Gli effetti del nuovo sistema di abilitazione nazionale (ASN) si stanno vedendo sempre più, via via che escono i risultati delle varie commissioni: oltre alle denunzie e ai cahiers de doléances quotidianamente presentati su tutti gli organi di stampa e su Roars, v’è chi vorrebbe anche accreditare l’idea che i nomi dei vincitori erano già scritti nelle stelle e che quindi in effetti l’ASN è il solito trucco per far passare i predestinati. V’è molto di vero e anche molto di falso in quest’ultima tesi, a seconda del lato da cui la si considera. Per un aspetto, diciamolo chiaramente e senza false ipocrisie, in un sistema normale che premia il merito scientifico, il fatto che si sappia in anticipo chi vincerà un certo concorso deve essere ritenuto la condizione normale e non può essere considerato affatto una patologia. Per un altro aspetto, invece, il fatto che si possa prevedere che un illustre sconosciuto possa risultare idoneo, rivela che effettivamente c’è qualcosa di marcio in Danimarca. Ma queste sono in effetti le due facce di una medesima medaglia.

Alla base della meraviglia per i due diversi esiti v’è infatti un errore di fondo, diffuso particolarmente sugli organismi di informazione di massa: ritenere il concorso per l’avanzamento scientifico alla stessa stregua di uno alle poste. In questo, infatti, tutti i candidati sono sullo stesso piano, in quanto posseggono solo un titolo di studio generico che è soltanto una condizione necessaria ma non sufficiente, sicché spetta alla commissione giudicatrice selezionare quelli che alle prove assegnate – nelle quali consiste tutto l’onere dell’accertamento – dimostrano i migliori risultati. È ovvio che in questo caso azzeccare i vincitori in anticipo, in assenza di qualsiasi altro indicatore, costituirebbe un segno evidente di concorso truccato.

Ma non è così all’università e nel sistema della ricerca, diversamente da quanto immaginano gli sprovveduti e gli estranei all’ambiente. In questo caso prima di arrivare ad una valutazione (come l’ASN), lo studioso ha pubblicato articoli e volumi, ha frequentato congressi, fa parte di società scientifiche, ha seguito studiosi e ha intessuto rapporti di amicizie e conoscenze che non sono solo “mafiose”, ma motivate da affinità disciplinari, da condivisione di scuole di pensiero, da comuni battaglie in nome di prospettive teoriche condivise. Insomma uno studioso degno del nome è conosciuto molto prima del momento in cui si sottopone a valutazione, specie in settori concorsuali molto specialistici e per le fasce più alte delle qualificazioni (come ad es. per associati e ordinari): di esso i colleghi parlano con maggiore o minore approvazione, hanno sviluppato una “communis opinio” e sanno bene se è meritevole o meno, se è un acchiappafarfalle oppure le sue ricerche sono ben fatte, documentate, originali. In tali condizioni la valutazione finale non è una sorta di terno al lotto, un concorso alle poste in cui tutti partono allo stesso livello, ma solo il momento finale in cui viene formalmente riconosciuto un consenso e una stima già socialmente consolidata nella comunità scientifica. Ecco allora che è del tutto possibile prevedere i vincitori di tale valutazione: anzi, se così non fosse, si dovrebbe sospettare che la commissione abbia adoperato criteri del tutto arbitrari, allontanandosi dalla consolidata stima (o disistima) che ciascuno dei candidati porta naturalmente con sé.

Tutto bene allora? Niente affatto, perché quando questo meccanismo di selezione progressiva, graduale e distribuita, che porta al consolidamento del prestigio di uno studioso, viene rattrappito e condensato in un sistema in cui una commissione nominata in modo accidentale (per sorteggio) si trova ad avere tutto il potere – di vita e di morte – nelle proprie mani; e quando si ha un concorso-monstre in cui solo cinque persone giudicano su macrosettori con centinaia di candidati, allora non possono che emergere le distorsioni e le patologie di un sistema malato, che vengono esaltate, amplificate, rese esplosive. Non bastano mediane, indici bibliometrici e raffinatezze del genere (peraltro mal concepiti e peggio implementati), perché s’è visto che se le commissioni vogliono, possono ignorarle del tutto, o tenerne conto quando loro conviene, in quanto nelle condizioni in cui s’è svolta l’ASN è pressoché impossibile resistere alle pressioni che provengono dall’esterno e che obbediscono alla logica del salire sulla carrozza del treno che passa: oggi la commissione mi è favorevole e quindi devo fare di tutto per farci entrare il brocco che mi aggrada (o l’amante o la figlia, ecc.); con la prossima commissione non si può dire. Non solo, ma diviene irresistibile, per le cordate che casualmente sono in maggioranza nelle commissioni, la tentazione di far passare “i propri” a discapito di quelli della scuola avversa e così via, con tutte le variazioni che l’italica mente è capace di immaginare.

E del resto, quale giudizio competente e nel merito possono dare solo cinque commissari, che il sorteggio ha possibilmente assemblato senza alcuna considerazione per la copertura disciplinare di macrosettori assai vasti (in settori molto comprensivi, possono esser mancati del tutto gli specialisti di ampi campi di ricerca)? La reputazione che si costruisce nei modi da noi sopra indicati, non viene certo attribuita da tutti i componenti di un settore assai vasto, ma solo dagli specialisti dell’argomento; per farla breve, lo studioso di Marsilio Ficino non conquista una buona (o cattiva) reputazione da parte dei più di 150 professori ordinari di Storia della filosofia, ma solo da parte dei quindici (dico numeri a caso) specialisti di filosofia del Rinascimento: e sono questi ultimi che ne devono giudicare la maturità scientifica. Una banale conditio sine qua non del tutto ignorata dall’attuale sistema di ASN. E non si obietti che i commissari potevano acquisire il parere pro veritate di un esperto esterno, in quanto mi paiono evidenti gli inconvenienti e gli arbìtri cui può dar luogo una simile procedura (basti solo pensare a quanto sia facile promuovere o bocciare scegliendo l’esperto giusto, come avevo già segnalato in un precedente articolo).

