Si è conclusa alla camera dei Lord una importante inchiesta che riguarda il futuro della ricerca scientifica inglese. Si tratta dei tagli alle tasse universitarie previsti dal governo e del loro impatto sulle finanze delle Università1.

Il provvedimento, annunciato nel 2018 da Theresa May, e affidato al deputato Philipp Augar2, era stato pensato come controproposta rispetto all’idea del partito labourista di cancellare le tasse universitarie e rendere l’alta formazione accessibile a tutti, in particolare a giovani provenienti da aree disagiate.

Tuttavia, il dibattito è stato ritardato e pesantemente influenzato dalle infinite e logoranti discussioni sulla Brexit e, come mostrano gli interventi tenuti alla Camera dei Lord da rappresentanti del mondo accademico, si è trasformato nell’incubo per le università di perdere il primato nella ricerca che attualmente detengono.

Le tasse, infatti, rappresentano una parte fondamentale del bilancio delle maggiori università e vengono utilizzate non solo per offrire servizi di alta qualità, come l’accesso alle maggiori riviste scientifiche e piattaforme di ricerca, ma anche e soprattutto per finanziare progetti di alto livello scientifico spesso in collaborazione con partner europei.

Una delle principali cause di preoccupazione, dunque, da parte dei dirigenti universitari è che la perdita subita dal taglio alle tasse non possa essere compensata da un investimento pubblico. Per dare una misura della perdita che un ente di ricerca subirebbe nel caso di un abbassamento delle tasse dalle attuali 9.000 alle 7.500 sterline annuali, basta guardare ai numeri mostrati al Comitato per la scienza e la tecnologia dal Prof. David Lomas, membro dell’Accademia delle scienze mediche e vice rettore presso University College London UCL. Nel caso della sola UCL, la perdita ammonterebbe a 40 milioni di sterline all’anno, un’entrata che solo in parte viene dalle iscrizioni di studenti inglesi e che è rappresentata in larga parte da studenti stranieri. Questi ultimi, e in particolare gli studenti provenienti dall’Unione Europea, rappresentano inoltra la possibilità, per le università inglesi, di coltivare contatti con altre istituzioni di ricerca in tutta Europa e di mettere a punto progetti di ricerca piu’ grandi e costosi.

Come afferma il prof. Tim Bradshaw, del Russell Group, «gli studenti EU sono l’8% della popolazione studentesca totale. Ci sono circa 51.000 studenti EU nelle Università del Russell group. Il 15% nel settore della ricerca post-laurea. Essi rappresentano un canale chiave per noi per raggiungere lo stadio successivo dei ricercatori alla prima carriera, i profili di ricerca accademica e di ricerca nel mondo industriale e in tutti gli altri settori»3. Ciò che spaventa maggiormente il mondo accademico è dunque l’eventualità che con la Brexit vengano a mancare letteralmente le persone per condurre la ricerca a un livello internazionale. Infatti, circa la metà delle pubblicazioni scientifiche delle Università del Russell group includono un autore internazionale e di queste il 60% includono autori europei. «Questa attività – continua il prof. Bradshaw – è altamente internazionalizzata e assolutamente valida nei termini di accesso ai fondi europei in futuro. Questo è un aspetto chiave per noi. Se potessimo chiedere tre cose da vedere con la Brexit, una sarebbe l’impegno del governo a firmare gli accordi per Horizon Europe. La seconda sarebbe assicurare un’offerta di studio/lavoro per attrarre e mantenere studenti internazionali. La terza, un sistema Visa generale per consentire la stessa libertà di movimento che i ricercatori hanno attualmentè4.

Lo stallo della politica britannica sul problema della Brexit ha già cominciato a mietere le sue vittime non solo nel settore industriale, si veda ad esempio il caso della Ford5, ma anche nel settore della ricerca. «Faccio ricerca da 30 anni – sottolinea il Prof. Peter Bruce, vice presidente della Royal Society – e soltanto negli ultimi due anni mi è capitato di pubblicare due offerte per postdoc senza ricevere alcuna candidatura dai principali paesi europei come Spagna, Francia e Germania»6.

