Riteniamo di ripubblicare senza commento la replica di Mariastella Gelmini all’ indagine Flc Cgil, apparsa oggi su AGENPARL. E’ un documento (o meglio un egodocumento) di grande rilievo: l’ex ministro chiarisce senza ambiguità il sottotesto ideologico (e assai poco riformista) di una riforma concepita in senso ritorsivo. A distanza di alcuni anni dall’entrata in vigore possiamo ben chiederci se la riforma stessa sia riuscita, secondo i propositi, a stanare i pessimi (insediati magari da lungo tempo) o non abbia invece finito per colpire i ricercatori più giovani e innovativi. Ciascuno risponderà come crede. La sprezzante causticità dell’ex ministro contro “i battaglioni di ricercatori” induce a dubitare della sua equanimità e competenza. Appare dunque persino maggiore, oggi, la responsabilità di chi, insediato ai vertici accademici, non ha difeso la ricerca e l’università pubblica ieri.

la Redazione

RICERCA: GELMINI (FI), HA LASCIATO CHI VOLEVA GARANZIE NON CHI È BRAVO

Mariastella_Gelmini

(AGENPARL) – Roma, 22 dic – “Ringrazio la Federazione dei lavoratori della conoscenza della Cgil per il prezioso sondaggio condotto sullo stato dei ricercatori (ma non della ricerca) italiani”. È quanto dichiara in una nota Mariastella Gelmini, vice capogruppo vicario di Forza Italia alla Camera e già ministro dell’Istruzione. “I loro dati – prosegue – mi confortano nella scelta fatta con la mia riforma mentre aspetto che essa venga ulteriormente implementata dall’attuale esecutivo. In quel sondaggio è scritto a lettere di fuoco lo stato comatoso in cui versava la ricerca prima della mia riforma. Parlano i numeri: i ricercatori che hanno mollato lo hanno fatto, per un’altissima percentuale, perché volevano garanzie contrattuali e stabilità di lavoro, a prescindere dai risultati e senza dimenticare che il tenure track, ossia l’immissione in ruolo post-verifica, è prassi consolidata in tutti Paesi occidentali. Una percentuale infinitesimale (appena il 2,3%) ha trovato invece lavori più gratificanti e appena il 5,5% lavori economicamente più remunerativi.
Uno sguardo sereno e distaccato dovrebbe soffermarsi su quel 92% di ricercatori che hanno evitato di mettere alla prova le loro qualità. La Cgil immagina forse che fare buona ricerca significa disporre di battaglioni di ricercatori, senza mai alcuna verifica sulla qualità e sugli obiettivi del loro lavoro. Questa è la ricerca ‘assistita’, è la trasformazione e l’umiliazione dei ricercatori trattati alla stregua di lavoratori socialmente utili. Con la mia riforma ho voluto dare una scossa a un campo desertificato da troppe incrostazioni e posizioni di rendita. Un obiettivo socialmente avvertito e politicamente maturo se è vero che i tre colleghi succeduti al ministero non hanno trovato spunto alcuno per rimettere mano alla riforma. Sotto questo punto di vista, – conclude la Gelmini – trovo nel dossier della Cgil una positiva conferma degli obiettivi che si era prefisso il governo Berlusconi e la sottoscritta quale ministro dell’Istruzione”.

 

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