Ed ecco allora che i risultati a cui stiamo assistendo sono quelli da più parti denunziati: meritevoli bocciati (perché possibilmente non sono riusciti a incastrarsi in una delle combinazioni favorevoli) e brocchi vincitori (e questi sono possibilmente quelli che non sono prevedibili); straordinaria variazione dei giudizi e dei criteri a seconda dei candidati (in certi casi diventa indispensabile la pubblicazione “internazionale”, in altri casi viene del tutto ignorata la sua mancanza, all’uopo); giudizi sommari di tre righe e spesso incollati da un candidato all’altro con inevitabili ripetizioni; errori materiali a non finire; incongruenze, e così via in una sorta di galleria degli orrori. Tutto questo è il frutto di un meccanismo – come quello dell’ASN – che si è dimostrato essere il sintomo di una malattia della quale pretendeva essere la cura, fallendo così clamorosamente l’obiettivo: le mediane e gli indici bibliometrici, che avrebbero dovuto costituire la novità nella illusoria speranza di fissare argini all’arbitrio, sono state bellamente ignorate dalle commissioni, che non hanno esitato a idoneare chi non presentava alcuno dei requisiti o bocciare chi invece li possedeva tutti e tre. Ovvia conseguenza di quanto già contenuto nel decreto ministeriale, come ogni persona dotata di buon senso ha previsto, e non certo i talebani che hanno visto in questo nuovo sistema lo strumento per una resa dei conti o una rivincita rispetto a chi in passato aveva dominato certi settori concorsuali o che – persino in buona fede – si sono illusi delle sue virtù taumaturgiche.

Solo quando ci si sarà resi conto della necessità di superare la italica sindrome del Grande Concorso Unico Nazionale Per Tutte Le Discipline, mettendo in atto un meccanismo del tutto innovativo in cui la valutazione non sia il momentaneo arbitrio di una commissione che stila giudizi stereotipati di poche righe, ma la presa di responsabilità pubblica da parte di studiosi, scelti per competenza e non a caso, che producono un’ampia, motivata e argomentata decisione su ciò che si valuta, solo allora sarà forse possibile riavvicinare il consenso condiviso della comunità degli studiosi con il processo di avanzamento e riconoscimento dei meriti degli studiosi.

Send to Kindle

94 Commenti

    • Caro Dario, il tuo articolo e quello di Franco si completano a vicenda.
      L’assurdo e’ che le Poste possono comunque assumere chi vogliono con procedure interne, dato che sono una SPA, mentre l’Universita’ no!
      Comunque per procedere ad una vera responsabilizzazione ed autonomia delle universita’ bisogna necessariamente introdurre la possibilita’ di licenziare (magari con forme “soft”, come di messa in mobilita’ o prepensionamenti forzati, ecc..) gli improduttivi. Altrimenti non si va da nessuna parte.

    • Giusto! Mi riferivo all poste di una volta. Ora con lo stratagemma delle partecipate, così come sono diventati tutti i carrozzoni politici (comunali, provinciali,regionali ecc.) non si ha neanche il fastidio di fare i concorsi: si chiamano direttamente i raccomandati, in maniera nominativo; e prima o poi restano a tempo indeterminato.

  1. Bell’articolo. Una soluzione?
    1) Migliorare gli indici bibliometrici. Si può fare pesando per il numero degli autori, dando molto più peso ai primi nomi, e considerando il valore delle riviste/editori su cui si è pubblicato (impact factor o simili: cominciano ad esistere anche graduatorie per gli editori di libri).
    2) eliminare le commissioni sostituendole con un software.
    Così si risolvono tutti i problemi dei giudizi soggettivi che per forza (siamo uomini) non possono non introdurre elementi antimeritocratici.
    Un’altra cosa: chi dice che le commissioni avrebbero dovuto leggere tutta la produzione scientifica dei candidati non ha capito nulla. Così non si risolverebbe affatto il problema del giudizio soggettivo (anzi…), gli indici bibliometrici sono stati introdotti proprio per questo!

    • Magari fosse possibile creare un software in grado di abilitare. Ci sono però alcuni problemi secondo me insormontabili per un software:
      1) come può un software individuare la pertinenza al settore delle pubblicazioni? D’altra parte, come è possibile evitare che un commissario usi la pertinenza in modo discutibile, se crede?
      2) come può un software entrare nel merito dei settori non-bibliometrici?
      3) come può un software tener conto del CV dei candidati, pubblicazioni escluse?
      Qualche commissione ha provato a creare degli algoritmi (qualcosa in fisica ed ingegneria), ma non ho visto grandi risultati.

    • @ Enrico A.
      ma stai scherzando, vero? In quale paese si affida la selezione dei docenti a un software?
      “Così si risolvono tutti i problemi dei giudizi soggettivi che per forza (siamo uomini) non possono non introdurre elementi antimeritocratici.”
      forse volevi scrivere “per forza (siamo italiani)”

    • Nei commenti come quelli di fausto_proietti sembra che un ricercatore abbia sempre un qualcosa in più che sfugge da quello che ha effettivamente fatto. Invece no, non ci può essere tutta questa differenza, non può essere che un genio ha pubblicato sempre su riviste con IF infimo per il settore o con case editrici sconosciute. E poi che significa “in quale altro paese…”? E se per una volta fossimo i primi ad innovare in modo produttivo?
      Ricordiamoci che l’ASN non deve dare punteggi precisi e dettagliati a ciascun ricercatore ma fare da spartiacque fra due gruppi, in modo molto macroscopico.
      I problemi sollevati da nightwish73 sono invece più pertinenti, ma non credo insormontabili: esiste già una chiara suddivisione per settore delle riviste ISI, esistono i ranking delle riviste per settore, non ci vorrebbe molto a tradurre in punti i titoli presentati in un cv (si fa da anni per molti concorsi pubblici extra-universitari) e, come detto sopra, esistono già ora classifiche per gli editori di libri o simili, da utilizzare per i settori non bibliometrici.
      Ma non abbiate paura, non si farà mai: i baroni universitari (e i potenti in genere) non si faranno mai sostituire al potere da una macchina!

    • Ma scusi, tutti sanno che l’IF si trucca in quattro e quattr’otto..passi l’h, ma qui siamo all’analfabetismo bibliometrico. E’ di pochi giorni fa un caso tutto italiano che è finito perfino sui giornali.
      Le classifiche di editori di libri dove le ha viste, poi?