Il motivo per cui l’accademia inglese sembra così preoccupata della ‘ritirata’ dei ricercatori europei non riguarda soltanto un problema di finanziamento della ricerca made in UK, ma piuttosto quello della sua reputazione. In particolare, l’ipotesi di un’uscita del Regno Unito dal sistema del Consiglio europeo della ricerca viene vista come una opzione pericolosa che porterebbe a una perdita irrecuperabile. In prima istanza, il modello ERC basato sulla qualità della ricerca e sulla internazionalizzazione non potrebbe essere replicato all’interno del sistema di finanziamento interno al Regno Unito. In quest’ultimo, infatti, conta soprattutto la ricerca strategica e l’innovazione tecnologica, mentre ciò che realmente attrae i migliori ricercatori del mondo è l’elemento creativo, la ricerca libera e di base: «Esiste una reale preoccupazione nella comunità accademica – afferma il prof. Bruce – su come preservare e coltivare la cosiddetta ricerca libera, guidata dalla scoperta, dalla curiosità, come la si vuol chiamare, sia all’interno del sistema di finanziamento inglese sia nel caso in cui perdessimo accesso all’ERC. Il mancato accesso all’ERC sarebbe una perdita enorme»7. La reputazione internazionale guadagnata dal sistema europeo della ricerca rappresenta una valore immateriale intangibile ma è ciò che fa la vera differenza, ammette Tim Bradshaw. «È questo che lo rende attraente. Sai che verrai giudicato puramente in base all’eccellenza e a livello internazionale. È impossibile replicare questo in UK»8.

A differenza di quanto i Brexiters credono, non solo non sarà possibile rimborsare le università inglesi per la perdita dovuta all’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea, ma non sarà nemmeno possibile riparare alla situazione facendo accordi più stretti con gli Stati Uniti, come vorrebbero alcuni. «Nella relazione con gli USA, quasi sempre loro sono l’80% e noi il 20%. Loro tendono a essere i responsabili nell’ideare il cuore del programma di ricerca e noi coloro che possono avere buone possibilità di cooperare in qualcosa disegnato da loro. Ma una delle cose che abbiamo fatto noi negli ultimi venti anni in Europa èstato aver ideato programmi di ricerca di livello europeo. […] è proprio questa abilità di ideare grandi progetti di ricerca che nessun paese può avere da solo e che noi, accademicamente, abbiamo fatto in maniera fantastica»9.

Agli occhi della comunità scientifica, dunque, la Brexit appare come una follia che farà perdere al Regno Unito vent’anni di vantaggio sulla competitività nella ricerca. Queste poche osservazioni bastano a comprendere perché il progresso scientifico ed economico non può avere un futuro nel mondo dei sovranismi e richiede a tutti coloro che servono la scienza e la ricerca una forte svolta europeista.

contatti: comitatoricercaeuropa@gmail.com

1Vedi i documenti Uncorrected oral evidence: Science research funding in universities, del Science and Technology Select Committee, reperibili online sul sito internet della House of Lords.

2Il provvedimento è Augar Review.

3Testo originale citato nella nota 1: «EU students are about 8% of our total student population. There are about 51,000 EU students at Russell group universities. On the postgraduate research side, it is about 15%. They are a key pipeline for us to get through to the next stage to early-career researchers, proper research academic careers and research careers with business and elsewhere».

4Ibidem: «If we were asking for three things we would like to see with Brexit, one is a proper government commitment to sign up to Horizon Europe. Second would be to make sure that we have a worldleading pay/study work offer to attract and retain international students. The third would be an overall visa system to allow as close as possible the free movement of researchers that we have at the moment».

5Sta suscitando scalpore e lo spettro degli scioperi la imminente chiusura dello stabilimento della Ford a Bridgend, in Galles, che provocherà la perdita di 1.700 posti di lavoro.

6Traduzione dell’autrice, per i testi originali vedi Uncorrected oral evidence: Science research funding in universities, nota 1.

7Ibidem.

8Ibidem.

9Ibidem.

