In questo articolo è riassunto il rapporto finale della ricerca svoltasi all’Università di Bergamo, nel 2014, per iniziativa della FLC nazionale e di Bergamo. La ricerca ha analizzato il grado e la qualità della cooperazione tra le varie figure lavorative dell’Università; tale cooperazione è, infatti, fondamentale per realizzare la funzione pubblica dell’Università. La ricerca è basata sulla soggettività dei partecipanti che raccontano e rappresentano la loro esperienza e come gli uni vedono gli altri, attraverso un confronto di gruppo. Essa ha fatto emergere una gamma di temi che spaziano dall’organizzazione del lavoro e dell’impresa alle relazioni industriali e all’iniziativa sindacale. Il fuoco delle loro analisi è stato comunque la loro esperienza lavorativa quotidiana. Questa esperienza ha reso possibile, in primo luogo, una ricostruzione razionale, e ampiamente condivisa, delle cause della loro condizione lavorativa da parte di persone diverse per attività lavorativa e formazione e ciò è avvenuto in un clima non aggressivo, anzi costruttivo. Sono emerse, inoltre, sia analisi critiche sia, talvolta, spunti propositivi su due macro temi: cooperazione, competizione, organizzazione e il ruolo dell’università oggi e il rapporto con gli studenti.

 

La FLC nazionale e quella di Bergamo ci hanno affidato una ricerca sull’università di Bergamo. La ricerca si è svolta utilizzando la metodologia dei gruppi di discussione[1], integrandone i risultati con alcune interviste semistrutturate. Hanno partecipato sia docenti e ricercatori sia personale tecnico e amministrativo; non erano rappresentate le figure degli addetti alle pulizie e il portierato. Sia i partecipanti ai gruppi sia gli intervistati dovevano rispondere alla seguente domanda:

L’università ha un compito definito dalla legge; tale compito presuppone che l’università funzioni attraverso la cooperazione di tutte le attività, da quelle didattiche a quelle tecniche e di servizio. Nella vostra esperienza quotidiana il vostro lavoro vi permette effettivamente di realizzare tale compito e venite in ciò aiutati dal lavoro degli altri e come? Si potrebbe fare meglio, come?

La ricerca, quindi, è sulla soggettività e quindi individua come i partecipanti vivono e giudicano la loro situazione. Il carattere nuovo di tale ricerca è l’avere mescolato nei gruppi tutte le figure della ricerca e didattica con quelle tecniche e amministrative. La presenza delle diverse figure professionali ha permesso, infatti, di rendere trasparenti sia i problemi quotidiani tra le diverse figure, sia quelli interni a ciascuna di essa. Così facendo si è potuto capire anche come gli uni vedono gli altri.

I gruppi hanno risposto ampiamente alla domanda sia affrontando alcuni temi classici dell’organizzazione del lavoro sia temi più vicini all’organizzazione dell’impresa. Vi sono stati anche riferimenti riconducibili ai temi delle relazioni industriali e dell’attività sindacale. Inoltre, su tutti questi temi, sono emerse, in modo diretto e indiretto, delle proposte di modifica della situazione.

I partecipanti hanno altresì articolato in modo chiaro e coerente i diversi livelli analitici e pratici della vita lavorativa, con una distinzione tra quanto dipende dalla regolazione locale e quanto è conseguenza della legislazione e regolazione nazionale.

Questo insieme di risposte è stato prodotto sia nell’ipotesi che si tratti di valutare funzionalmente quanto accade, rispetto a quanto definito dalle varie riforme universitarie, sia sottoponendo a valutazione critica lo scopo di tali riforme. Nella prima chiave possono essere prevalentemente lette le osservazioni e proposte concernenti l’informazione, la normazione continua, l’aziendalizzazione e la riorganizzazione interna; nella seconda chiave una serie di osservazioni e proposte che, partendo dall’analisi critica del funzionamento quotidiano dell’Università, e specificatamente l’aziendalizzazione, risalgono alle riforme attuate come causa diretta di tali conseguenze.

