeshighereducation.co.uk/world-university-rankings/2011-12/world-ranking/methodology)

      The rankings use 13 performance indicators, grouped into five areas:

      Teaching — the learning environment (worth 30 per cent of the overall ranking score)
      Research — volume, income and reputation (worth 30 per cent)
      Citations — research influence (worth 30 per cent)
      Industry income — innovation (worth 2.5 per cent)
      International outlook — staff, students and research (worth 7.5 per cent).

      Si vede che l’internazionalizzazione (difficile per l’Italia rispetto alla Francia per esempio) non e’ una grossa percentuale del ranking (la parte di personale internazionale e’ poi solo il 5% del “voto”, i rimanenti 2.5% sono riservati a articoli con autori stranieri dove l’Italia non dovrebbe essere peggio degli altri). Su Research e Citations mi pare di capire dalla figura citata in quest’articolo, ce la dovremmo giocare con altri paesi simili. Il sottofinanziamento conterebbe direttamente nella voce “research income” che pesa 6% del “voto”. Sul teaching, direi che il rapporto docenti/studenti conta ~4.5% (voce “undergraduates admitted per academic”). Non vedo da nessuna parte menzionati alloggi e mense. Non dubito abbiano un effetto ma pare di secondo ordine nelle classifiche THE.
      Insomma, per me rimane un mistero perche’ gli atenei italiani stiano cosi’ in basso, peggio anche di quelli spagnoli (3 in classifica prima del primo ateneo italiano).

    • “concordo sia piu’ interessante capire perche’ gli atenei italiani risultino cosi’ penalizzati.[…] Insomma, per me rimane un mistero perche’ gli atenei italiani stiano cosi’ in basso, peggio anche di quelli spagnoli (3 in classifica prima del primo ateneo italiano).”
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      Questo tipo di analisi è stata condotta nell’ottimo libro “Malata e Denigrata” a cura di M. Regini (Donzelli 2009). Riporto la figura che riassume le prestazioni degli atenei italiani nel ranking QS. Per aiutarne la lettura, ho commentato graficamente i punti salienti.


      Come si vede, gli atenei italiani reggono bene il confronto sul piano scientifico (Peer review, Citations) mentre stanno indietro nel rapporto docenti/studenti e nell’internazionalizzazione, dove però non va sottovalutato il fattore linguistico. Per esempio, credo che esso costituisca una possibile spiegazione della migliore internazionalizzazione della Spagna rispetto all’Italia.

    • “Usare le classifiche internazionali come stella polare della politica universitaria danneggia gli interessi del paese e va spiegato. Altrimento, ci limitiamo a prendere atto di tutto e ci ritiriamo a badare ai nostri interessi individuali.”

      Non sostengo per nulla vadano usate come stella polare della politica universitaria. Ritengo pero’ che ignorarle completamente sostenendo che non sono scientifiche non e’ saggio. Ci sara’ una via di mezzo?
      Immagino un genitore che debba aiutare i propri figli a decidere dove andare all’universita’ sapendo che il loro futuro dipende dalla qualita’ della loro educazione e che sia confrontato con queste classifiche (che legge sui quotidiani ogni anno). Quanti decideranno di finanziare gli studi dei figli all’estero invece che in Italia?

    • Nella classifica THE l’internazionalizzazione dei docenti e degli studenti conta per il 5% del voto, come fa ad avere un impatto cosi’ significativo da mandare il primo ateneo italiano sotto il 225-esimo posto? E il rapporto docenti/studenti conta per il 4.5%. In classifica peraltro conta “admitted undergraduates/academic”, di cui 1 su 2 finisce per lasciare. Questa e’ un’inefficenza che costa perche’ se si contasse “graduating undergraduate/academic” le universita’ italiane ne trarrebbero un beneficio in termini di punteggio.
      Purtroppo, sotto il 200-esimo posto in classifica THE non rilascia le percentuali disaggregate (almeno il sito che ho visitato io, se qualcuno avesse i dati sarebbe interessante dargli un’occhiata).

