Le politiche di austerità, sotto forma di riduzione della spesa pubblica e soprattutto di aumento della pressione fiscale, messe in atto, in particolare nel corso dell’ultimo triennio, non solo non sono riuscite a raggiungere l’obiettivo prefissato di ridurre il rapporto debito pubblico/PIL (che, per contro, è aumentato di ben 7 punti percentuali nel solo 2012), ma hanno esercitato effetti significativi, e di segno negativo, sull’occupazione giovanile e, in particolare sull’occupazione intellettuale.

L’ultimo Rapporto Almalaurea certifica che l’elevato numero di laureati disoccupati è in larga misura imputabile alle piccole dimensioni medie delle imprese italiane, al fatto che sono poco innovative e poco esposte alla concorrenza internazionale [1]. Essendo poco innovative, le imprese italiane esprimono una domanda di lavoro prevalentemente rivolta a individui poco qualificati. Si badi che il nanismo imprenditoriale è una caratteristica essenziale dell’economia italiana e che, tuttavia, le dimensioni del fenomeno sono aumentate proprio a seguito dell’adozione di politiche fiscali restrittive attuate in una fase di caduta della domanda aggregata. Ciò per le seguenti ragioni:

  1. L’aumento della tassazione, riducendo i consumi, ha ridotto i mercati di sbocco per le (tante) imprese italiane – e ancor più meridionali – che tradizionalmente operano sui mercati interni. In moltissimi casi, ciò si è tradotto in un aumento dei fallimenti e, in molti altri casi, in licenziamenti. E’ aumentato il tasso di disoccupazione ed è aumentata la numerosità delle piccole e micro imprese. Può essere qui sufficiente ricordare che, stando alle ultime rilevazioni ISTAT, al 2012, l’Italia si colloca, prima del Portogallo, al penultimo posto nella graduatoria UE27 per dimensione media di impresa.
  2. L’attuazione di politiche fiscali restrittive, accrescendo il tasso di disoccupazione, ha ulteriormente incentivato le imprese italiane a competere mediante compressione dei salari, ovvero a ridurre ulteriormente le spese per innovazione. Due ulteriori fattori hanno contribuito a generare questi esiti. In primo luogo, le politiche di precarizzazione del lavoro, che, riducendo il potere contrattuale dei lavoratori, hanno costituito una rilevante condizione permissiva per indurle a ripristinare i loro margini di profitto attraverso la riduzione dei costi (dei salari in primis, e di tutti i costi connessi alla tutela dei diritti dei lavoratori). In secondo luogo, la riduzione della domanda – conseguente alle politiche di austerità – ha ridotto sia i profitti correnti sia i profitti attesi, generando un calo degli investimenti fissi lordi nell’ordine del 5% negli ultimi mesi del 2012. E ciò è avvenuto in un contesto di restrizione del credito, in larga misura imputabile al fatto che le aspettative bancarie in ordine al rimborso del debito da parte delle imprese sono anch’esse peggiorate e al fatto che le banche hanno ripristinato i loro margini di profitto attraverso attività puramente speculative. In più, la restrizione del credito ha reso oggettivamente più difficile, per le imprese, il finanziamento delle innovazioni. In questo scenario, non è sorprendente rilevare che, per i giovani italiani e le loro famiglie, studiare diviene sempre più costoso (per il combinato della riduzione dei redditi e dell’aumento delle tasse universitarie) e sempre meno conveniente.

Si ricordi che la nuova Costituzione italiana impone il raggiungimento del pareggio di bilancio, ovvero impone ulteriori compressioni della spesa pubblica e ulteriori aumenti della pressione fiscale. Da ciò deriva che, almeno per quanto riguarda l’Italia, e data sua struttura produttiva, aumentare i finanziamenti alle Università – quantomeno nel breve periodo – è palesemente in contrasto con questo vincolo. Ciò non solo per l’ovvia considerazione che, per eguagliare spese ed entrate, occorre accrescere ulteriormente l’avanzo primario e, dunque, continuare a drenare risorse (anche) dal sistema formativo; ma anche per il fatto che le politiche di austerità agiscono sulla struttura produttiva (accentuandone il nanismo) e sulle modalità di competizione delle imprese, disincentivando investimenti in innovazione.