    • beh, proprio in quattro e quattr’otto no… conosco quel caso (se parliamo dello stesso), ci vogliono anni per alterare un IF, per poi farsi beccare e sputtanarsi per gli anni a venire. Le magagne si scoprono…
      E per favore, non mi dia dell’analfabeta bibliometrico, un po’ ne so sicuramente… guardi, le mostro anche dove trova una graduatoria internazionale degli editori!
      https://www.google.it/url?sa=t&rct=j&q=&esrc=s&source=web&cd=1&cad=rja&ved=0CDIQFjAA&url=http%3A%2F%2Fwww.sense.nl%2Fuploads%3F%26func%3Ddownload%26fileId%3D855&ei=w-X7UtfYG4TNygOw2IK4Ag&usg=AFQjCNEIBq5AeuOsJ59mJEyRenSwH-a0lg&sig2=28VegkdpGR5h4cr8A_W1vQ

      …facciamone anche una in Italia!

    • Non è necessario un software. Basta avere stilati in modo chiaro quali sono i requisiti minimi di accesso per poter partecipare a concorsi poi banditi dagli Atenei!! Eliminando la ASN tout court, con apparati, costi e clientelismi annessi.
      E questi paletti DEVONO essere noti PRIMA, tipo sistema francese, numeri ragionevoli per escludere chi titoli non ne ha. Altrimenti si assisterà sempre e inesorabilmente alla solita discrezionalità Made in Italy, con buona pace di qualsiasi buon candidato “fuori dal sistema”.

  2. Condivido tutto. Non capisco però esattamente perché sia il “concorso mostro” a rendere impossibile il resistere alle pressioni “esterne”, quando in tutti i concorsi universitari precedenti resistere è perlopiù risultato impossibile allo stesso modo. Si potrebbe meglio dire che, in generale, alle pressioni non si può resistere. Del resto, in ogni singolo concorso la logica del treno che passa una volta sola è la stessa; in questo caso, semmai, essendo solo un’abilitazione senza conseguenze dirette poteva essere meno pressante la necessità di conquistare una posizione per i propri. Ma, evidentemente, ha prevalso l’esigenza di lasciare comunque dello spazio disponibile, tanto da rendere opportuno bocciare anche i meritevoli qualora privi di copertura adeguata.
    Ho delle perplessità, inoltre, sull'”ampia, motivata e argomentata decisione su ciò che si valuta” quale mezzo idoneo a evitare iniquità. Si possono infatti usare argomenti pretestuosi per tre righe come per trenta pagine.
    Mi pare che il problema vero sia il consenso condiviso della comunità degli studiosi. Già Weber – in ben altro contesto culturale e storico, sebbene in un sistema cooptativo analogo al nostro – rilevava come fosse consueto, nella ricerca di una posizione accademica, patire ingiustizie; in un contesto dove il “familismo amorale” (per dirlo con una formula banalizzata) è la regola, il consenso della comunità degli studiosi è un’astrazione senza effetti pratici. Anche quando esiste, non è il consenso – che può anche esserci – a determinare le scelte, quanto l’effetto concreto che queste poi avranno su chi le compie.

    • Cerco di chiarire. Quando ci sono solo 5 commissari che giudicano su 300 persone, allora i giudizi sono necessariamente stereotipati e così i commissari sono deresponsabilizzati. A ciò si aggiunga che la causalità dà origine alla sindrome dell'”ora o mai più”. Se invece una commissione competente giudica su un solo candidato che si presente quando vuole con la sua bella monografia INEDITA e sulla quale bisogna fare una lunga, articolata e argomentata valutazione per iscritto, che diventa pubblica, allora è più difficile che il commissario – che ci deve mettere per così dire “la faccia” – si lasci andare ad arbitri troppo palesi. Ovviamente nessuno (meccanismo) è perfetto.

    • Coniglione: Quando ci sono solo 5 commissari che giudicano su 300 persone…..
      ———————————————–
      E’ molto ragionevole quello che scrive ma le 300 persone per SC (almeno in un momento come questo) ci saranno sempre. Qualcuno meno, più distribuiti nel tempo se non ci sono bandi e scadenze, ma la mole annua di lavoro potrebbe essere sostanzialmente questa. A questo punto come funzionerebbe la macchina della valutazione? Quanti revisori? Come vengono scelti o decisi? Chi può farlo?

    • Mi scusi Thor, ma come fa a dire che ci saranno più o meno sempre gli stessi numeri di abilitandi? Per me è ovvio che i numeri di quest’anno costituiscono un record neanche lontanamente raggiungibile nei prossimi anni!
      L’anno prossimo non potranno fare domanda tutti quelli che non sono passati quest’anno (e anche l’anno dopo). La maggior parte di quelli che sono passati si spera non rifaccia domanda (a costoro forse sarebbe il caso di impedire di fare domanda tutti gli anni). L’anno successivo quelli che non potranno fare domanda saranno quelli non passati a tutte e due le tornate precedenti ecc…
      Tuttavia introdurrei un po’ più di disciplina nel fare le domande: farei pagare 10-20 euro a domanda e punirei chi fa domanda palesemente fuori settore, si tratta di intasatori del sistema! Conosco gente che ha fatto domanda per svariati settori e in quasi tutti è stato giudicato fuori settore da 5 commissari su 5…

    • Tra il sistema tedesco e americano (Coniglione/kery) da un lato e quello italiano dall’altro, sarebbe a mio avviso da preferire quello francese: campagne annuali di qualifiation, con valutazione da parte di due commissari (diversi per ciascun candidato, e scelti, in base alla competenza specifica rispetto all’ambito di ricerca del candidato, dalle varie sezioni del CNU, equivalente francese del CUN) sulla base di tre pubblicazioni al massimo (le migliori a giudizio del candidato: se sono tre schifezze, è chiaro che le altre saranno peggiori). A regime, le domande saranno ben meno di 300 per settore – soprattutto se si introduce, come in Francia, l’obbligo per i candidati di aver conseguito il dottorato. Una cosa che però deve essere chiara è che il sistema francese – come, peraltro, qualsiasi serio sistema di abilitazione, che NON è un concorso nazionale a cattedre – non prevede l’assorbimento necessario di TUTTI gli abilitati: ci si abilita, si fa domanda, se non si è chiamati e l’abilitazione scade ci si può ri-abilitare. Niente ope legis né proroghe alla scadenza dell’abilitazione, per intenderci.

