La lamentela sul persistere del valore del valore legale del titolo di studio è uno dei mantra ricorrenti della discussione sull’università. Recentemente anche Matteo Renzi ha posto nel suo programma al punto 82 tale misura: «Introdurre nei concorsi della Pubblica Amministrazione criteri di valutazione dei titoli di studio legati all’effettiva qualità del percorso formativo dei candidati». Non ho certezze granitiche sul valore taumaturgico della sua abolizione (pur non avendo nulla in contrario perché venga liquidato: temo soltanto che nulla cambi), ma vorrei che qualcuno mi spiegasse perché esso è la sentina di tutte le nefandezze che di solito si leggono, visto che sinora quanto è stato sostenuto non mi ha affatto convinto. Vorrei cercare di chiarire il perché.

Consideriamo la situazione attuale. C’è la Facoltà X di alto livello e quella Y di infimo livello. Allora gli studenti bravi vanno in X, gli asini in Y. Si laureano ed hanno un titolo equivalente di dottore in vattelapesca col medesimo voto finale; solo che nel primo caso il 110 vale moltissimo, nel secondo nulla. Bene, fin qui ci arrivo.

Ora lo studente x (laureato in X) e lo studente y (laureato in Y) si presentano “sul mercato” per cercare un posto. A questo punto si danno due possibilità: il datore di lavoro può essere privato o pubblico. Nel caso del privato, il signor Paperon de’ Paperoni sa bene che la laurea di y non vale nulla (basta semplicemente informarsi un po’ in giro o fare un’indagine di mercato, nella quale certamente è assai bravo ) e sceglierà x infischiandosene di voti di laurea, di valori legali e quanto altro; non ha neanche bisogno di fare un concorso; basta la chiamata diretta. Dunque in questo caso nulla cambierebbe se venisse ad essere abolito il valore legale del titolo di studio.

Andiamo al secondo caso; qui la cosa cambia perché un’amministrazione pubblica deve richiedere certi requisiti che devono essere in qualche modo documentati e che poi devono essere testati con un pubblico concorso. I requisiti saranno del tipo: tizio deve aver frequentato tal o tal’altra scuola, o università o corso di qualificazione ecc. conseguendo un’attestato che certifichi il superamento di certi esami e così via; quindi, dati questi e quest’altri requisiti, ci sarà il concorso che – facendo un’assunzione irrealistica sull’inesistenza di raccomandati – sceglierà tra i possessori dei requisiti richiesti colui che si è dimostrato più bravo;  e così sarà scelto sicuramente x e non l’asino y.

Cosa cambierebbe in questo caso con l’abolizione del titolo di studio? Si potrebbero avere due possibilità: (a) l’ente pubblico non richiede alcun requisito; visto che esso non può assumere per chiamata diretta (altrimenti sarebbe meglio la legge di Diocleziano) effettua il concorso tra tutti coloro che si presentano e, sempre con l’assunzione prima fatta, sceglierà comunque il più bravo, cioè x. Se invece in questo caso, qualora rimuoviamo l’assunzione idealizzante della non esistenza dei raccomandati, si potrà assumere, in assenza di qualsiasi necessità di certificazione, come ragioniere un salumiere e come ingegnere un ragioniere: agli esami sarà stato certamente bravissimo, molto più bravo dell’ingegnere con PhD di Harvard!

Secondo caso per il soggetto pubblico: (b) l’ente richiede dei requisiti; allora – anche in assenza del valore legale del titolo di studio – bisognerà certificare che si è frequentata una scuola X o Y che rilascia il titolo del tipo prescritto, che, per essere accettato ad un pubblico concorso, deve avere un qualche riconoscimento dallo stato nella misura in cui la scuola o università ottempera certi requisiti (durata dei corsi, esami ecc.): dunque, anche in assenza del valore legale del titolo di studio, ha comunque una conseguenza “dirimente” l’aver conseguito o meno una certa qualificazione; a questo punto i due tizi x e y si presentono al concorso e – sempre con l’assunzione fatta – vincerà il più bravo, cioè x. In questo caso, rimuovendo sempre la suddetta assunzione, non sarà possibile assumere il salumiere perché verosimilmente questo non è in possesso della prescritta qualifica e l’ingegnere di Harvard potrà essere in qualche modo garantito se tra i requisiti si mette come titolo preferenziale il possesso del PhD conseguito nella suddetta prestigiosa università. Certo, si potrà dire che la pubblica amministrazione potrà decidere che, ad es., la laurea conseguita in X abbia più valore di quella in Y. Ma come sarà fatta questa valutazione? Di volta in volta, concorso per concorso? È facile immaginare cosa succederà: in base ai candidati saranno stilate le graduatorie di merito, magari per escludere questo o quello. Oppure si farà una volta per tutte, con una sorta di decreto ministeriale che stabilirà le varie categorie di università. Ma questo è più facile a dirsi che a farsi.