    • Che gli Atenei italiani abbiano all’ interno una massa enorme di zavorra, clientele politiche, professori analfabeti, raccomandati, figli di papa’, non ci piove, ma oltre a queste persone ce ne sono tante altre (basta guardare tutti i dati pubblicati su queste pagine) che sono ricercatori i prestigio internazionale e fanno ottima didattica.
      I Ranking sono frutto di manipolazioni e non descrivono il valore vero del lavoro di un ateneo. A quasi chiunque faccia una attivita’ scientifica seria, con un minimo di riconoscimento internazionale sono arrivate offerte mirabolanti di universita’ a caccia di docenti da inserire come “professori virtuali” tra i loro “faculty members” della serie “pagare denaro vedere cammello” (la citazione del cammello non e’ casuale).
      Se qualcuno mi da 1 milione di euro e liberta’ di fare contratti, prendo ultima l’ Universita’ nelle valutazioni ANVUR, assumo a contratto 10 premi Nobel a 100K a testa, li impegno didatticamente per una passerella mediatica di una settimana a testa e l’universita’ in questione si ritrova miracolosamente nelle classifiche mondiali.
      Aggiungendo poi altri 100K possiamo fare 4/5 contratti di “consulenza” a altrettanti pennivendoli (quelli che blaterano sui giornali o in TV) e miracolosamente anche li avremo “il nuovo miracolo italiano”. Come diceva Toto’ “ma mi faccia il piacere…”

    • “I Ranking sono frutto di manipolazioni e non descrivono il valore vero del lavoro di un ateneo.”

      Non ho mai detto che i rankings descrivano il “valore vero del lavoro” (che cosa vuol dire questo poi?) di un ateneo. Il punto non e’ se ci credo, se sono belli o brutti, giusti o ingiusti. Mi limito a dire che esistono, vengono letti (da futuri studenti e genitori) ed e’ miope ignorarli. Se sono frutto di manipolazioni (da parte di chi?), l’Italia deve stare sulle scatole a chi manipola! Noti che non sto discutendo se l’ateneo italiano piu’ alto in classifica sia al numero 30, 60 o 77… Nella classifica THE 2012, il primo ateneo italiano e’ in posizione 225-250. Nessuna delle universita’ fra 1 e 225 mi risulta “cammellata” peraltro…

      “Che gli Atenei italiani abbiano all’ interno una massa enorme di zavorra”

      La zavorra costa e quando le risorse scarseggiano puo’ mandare a fondo il tutto, compresi “ricercatori i prestigio internazionale”.

    • “Nella classifica THE 2012, il primo ateneo italiano e’ in posizione 225-250”
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      Già il fatto che la classifica sia data a blocchi di 25 atenei senza fornire gli indicatori numerici (e nemmeno la possibilità di vedere in chiaro il calcolo dei punteggi) dovrebbe suscitare qualche domanda. La classifica THE è quella che aveva commesso un clamoroso svarione proprio nell’anno in cui dichiarava che aveva pubblicato la classifica metodologicamente più rigorosa di tutti i tempi. “Questionable science behind academic rankings”: questo il titolo dell’articolo del New York Times (http://www.nytimes.com/2010/11/15/education/15iht-educLede15.html?pagewanted=all) che denunciò il clamoroso infortunio della classifica 2010 di THE (Times Higher Education). Nella classifica citazionale, l’Università di Alessandria d’Egitto si era piazzata quarta, davanti a Stanford, Rice e Harvard (vedi figura), un exploit che aveva contribuito a proiettarla al 147° posto nella classifica globale. Sul sito di THE si erano persino congratulati, senza sospettare che il risultato degli egiziani era frutto di indicatori bibliometrici talmente fragili da schizzare alle stelle a causa di un singolo ricercatore abituato a pubblicare massicciamente sulla rivista di cui era direttore. E comunque lo ripeto: se anche avessero qualche valore scientifico, vorrebbe dire che una proporzione significativa di atenei italiani si colloca nel top 2,5%-5% mondiale. Un risultato più che buono, se si tiene conto che, in rapporto al PIL, siamo tra i fanalini di coda come investimento in formazione e ricerca universitaria. By the way, fin dal 2004 su Nature avevano spiegato che la valutazione della produzione scientifica di una nazione non si fa contando gli atenei che entrano nelle classifiche (e vale la pena di ripeterlo, se si prende le distanze dal feticismo dei primi 100 posti, non ce la caveremmo nemmeno troppo male) ma valutando produzione e citazioni su scala aggregata:
      ________________________________________
      “The Shanghai Institute of Education has recently published a list of the top 500 world universities. The order is based on the number of Nobel laureates from 1911 to 2002, highly cited researchers, articles published in Science and Nature, the number of papers published and an average of these four criteria compared with the number of full-time faculty members in each institution. I believe none of these criteria are as reliable as citations.”