    • @Enrico A
      Le ragioni secondo me sono tante. Se ognuna contribuisce per un minimo, l’insieme fa poi questi numeri. Dal 1999 al 2006 ci sono state oltre 40000 operazioni fra reclutamenti e promozioni. Ora siamo arrivati a zero e si sono accumulate figure precarie a vario titolo in quantità notevole. Non parliamo degli enti di ricerca dove certo non stanno bene. Le mediane hanno poi portato a ritenere di essere in possesso dei titoli in più settori. Oltre metà dei non abilitati hanno almeno i requisiti di accesso anvur per più settori. ecc.. ecc..

    • diciamo anche che si sono individuate delle mediane per non tenerle in considerazione, si individua un criterio che però può anche non valere. ecco il nostro paese: pieno di regole, e altrettante eccezioni. L’asn ormai è chiaro è stata escogitata da chi non voleva sottoporre i propri protetti allo stress di un confronto, e quindi hanno assegnato a 5 baronetti il potere di vita e di morte su tutto un settore. ma vi pare normale che pochissimi ordinari abbiano rifiutato di partecipare alle commissioni, o si siano smarcati dalla riffa di (bel)paese??
      in tutti i dipartimenti ormai si ragiona come se questa ASN sia equiparata all’idoneità; eppure in partenza non doveva essere così, e invece… come sempre, come accade in Italia, si chiudono gli occhi. e poi i modelli europei: francese, tedesco… come la legge elettorale: discutiamo, facciamo, ci incontriamo, massima apertura. poi si decide sempre in nome della propria carriera. L’università è morta e gli ordinari vecchi la stanno seppellendo per portarsi sotto terra quanto sono riusciti ad accumulare nel corso degli anni. e si stanno facendo aiutare dagli ignavi e ignari nuovi abilitati, beghini di questa realtà

  3. Concordo completamente con l’articolo di Francesco Coniglione. In molti commenti su Roars ho denunciato l’assurdità di affidare a 5 commissari estratti a sorte le sorti di ogni ssd per tutto il territorio naizonale. Concordo pure che vada superata ” la italica sindrome del Grande Concorso Unico Nazionale Per Tutte Le Discipline”.

    • Ma l’alternativa al concorsone e’ piena autonomia locale. Ma la piena autonomia locale, da non confondersi con il localismo delle assunzioni, presuppone una valutazione dell’andamento delle gestioni, anche questo avversato. Insomma, rendiamo ci conto: con tutto il dettaglio delle lacune del metodo articolate e condite da evidenze specifiche, o si propongono soluzioni universalistiche (abbiate pazienza, “commissione unica per tutti settori disciplinari” non ha senso neanche come provocazione) caratterizzate dall’inattuabilita’, o non si propone nulla che non sia l’implicito che tutto doveva rimanere come era.

  4. Ottimo articolo! Perfettamente condivisibile. Io credo che l’unica soluzione sia l’assunzione diretta come si fa in tutto il resto del mondo, descrivendo il profilo del candidato e costruendo una commissione internazionale esperta di quel settore. Dopo di che se la persona assunta non “produce” come dovrebbe si penalizza il dipartimento.
    Io sono una ricercatrice in FIS06 – fisica ella terra. Sono stata chiamata in una commissione per scegliere un professore di prima fascia alla TU Delft per il settore geoelettromagnetismo (di cui mi occupo anche io). La procedura è stata semplicissima e senza ambiguità. Prima fase: ogni candidato si guardava CV e pubblicazioni e stilava una sua personale classifica che trasmetteva al presidente della commissione. I primi tre della classifica risultante sono stati chiamati a coloquio e per un paio d’ore hanno risposto a tutte le domande posta da noi (eravamo 7 se non sbaglio da varie parti del mondo). Il candidato risultato vincitore dalla somma dei vari giudizi era effettivamente il più solido.
    Penso che a TUDelft siano contenti di averlo!

  5. addition: sono completamente d’accordo di superare l’italica sindrome del grande concorso unico per tutte le discipline, affidata a 5 commissari estratti con sorteggio.
    Mi chiedo però se anche la soluzione proposta da Coniglione di sostituire ai commissari estratti per sorteggio, studiosi scelti per competenza, etc.,funzionerebbe. Sto leggendo in bozze un libro di prossima pubblicazione ( non mio), dove, tra l’altro, si parla di due concorsi di Storia della filosofia svolti nel 1949 a Napoli e Cagliari. Sono due concorsi importanti, perché passarono ordinari che in seguito diressero la storia della filosofia italiana e dove vi furono anche due clamorose bocciature di studiosi che migrarono all’estero. I commissari di Cagliari erano 5 e i candidati promossi 3. In quello di Napoli, dove tra i 5 commissari ve ne erano tre del concorso di di Cagliari, uno dei vincitori del concorso di Cagliari, destinato a essere uno dei più importanti storici della filosofia del secondo ‘900 risultò bocciato. I commissari dei due concorsi, al tempo considerati i più competenti, non si trovarono d’accordo, come si vede. I verbali delle commissioni dei due concorsi sono riportati nel Bollettino Ufficiale. I due bocciati eccellenti furono Enrico De Negri e Mario Manlio Rossi. De Negri, il traduttore della Fenomenologia di Hegel e studioso illustre di Hegel, ma non hegeliano, se ne andò negli Stati Uniti, a Berkeley, e ritornò molto tardi con una cattedra per studiosi di chiara fama. Però, chiaramente, era vecchio, e certo non ebbe modo di trasmettere il suo sapere a studenti e ricercatori italiani. L’altro fu Mario Manlio Rossi, esperto di pensiero anglosassone, stimatissimo in Inghilterra, dove aveva avuto recensioni lusinghiere per il suo Herbert di Cherbury, una su “Mind”, addittura dallo studioso M.H. Carré che Rossi aveva criticato. Allora l’internalizzazione non era un merito, anzi costituiva un handicap. Rossi tentò altri concorsi. In un concorso del ’54 fu addirittura bocciato per “la polemica che conduce contro la nostra cultura”. Rossi faceva parte della redazione del “Journal of Philosophy”, il suo ingresso nella redazione fu messo in risalto da una nota del “Journal of Philosophy”. Il commissario che accusò Rossi di “polemica contro la nostra cultura” aveva avuto una recensione negativa sul “Journal of Philosophy” e riteneva Rossi l’ispiratore di essa. Questo commissario è stato uno dei più importanti storici della filosofia italiana del secondo ‘900. Come si può dedurre da queste limitate considerazioni, le dinamiche che portano a bocciare candidati meritevoli, e senz’altro di statura internazionale, sono complesse, anche se i commissari sono giudicati i più competenti e seri dalla comunità scientifica contemporanea. Quindi anche la proposta di fare giudicare i candidati da studiosi competenti del settore disciplinare specifico, può non portare risultati che in teoria sembrerebbero assicurati. Se fosse stato lasciato alle singole università di decidere le assunzioni,forse questi due bocciati eccellenti avrebbero trovato una collocazione.