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11 Commenti

  1. L’Italia è tra i principali fornitori di “cervelli” all’Inghilterra: noi prepariamo le punte diamante, spendendo ingenti risorse intellettuali ed economiche, e poi gliele cediamo per pochi euro, al fine di farci concorrenza. Si tratta di una prassi che dura da decenni che mostra quali perle strategiche sono in grado di partorie i politici italiani. Mi ero illuso che questo governo potesse invertire la rotta, per ora ha rimandato di sei mesi la pubblicazione del bando delle borse Montalcini “rientro dei cervelli”; pare avessero intenzione di eliminarle.
    Come sottolineò la ministra Carrozza, le borse Montalcini servono a ringiovanire l’Università. Osservazione azzeccatissima: trattandosei di 24 borse, un rapido conto mostra che il ringiovanimento corrisponde a ben 42 secondi.

    • Il fatto che l’Italia sia un fornitore di cervelli all’Inghilterra (in realtà non solo) è la prova più lampante che la UK non ha nulla da temere dalla Brexit. La UK continuerà ad avere un sistema universitario di eccellenza se il governo UK deciderà di finanziarlo. E’ tutto nelle loro mani. Possono perderci con gli ERC solo se ne vincevano talmente tanti da guadagnarci rispetto ai soldi che versavano alla UE. Il che però significa che qualcun’altro dei paesi UE ci perdeva. Che il grosso dei cervelli stia in Europa è un fatto strutturale che dipende dalla Storia Moderna degli ultimi 5 secoli, e che probabilmente continuerà per qualche altro secolo. Ma l’Europa è quello che è e ha la prominenza culturale che ha perchè è un insieme disgiunto di Paesi e Nazioni distinte. L’Unione Europea, coi suoi vincoli, lungi dal realizzare una unione che fa la forza, può solo ostacolare l’ulteriore sviluppo dei singoli paesi.

  2. Concordo che la UK non è il solo paese a cui l’Italia fornisce cervelli. In generale l’Italia è ottima fornitrice di cervelli per i concorrenti, basta girare per le università nei migliori posti al mondo. Anni fa, in Francia, su 10 posti per fisico teorico vinsero 7 italiani. Per inciso, va osservato che nelle classifiche mondiali non si tiene conto di quello che più conta: il livello di preparazione degli studenti con master italiano, paragonabile a quello di un PhD di altre università considerate migliori.

    E’ anche vero che la comunità europea ha dei vincoli “ad cazzum”. Meno ovvio è che se effettivamente la UK attuasse la Brexit, cosa assai dubbia perché non sono scemi, non ci rimetterà sul piano scientifico. Gli inglesi hanno storicamente due vantaggi invidiabili: la lingua e la formidabile capacità di gestire in modo pragmaticamente efficace le risorse altrui. Sul piano scientifico, una hard Brexit implicherebbe una perdita secca di migliaia di ricercatori, parallelamente alla perdita di fondi ERC su cui la UK ci ha sempre abbondantemente guadagnato. Al contrario, in Italia, per problemi di “equilibri interni”, si da facoltà ai dipartimenti di non accettare vincitori di Montalcini e ERC.

    Al di là delle valutazioni sul piano scientifico, l’auspicare la rottura della comunità europea è cosa rischiosa. Tra tutti c’è un motivo di fondo: siamo beatamente abituati alla pace tanto da darla per scontata. Come la Storia eloquentemente ci insegna, una transizione di fase repentina (di prima specie) è sempre possibile. Basta un crisi economica seria, o l’aumento esponenziale dell’immigrazione e ci si mette poco a cadere nel baratro. In effetti, segnali inziali di perturbazioni in arrivo ce ne sono già a bizzeffe. Per esempio, in Italia si è passati, improvvisamente, dal dare la medaglia d’oro a chi salva un bambino dall’annegamento ad emanare, il giorno dopo, una legge per cui lo stesso viene condannato per “complicità con i trafficanti di esseri umani”, che dal tono sembra un delitto contro l’umanità. Fortunatamente, per il momento, questo tentativo è stato sommerso da una miriade di pernacchie, ma mai dire mai. Come Hitler e Mussolini hanno mostrato, utilizzare il beotismo logico come arma politica può avere effetti devastanti. Anche i risultati delle recenti elezioni europee hanno confermato che la degenerazione senza limiti, con episodi incredibili tipo VinciSalvini e rosari vari, trova terreno assai fertile nella generalizzata lobotimizzazione di massa dove, per dirlo con la Sora Lella, ormai si “scambia na …” https://www.youtube.com/watch?v=3679Iy5rvLY