Cosa sarà cambiato dunque? Mi sembra nulla. Anzi, forse con l’abolizione del valore legale, qualcosa sarà anche peggiorato. Se quanto detto è vero (ma aspetto che qualcuno mi indichi qualche falla nel ragionamento), allora la lezione da trarre è non che bisogna abolire ecc., bensì che:

a) bisogna eliminare tutti i meccanismi automatici di assunzione basati su punteggi certificati nell’attestazione finale (in questo caso sarebbero ingiustamente equiparati i due 110 anche se essi non hanno per nulla lo stesso valore). Cioè bisogna impedire quel meccanismo che ha visto immettere nelle scuole migliaia di insegnanti di ruolo semplicemente in base alle famigerate graduatorie a punti;

b) che il punto cruciale è la correttezza dei concorsi, che devono essere frequenti e con meccanismi che ne garantiscono una scarsa manipolabilità (non ad esempio come i concorsi universitari…); altrimenti meglio il sorteggio!

c) che non deve essere accettato alcun meccanismo pseudo-ideonativo (e sostanzialmente ope legis) che si basi solo sull’esistenza di certi requisiti formali: il titolo, l’attività prestata per un certo tempo (caso tecnici laureati) ecc.

Certo queste non sono delle cose facili e forse per questo si preferisce la scorciatoia dell’abolizione del valore legale del titolo di studio. Con la sua apparente semplicità si pensa di risolvere un problema che richiede invece il ripensamento di tutto il sistema di assunzioni e di promozioni, specie  nel settore pubblico.

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Questo articolo

• è stato ripreso anche nel sito sbilanciamoci.info [vai]

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10 Commenti

  1. Sono sostanzialmente d’accordo. Tuttavia, sono veramente stanco e ‘stufo’ di leggere ancora la trita e stantia lamentela sulla “manipolabilità” dei concorsi universitari. E’ una gratuita e inutile offesa per chi, come me (e tanti altri), continua a farli nel modo migliore possibile – senza essere manipolati da alcuno e senza guadagnarci nulla, anzi dispendendo parecchio tempo (che, i più furbi, dedicano alla ricerca o magari ad altre più lucrose attività).
    FR

    • Caro Fabio,
      hai ragione, ma penso che Coniglione si riferisse molto genericamente ai concorsi nella P.A., non specificamente a quelli universitari.
      Un caro saluto
      Antonio

  2. Condivido l’osservazione di Ranchetti. La mia esperienza di lavoro presso università britanniche mi ha convinto che il problema della selezione non si risolve tentando di escogitare la procedura perfetta, che non esiste, ma promuovendo un ambiente istituzionale che riduca al minimo scelte che non siano guidate da considerazioni giustificabili pubblicamente. Con la precisazione che le singole università dovrebbero essere lasciate libere di selezionare il proprio personale sulla base di considerazioni che tengano conto delle esigenze che esse hanno, mentre il potere pubblico dovrebbe limitarsi a fissare una cornice di principi e policies – in altre parole, alle università dovrebbe spettare il compito di decidere che tipo di persona serve per coprire un posto, mentre il potere pubblico dovrebbe limitarsi a indicare degli obiettivi per le università pubbliche e a stabilire regole generali, come quelle che evitano le discriminazioni ingiustificabili o quelle che disciplinano la libertà della ricerca e dell’insegnamento.

  3. Il trito e ritrito dibattito sul c.d. “valore legale del titolo di studio” è anche loffio e fuori fuoco, purtroppo (per l’Italia). Questo dipende dal fatto che in Italia non si sa cosa sia un titolo di studio, e le politiche dell’istruzione e della ricerca sono orientate e piegate al modesto ruolo che il sapere, la competenza e il merito rivestono nella società italiana. Si può inoltre notare una forte carica ideologica nei dibattiti sul tema.

    Le professioni regolate esistono in tutto il mondo, e ad es. negli Stati Uniti d’America riguardano ormai circa il 30% della forza-lavoro. Cioè in quel Paese, dove peraltro l’istruzione e la regolazione delle professioni sono di competenza dei singoli Stati, e quindi vi è (per definizione) un notevole caos normativo, il 30% dei lavoratori deve essere iscritto ad un qualche Albo per poter potere esercitare il proprio mestiere. In Europa (EU) esistono globalmente oltre 800 professioni regolate, di cui 252 in un solo Paese – e il lavoro della Commissione Europea per definire e riformare le normative relative al riconoscimento delle qualifiche professionali è un cantiere sempre aperto.