  6. I candidati alle poste “posseggono solo un titolo di studio generico che è soltanto una condizione necessaria ma non sufficiente”. Invece “lo studioso ha pubblicato articoli e volumi, ha frequentato congressi, fa parte di società scientifiche, ha seguito studiosi e ha intessuto rapporti”.
    QUINDI NON SIPOTEVA SCRIVERE UNA REGOLA SEMPLICE: GLI STUDIOSI CHE haNNO pubblicato TOT articoli O TOT volumi POSSONO PARTECIPARE ALLA ASN. OVVIAMENTE QUESTà è soltanto una condizione necessaria ma non sufficiente” CI VOLEVA TANTO?
    UNA BELLA REGOLA CHIARA E SEMPLICE DA CUI PARTIRE. HAI IL DIPLOMA PARTECIPI AL CONCORSO PER LA POSTA. OVVIAMENTE OGNI SETTORE SI DEVE FARE LA PROPRIA REGOLA “FILTRO PASSA-ALTO”. O NO? 🙂

    • GLI STUDIOSI CHE haNNO pubblicato TOT articoli O TOT volumi POSSONO PARTECIPARE ALLA ASN. OVVIAMENTE QUESTà è soltanto una condizione necessaria ma non sufficiente”
      —————————————-
      E’ proprio il “necessario ma non sufficiente” il difficile da realizzare, anche con le buone intenzioni. Chi ha scritto 2 volte TOT o 3 volte TOT ritiene di avere la sufficienza. Quanti vorrebbero il “software” (o il ragioniere) a decidere?

    • .. e se non sei stato tu è stato tuo padre. Italica repulsione verso le regole e la logica. Alle olimpiadi nel salto in alto non danno la medaglia a chi salta più in alto, ma a chi super l’asticella posta nella posizione più alta. Se l’asticella l’hai posta a TOT, ma in quel salto fai 2 TOT, ti assegnano solo TOT. Se superi l’asticella – messa in modo chiaro e preciso – vieni preso in considerazione, STOP.
      Ma l’asticella deve essere fissa per tutti. Quello che fa sclerare le masse è l’asticella variabile!

    • I fautori della bibliometria dicono convinti di sapere misurare il 2TOT o il 3TOT. Forse sono loro che fanno, come dici tu, sclerare le masse.

  7. 13 B1 Economia Aziendale….

    Le estrazioni a sorte sono state una follia soprattutto in quanto è mancata del tutto la verifica sulla qualità della produzione scientifica dei commissari ammessi nella lista degli “estraibili”. E così i commissari sono entrati in quella lista caricando ” di tutto” nelle loro pagine CINECA e finendo per avere, contrariamente alla richiesta della normativa, un profilo sicentifico spesso di gran lunga inferiore a quello richiesto ai candidati. E’ questo il caso della commissione 13B1 Economia Aziendale. I colleghi di quell’area mi dicono che uno dei commissari eletto, ha raggiunto una (una sola) mediana caricando i singoli paragrafi, piuttosto che i capitoli, ed ottenendo cosi una moltiplicazione delle proprie pubblicazioni. Per di più, nessun controllo è stato fatto sulla scientificità di quelle pubblicazioni e così il medesimo commissario ha caricato come singoli contrituti in volume anche i paragrafi scritti in una variopinta pubblicazione celebrativa dei 150 di una banca locale. Alla faccia dei meccanismi certi di valutazione ex ante che, secondo l’ANVUR, avrebbero dovuto qualificare le pubblicazioni scientifiche da considerare ai fini del calcolo degli indicatori. Pertanto pubblicazione scientifica, nei settori non bibliometrici e di certo in 13B1, è finito per coincidere con il concetto di pubblicazione con ISBN, certo capisco che questo abbia aiutato gli editori minori e le copisterie ad arginare gli effetti della difficile contingenza economica del 2012 ma che serietà c’è in tutto questo?

  8. @Coniglione: quanto propone nel commento delle 17,47 mi trova d’accordo. E’ quanto accade negli Stati Uniti con la tenure e con l’abilitazione ad personam. Negli Stati Uniti, un dipartimento assume p.e. uno storico del Rinascimento italiano come assistent professor dopo avere visto cv,letto tesi di PhD e fatto un’intervista con lui/lei. Quando finisce il contratto per assistent professor, per diventare associato di ruolo, l’assistent professor deve mandare una monografia e altri articoli, se li ha scritti, ad alcuni specialisti di storia del Rinascimento italiano, del particolare aspetto da lui/lei esaminato, e questi giudicano se può avere la tenure. Scrivono dei giudizi, ovviamente. Per l’abilitazione in Germania, c’è una tesi di abilitazione, fatta su un soggetto diverso da quella del PhD. Anche in questo caso la commissione è composta di specialisti dell’argomento trattato dal candidato/a e ci mette la faccia. Naturalmente, negli Stati Uniti non si viene assunti come assistent professor nell’università dove si è preso il dottorato o dove ci si è laureati. Questa regola dovrebbe essere messa anche in Italia, per evitare pastette, anche se dubito non vi sarebbero pastette. Sarebbe la soluzione migliore, sarebbe necessaria anche una campagna della stessa università, che dimostrerebbe volontà di riqualificarsi.

    • Kery, anche se sembri molto esperta/o di sistemi di reclutamento nel mondo angloamericano, mi permetto di segnalarti che si dice “assistant professor”, non “assistent” come hai ripetuto quattro volte nel tuo post.