    • Che ci sia lobotomizzazione di massa sul tema immigrazione sono abbastanza d’accordo. Non mi è chiaro però qual’è la parte lobotomizzata (certamente perchè anch’io. a mia insaputa, potrei essere stato lobotomizzato): cioè, il lobotomizzato è chi crede veramente che le ONG salvano dall’annegamento dei naufraghi (cioè che non esistono persone che cercano di entrare illegalmente in Italia, ma è solo scoppiata una epidemia di ‘naufragi’) oppure chi crede veramente che esistono dei criminali che si fanno pagare 3000 dollari a testa da chi vuole entrare illegalmente in Italia, li caricano su dei gommoni, e poi li abbandonano al largo dicendogli: ‘adesso aspettate che vi vengono a prendere, li chiamiamo noi’. ?

    • Più che credere si tratta di fare del fact checking. Attività che, di solito, Valigia Blu svolge abbastanza bene. Ecco cosa scrivono.
      _____________
      Il “pull factor” (un fattore di attrazione)

      Matteo Villa, ricercatore dell’ISPI (cioè l’Istituto per gli studi di politica internazionale), ha mostrato che la presenza delle imbarcazioni delle ONG nel Mediterraneo non “ha avuto alcun effetto significativo sulla variazione delle partenze dalla Libia”.


      Alla stessa conclusione il ricercatore era arrivato nel maggio scorso all’interno di un fact-checking su diverse questioni legate ai flussi migratori, in cui si legge che “a determinare il numero di partenze tra il 2015 e oggi sembrano essere stati dunque altri fattori, tra cui per esempio le attività dei trafficanti sulla costa e la ‘domanda’ di servizi di trasporto da parte dei migranti nelle diverse località libiche”.

      […]
      EunavforMed – operazione Sophia, ha precisato che più che di pull factor bisognerebbe parlare di push factor, cioè di quei fattori che spingono i migranti a partire: «Ho incontrato cinque ambasciatori del Sahel a New York, ai quali ho detto che noi probabilmente come Unione europea non spieghiamo ai loro cittadini i rischi dei viaggi nel Mediterraneo. Tutti e cinque mi hanno risposto che mi sbagliavo, e che chi parte sa esattamente quello a cui va incontro: sa che molti moriranno nel deserto, che le donne verranno abusate durante il viaggio, che le famiglie saranno distrutte. Ciononostante scelgono di partire e accettano i rischi piuttosto che restare a casa loro». Credendino ha poi ricordato che anche Mare Nostrum era stata accusata di essere fattore d’attrazione, ma «quando è terminata e quattro mesi dopo è iniziata Mare Sicuro non c’è stato un decremento delle partenze, anzi. Il che vuol dire che questo collegamento tra fattore attrazione e navi in mare non è così immediato»”. Sul fatto poi che, come scrive il direttore del Fatto Quotidiano, la presenza delle ONG a ridosso delle acque territoriali libiche avrebbe permesso ai trafficanti di impiegare natanti sempre più pericolanti “proprio perché sicuri di dover percorrere un tratto di mare molto limitato”, Lorenzo Bagnoli, giornalista freelance, in un post su Facebook, scrive che ad esempio “i gommoni sono solo una delle tipologie possibile delle imbarcazioni utilizzate dai migranti e si usano da ben prima che le Ong entrassero in azione (ironia della sorte, ne avevo scritto per Il Fatto quotidiano)”. Sempre lo scorso anno sull’utilizzo di imbarcazioni sempre più instabili e pericolose da parte dei trafficanti e le cause delle morti in mare avevamo riportato quanto scriveva la Guardia Costiera italiana e sosteneva chi se ne era occupato: “Stando al rapporto 2016 sulle attività SAR della Guardia Costiera, i trafficanti hanno sensibilmente peggiorato le condizioni dei viaggi in mare: sono aumentate le partenze notturne o in condizioni non favorevoli, i gommoni vengono preferiti ai barconi e riempiti di persone fino all’inverosimile. Questo fa sì che le imbarcazioni abbiano un’autonomia molto minore. Intervistato da OpenMigration Lorenzo Pezzani, uno dei ricercatori autori dello studio Death by rescue che ha indagato sui naufragi di aprile 2015, ha affermato che il cambiamento di strategia dei trafficanti «c’era già stato nel 2015, quando le ONG erano ancora poche, ed è quindi assurdo imputare a loro questa situazione»”.