      D. A. King, “The scientific impact of nations – What different countries get for their research spending”, Nature, vol. 430|15, July 2004, http://www.nature.com/nature
      ________________________________________
      Se si guarda la produzione scientifica e le citazioni l’Italia sta all’ottavo posto, una collocazione coerente con il suo PIL, nonostante investa poco in ricerca in proporzione al PIL. Questo è quanto dice la letteratura seria.

    • By the way, fin dal 2004 su Nature avevano spiegato che la valutazione della produzione scientifica di una nazione non si fa contando gli atenei che entrano nelle classifiche
      =================================
      Infatti e’ chiaro che queste sono classifiche di atenei e non di paesi. Se si argomenta che il sottofinanziamento e’ il motivo principale delle basse classifiche degli atenei italiani rispetto ad atenei di paesi “simili”, piu’ che la frazione di PIL spesa per ricerca e formazione andrebbero paragonate spese/ateneo. La spesa dell’Italia in toto e’ si’ minore di altri paesi ma dalla figura riportata si conclude che ci sono anche meno atenei in cui spendere. Prendendo ancora a esempio la Francia (simile popolazione e PIL non tanto diverso dal nostro), si vede a occhio che con una numero di atenei/mln abitanti piu’ di 4 volte maggiore di quello dell’Italia, lo Stato spende sull’ateneo “medio” francese molto meno che sull’ateneo “medio” italiano. Probabilmente ci sono grosse variazioni quindi meglio ancora sarebbe trovare in lista atenei paragonabili per spesa e grandezza e vedere a cosa sono dovute le differenze.

    • In Francia, a causa della grande diversità del sistema d’istruzione superiore, c’è anche grande diversità nella ripartizione di mezzi.
      Se ci atteniamo solo alle istituzioni (Statali) denominate “Università”, che sono solo una parte di quelle che erogano formazione accademica, notiamo che nel 2012 il loro Fondo di Finanziamento Ordinario è ammontato a € 9.715.810.106

      http://cache.media.enseignementsup-recherche.gouv.fr/file/Carte_Budget_2009/54/0/EvolutionSubventionUniv_204540.pdf

      Per un confronto col sistema Universitario Italiano andrebbero poi considerate le Scuole Normali Superiori, le Grandi Scuole d’Ingegneria e, in parte, quelle Professionali, con il caveat che vanno in tal caso considerate “a parte” le “classi preparatorie” (1 o 2 anni di studi “para-universitari”) ovviamente finanziati anch’essi, a loro modo.
      Infine, andrebbero considerati anche il numero di studenti, e il fatto che gli studi scolastici durano 12 anni e non 13.

    • Infatti proprio per questo una tabella che mostra atenei/mln abitanti e’ fuorviante: paese che vai, “ateneo” che trovi. Secondo la tabella in Francia ci sarebbero piu’ di 500 “atenei”.

    • Mi devo essere spiegato male. Non ho espresso un giudizio su che cosa e’ l’istruzione superiore.
      Mi limito a dire che e’ fuorviante dire che la Francia ha piu’ di 4 volte il numero di atenei/ML abitanti dell’Italia mettendo implicitamente le grandi universita’ statali, grandes ecoles, prepas, scuole professionali e tutta la diversita’ del sistema terziario francese in un’unica categoria (“atenei”) da paragonare con il numero di atenei italiani. Fatto cosi’ e’ un paragone fra mele e arance secondo me.

  3. Il problema è che questi dati per i lettori di Roars sono noti fino alla nausea, ma fuori da queste mura virtuali sembrano dissolversi. Si riesce rispettosamente a farli pervenire alla rising star del CSX italiano? O continuiamo ad appagarci di quanto abbiamo ragione, deprecando il destino cinico e baro?

    • Verissimo. Soprattutto i due luoghi comuni che con più veemenza i media ci hanno martellato da anni nel cervello (in Italia ci sono troppi Atenei; in Italia ci sono troppi professori) li sento ripetere a consigli di facoltà et similia non solo da colleghi ormai vecchi e/o lobotomizzati, ma anche da persone apparentemente più normali. è troppo tardi per riportarli alla ragione?