Questa conclusione vale a condizione che l’economia italiana non intraprenda un sentiero di crescita tale da consentire di recuperare risorse sufficienti a riportare il fondo di funzionamento ordinario ai valori pre-crisi, come auspicato in un recente documento CRUI.  

Tuttavia, anche se questo avvenisse, si tratterebbe comunque di un’”elemosina” . Il punto centrale, infatti, è che le politiche formative messe in atto negli ultimi anni si sono basate su un radicale cambio di paradigma, che ha invertito il nesso di causalità che le aveva legittimate in passato: non è più l’istruzione a promuovere crescita, ma è la crescita economica a consentire di recuperare risorse per (eventualmente) finanziare il sistema formativo. In questa prospettiva, il finanziamento dell’istruzione è un puro costo. L’inversione del nesso di causalità viene spesso motivato adducendo il fatto che la c.d. “bolla formativa” dei primi anni Duemila (l’aumento delle immatricolazioni, il proliferare di sedi universitarie e di corsi di studio) ha prodotto un esercito di individui altamente scolarizzati, ma disoccupati, sotto-occupati o emigrati. Verificato questo esito, ci viene detto, si è cambiato rotta, sottoponendo gli Atenei italiani a una drastica “cura dimagrante”. E’ un’interpretazione accettabile ma che non tiene conto delle cause strutturali che motivano le nuove politiche per l’istruzione. Le quali sono riconducibili sostanzialmente a due fattori.

a. Alla decisione politica – assunta in sede europea – di rispondere alla crisi con politiche di austerità. Le politiche di austerità accrescono il tasso di disoccupazione e, accentuando il ‘nanismo imprenditoriale’, accrescono, in particolare, la disoccupazione intellettuale.

b. Alla reazione delle imprese italiane finalizzata a recuperare i margini di profitto desiderati, mediante compressione dei costi, in una condizione nella quale esse possono tenere alta la produttività avvalendosi (in virtù della crescente precarizzazione del lavoro e della crescente disoccupazione) di minacce di licenziamento sempre più credibili ed efficaci [2]. E competere riducendo i costi, in un assetto produttivo poco innovativo, significa preferire l’assunzione di individui poco scolarizzati, dal momento che i salari da loro percepiti sono normalmente più bassi di quelli che le imprese dovrebbero pagare a individui con più elevati livelli di istruzione.

E’ uno scenario palesemente contraddittorio: l’obiettivo della riduzione del rapporto debito pubblico/PIL non solo non viene raggiunto attraverso l’attuazione di politiche di austerità [3], ma questo stesso obiettivo si allontana anche a ragione della crescita della disoccupazione intellettuale, a ragione della perdita di produttività che questa comporta.


[1] Sul tema, sia consentito rinviare a G.Forges Davanzati, L’Università sottofinanziata e il declino italiano, “Micromega on-line”, 4 marzo 2013.

[2] Si tratta del c.d. effetto di disciplina: al crescere del tasso di disoccupazione, diventa più credibile la minaccia di licenziamento, spingendo i lavoratori a erogare livelli crescenti di effort. Sul tema si rinvia a C. Shapiro and J.E. Stiglitz, Equilibrium unemployment as a worker discipline device, “American Economic Review”, vol. 74, n. 3, pp.433-444. Si segnala anche un’interessante ricerca (M.Donato, Fatica sprecata: produttività e salari in Europa, “EconomiaePolitica”, 17 marzo 2013) nella quale si mette in evidenza l’aumento della differenza dei tassi di crescita della produttività del lavoro e dei salari reali, nella gran parte dei Paesi europei. 

[3] Come recentemente riconosciuto dal Fondo Monetario Internazionale e come previsto da numerosi economisti già a partire dal 2010.

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4 Commenti

  1. Va considerato anche che il ‘nanismo imprenditoriale’ italiano e’ frutto di una ideologia sociologica/politica che vede nella piccola impresa la liberta’ e l’affrancamento dal ‘despotismo’ della grande impresa, che opprime e sfrutta la classe lavoratrice. La grande impresa, come la multinazionale, e’ ‘cattiva’, la piccola impresa del fai-da-te e’ ‘buona’.
    Le politiche di austerita’ innestate in questo humus ha quindi evidenziato in maniera ancora piu’ esasperata la necessita’ di mano d’opera a basso costo.