 

L’elenco dei contenuti emersi[2] rende bene il tipo di focalizzazione della discussione avvenuta; occorre aggiungere che tale fuoco è diverso da gruppo a gruppo ma che i temi sottostanti sono ricorrenti.

Si parla di “cooperazione” in tutti i gruppi; in alcuni la focalizzazione è sugli ostacoli di natura istituzionale e/o organizzativa, e dipendenti da comportamenti collettivi, in altri è in primo piano una prevalente logica individuale. In tutti i gruppi si parla della riorganizzazione, appena varata, in termini molto critici e la si collega al problema della scarsa circolazione dell’informazione. In tutti i gruppi, infine, si attribuisce un ruolo fondamentale all’iniziativa spontanea di cooperazione informale tra i diversi livelli e funzioni dell’Università. Si dice, infatti, che se tutto funziona, dal punto di vista dei servizi, in modo accettabile dipende dal fatto che il comportamento prevalente dei più è orientato al compito piuttosto che all’adesione formale ai criteri organizzativi.

Si parla anche dei problemi e conflitti interni sia al mondo dei tecnici e degli amministrativi sia a quello dei docenti e ricercatori. Analogamente ci si occupa dei problemi e dei conflitti tra le varie categorie; in questa prospettiva un tema ricorrente è quello del rispetto dovuto, e spesso mancante, per il lavoro di ciascuna categoria, e un altro tema è quello della mancata contrattualizzazione dei docenti. Su questi ultimi temi e sul significato da attribuire alla parola “conflitto” si sono registrate, se non vere e proprie contrapposizioni, delle differenze, di cui i verbali rendono conto.

Infine un tema ricorrente, anche se con più forza in alcuni gruppi, è la trasformazione del compito dell’Università dovuta non solo alla più recente ma complessivamente a tutte le ultime riforme. Il filo rosso che lega la riflessione dei gruppi è che l‘aziendalizzazione, con tutte le conseguenze pratiche che comporta, metta in discussione la natura “universale” dell’istituzione, frammentandone i compiti in una direzione di specializzazione e segmentazione del sapere che è considerata negativamente. Quanto è stato detto dai partecipanti è stato organizzato attorno a due macro temi: cooperazione, competizione, organizzazione e il ruolo dell’università oggi e il rapporto con gli studenti;

 

La cooperazione va vista in modo articolato; la prima distinzione importante è tra il mondo dei tecnici e degli amministrativi e quello dei docenti e dei ricercatori. Il primo mondo ha come riferimento le regole e le procedure e la qualità del risultato. Essi si considerano altresì, anche con orgoglio, dei dipendenti pubblici con un forte senso dello Stato e con lo scopo di fornire un servizio che sia utile ed efficace. Per loro quindi il problema cruciale è se il sistema delle regole e delle procedure nazionali e locali è adeguato a fornire il servizio in modo utile ed efficace. Essi sono nel mezzo di due diversi orientamenti organizzativi: l’uno, orientato al compito, l’altro, alle procedure e alle regole. Per quanto riguarda le regole, l’opinione degli amministrativi e dei tecnici è molto chiara: le regole fondano l’uguaglianza tra le persone e tra le diverse figure professionali; non appena esse sono eluse o violate si apre la strada all’arbitrio e al non rispetto del lavoro degli altri. Sul rapporto tra procedure e compito la loro propensione è altrettanto chiara: se c’è un conflitto allora deve prevalere il compito.

Il mondo dei docenti e dei ricercatori ha tradizionalmente una cultura di riferimento completamente orientata al compito e, con le dovute eccezioni su cui si tornerà, vive con fastidio ogni ostacolo rispetto al compito. L’aziendalizzazione dell’Università, con quella che loro concordemente definiscono un’iper-normazione e un’iper-regolazione, è vista come un serio ostacolo allo svolgimento della loro attività didattica e di ricerca. Il rapporto con il mondo dei tecnici e degli amministrativi diventa quindi estremamente critico; se il rapporto non è fondato sulla cooperazione orientata al compito, si aprono continui problemi di efficacia ed efficienza del sistema.