  9. @Thor: non sarebbero 300 persone che si presentano tutte insieme, perché dovrebbero presentare una monografia nuova, su un argomento diverso dalla tesi di PhD. O,poiché non tutti attualmente hanno il PhD ( neppure i commissari lo hanno), presentare una monografia nuova, su un argomento diverso da quello solito. Insomma, per rimanere nella filosofia, se uno ha scritto una tesi di PhD o un libro su un Schopenhauer,p.e, dovrebbe almeno portare una monografia nuova su un altro filosofo e non su un aspetto nuovo della filosofia di Schopenhauer. Dai cv dei candidati abbiamo una monografia su un filosofo e poi tanti saggi (soprattutto atti di convegno) articoli sullo stesso filosofo, ma su aspetti diversi.Che so: Schopenhauer in Italia, Schopenhauer e la scienza, etc. Mentre sarebbe invece richiesto una monografia nuova su un autore nuovo. Uno non può studiare tutta la vita un solo autore. Si presentano in 300 perché non ci sono state altre possibilità e spesso sono stati smembrati libri, per averne due, ma sempre sullo stesso argomento. Già mettendo questo paletto avresti meno concorrenti. Se poi ognuno, avesse potuto in questi anni, quando ha scritto una monografia nuova, chiedere a una commissione il giudizio di abilitazione, sarebbe stato tutto più diluito nel tempo e non ci sarebbero stati 300 candidati. Si crea una nuova macchina, molto più snella di quella ASN. Si fa come in Germania o come negli Stati Uniti. Poi i commissari dovrebbero essere specialisti dell’argomento della monografia e non tutti i candidati scrivono sullo stesso argomento.

    • Mi sembra che Kery abbia colto molto bene il senso di quanto da me detto, per cui concordo con tutte le sue considerazioni. Aggiungo inoltre che il sistema da lei delineato (e che è proprio quello che io avevo in mente nello scrivere il mio articolo) avrebbe almeno altri due vantaggi: (a) porterebbe ad una deflazione delle pubblicazioni, attualmente in crescita esponenziale per via delle mediane, permettendo agli studiosi di concentrarsi su un lavoro che valga veramente la pena; (b) eliminerebbe lo scandalo delle riviste di fascia A e degli “editori di rilievo nazionale”, in quanto la monografia deve essere inedita (ovviamente qui si fa riferimento ai settori umanistici, dove ancora le monografie sono importanti; per altri settori si potrebbero valutare altri criteri), con un colpo ai monopoli editoriali e ai gruppi di potere intellettual-editoriali.
      Infine, a soddisfazione di chi ha fatto questa osservazione, il sistema che avrei in mente è un mix tra il sistema americano e quello francese e polacco, che ai tempi in cui frequentavo la Polonia conoscevo molto bene e mi sembrava funzionasse in modo eccellente. Dalla valutazione per l’avanzamento di grado si dovrebbe inoltre distinguere quella per dimostrare il proprio essere un ricercatore produttivo: a questo varrebbero gli articoli e le altre tipologie di “prodotti” pubblicati tra gli step abilitativi (in misura minima e solo per evitare penalizzazioni economiche o altre misure disincentivanti).
      Ed è ovvio che l’abilitazione non garantisce il posto. Ma anche in questo caso si potrebbe pensare che l’abilitato – pur non avendo l’inquadramento economico della fascia (cioè il titolo di prof. corrispettivo, che si avrebbe solo con la chiamata in una università) – potrebbe però godere dei suoi vantaggi normativi (in termini di cariche istituzionali e di partecipazioni alle commissioni abilitative o quant’altro): sarebbe un modo per far sì che l’abilitazione conseguita non sia solo una medaglia di latta sul petto.

  10. @Coniglione, completamente d’accordo. E’ solo così che si riqualifica l’università e si hanno ricercatori che producono opere originali e serie.Secondo me,per gli umanisti, andrebbe anche adottato il sistema di citazioni americano. In pratica l’autore di un libro sintetizza nel testo gli autori che cita ai fini di quanto vuole dimostrare o per contestarne le tesi. Nei libri americani è il testo dell’autore importante. Le citazioni, per i filosofi, sono dalle opere dei filosofi citati. Questo metodo dà anche buoni risultati nell’insegnamento. Avendo preso il PhD in una istituzione internazionale, ho subito notato come i dottorandi inglesi e americani padroneggiavano molto bene i testi filosofici ed erano in grado di comparare p.e. Platone e Hegel o Aristotele e Marx, mentre gli italiani erano spiazzati perché erano stati abituati a lavorare su un aspetto secondario di un filosofo e non ne padroneggiavano completamente il pensiero. In Germania gli abilitati non hanno il posto assicurato immediatamente nelle università d’origine. Insomma, non scatta il meccanismo abilitato quindi immediatamente PA o PO nell’università d’origine. Aspettano che si liberi un posto e fanno domanda. Naturalmente il posto può liberarsi in qualsiasi università tedesca e quindi c’è mobilità. Questo mi pare positivo, perché spezza il localismo.