  4. Mi piace la foto di Renzi pensoso, con gli occhiali (marca?) in bocca e il giubbotto di cuoio nero, spalline e camicia négligée. Mi piace il testo (orale) citato, che però non rende una cosa, parecchie cose in verità, di come è stato detto: la sicurezza di sé, ritmo veloce dell’elocuzione (rapidità=sicurezza), le pause, mimica facciale, body language (come si usa dire in modernese) e simili. Tutto recuperabile attraverso il video. Però, immaginate da soli, senza guardare, le stesse parole dette da Ingroia, o meglio da Crozza che imita Ingroia. Che effetto fa?
    Secondo me andrebbe smontato pezzo per pezzo, smorfia per smorfia, parola per parola. Perché sono tutte parole a vanvera, a cominciare da HUB (altro modernesismo), la cui definizione, lo saprete meglio di me è: “In informatica e telecomunicazioni, nella tecnologia delle reti informatiche, un HUB (letteralmente in inglese fulcro, mozzo, elemento centrale) rappresenta un concentratore, ovvero un dispositivo di rete che funge da nodo di smistamento dati di una rete di comunicazione dati organizzata prevalentemente con una topologia a stella.” Perciò, se Renzi avesse usato la parola nella giusta accezione, sarebbe stato allora sì un concetto interessante, che però per le comunità degli studiosi esiste già in qualche modo sotto forma di metapopolazioni.
    L’ultima frase è bellissima: “Ecco, per fare queste cose qui non si deve parlare di Berlusconi”. In logica o in retorica c’è un termine o una definizione per questa figura, quando negando si rafforza, perché si introduce esplicitamente il termine da negare che così acquisisce più forza ancora. Come si dice dalle nostre parti: citate in negativo o recensite negativamente, purché lo facciate.
    Ma il problema maggiore è: usa le parole a vanvera parlando anche degli altri argomenti? Sicuramente non è così, ma come saperlo?

  5. Una soluzione a costo zero c’è: 6 poli ed ognuno finanziato con 1 ml di euro. Ognuno ottiene così un finanzimento dell’ordine di Harvard si potrà piazzare nei primi dieci posti. Si dirà: e ma ad Harvard ci sono 10,000 studenti. Non c’è problema si mettono tests all’ingresso e si riduce il numero di stundeti a 10,000 per polo anche da noi, tanto a che servono tutti questi laureati che non trovano lavoro?

    • infatti prima di leggere questo commento stavo per scrivere, in Renzi mode on.
      “ovvia, ma un vedi che tu te mi dai ragione? se la migliore università del mondo costa 3 miliardi di euro l’anno, noi con sei ci facciamo due Harvard e chiudiamo tutte le altre che tanto sono piene di baroni, no?”

  6. Complimenti per le analisi.
    Se possibile, vorrei un chiarimento.
    Gli “operating cost” di Harvard comprendono anche il budget dei progetti di ricerca finanziati ai singoli ricercatori?
    Forse il confronto fra Harvard e Università italiane andrebbe fatto sommando al FFO anche i finanziamenti dela ricerca che arrivano alle università attraverso i programmi europei, nazionali, regionali, privati ecc. (anche per merito dei singoli docenti che si prodigano per acquisire questi finanziamenti).
    Grazie

    • Le spese operative di Harvard dovrebbero comprendere anche le spese sostenute nell’ambito dei progetti di ricerca. Per esempio, a pag. 46 del Financial Report si specifica che other expenses” include “Subcontract expenses under sponsored projects”. Per quanto riguarda l’Italia, le rette saranno sull’ordine del 20% del FFO e i finanziamenti esterni, per quanto in crescita (fondi europei, etc) non sono in grado di cambiare l’ordine di grandezza. Lo scopo non è fare un confronto di dettaglio, ma dare il senso delle proporzioni. Gli atenei superstar muovono ogni anno cifre comparabili all’intero finanziamento statale italiano. Tener conto di tasse universitarie e donazioni italiane, non cambia la sostanza: si viaggia in una dimensione del tutto diversa

  7. Complimenti a Marinella Lorinczi, esempio di come la scrittura possa resistere al cinismo imbecille e al pressapochismo. Le dichiarazioni dell’Amico di Briatore e di Maria De Filippi non devono essere commentate, ma contrastate con le uniche armi che abbiamo. L’Università è stata tradita dalla destra e dalla sinistra (ma quale sinistra?)e temo che lo sarà sempre. Mi scuso per la banalità.