      Ricorda di citare la fonte: https://www.valigiablu.it/travaglio-ong-migranti/
      Licenza cc-by-nc-nd valigiablu.it.
      ___________
      Altri approfondimenti di Valigia Blu:
      https://www.valigiablu.it/ong-migranti-trafficanti-inchieste/#scenariointernazionale
      https://www.valigiablu.it/ong-migranti-salvini/

  3. La prima che hai detto! ROARS è un blog dove, per sua natura, dovrebbero esserci commenti con buon livello di struttura logica. Il commento

    “cioè, il lobotomizzato è chi crede veramente che le ONG salvano dall’annegamento dei naufraghi (cioè che non esistono persone che cercano di entrare illegalmente in Italia, ma è solo scoppiata una epidemia di ‘naufragi’)”

    è un esempio di come non sia sempre così.

    1. Le varie fonti, video ecc. mostrano, direi inequivocablmente, che una percentuale consistente degli immigrati muore nel tragitto dal paese d’origine all’Italia. Questo succede sia prima di arrivare in Libia, nei lager Libici, o bombardati negli stessi e, tutto sommato frequentemente, nei barconi/gommoni.

    2. Come splendidamente espresso da una responsabile di Mediterranea, nel servizio di SKY https://www.facebook.com/watch/?v=2400424830241320, cestinato dal TG1 che era presente, prima di parlare sarebbe bene vivere l’esperienza di ritrovarsi davanti ad uno di questi gommoni per capirne il dramma. Personalmente, ritengo ampiamente sufficiente l’informazione che ci arriva (pur pilotata). Nell’intervista la responsabile di Mediterranea menzionava, tra l’altro, l’incredibile cinismo e crudeltà da parte di Salvini che utilizza il problema dell’immigrazione come strumento di propaganda politica. Non si può che concordare, punto.

    3. Nella frase tra virgolette ci sono due grossolane inconsistenze. Cominciamo con l’affermazione errata. Che le ONG salvino naufraghi dall’annegamento mi pare del tutto palese e suggerirei di evitare richieste di proof di ciò che è ovvio. L’altra incosistenza è l’identificazione, sottolineata dal “cioè”, tra le due affermazioni. E’ del tutto ovvio che buona parte degli immigrati siano persone che tentino di entrare illegalmente in Italia. E con ciò? Questa è un’affermazione riguardante un dato di fatto non connesso con il contenuto della prima affermazione. In altre parole, se salvo una persona che sta annegando, questo vuol dire semplicemente che la sto salvando, e non dice nulla sulla storia della persona in questione, mafiosa o magari nera e “per giunta omosessuale”, ecc.

    4. L’altro serio errore logico riguarda l’utilizzare le ovvie nefandezze che stanno dietro l’immigrazione, come motivo per non aiutare chi di queste nefandezze deve servirsi per sopravvivere. Si tratta del solito meccanismo di aggrapparsi ad un dato vero per tentare di trovare una giustificare ad un’azione che non ha di fatto alcuna giustificazione. Chi usa questi metodi da quattro soldi, ed assai fastidiosi (per la serie “ora sparo a caso e tu devi rispondere a tutto”) ben sà di essere nel torto. Ma, poiché non si sa mai, è bene fare un’esemplificazione: supponiamo che il portatore di questa ideologia si trovi in uno yacht nel Mediterraneo e si imbatta in un gommone con persone che stanno annegando. Mettiamoci anche, visto che succede, una bambina di 6 mesi disperata che guarda negli occhi il capitano. Cosa fa il capitano? Li lascia annegare perché altrimenti è COMPLICE dei TRAFFICANTI di esseri umani?