L’opinione prevalente nei gruppi è che il modello burocratico e gerarchico esistente, fondato sull’ossessione di proceduralizzare ogni cosa, non favorisca questa cooperazione, ma la ostacoli, istituendo una cooperazione imposta dall’alto. Aggiungasi a questa considerazione il fatto che l’asimmetria di potere tra una parte del corpo docente e i tecnici e gli amministrativi porta a frequenti forzature delle regole, vissute da questi ultimi come mancanza di rispetto verso il loro lavoro e violazione di un principio di eguaglianza che, nella loro cultura, fa parte del senso dello Stato.

La soluzione allora sta nell’individualizzazione dei rapporti professionali – “la base della cooperazione è individuale”, si dice –, e, per i più, nell’andare oltre il compito formalmente dovuto, dando così luogo a una cooperazione informale – “forme di cooperazione attiva” le definisce un partecipante – che, ove funziona, è più efficace di quella formale. Questo fatto è riconosciuto sia dalla parte dei docenti e dei ricercatori, sia dalla parte dei tecnici e amministrativi. Questa situazione non risolve il problema generando anche conflitti tra i due gruppi professionali, conflitti che, in assenza di una loro esplicitazione come fatto collettivo, si frammentano in tanti rapporti personali e in tante microstorie organizzative.

Nel gruppo dei docenti e dei ricercatori si fanno poi riferimenti precisi a quanto da loro sperimentato nelle Università europee e statunitensi. Per quanto concerne i nuovi carichi burocratici che l’aziendalizzazione ha messo in carico diretto sui docenti e i ricercatori e, più in generale, sul modello organizzativo ci si chiede perché non si sia scelto il modello americano, ma anche di alcune Università europee, di una completa separazione tra la carriera amministrativa e quella di docenza e ricerca, con, a loro giudizio, innegabili vantaggi.

Gli ostacoli alla cooperazione sono anche dovuti a voler fare “ le nozze con i fichi secchi”, come dice un professore, nell’ideare cioè un percorso di riforma che, condividendolo oppure no, richiederebbe lo stesso livello di risorse impiegato nei paesi cui ci si è riferiti per realizzarlo.

Gli ostacoli non vengono solo dalle varie riforme nazionali, con il loro seguito di regolamentazione, ma anche dall’organizzazione locale sulla quale, in particolar modo da parte degli amministrativi e dei tecnici, è dato un giudizio fortemente critico sulla cosiddetta “riorganizzazione”, cioè un processo iniziato recentemente di adeguamento organizzativo dell’Università di Bergamo.

La cooperazione interna al mondo dei docenti e dei ricercatori è resa difficile dalla competizione per l’accesso a risorse scarse e in diminuzione e per la struttura gerarchica e fortemente condizionata dall’asimmetria di potere tra le diverse figure della docenza e della ricerca. Tra i docenti e i ricercatori si è anche aperta una discussione, con opinioni differenti, sul problema della loro contrattualizzazione. Chi è favorevole vede in ciò la demistificazione del ruolo del docente e del ricercatore da quello di libero professionista a quello di lavoratore, con il vantaggio di uscire da logiche che trasformano problemi collettivi in situazioni individuali. Chi è contrario, o forse più correttamente, dubbioso, teme per la libertà di ricerca e di insegnamento e non vede tutti questi vantaggi nello scegliere tale opzione.

In ogni caso anche tra i docenti e i ricercatori prevale la logica volontaristica e individuale.

C’è un giudizio unanime negativo sui processi di esternalizzazione dei servizi – non rappresentati nella ricerca – la cui unica logica è di: sostituire figure contrattualmente più forti con figure più deboli, come quelli delle cooperative.

Tutti avvertono poi, l’esigenza di una più ampia diffusione della formazione per i tecnici e gli amministrativi; essa è vista come necessaria, da questi ultimi, ma anche estremamente utile da parte dei docenti dei ricercatori, in particolar modo per gestire alcune attività, come la partecipazione ai progetti europei.