  8. In certi dipartimenti del CNR si sta cercando di creare dei poli di eccellenza.

    L’idea e’ la seguente: si prende un GIOVANE (sotto i 50) primo ricercatore o dirigente di ricerca (ce ne sono!!!) e lo si mette a dirigere un gruppo di ricerca molto autonomo all’interno di un Istituto.

    Questo gruppo deve essere giovane, cioe’ costituito da persone che hanno meno anni del coordinatore, e dotato di buone risorse economiche. Queste risorse economiche sono spesso il risultato del fatto che il coordinatore ha vinto un generoso grant europeo. Il CNR mette le infrastrutture, ed altro.

    Mi sembra che questa POLITICA DELLA RICERCA stia funzionando.

    E’ invece sbagliato prendere un collaboratore mediocre ed anzianotto e sistemarlo (con l’aiuto di amici formalmente nemici) presso un piccolo centro di ricerca o universita’ periferica.

  9. Sono sconcertata dalla frase “se tanti ottimi ricercatori formati con i danari della fiscalità generale emigrano, la causa più profonda non va cercata nelle baronie..”. A parte la mia esperienza personale, se chiedete anche ad altri ricercatori emigrati il motivo che li ha fatti fuggire dall’ Italia vi risponderanno, quasi sempre, che sono emigrati perché i baroni avevano chiuso loro tutte le porte dell’ Università italica. Qualcuno, fra gli emigrati, ha scritto anche dei libri su questa piaga, che quindi non può essere ignorata e penso che i contratti da ricercatore a tempo determinato introdotti dalle leggi Moratti e Gelmini abbiano accentuato molto la tendenza all’ emigrazione di chi non appartenga a baronie, scuole e circoli chiusi. Esiste, è vero, anche un problema di finanziamento, ma non mi sembra che sia intellettualmente onesto ignorare il dato delle baronie se si parla anche di fuga dei ricercatori.

    • Lucia, quindi secondo lei la fuga dei ricercatori è dovuta alle baronie? Non a maggiori fondi, migliori retribuzioni, migliori laboratori, migliori biblioteche? Certo non che il reclutamento funzioni a meraviglia da noi, ma dire che l’unico problema o il principale problema sono le baronie è uno slogan ideologico.

    • Uffa, con ‘sta storia dei baroni.
      I ‘baroni’ esistono in tutto il mondo. La differenza del caso italiano è che l’appoggio di un ‘barone’, di solito dell’università in cui si ha studiato, è frequentemente indispensabile alla prosecuzione della carriera. Ciò non accade nelle realtà estere in cui qualche fondo/posto in più consente di far posto anche per chi non è un proprio ‘figlio’ accademico. Virtualmente nessuno ha mai avuto la carriera bloccata per la ‘persecuzione dei baroni’. Il problema è che nelle realtà in cui la scelta finisce per essere tra uno o zero (promozioni nel corso della vita accademica), la tendenza alla promozione del primo ‘figlioccio’ in ordine cronologico che mostra qualche capacità finisce per essere un tappo definitivo per ogni new entry.
      Il problema paradossale dei ‘baroni’ italiani è che non hanno quasi nessun potere (al di fuori del proprio dipartimento).

    • Nel settore matematica e fisica le persone vanno all’estero perche’ sono pagate molto meglio.

      Ed hanno un posto fisso molto molto prima. In Francia, ad esempio.

      Altro esempio, i dottorandi in Svezia hanno uno stipendio netto di circa 2000 Euro al mese !!!

      Un normale laureato in fisica Italiano trova abbastanza facilmente un posto come dottorando in Svezia o in Norvegia (dove pagano anche di piu’).

      Ad alcuni miei ex studenti ho chiesto di tornare in Italia (avevo degli assegni giusti per il loro profilo). Mi hanno risposto: no in Italia no.