  11. Bell’articolo, bei commenti. Ma, come al solito, non si è mai d’accordo su nulla o quasi. Ovvero vale tutto e l’esatto contrario.
    Il sistema universitario italiano (che mi ostino ad amare non solo perché mi consente di vivere ma me lo permette anche con l’incredibile privilegio di fare un lavoro-non lavoro che altro non è che passione) e la conseguente ASN sono solo lo specchio di un paese alla deriva.
    Non servono modifiche alla ASN. Se le persone ad applicarla saranno le stesse, con gli stessi vizi e difetti, i risultati saranno sempre, inevitabilmente, gli stessi. Basterebbe, in realtà, un po’ di buon senso.
    Innanzitutto, andrebbero definite regole differenti (in parte è già così) per settori bibliometrici e non.
    Nei primi, il senso della ASN sembrava (almeno a me che sono un sempliciotto) chiaro, semplice: se hai lavorato, un minimo, nel corso degli ultimi anni avrai non il titolo di professore ma la possibilità di cercarti una università che te lo dia.
    Francamente, dopo anni di pubblicazioni su riviste internazionali, convegni, workshop, ecc. non ritengo accettabile ascoltare inutili e strumentali disquisizioni su indici (IF, hc, ecc) e citazioni. Tutto è truccabile ma, a ben guardare i risultati delle abilitazioni, sembra abbastanza evidente che ad essere penalizzati non sono stati certo coloro che hanno barato (ci sono, al contrario, casi eclatanti in quasi ogni ssd).
    In termini di indici, il livello medio dei candidati era generalmente ben superiore alle mediane (guardate l’interessante ed asettica analisi del dott. Marzolla).
    Quindi o tutti questi candidati sono dei fannulloni che (preveggenti) hanno passato anni a truccare indici e citazioni (aspettando “proprio questa” ASN) oppure sono soltanto ricercatori appassionati che, nell’incertezza delle regole, nell’assenza di vere possibilità di carriera, hanno ben pensato di dedicarsi al proprio lavoro. con il gusto del confronto (magari internazionale), del peer review, delle repliche piccate tra ricercatori, ecc.
    Attaccare indici, mediane e parametri vari, vuol dire, in realtà, attaccare proprio questi ricercatori.
    Avete lavorato senza preoccuparvi di tessere tele e relazioni trasversali per far carriera?
    Magari lo avete fatto pensando che, prima o poi, il vostro lavoro sarebbe stato premiato?
    PEGGIO PER VOI!
    Per i settori bibliometrici, al contrario di quanto pensano in molti, la normativa era abbastanza chiara. Si trattava di confrontare in modo sostanzialmente asettico indici, parametri, quantità (in particolare per la II fascia) demandando alle singole università valutazioni di merito più approfondite.
    In tal caso, quindi, non me ne vorranno alcuni come il prof. Banfi, non ci sono scuse che tengano. Indici e parametri erano di semplice applicazione.
    Non si spiegherebbe perché, diversamente, alcuni ssd abbiano abilitato oltre l’80% dei candidati mentre altri si sono fermati al 25-30%. Possibile che nei primi siano tutti bravi nei secondi tutti inetti?
    Nei settori non bibliometrici le cose sono decisamente più complesse e lo spazio lasciato all’arbitrio è purtroppo molto più forte. A dimostrazione proprio della validità delle valutazioni basate sugli indici.
    Ma la realtà è sempre la stessa: il sistema universitario italiano, pur ricco di persone per bene e che lavorano seriamente, non ha ormai, come l’intero paese, gli anticorpi necessari per rimediare ai propri errori, per costruire e premiare ricercatori realmente meritevoli, soltanto, di aver lavorato degnamente negli anni (non i geni, che pochi ce ne sono in giro, che qualche commissione, in barba a indici e titoli, pure ha individuato).
    Ogni riforma, ogni tentativo di modifica dello stato di fatto è visto, quindi combattuto, come una aggressione insopportabile ad una autonomia culturale, baluardo unico di arbitrio e deresponsabilizzazione.
    Una difesa, strenua, funzionale soltanto a contrattare, in altre sedi, i propri interessi, a fare vedette inutili e perpetrare soltanto il peggio di quello che, in anni non molto lontani, fu il meraviglioso mondo della ricerca che attirò me a tanti altri giovani sprovveduti.

    • E’ vero, al fondo c’è il problema dalla qualità umana e della tempra morale di una nazione. L’università, per questo aspetto, non è fatta di marziani e rispecchia, almeno in parte, l’andazzo che riscontriamo nelle aziende partecipate e in tutti i luoghi in cui si è esteso il cancro del clientelismo e della corruzione politica, che ormai è pervasiva e spunta fuori da ogni luogo: dai comuni, dalle provincie, dalle regioni, dai luoghi di interesse nazionale, dai rubinetti del lavandino, dalle prese di corrente e circola per l’aria che respiriamo, sino a soffocarci e a rendere la persona onesta obsoleta, inaffidabile, poco malleabile e quindi da escludere, mettere da parte, allontanare. Io mi accontenterei che il tasso di corruzione e clientelismo nell’università sia quanto più possibile al di sotto dello standard minimo nazionale, ma nella consapevolezza che sempre ci sarà, e con esso vi saranno i figli dei baroni, le loro amanti, mogli e cognate ingiustamente premiate; forse anche questo è un prezzo, uno spreco da pagare affinché la conoscenza e la ricerca vadano avanti, senza l’illusione che sia possibile una società di puri e immacolati spiriti disincarnati dediti solo alla missione della ricerca e alieni da ogni compromesso con gli interessi e gli egoismi mondani. In fin dei conti, neanche nelle società e associazioni più motivate (come le comunità monastiche, religiose o fondamentaliste), ciò è stato mai possibile.

  12. Un vecchio maestro, tra le altre, diceva: “state dritti”.
    Ho sempre pensato che il mondo della ricerca dovesse essere la punta di diamante di una società civile; che in esso le virtù dovessero essere amplificate ed i vizi ridotti, al minimo, quasi inesistenti. Questo dovremmo essere. Un riferimento. Autorevole, non autoritario ed autoreferenziale. Dovremmo indicare la strada, non seguirla.
    Dovremmo avere ancora la capacità di stupirci, meravigliarci, scandalizzarci, per le varie amanti, mogli e cognate. Non accettarle come il giusto compresso. Che di compressi non si può vivere. Accettato il primo, ne arriveranno altri, via via peggiori; e non solo non saremo più in grado di opporre un rifiuto ma, probabilmente, non ne sentiremo più neppure l’esigenza, tanto sarà forte l’assuefazione al peggio.

  13. Bell’articolo. La valutazione ben fatta pero’, anche mettendo da parte la malafede di chi valuta, le consorterie varie, ecc., e’ solo una questione di *risorse*, quelle che dopotutto sono mancate in questo esercizio di valutazione. Si e’ pensato di ridurre al minimo il no. di commissari, aggregando macrosettori, senza assicurare in seno alle commissioni tutte le competenze necessarie. Dovrebbe entrare nella testa (bacata…) di chi prende queste decisioni che la valutazione ben fatta e affidabile e’ un *investimento* sul sistema della ricerca, e gli esiti sono spesso proporzionati all’entita’ degli investimenti.
    E non mi si venga a dire che si sono sprecati i soldi per questa ASN (come credo di aver letto qualche tempo fa anche qui su roars): se ne sono invece usati molto pochi, se confrontati con il no. dei candidati da valutare… Ma forse si: si sono sprecati soldi, se confrontati con gli esiti complessivi di questa ASN.
    I commissari, quelli che fra loro hanno lavorato coscienziosamente, si sono trovati a dover giudicare troppi candidati in troppo poco tempo. Le mediane hanno aiutato (forse in alcuni casi anche troppo …) a “risolvere” questa impasse di sovraffollamento con metodi un tantino spicci. E’ pur vero pero’ che:
    1. le famigerate mediane erano *solo uno* dei criteri da considerare, e non erano determinanti ne’ in un senso ne’ nell’altro. Sono state le commissioni, nella loro liberta’ (sacrosanta), a decidere quanto fossero stringenti come criterio. Chi si e’ reso conto di quanto sia stato ridicolo l’uso di database incompleti o sbagliati ha cercato di ovviare, ammorbidendo ulteriormente.
    2. Le mediane non sono state pensate come un criterio che servisse a “ridurre l’arbitrio delle commissioni”
    (non da Profumo in avanti, almeno). Da molti sono invece state interpretate come un criterio come tanti, da affiancare a tutti gli altri.
    3. Finche’ non viene implementato un criterio che incentivi *pesantemente* i singoli atenei (o i singoli dipartimenti) a far entrare le persone piu’ capaci e a competere fra loro per esse (ad es. con quote premiali sostanziose), non se ne esce… E naturalmente quali siano i criteri da adottare per quantificare le quote premiali e’ in gran parte una scelta *politica*, non esistono risposte univoche.