Infine è bene fare presente che, a giudizio di tutti, i servizi dell’Università, dalla biblioteca al sistema informativo, all’attrezzatura disponibile per le aule, sono buoni anche riferiti ad altre Università italiane.

 

Nel caso del secondo macro tema le osservazioni critiche riguardano i risultati delle riforme nazionali.

La prima critica riguarda la funzionalizzazione diretta dell’insegnamento al mercato del lavoro, come dice un partecipante. Si fa notare, infatti, che tale mercato è in continua e rapida trasformazione, rendendo, perciò, l’iper-specializzazione rapidamente obsoleta, quando non eccessiva rispetto alle reali richieste, L’opinione unanime è che al contrario, “una formazione critica è l’unica che consentirebbe loro di affrontare tali cambiamenti in modo autonomo”. Nelle interviste individuali tale concetto è ulteriormente specificato. Si sostiene, infatti, che lo scopo effettivo oggi sia quello di una “formazione di esecutori” o, nelle parole di un altro intervistato, di una “professionalità esecutiva”, con qualche eccezione specialmente nelle discipline per le quali le possibilità di prevalente funzionalizzazione ai compiti operativi sono assenti o scarse, ad esempio filosofia e storia. Vi è anche chi aggiunge che tal esito, in particolar modo per la triennale, è coerente con la domanda delle imprese per “un profilo generico di lavoratore alfabetizzato, anche in inglese e informatica”, e chi critica l’idea, che proviene talvolta dalle imprese, di piani di studio con altissimi livelli di specializzazione. In quest’ultimo caso si ha, infatti, in prima istanza, un problema di sostenibilità per l’Università di tali investimenti che sono finalizzati a un numero ristretto di utilizzatori finali, interessati, per un arco di tempo limitato, ad assorbire questi laureati. In seconda istanza, si ha il rischio di produrre over-education, cioè dei livelli di formazione per i quali non c’è, nella struttura economica e sociale italiana oggi, una domanda adeguata.

C’è un’evidente delusione, nel mondo dei docenti e dei ricercatori, rispetto alle loro attese. Tra gli intervistati i giudizi sugli effetti delle varie riforme si dividono tra quelle che potremmo chiamare “critiche interne”, d’incoerenza e non adeguata applicazione delle riforme, e quelle che potremmo chiamare “critiche esterne”, cioè critiche sui presupposti e i fini delle riforme a fronte della realtà sociale esistente. Vi è chi dice che “la Riforma sarebbe stata ottima se fosse stata come sulla carta” ma che “la realtà dopo tanti anni è molto deludente”; ad esempio c’è chi considera che in realtà ci sia “una falsa differenziazione di offerta formativa”. Vi è chi punta il dito sull’incoerenza tra una struttura fondata sul triennio seguito dalla specializzazione e la pratica – criticata da tutti – dei molti appelli per ogni esame, pratica che dilata i tempi e immobilizza delle risorse didattiche. Vi è, infine, chi da un giudizio complessivamente negativo sui risultati delle varie riforme che in conclusione hanno penalizzato la ricerca, prodotto un intasamento burocratico della funzione docente e costruito un luogo che è “un erogatore di didattica”, privo di un reale rapporto con la ricerca.

Nei gruppi si parla di decadenza del ruolo dell’Università. Si introduce il tema dell’orientamento al cliente, cioè allo studente, come assunto base della riforma. Il concetto è criticato mettendo in luce le conseguenze, forse inattese, di tale orientamento per di più quando esso si combina con l’autonomia finanziaria e i criteri di riparto nazionale, cioè la competizione tra le Università misurata in termini di iscritti e di produzione di laureati.

Si dice che “ l’aziendalizzazione prevede la produzione di laureati” e che quest’aspetto si riverbera su tutto il funzionamento quotidiano: negli aspetti amministrativi questo fa sì che “le priorità sono subordinate a questo obiettivo” e quindi le regole amministrative definite “sono manipolate continuamente, ad esempio estendendo le scadenze, se questo serve a produrre un laureato in più”.