      Purtroppo e’ cosi…

      L’unica cosa da fare e’ cercare di valorizzare i temerari GIOVANI che sono rimasti in Italia. Puntando pero’ ESCLUSIVAMENTE sul merito: cioe’ analizzando bibliometricamente quanto la comunita’ scientifica INTERNAZIONALE valuta il lavoro svolto da quel giovane.

      Il parere personale del super esperto per me vale NULLA se non c’e’ un riscontro bibliometrico.

    • @AB @LS: a me pare che la risposta migliore l’abbia data AZ.
      Qui non si tratta di baroni, qui si tratta di mancanza tale di posti, e di copertura “a lista di attesa” indipendente spesso dal CV di quelli in coda.
      Tanto che molte persone brillanti ma (legittimamente) non disposte ad andare all’estero rinunciano tout-court a fare ricerca.
      Questo (assieme alla scarsa “importazione di cervelli”, che dovrebbe essere il vero cruccio) e’ il vero dramma, per fortuna in parte attenuato dalla sempre maggiore indipendenza dei nostri ragazzi dalle loro famiglie, e dalla esistenza dei voli low cost.
      Un conto era emigrare da palermo ad aberdeen nel 1993, un conto e’ farlo ora, quando in caso di emergenza puoi addirittura tornare in giornata a casa senza andare del tutto in fallimento.
      Ci sono cervelli in fuga di cui non parla nessuno.

  10. Che ora si sia costretti a prendere sul serio e a cercare di far ragionare quella nullità dell’homo rignanensis, il new hero di “Chi”, dopo che per 20 anni si è dovuto prendere sul serio quella nullità per di più altamente nociva dell’homo arcorianus (e si deve continuare a prenderlo) concorre a indicare a quale livello si collochi questo paese cioè questo popolo. Basta girare un po’ per rendersi conto che il pueblo attende con ansia di consegnarsi a lui come al nuovo prediletto ducetto da operetta, sempre in movimentino, sempre bello tonico, sempre in jeans e camicia sbottonata e sorretto da un’incrollabile fiducia in se stesso, prerogativa inconfondibile degli stupidi. In particolare gli italici di destra, cioè da sempre e per sempre la maggioranza, si apprestano del tutto giustamente a riconvertirsi su di lui alle prossime politiche. Può bloccarlo solo il macchinone del suo partito, ma mi pare che stiano capendo che con lui vincerebbero. Certo, vincerebbero portando a palazzo Chigi un democristiano di destra con un programma di destra; ma si sa che i piddini, nonché buona parte del cosiddetto elettorato di centro-sinistra (quella che lo voterà senza nemmeno capire di votare uno di destra), sono di stomaco estremamente forte.
    Detto questo, ha ragione anche, se non soprattutto, Lucia. Fra i tanti ignobili luoghi comuni che si dicono sull’università, e che l’homo rignanensis in quanto supremo emettitore di luoghi comuni ripete tutti, uno coglie perfettamente nel segno. I cosiddetti baroni (o meglio la cupola di quelli più potenti e prepotenti) monopolizzano del tutto i concorsi. Tutti i concorsi hanno il vincitore o i vincitori mesi prima che vengano banditi. Fra i predestinati ci sono, oltre a tanti mediocri yesmen che divengono predestinati semplicemente in omaggio al criterio del Fedele della Sapienza (“monto il cavallo che conosco meglio”: si riferiva al candidato alla scuola di specialità, puntualmente risultato vincitore, che gli fa anche da autista da un paio d’anni), anche persone di valore, qualche volta molto alto; ma ciò non toglie che il concorso sia sempre e comunque una farsa.
    Questa è la vergogna dell’università italica. Non è affatto vero che il livello intellettuale-tecnico-professionale-didattico di coloro che insegnano nelle università italiche sia mediamente basso; è invece, anche a fronte delle risorse penose che vengono loro fornite, addirittura degno d’orgoglio. Ma sul piano della tenuta civico-etica, che si misura non solo ma fondamentalmente al momento dei concorsi, i docenti universitari sono very simply italiani.
    E l’italiano è un popolo mediamente (in democrazia ciò che conta sono appunto la media, la quantità, le percentuali, la maggioranza) ignorante (da sempre in fondo alle classifiche europee come lettore di libri e persino di quotidiani; e questa non è certo l’ultima delle ragioni per cui la cosiddetta opinione pubblica oscilla fra totale indifferenza e avversione per l’università e gli accademici) e disonesto (è taglieggiatore, crassatore nato). La prima prerogativa ovviamente non vale per gli accademici, la seconda sì

    • Concorsi farsa, ma non ovunque.