    Simile prospettiva nelle Universita’ viste come ‘piccole industrie del sapere’, dove la mano d’opera dalla ricavo facile e dal basso costo (contrattisti, assegnisti, ricercatori) ha permesso di produrre prodotti di facile smercio ma senza mercato per il futuro.

  2. Vorrei fare alcune osservazioni a questo interessantissimo articolo. Circa l’ austerità, ricordo che il “fiscal compact”, un Trattato parallelo ma concepito nel contesto dell’ U.E. e con le istituzioni comunitarie (in particolare, Commissione e Corte di Giustizia) direttamente coinvolte nel suo funzionamento, impone la parità o l’ avanzo per il bilancio e richiede la riduzione, per un ventesimo all’anno, del debito pubblico eccedente il 60% (parametro debito/PIL già stabilito a Maastricht). In altri termini, la riduzione del debito pubblico italiano – muovendo dall’ attuale 127% – dovrebbe (essere avviata e) proseguire costantemente, anno per quanto, fin quando il rapporto debito/PIL non avrà raggiunto il 60%. Ora, politiche di tagli alla spesa e pareggio di bilancio potrebbero frenare il numeratore del rapporto (cioè il debito pubblico), ma, nel momento in cui tali politiche determinano o comunque accellerano un crollo del denominatore (il PIL), finiscono fatalmente per frustrare l’ obiettivo dello stesso “fiscal compact”. Credo dunque che, dal momento stesso in cui, in sede europea, si iniziò ad avvertire il problema dei debiti sovrani (inizialmente per la Grecia, nel 2010), avrebbero dovuto essere adottate misure atte in primo luogo a sottrarre alla speculazione finanziaria i titoli di Stato dei Paesi più in difficoltà, in modo da non intraprendere politiche di austerità nelle economie già entrate in una fase recessiva e differire invece tali politiche ad una fase successiva, in cui la recessione fosse stata già superata. A mio parere la sequenza logica avrebbe dovuto essere: a) immediata stroncatura degli attacchi speculativi (che avrebbero determinato l’ aumento dello “spread”), anche ricorrendo a misure eccezionali con l’utilizzo delle deroghe in materia di circolazione dei capitali; b) politiche espansive di contrasto alla recessione già iniziata (grazie al risparmio nei tassi di interesse sul debito che sarebbe stato ottenuto in tal modo); c) soltanto una volta superata la recessione od avviato su base sostenibile il suo superamento, accettazione del “fiscal compact” e del vincolo di pareggio di bilancio, accompagnati, però, da scelte in grado di assicurarne la compatibilità con la tenuta del socio-economico complessivo e di tutte le sue componenti. A sua volta, la compatibilità (o meno) del “rigore” con la “crescita” dipende dal contesto sociale (e dunque dalle modalità di interazione delle componenti sociali le une con le altre) in cui il “rigore” si inserisce: il contesto sociale tedesco (“modello degli stakeholders”) olandese (“modello polders”) o finlandese (per menzionare i pochi restanti Paesi dalla “tripla A” nel rating) differiscono considerevolmente dal contesto italiano. Aggiungerei, infine, che gli obblighi accettati in sede europea, nonostante richiedano nel caso dell’ Italia politiche di tagli alla spesa, non indicano quali voci di spesa debbano essere ridotte, lasciando ciò alla discrezionalità dei singoli Stati e dunque agli orientamenti delle loro classi dirigenti..

    • …impone la parità o l’ avanzo per il bilancio e richiede la riduzione,…
      ——————————————-
      67 miliardi l’anno? 8% circa della spesa pubblica?

  3. Caro Thor, indicativamente sì, direi che si tratta di tale ammontare, ma l’entità esatta dipenderà dalla dinamica del denominatore del “fatidico” rapporto (debito/PIL). Il “fiscal compact” consente limitate deroghe (al rigido criterio del pareggio o avanzo di bilancio) in caso di grave e prolungato ciclo recessivo, ma deve essere il Governo del Paese interessato a cercare di ottenere tale possibilità (giustificandone appropriatamente la richiesta).

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