Gli studenti italiani sono costretti a vivere con i genitori. Sebbene tale fenomeno sia comune ad altri paesi dell’Europa meridionale, l’Italia è quello in cui è più manifesto – il 73% vive in famiglia – superata solo da Malta con il 76%. All’opposto, negli stati scandinavi (Danimarca, Finlandia, Norvegia, Svezia), tale percentuale oscilla tra il 4 e il 12% degli studenti (Fig. 3).

Quali sono le possibili spiegazioni? Se certamente non può disconoscersi un elemento di carattere culturale, d’altro canto incidono su questo dato italiano molteplici fattori: la popolazione studentesca piuttosto giovane, mentre sono soprattutto gli studenti over 30 a vivere fuori casa; il fattore economico: i fuori sede hanno dei costi nettamente superiori a chi abita in famiglia, e il costo dell’alloggio è quello che pesa maggiormente nel budget di spesa; la diffusione degli atenei sul territorio o cosiddetta “università sotto casa” (che determina il pendolarismo); l’assenza di politiche abitative ovvero lo scarso numero di posti letto in residenze universitarie pubbliche (o, come accade in Francia, di contributi affitto erogati a tutti gli studenti): solo il 3% degli studenti risiede in un collegio universitario, differentemente in oltre la metà dei paesi “Eurostudent” le percentuali oscillano tra il 20% e più del 30% (Fig. 4).
Occorre tuttavia sottolineare che il livello di soddisfazione degli studenti italiani per la propria condizione abitativa è tra i più alti (84%) e particolarmente per chi vive a casa con i genitori (90%), il che può avere diverse spiegazioni: un tendenziale affiatamento familiare? una particolare cura dei genitori verso i figli anche in età indipendente?
Infine, coloro che alloggiano in residenza universitaria sono tra i più soddisfatti (73%) in comparazione agli altri studenti europei.

Mobilità internazionale

Il numero di studenti che svolge un periodo di studi all’estero risulta ancora piuttosto esiguo in tutti i paesi Eurostudent con un range che varia tra il 14% dei paesi del Nord Europa a meno del 5% dell’area del Sud-Est. L’Italia si colloca nell’estremo inferiore (Fig. 5): il 6% degli studenti ha un’esperienza di mobilità internazionale alle spalle svolta prevalentemente attraverso il programma Erasmus (78%).

Trascorrere un periodo di studio all’estero dipende fortemente dal background familiare: in quasi tutti i paesi chi ha genitori con elevato grado di istruzione partecipa a progetti di mobilità in percentuale superiore, ed in Italia lo scarto è particolarmente evidente. Se poi si considera che quanti non sono stati in mobilità indicano come maggiore ostacolo il motivo economico, e che sono soprattutto gli studenti provenienti da famiglie con basso livello di istruzione ad essere dissuasi dal fattore economico a recarsi all’estero, allora è chiaro quanto sia importante l’esistenza del sostegno pubblico per incentivare la mobilità internazionale. Questo è soprattutto vero in Italia dove è la famiglia la fonte primaria di finanziamento del periodo all’estero (lo dichiara il 63% degli studenti) (Fig. 6); viceversa, in oltre la metà dei paesi Eurostudent gli studenti indicano come fonte finanziaria primaria il supporto pubblico (Stato e UE).
Inoltre, il nostro Paese è quello che presenta la più alta percentuale di studenti che hanno ricevuto un aiuto economico dalla famiglia (85%), sebbene non manchino le differenze tra chi ha i genitori con elevato livello di istruzione (il 90% è stato aiutato per recarsi all’estero) e chi ha genitori con basso livello di istruzione (meno del 70% ha ricevuto un contributo economico). Di contro, nei Paesi Scandinavi si registra la minore quota di studenti supportati dalla famiglia, il che significa che l’aiuto famigliare è certamente meno decisivo nella scelta di partecipare ad un’esperienza di mobilità.
In generale in tutti i paesi vi è un alto livello di gradimento rispetto all’esperienza vissuta all’estero, soprattutto sotto il profilo della crescita personale e dell’apprendimento della lingua.

 

(Pubblicato su West)

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