    L’ovvia sintesi e’ che siano mancate (le solite) due cose: la politica che ha il coraggio delle scelte e le risorse per implementare queste scelte.

  14. Complimenti per l’articolo.

    Purtroppo l’ASN è riuscita a deludere molti, se non tutti. Numerosissime sono le criticità del sistema; non ultima, per esempio, il calcolo degli indicatori per ogni concorrente (data di acquisizione dei parametri).

    Credo che il tutto finirà con un maxi ricorso!

    • @Coniglione su corruzione, familismo,clanismo nell’università italiana.
      Sono realistica e poiché gli uomini e le donne non sono api, né formiche, come si dice in Uk e US, inutile pensare a una società perfetta e a una università perfetta. Però c’è familismo e familismo. Nelle università americane e anche in alcune europee, c’è una grande mobilità. Quando si chiede a un professore di trasferirsi da uno stato all’altro degli States,in genere ci si preoccupa anche di trovare un lavoro nel campus alla/al partner (marito, moglie, altro). Però non gli si offre un posto da assistant professor o un ruolo accademico. In genere si vede cosa sa fare il partner e può trovare un lavoro nello staff amministrativo, bibliotecario, sportivo,linguistico, sanitario, etc.Se uno ha un/una partner straniero e vi sono richieste di corsi nella sua lingua madre, può insengnare tale lingua.
      Questo accade anche in alcuni paesi europei. E’ una forma di familismo, ma non gravissima come fare diventare RI, PA e PO figli, nipoti e amanti, perché non incide sulla ricerca e didattica. In Italia il familismo non è un fenomeno derivante dai disagi della mobilità, ma dal localismo estremo. Quindi occorre un po’ di realismo. L’ASN è errata, come i concorsi locali e i concorsi nazionali a posti limitati di un tempo. Occorre trovare un’altra forma di relcutamento e ciò non tanto per eliminare familismo ( un po’ c’è sempre),ma per migliorare la qualità della ricerca e stimolare le energie individuali. Ripeto in campo umanistico, non abbiamo prodotto uno Skinner, un Pocock, un Habermas, né un Foucault, un Braudel. Solo per fare qualche nome. Questo è grave e finché avremo questo tipo di concorsi nazionali e locali non li avremo. Per me questo è grave e questo va tenuto presente. Inutile stare sempre a lamentarsi, produciamo una discussione su questo. Poi facciamo delle proposte concrete. Coniglione ha fatto una proposta, va discussa.

  15. @kery: Braudel? Foucault?? Sai meglio di me che in Francia neanche i parenti più stretti si ricordano della loro esistenza. L’ultimo dei nouveaux philosophes è ricordato soprattutto per le sue fidanzate vistose (ti invito a citarmene almeno due senza googlare). Anche al provincialismo c’è un limite, dài.

  16. addition: ma quanti anni hai e da quanto hai perso i contatti col mondo? HBL e le sue fidanzate è un fenomeno da baraccone, che non ha niente a che fare, per rimanere in Francia, con Foucault che ha colonizzato gli Stati Uniti e non aveva affatto fidanzate.

  17. Io sono tra quelli che ha passato l’abilitazione ma non ho speranza per i concorsi. Allora? E’ Corretto? possiamo cominciare a ragionare su questi benedetti concorsi locali…
    adesso quelli bravi attenderanno quelli che tra loro sono raccomandati(ops volevo dire più bravi).. è sempre più sconfortante…

    possiamo dire e fare qualcosa, invece di piangerci addosso?

    • RUOLO UNICO!
      Basta eliminare qualunque questa ridicola ed anacronistica forma gerarchica e attribuire ruoli, cariche e incarichi con regole semplici e chiare che, fisiologicamente, porterebbero ad un incremento della meritocrazia. Al più consentire, in via eccezionale, di riconoscere ai professori più anziani che dopo una grande carriera hanno dimostrato di aver contribuito più di altri al progresso della ricerca e sulla base di una valutazione molto ampia, un titolo di professore emerito, straordinario o qualunque altra targhetta che dia soddisfazione a pochissimi selezionati.
      Rispetto alle possibilità concrete post ASN, in pochi ancora hanno fatto due conti su quanto, realmente, il ministero spenderebbe.
      I fondi disponibili sono da utilizzare in termini di punti organico. In realtà, poiché molti ricercatori (ed anche associati) hanno una lunga carriera alle spalle, in molti casi il ministero addirittura risparmierebbe consentendo loro il passaggio a P.A..
      Molti ricercatori stanno valutando concretamente la possibilità di rimanere tali (puntando magari al doppio salto in futuro) per evitare di perdere cifre significative anche in termini di ricostruzione di carriere e, quindi, pensione.
      In sostanza, gran parte delle risorse finanziarie tornerebbe indietro!
      Insomma, comunque vada per il ministero sarà un successo: pochi avanzamenti, con poca spesa, con risorse che ormai da anni vengono trasferite all’anno successivo e sbandierate dal ministro di turno (tra poco avremo il quarto ministro in poco più di due anni) come un grande contributo alle università.
      È tempo che tutti, ricercatori, associati, addirittura ordinari, si destino e comincino a guardarsi intorno, se ancora hanno piacere e voglia di far ricerca, pretendendo un modo non solo migliore ma, soprattutto, possibile.
      È tempo che tutti, ricercatori, associati, ordinari, tornino ad indirizzare le scelte e le strategie politiche e non a subirle, per poi, alla prima caramella, condividerle.

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.