La disoccupazione giovanile in Italia ha superato il 40%. Che vuole, signora mia – diceva il ministro del welfare di un recente governo – ci sono troppi laureati. Anche i figli degli operai vogliono fare i dottori. Così non trovano lavoro. E poi, aggiungeva un noto economista, in Italia si spende troppo per l’università. Ogni studente ci costa il doppio che in Francia o in Germania. Bisogna tagliare le spese, alzare le rette, cacciare i fannulloni.

I dati recenti ci dicono, ahinoi, che questo programma è stato realizzato. Peccato che le premesse fossero del tutto sbagliate. E che per questo l’Italia sta uccidendo nella culla il proprio futuro.

Che il programma sia stato realizzato è un fatto. Come denuncia la Conferenza Nazionale dei Rettori in un suo recente rapporto, le spese per l’università sono state tagliate del 14% rispetto al 2008 (all’incirca 1,5 miliardi). Intanto i presunti fannulloni sono stati mandati a casa: il corpo docente è infatti diminuito del 22% negli ultimi dieci anni. I corsi della medesima percentuale. E gli studenti iscritti al primo anno sono diminuiti del 17%: erano 338.482 nell’anno accademico 2003/04 si sono ridotti a 280.144 nel 2012/13. Nel medesimo periodo le tasse di iscrizione sono aumentate in media del 50%, passando, in media, da 632 a 948 euro per anno. Per la felicità del ministro, i figli degli operai non si iscrivono più all’università.

Vero è che il numero di laureati è rimasto sostanzialmente costante in questo decennio. Ma è probabile che gli effetti del crollo degli iscritti si farà sentire sulle lauree nei prossimi anni.

Insomma, la campagna contro l’università in Italia ha prodotto i suoi frutti. Il guaio è – per i giovani italiani e per il paese – che il mondo va in assoluta controtendenza. E che le premesse dell’idea “in Italia ci sono troppi laureati” siano tutte sbagliate lo dimostra Education at a Glance 2013, il rapporto sui sistemi formativi nel mondo pubblicato nelle scorse settimane dall’OCSE.

Primo dato: i giovani laureati aumentano di numero in tutto il mondo. Costituiscono, ormai, il 40% della popolazione nella fascia di età compresa tra i 25 e i 34 anni nei paesi che aderiscono all’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico. In Corea del Sud hanno raggiunto il 64% nel 2011: record planetario. Erano appena (si fa per dire) il 37% nell’anno 2000 e meno del 10% nel 1980. Seul non è un’anomalia, ma la punta di iceberg. In Giappone i giovani laureati sono il 59%, in Canada e in Russia sono il 57%, in Gran Bretagna il 47%, in Francia il 43%.

In Italia sono appena il 21%. Una buona crescita rispetto al 2000, quando i giovani italiani con la laurea non superavano l’11%. Ma in termini assoluti, siamo alla metà della media OCSE. A un terzo rispetto dalle punte dell’iceberg. Non è dunque vero che in Italia ci sono troppi laureati. La verità è specularmente opposta: ce ne sono troppo pochi. E se gli iscritti calano, la forbice col resto del mondo tende ad aumentare, non a diminuire.

Secondo dato: non è vero che per l’università italiana costa troppo. È vero il contrario. Costa troppo poco. Dice l’OCSE che la spesa procapite per studente in Italia ogni anno è di 9.580 dollari. Confrontatela con queste altre: Stati Uniti, 25.576 dollari; Canada, 22.475; Svizzera, 21.893; Svezia, 19.562; Giappone, 16.015; Gran Bretagna, 15.860; Francia, 15.067; Corea del Sud, 9580. La media, nei paesi OCSE è di 17.665 dollari. La media nell’Unione Europea è di 12.865. La verità, dunque, è che per ogni nostro studente noi spendiamo il 26% in meno della media europea e il 46% in meno della media OCSE. Anche in termini relativi il confronto è impietoso. Lasciamo stare il confronto con Stati Uniti, dove la spesa per l’università è pari al 2,8% del Prodotto interno lordo (PIL), o il Canada (2,7%) e la Corea del Sud (2,6%). Ma il fatto è che noi spendiamo meno della metà della media OCSE (2,1%) e il 33% in meno rispetto alla media dell’Unione Europea. Di più, tra il 2008 e il 2012 l’Italia è, tra i grandi paesi OCSE, uno dei pochi ad aver tagliato la spesa per l’università e l’unico in cui i tagli sono stati, in percentuale, superiori alla diminuzione del PIL. Gli altri paesi hanno, per la gran parte, aumentato gli investimenti, sebbene il PIL scendesse. E quei pochi che hanno tagliato le spese, lo hanno fatto comunque in misura minore del tasso di recessione. Siamo gli unici ad aver considerato l’università un lusso da eliminare.