    I titoli di studio sono certamente diversi l’uno dall’altro, ma questo non comporta nessuna delle conseguenze che Einaudi e i suoi seguaci vogliono trarne. Anzi l’esigenza è casomai l’opposta, cioè quella di garantire standard di qualità minimi o anche uniformi in merito a numerosi aspetti della formazione superiore. La valutazione dei titoli di studio non è preclusa dal nostro ordinamento giuridico, come ebbe a scrivere chiaramente Sabino Cassese nel 2002, ma poco sensato sarebbe pensare che i nostri esaminatori siano in grado di eseguire sensatamente un apprezzamento dei singoli corsi di studio (frequentati) in maniera equa e corretta rispetto a tutti i candidati di un concorso, al di là del recepimento di informazioni e giudizi dati dall’istituzione stessa.

    C’è parecchio da fare per spiegare a Renzi e soci come stanno le cose. ROARS potrebbe forse essere d’aiuto.

    • Caro RlE,
      la questione si lega in realtà all’altra scemata di Renzi circa le università di eccellenza e quelle di formazione mediocre, totalmente in contrasto con le raccomandazioni UE ad elevare il grado di formazione (tradotto: abbiamo bisogno di una formazione diffusamente elevata a prescindere dalle eccellenze, pur sempre benvenute ed apprezzate) mentre questi stanno ancora coltivando la costruzione di un modello americano, anzi italoamericano con centri di eccellenza (amici dei ministri) e università normali degradate a poco più che licei. Questo è contrario al buon senso, ci saranno sempre differenze qualitative, peraltro anche all’interno di un ateneo, ma l’obiettivo è alzare la mediana, non creare un porcaio con poche perle per pochi. E’ la prospettiva che è sbagliata.

  4. Il regionamento esposto e’ corretto, ma ci son due punti per i quali piu’ che sul valore legale si deve ragionare in termini diversi. Il problema piu’ importante e’ che se x si laurea con 100 alla universia’ top e y si laurea con 110 e lode nellep’universita’ piu’ scadente nei concorsi della pa (che giova ricordarlo fino a poco tempo fa era il piu’ grande datore di lavoro in italia) i 10 punti di differenza si fanno sentire nei concorsi (a volte piu’ degli scritti). Inoltre, proprio in virtu’ che le lauree sono tutte uguali ( anzi dov’e’ piu’ facile hai anche voti piu’ alti) gli studenti (specie per taluni corsi di laurea piu’ frequentemente richiesti nei concorsi pubblici) sono poco motivati nel considerare nella scelta degli ateni quelli “top” (anzi..) con il risultato di non spingere gli ateni ad arrivare al top perche’ gli studenti ci vanno lo stesso. Certo valutare i singoli corsi richiede criteri solidi e agenzie indipendenti (non proprio come l’anvur), e inoltre con il blocco del turn over, il probabile ridimensionamneto del personale pa fa si che molti dei ragionamenti fatti fino ad ora debbano essere modificati.

  5. Qualche risposta. Mi sembra ovvio che mi riferivo in generale ai concorsi nella pubblica amministrazione e non a quelli universitari che – secondo me -in relazione ai primi sono ancora un modello di moralità e di correttezza. Quindi ha interpretato bene Antonio Banfi. Quindi le mie considerazioni non confliggono con quanto detto da Mario Ricciardi, sulle cui considerazioni mi trovo d’accordo. Infine sono convinto che il dibattito sul valore legale è trito e ritrito – come afferma Renzino l’Europeo, ma purtroppo viene sempre ritirato fuori come fosse la soluzione di tutti i mali. E’ proprio su questo che ho espresso i miei dubbi. E il fatto che Matteo Renzi l’innovatore e il presunto rinnovamento generazionale affermi sull’università simili banalità (come anche quella messa in luce da Antonio Banfi sui centri d’eccellenza), non depone bene sul futuro del rinnovamento della politica e dell’università italiana.

  6. Concordo con l’articolo in toto, aggiungo solo un aspetto di quel “qualcosa che sarà peggiorato”: il valore legale del titolo a oggi richiede un accreditamento ministeriale. La sua abolizione permetterà a CEPU e sedicenti tali di vedere i loro corsi di laurea (si fa per dire) equiparati agli altri.

  7. Concordo con Andrea sul difetto del valore legale del titolo di studio in quei concorsi in cui ci siano limitazioni all’accesso secondo il voto o valutazione del voto. Inoltre noi parliamo di università, ma penso che l’abolizione del valore legale del titolo di studio riguarderà anche gli altri ordini di scuola, o no? E in questo caso il voto del diploma ha spesso effetti notevoli sulla carriera successiva.
    Complessivamente mi sembra però che in assenza di una vera autonomia delle strutture didattiche l’abolizione del titolo di studio abbia poco senso, d’altra parte per limitare la proliferazione di falsi titoli di studio sarebbe necessaria una regolamentazione rigida di accreditamento a rilasciare titoli di studio. Come si può notare da una parte necessità di maggiore autonomia, dall’altre necessità di regolamentazione.
    Come sene esce? Credo che la soluzione sia quella di abbandonare il falso problema del valore legale del titolo di studio e invece procedere sul primo punto indicato da Coniglione nel suo articolo.

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