      A Padova nel mio settore (teoria della materia condensata) gli ultimi 2 ricercatori non erano mai stati a Padova e mai avevano lavorato con il gruppo di Padova. Semplicemente servivano due persone brave, e sono state prese le due che sembravano le piu’ brave, senza tener conto di niente altro.

      Caso personale: io vengo dal CNR (Milano+Firenze+Padova), ed il concorso dove sono stato indoneato a PA (due idonei) l’ho fatto a Roma 3, dove uno solo dei 5 commissari (estratti a sorte, a parte l’interno) mi conosceva (prima del concorso). Va detto il mio h-index era in quel concorso di gran lunga il piu’ alto di tutti, cosi come il numero di citazioni.

    • Aggiungo che mio padre lavorava in banca, mia madre insegnava alle superiori, e non ho parenti accademici.

      E che ho fatto nella mia carriera almeno 50 concorsi per RU senza vincerne nessuno.
      In uno ero addirittura l’unico candidato, ma si sa che le universita’ cattoliche sono molto selettive…

  11. x Federico:
    “Ritengo pero’ che ignorarle completamente sostenendo che non sono scientifiche non e’ saggio. Ci sara’ una via di mezzo?”
    se una classifica non è scientifica non è che si può dire “Ok, è un ammasso di balle ma siccome finisce sui giornali bisogna prenerle per buone”. No, l’unica cosa seria è denunciare che è una balla e perchè certi giornali la diffondono in cosciente malafede (vedi la serie infinita di menzogne spudorata di cui sono pieni i fondi dei bocconiani sul Corriere che vengono regolarmente sbertucciati su questo sito).

  12. Nell’articolo sul corriere per questo si parla anche di facoltà…, qualcuno dica alla signora che non ci sono più e che è anche da tempo che si valuta la didattica e che ai dati si accede in molti casi liberamente. Ma è stato scritto ora?
    Quando escono queste graduatorie (come quelle economiche) c’è chi si sveglia improvvisamente dal letargo dando, frettolosamente, la colpa a questo o a quello, mostrando spesso di non conoscere la problematica a fondo. Se gli studenti non indossano (non comprano) la maglietta delle nostre università perché non ne sono orgogliosi, non sarà perché in molti casi le cose fondamentali (mense, biblioteche, laboratori, spazi da vivere in comune, possibilità di fare sport, vari tipi di sport, etc.) in altri paesi sono, appunto, cose fondamentali, che contribuiscono non poco a sviluppare il senso di appartenenza?
    Poi lo studente si potrà anche preoccupare di verificare se si pubblica su Nature o no, dove quel tipo di ricerca che a lui interessa è svolta meglio, e fare una ulteriore “orgogliosa” scelta, ma se non ci sono le cose fondamentali, ben organizzate e funzionanti, come può farsi in generale una buona idea di luoghi che tendenzialmente respingono invece di accogliere?

  13. Prima di parlare di università Renzi ha parlato di occupazione femminile ed asili nido dicendo cose semplici e sensate. Perché mai al punto successivo non è stato in grado di dire cose sensate, e si è infilato nei pasticci degli “hub” e delle classifiche internazionali? Non si tratta solo della fiducia nelle classifiche, forse perdonabile in un non esperto. Io non credo alle classifiche delle università, ma un leader riformista che credesse a queste classifiche dovrebbe prima di tutto impegnarsi a far sì che tutte le università statali italiane rientrino tra “le prime cinquecento”. La scarsa partecipazione femminile al mercato del lavoro non si cura puntando sui migliori dieci asili nido del mondo. Così i gravi difetti del sistema italiano (pochi laureati, molti ritardi, molti abbandoni, poche e mal distribuite borse di studio, localismo nelle assunzioni) non si curano con cinque centri di “eccellenza”.