    5. Il problema dell’immigrazione è enorme e va trattato in modo sistematico con l’apertura di corridoi umanitari. Questo ridurrebbe le sofferenze di tanta povera gente e toglierebbe di mezzo buona parte dei trafficanti. E’ chiaro che l’Europa ha l’obbligo di farsene carico. L’immigrazione non ben gestita implica serie consequenze, creando sacche di emarginazione che inevitabilmente implicano violenza. Questo deve esser ben chiaro ed esplicitamente dichiarato da certa sinistra che, invece di essere razionale, preferisce arrivare alle esilaranti contraddizioni del film “La Crisi” di Coline Serreau: https://www.youtube.com/watch?v=7UUor4-rPHw
    6. Va infine segnalato che questo problema ha un effetto collaterale positivo: sta eliminando dalla Chiesa molta ipocrisia. E’ di oggi un servizio di Repubblica dal titolo “Cattolici a un bivio: il Papa o Salvini”. Riporto un mio post sul Corrado Guzzanti fan club; che cade a pennello.

    La strategia di Salvini sugli immigrati è dettata dagli spin doctors. Si tratta di utilizzare l’ampia assenza nella popolazione di capacità logiche, fornendogli un alibi che ha del mostruoso. Le parole d’ordine sono in buona parte basate su queste due perle: “gli immigrati si abbronzano”, “non possiamo salvarli neppure se annegano perché così si è COMPLICI dei TRAFFICANTI di esseri umani” (BIGASP!). Anche se uno fosse completamente beota, è difficile pensare che possa non accorgersi che questi tormentoni sono delle perle di idiozia. Ma avere un “leader autorevole” che le ripete con boati di applausi, serve a far finta di avere la coscienza a posto, arguendo argutamente: “elga rason lù”. La metodologia è di quelle che hanno già funzionato ai tempi di Hitler e di Mussolini, il rincoglionimento di massa avallato da vari poteri, per cui il popolo non sa più distinguere, per citare Verdone, “na sorca da ‘npar de mutande”. Spettacolare il livello raggiunto con Vinci Salvini, e lo strepitoso appello ai santi, tra cui primeggiano, tal San Metodio e, soprattutto, Santa Rita da Cascia: ai tempi in cui mi facevo le canne, i santini di Santa Rita da Cascia andavano a ruba perché erano ottimi come filtri (vignetta di Vauro). Ora Salvini, da una parte fa il trucido con gli immigrati, dall’altra cerca, riuscendoci, di conquistarsi l’elettorato di bigotti e, probabilmente, di buona parte di quella borghesia che tromba ma poi si confessa: questa è la religione che piace, pecchi ma ti confessi. Alcuni sono anche disponibili a pagare, già sono entrati in funzione alcuni bancomat, come d’altronde previsto dal maestoso padre Pizarro che propone la Sin Card, la chiavetta che registra i peccati e, a fine mese, paghi 500/1000 euro. Ci sarebbe anche l’idea di fornire pacchetti “all included”, per esempio 100 euro ed hai la prostituta a casa, preservativo ed assoluzione, tutto compreso! E su questa morale “ad cazzum” Salvini puo’ attrarre tutti quei cattolici nella forma ma non nei fatti, delusissimi da Francescone che pare costretto a combattere l’infinita nauseabonda e vomitevole ipocrisia che regna da quelle parti.

    • Ma se uno è favorevole all’accoglienza, per quale motivo fa rischiare la vita a queste persone con la
      traversata in mare? Se è favorevole all’accoglienza, e stà al governo (come era prima del 2018), il problema è risolto
      alla radice: basta comunicare all’ambasciata italiana in Niger che saranno concessi visti di ingresso a tutti, e
      ospitalità in albergo o altra struttura di accoglienza per un certo periodo tempo
      (nè più nè meno di prima, come era ai tempi del PD). Dopodichè, si prende un comodo aereo, che costa 200 dollari regolari (anzichè spenderne
      3000 per darli alla mafia) e si arriva in Italia in un paio d’ore, anzichè in tre mesi ammesso che si sopravviva alla traversata nel
      deserto, ai lager libici, e alla traversata del mediterraneo. Domanda: perchè il PD, e i sostenitori della politica
      dell’accoglienza, hanno costretto centinaia di migliaia di persone alla traversata nel deserto, a subire le torture in Libia e a
      morire o rischiare di morire annegati nel mediterraneo?

      Se vuole rispondere la prego di farlo SOLO a questa domanda, altrimenti diventa davvero difficile capirsi.