Terzo dato: non è vero che le università italiane sono troppe. In Italia abbiamo 61 università statali, 6 scuole superiori e 26 università non statali. Totale: 93 istituti di educazione terziaria. In Gran Bretagna ne hanno 141, in Germania quasi 400, in Francia oltre 500, negli Stati Uniti 4.314. Giuseppe De Nicolao, dell’università di Pavia, ha fatto i conti: in Italia ci sono 1,6 centri di educazione terziaria ogni milioni di abitanti; in Spagna 1,7; nel Regno Unito 2,3; in Germania 3,9; in Francia 8,4 e negli Stati Uniti, addirittura, 14,5 per milione. Allora sono troppi i corsi? Nel 2008, prima della crisi, l’intensità era di 101 corsi per milione di abitanti, contro i 154 della Germania e i 610 del Regno Unito. Ma in questi ultimi anni, secondo il sito Università.it Istruzioni per l’uso c’è stato un taglio feroce: i corsi sono passati dai 5.519 del 2007 ai 4.324 del 2013, con un taglio del 21%  per cento. Allora sono troppi i professori? Niente affatto, dice l’OCSE, in Italia c’è un docente quasi ogni 20 studenti. Negli altri paesi OCSE la media è di un docente ogni 10 studenti o poco più.

Insomma, l’offerta formativa in Italia è largamente sottodimensionata rispetto a quella degli altri paesi. Allora è scarsa la qualità? Niente affatto: in tutti i (discutibili) ranking internazionali il numero di università italiane che rientrano tra le prime 500 del mondo è superiore, in termini assoluti e relativi, a quelle della Spagna, sostanzialmente pari a quelle della Francia; non molto inferiori a quelle di regno Unito e Germania.

Quarto dato: non è vero che la laurea è un lusso che non possiamo più permetterci. È vero che la disoccupazione giovanile cresce un po’ in tutto il mondo, anche se in modo variegato. Nei paesi OCSE il 20% dei giovani è, ormai, un NEET: non lavora e non studia. Ed è vero che la disoccupazione cresce anche tra i giovani laureati (fascia d’età compresa tra 25 e 34 anni). Nel 2008 i giovani con laurea e senza lavoro nei paesi OCSE erano il 4,6% dei laureati, nel 2011 erano passati al 6,8%. Ma, ciò nonostante, la laurea è il primo antidoto, sostiene l’OCSE, contro la disoccupazione giovanile. Nel 2008, infatti, il tasso di disoccupazione tra i giovani senza laurea era del 13,6% (9,0 punti percentuali in più rispetto ai laureati), nel 2011 la disoccupazione era salita al 18,1 (ben 11,3 punti in più rispetto ai laureati). In media, nei paesi OCSE, hanno un’occupazione il 60% dei giovani con titolo non superiore a quello della media inferiore, il 70% dei diplomati e l’80% dei laureati.

Non molto diversamente vanno le cose in Italia. È vero che tra i giovani con la laurea lavorano solo 68 su cento, ma tra quelli con un titolo non superiore alla licenza media è occupato solo il 58%. Dunque, ovunque nel mondo, Italia compresa, chi ha una laurea ha una chance in più di trovare lavoro.

Cosa ci dice, l’insieme di questi numeri? Che in termini di politica dell’università stiamo sbagliando tutto. Se continuiamo così fra trent’anni un plotone di paesi avrà una popolazione in età da lavoro composta per i due terzi da persone con alle spalle circa venti anni di studio. La gran parte dei paesi avrà una popolazione adulta composta quasi per la metà da persone laureate. E solo in Italia i laureati saranno un’eccezione (non più del 20% della popolazione). Ci saranno, dunque, due universi cognitivi. E noi stazioneremo in quello marginale.

In un sua recente indagine sulla trasformazione dell’industria manifatturiera negli Stati Uniti, la rivista Time paragonava l’operaio del 1960 a quello di oggi. Mezzo secolo fa l’operaio non aveva bisogno di un titolo di studio, assemblava a mano i prodotti in fabbrica, lavorava nel settore delle auto, dei macchinari e del tessile, aveva una paga oraria di 2.57 dollari. Indossava una tuta blu.

Oggi anche un semplice operaio in una fabbrica americana ha per il 53% un diploma e per il 10% un laurea, lavora col computer in linee automatizzate, lavoro nel settore dell’alimentazione, della chimica e delle macchine hi-tech, guadagna 24,11 dollari l’ora. Indossa il camice bianco.

In definitiva, viviamo nella società della conoscenza. E la formazione, insieme alla ricerca scientifica e all’industria creativa, è uno dei tre vertici del triangolo entro cui si muove, a velocità crescente, l’economia della conoscenza. Il rapporto OCSE dimostra che tutto il mondo sta puntando sulla formazione. Solo l’Italia sta tagliando sistematicamente il vertice dell’educazione superiore. E, con esso, il proprio futuro.

Pubblicato su Left 30.08.2013

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