In realtà “il cliente è solo nominalmente al centro del sistema”, come dimostrano vari altri aspetti del funzionamento progettato dalle riforme.

In primo luogo “non si è mai parlato tanto di valore e di merito” come nel momento in cui la programmazione didattica è costruita in maniera tale da fare sì che si verifichi quotidianamente che agli studenti “ manca la preparazione, più ancora che di merito, di proprietà di linguaggio e di struttura discorsiva”.

Tra gli intervistati si valuta cosa vorrebbe dire avere “risorse adeguate”. Secondo loro significherebbe potere investire sugli esami scritti e assistere gli studenti per insegnare loro come si scrive, mentre qui “si pensa di abolire gli scritti a favore dei quiz e di abolire le tesi a favore di un esame orale”, accade così, nel giudizio di un intervistato, che alla fine “ non sanno parlare e scrivere”. Un altro aggiunge che qui “ lo studente è abbandonato a se stesso”; il confronto, infatti, con l’investimento per studente, includendo quello che lui paga come tasse e quanto ci mette lo Stato per fare funzionare l’Università, è la metà di quanto si spende nei punti di eccellenza in Europa, ed è allora difficile potere fornire quell’assistenza formativa, in termini di servizi, che sarebbe necessaria.

Infine, a conferma di una progressiva trasformazione verso una formazione esecutiva, starebbe secondo alcuni il sistema dei crediti. Esso non ha senso: “ in una scala da 0 a 10, io do 0 perché non è seguita una vera riforma dell’Università” e, secondo un altro, “non ho trovato alcuna utilità particolare [nel sistema dei crediti, nota mia] se non che per il datore di lavoro che vuole degli esecutori per i quali siano state verificate alcune competenze elementari”.

I contenuti di quanto detto nei gruppi sono sostanzialmente confermati e precisati in alcuni punti dalle interviste.

Questa esperienza ha reso possibile una ricostruzione razionale, e ampiamente condivisa, delle cause della loro condizione lavorativa da parte di persone diverse per attività lavorativa e formazione e ciò è avvenuto in un clima non aggressivo, anzi costruttivo.

 

Francesco Garibaldo – fgaribaldo@gmail.com

Emilio Rebecchi – emilio.rebecchi@gmail.com

 

Bologna marzo 2015

[1] Merini, A.; Rebecchi, E.– Metodologia – in Merini, A.; Rebecchi, E. (a cura di)- L’altra faccia della Luna – CLUEB, Bologna, 1986, pp. 45-53 e Rebecchi, E. –Difficulties and Potentialities of Group Work – AI & Society, vol. 8.3, pp. 298 – 303, 1994 ; Rebecchi, E. Il soggetto di fronte all’innovazione tecnologica– in Bianchi, S.; Sacerdoti, B. (eds) – FIOM/CGIL: i lavoratori dentro le innovazioni tecnologiche – uomini, macchine, società  – Rosenberg & Sellier, Torino, 1986; Garibaldo, F. – Il capitolo – Search conference – e, assieme a Rasmussen, L.,B., il capitolo – Application of interactive methods – in Rasmussen, L. B. (ed.) – Facilitating Change. Using Interactive Methods In Organization, Communities And Networks -Polyteknisk Forlag, Denmark, 2011.

[2] Il rapporto completo è disponibile sul sito della FLC all’indirizzo: http://m.flcgil.it/sindacato/documenti/universita/universita-di-bergamo-primi-risultati-ricerca-flc-cgil-su-organizzazione-del-lavoro-febbraio-marzo-2014.flc

 

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3 Commenti

  1. In primo luogo “non si è mai parlato tanto di valore e di merito” come nel momento in cui la programmazione didattica è costruita in maniera tale da fare sì che si verifichi quotidianamente che agli studenti “ manca la preparazione, più ancora che di merito, di proprietà di linguaggio e di struttura discorsiva”.

    si i studente sono proprie ignoranti (gerundio come migranti) e il guaio è che sono anche presuntuosi ….

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