    • Ha centrato il punto cruciale che, a sua volta, è un sottosieme di uno più generale. Ci preoccupiamo di chi annega e trascuriamo i milioni di persone che muoiono di fame. Questo fa parte del problema di fondo: il Mondo è ingiusto e dovremmo cambiarlo. Di fatto, se vediamo vicino a noi una persona annegare credo che nessuno se ne starebbe con le mani in mano. Quindi, l’intervenire sui barconi in difficoltà è senz’altro connesso con la loro vicinanza all’Italia. Ritengo comunque cinico giustificare l’inerzia nei confronti delle disgrazie a noi vicine con il fatto che quelle lontane vengano sostanzialmente ignorate.

    • X Marco 2013: con tutto il rispetto non credo che lei abbia colto il senso della mia domanda (tantomeno risposto). Lei si mette a parlare delle disgrazie del Mondo, cosa a cui io non ho minimamente accennato, e della necessità di soccorrere una persona che ‘vediamo’ vicino a noi sul punto di annegare, e non parlavo nemmeno di questo. Ora, a parte il fatto che il ‘vedere’ e l’essere ‘vicino’ ha, da dopo l’invenzione della televisione, un significato piuttosto diverso da quello che aveva nel Vangelo quando si parla di ‘aiutare il prossimo’ (soprattutto: la CASUALITA’ del ‘vedere’ è tutta un’altra cosa.. noi ‘vediamo’ ciò che un direttore di TG decide di farci vedere), ebbene io nemmeno di questo parlavo. Parlavo di una cosa molto più semplice, che provo a ripetere, l’opzione di ‘salvare’ qualcuno dai flutti del mare, NEL CASO DI CUI STIAMO PARLANDO, non si pone nemmeno SE il ‘salvatore’ ha già deciso in anticipo di accoglierlo: quel ‘naufrago’ non si trova li per ‘caso’, è una persona che si trova li per un unico motivo, sta cercando di entrare in Italia senza avere un visto, ERGO, egli e tutte le migliaia o milioni (il numero è indefinito) di persone come lui sono automaticamente ‘salvabili’ concedendogli un visto. Sottolineo che non è nemmeno in discussione la razionalità di un provvedimento che concede un visto d’ingresso per un numero indefinito di persone, giacchè questo problema è già stato superato nel momento in cui la politica praticata è quella dell”accoglienza”. Se vuole rispondere, lei potrebbe provare a spiegare la razionalità della politica di accoglienza così come praticata dal PD per molti anni (e ancora ambiguamente proclamata, malgrado Minniti).

  4. C’è una cosa che non mi quadra nel grafico dell’ISPI, cerco di spiegarmi così: supponiamo che la linea interpolante non fosse praticamente orizzontale cosi com’è, ma con una pendenza decisa verso l’alto (e a sinistra). Allora questo che significherebbe? Che l’azione delle ONG è più efficace rispetto a quelle di altre imbarcazioni (cioè è alta la percentuale di migranti imbarcati da loro rispetto a quelli imbarcati da altre autorità: guardia costiera libica, tunisina, italiana, maltese e in generale altre navi NON-ONG)
    in corrispondenza ad un numero maggiore di partenze. Ma non riesco a capire per quale motivo dovrebbe essere così (infatti non è così..). E’ ragionevole presumere che la maggiore efficacia delle ONG rispetto alle guardie costiere sia del tutto casuale. Infatti mi sembra che il grafico confermi questa casualità, se l’ho interpretato bene.
    Alla domanda: le ONG incentivano le partenze? QUESTO grafico non risponde (nè si nè no). Bisognerebbe farne un’altro, più chiaramente interpretabile, per esempio 1) calcolare il rapporto, R, fra i salvataggi fatti dalla guardia costiera libica (che riporta i migranti indietro) e quelli fatti dalle ONG, fuori dalle acque territoriali italiane, ma che si concludono con un trasferimento dei ‘salvati’ in Italia, 2) far vedere che, al crescere nel tempo del rapporto R (ammesso che si disponga di questo dato) il numero di partenze rimane costante. La logica però dice che se R cresce nel tempo il numero di partenze deve diminuire.. E’ una logica troppo forte per essere negata, sarebbe come dire: tutti i migranti che partono dalla Libia vengono ripescati e riportati indietro, e ciononostante continuano a partire dalla LIbia.. In effetti a me risulta che le partenze si siano concentrate in Spagna.

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