    • @AFT: la sua osservazione “Prima di parlare di università Renzi ha parlato di occupazione femminile ed asili nido dicendo cose semplici e sensate. Perché mai al punto successivo non è stato in grado di dire cose sensate, e si è infilato nei pasticci degli “hub” e delle classifiche internazionali” mi pare molto puntuale, ed e’ forse connessa al fatto che in italia la scienza non conta nulla. I politici si affidano a consiglieri, qausi sempre con idee quantomeno “strane” e spesso “interessate” sull’universita’ e la ricerca. Le dichiarazioni di Renzi (le cui idee io non condivido, ma che non e’ lo scemotto post berlusconiano che tanti dipingono) mi fanno proprio pensare che siano il frutto di alcune chiacchierate con qualche guru.

  14. MAh, francamente non capisco…State semplicemente confermando la tesi di Renzi… se Harvard spende la metà della spesa italiana, è evidente che in Italia potremmo avere due o tre Harvard ai massimi livelli invece di 66 dal 130 al 300 posto…Forse un ateneo al nord, uno al sud e uno al centro sarebbero la risposta giusta, se dimensionati a dovere, e concentrerebbero le risorse meglio di quanto si faccia ora, con la dispersione. Sembra la solita storia degli ospedali, uno in ogni paese, e degli aereoporti, uno in ogni contea, a farsi concorrenza. Ma alla fine parliamo di aria fritta, non è la sola quantità di denaro che fa la differenza ma come viene speso. E qui penso che tutti sappiamo come viene speso…saluti

    • quindi all’università ci mandiamo meno di 100.000 persone? Suggerimento: vada a vedere quante sono le matricole di Harvard.
      E poi vada a vedere quante sono le università negli Stati Uniti.

    • Ho detto dimensionati a dovere…poi occorre fare una scelta secondo me, sul diluire la qualità e prendere un milione di studenti oppure se conviene formarne 300.000 ma di alta qualità…ma sa questo è un paese dove diamo a tutti indistintamente con il risultato che alla fine la zuppa è diventata acqua…

    • la formazione è essenziale che sia diffusa. Questo elitarismo nostalgico dell’università prebellica è coltivato solo in Italia. Certo che ci vogliono eccellenze, diciamo così, ma ci vuole anche formazione diffusa. O vogliamo fare concorrenza ai cucitori di palloni vietnamiti?

  15. Certo, come no… ha ragione anche lei, ci ritroviamo con 20 milioni di ingegneri ma non costruiamo le case perché non abbiamo piu’ muratori…credo che ci voglia anche un certo equilibrio, altrimenti ci ritroviamo con caterve di avvocati che per essere mantenuti abbisognano di un sistema farraginoso che porta a concludere una causa in 20 anni (non so se questo le ricorda qualcosa del paese in cui vive)…Occorrerebbe un minimo di pianificazione..servono per il prossimo anno 1200 ingegneri, 1300 dottori etc etc, inutile farne di più…non trova? D’altronde se lei va sul sito della Supsi (Svizzera Italiana) vedrà che per accedere alla formazione per il titolo da insegnante ci sono numeri chiusi in base al fabbisogno previsto per materia. Elementare, Watson.

    • Mi sembra che questa idea dei cinque o sei “hub” faccia a pugni con la realtà. Prendiamo il caso di Medicina. Semplici calcoli e confronti internazionali ci dicono che servono annualmente almeno cinquemila laureati in Medicina. Questo significa almeno seimila matricole. Per gli studi di medicina è indispensabile un contatto il più possibile diretto con la ricerca scientifica, non avrebbero senso lezioni impartite da docenti che non sono impegnati nella ricerca. Senza svolgere ricerca scientifica è impossibile formare medici che sappiano praticare intelligentemente la “evidence based medicine”. Ci ritroveremmo in balia dei sieri di Bonifacio e delle cure Di Bella. Quante facoltà ci vogliono per ospitare adeguatamente seimila matricole? Bastano cinque o sei? Vogliamo classi di matricole dell’ordine di mille individui? E perché mai? Non sarebbe meglio prevedere classi di cento matricole e sessanta facoltà di medicina dove si svolge ricerca scientifica di buon livello? Quali vantaggi ci sarebbero dalla concentrazione della ricerca in poche sedi?

    • (chiedo scusa, il mio commento e’ riferito alle affermazioni di Albnig, non a quelle, che condivido pienamente, del professor Figa’ Talamanca. Maledetto wordpress…)

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