Riceviamo e volentieri pubblichiamo.

Le acque universitarie sono di nuovo in subbuglio, anche se il fermento ancora non arriva all’attenzione dei media. Il Movimento per la Dignità della Docenza Universitaria (MDDU) fondato dal professor Carlo Ferraro, infatti, si sta organizzando per replicare lo sciopero degli esami collaudato durante le sessioni dello scorso settembre. Le maggiori organizzazioni studentesche, anche questa volta, insorgono, lamentando sui social network il fatto che i disagi dello sciopero si ripercuoteranno solamente sugli studenti: c’è chi rischia di perdere la borsa di studio o di dover rimandare la laurea, dicono. In effetti, nessuno nega che lo sciopero comporti qualche disagio per il corpo studentesco, ma forse bisognerebbe ridimensionare i toni apocalittici usati dai rappresentanti degli studenti: lo sciopero prevede che ci si astenga da uno solo degli appelli previsti durante la sessione di giugno-luglio, e laddove ci sia un solo appello, questo sarà semplicemente rimandato di due settimane; inoltre, è previsto un «appello straordinario “ad hoc”» per laureandi, studenti Erasmus, studentesse in attesa di un bambino e studenti con problemi di salute documentati; infine, i docenti chiedono ai Rettori di destinare la trattenuta stipendiale, prevista per legge ai danni degli scioperanti, ai fondi per l’erogazione di borse di studio per i meno fortunati. Insomma, non si può certo dire che i docenti agiscano scriteriatamente con l’obiettivo di danneggiare il più possibile gli studenti. D’altronde a settembre, dopo lo sciopero, non è arrivato all’attenzione pubblica alcun caso eclatante di carriera ostacolata dalla forma di protesta scelta dai docenti, una protesta per la tutela dei loro diritti ma anche di quelli degli studenti, e che è stata autorizzata dalla Commissione di Garanzia. Dando per scontato (forse a torto?) che, in presenza di forti disagi, i rappresentanti degli studenti non avrebbero esitato a rendere pubblici sui media gli “effetti devastanti” dello sciopero dei nostri professori, ne deduco che tali effetti non si siano manifestati, se non in misura talmente irrisoria da non poter essere nemmeno mediatizzati.

D’altro canto, a ben guardare, ai docenti non dovrebbero neanche dispiacere tutte queste lamentele dei loro “discepoli”: l’indignazione degli studenti non fa altro che dare eco allo sciopero, aumentando le possibilità di raggiungere i suoi diversi obiettivi (primo fra tutti lo sblocco degli scatti stipendiali, fermi dal 2011; ma anche l’aumento dei fondi destinati, per un verso, alle borse di studio per gli studenti, e, per l’altro verso, al reclutamento e alle progressioni di carriera di ricercatori e professori). E in effetti i docenti sembrano esserne consapevoli e sfruttano ad arte le opportunità mediatiche offerte involontariamente (credo) dagli studenti. E le organizzazioni studentesche, in tutto questo? Non sembrano avere una strategia: a meno di colpi di scena che modifichino il loro atteggiamento dell’anno scorso e di oggi, si limiteranno a contestare la legittimità (che, sottolineo, non è sinonimo di legalità) del tipo di sciopero in questione, a chiedere che esso venga trasformato in uno sciopero della didattica, a mettere piccole pezze per cercare di azzerare anche il minimo disagio per i loro compagni.

I rappresentanti degli studenti, in particolare, accusano il professor Ferraro di non averli coinvolti nella scelta delle rivendicazioni da portare avanti e del modo con cui portarle avanti. Da quanto emerge dalle loro parole, le richieste del MDDU sono ritenute almeno in parte condivisibili, ma la forma di sciopero ideata sarebbe intollerabile perché, anziché danneggiare il “datore di lavoro” (il Governo, in questo caso), danneggerebbe solamente gli studenti. Eppure i rappresentanti stessi non sono in grado di proporre una forma di sciopero che, anziché danneggiare gli studenti, danneggi il Governo: l’alternativa proposta da alcuni di loro, infatti, è lo sciopero della didattica, che però non si capisce in che modo danneggerebbe il Governo e perché non danneggerebbe gli studenti (o perché li danneggerebbe meno della soppressione di uno degli appelli o di un suo slittamento). Le organizzazioni studentesche in questione, di fatto, accusano i docenti favorevoli allo sciopero di avere una visione aziendalista dell’Università (sebbene la parola “aziendalista” non sia effettivamente usata), in cui gli studenti sarebbero, anziché parte integrante del sistema, semplici “utenti” o fruitori di un servizio, e destinati a subire, senza possibilità d’appello, i danni collaterali di uno sciopero, così come accade ai pendolari nel caso di sciopero dei trasporti. Eppure sono i rappresentanti per primi a promuovere una visione aziendalista dell’Università, nel momento in cui chiedono che lo sciopero riguardi la didattica piuttosto che la sessione d’esami: secondo loro, lo studente ha il diritto di usufruire del “servizio erogato” (gli appelli), mentre le lezioni (che invero rappresentano la parte meno aziendalista dell’Università) possono tranquillamente essere soppresse senza recare troppi danni agli studenti. Assumendo questa posizione “produttivista”, essi dimenticano o non pensano che le lezioni sono il cuore dell’istruzione, della cultura universitaria, della scienza, del confronto e dell’interesse intellettuali. Dove sarebbe la visione dell’Università come comunità “di cultura” e partecipata (cui tali rappresentanti sembrano richiamarsi), in una proposta che vorrebbe che lo sciopero colpisse il principale momento (le lezioni) in cui docenti e studenti si possono confrontare liberamente non solo su argomenti scientifici, ma in generale sulle questioni universitarie? Rimane un mistero.

Insomma, l’atteggiamento delle organizzazioni studentesche nei confronti di questo sciopero lascia molte perplessità. Tuttavia, voglio provare a prendere sul serio la loro posizione. E vorrei spronarli a combattere realmente per quello in cui credono. Se veramente i rappresentanti ritengono che l’azione promossa dai docenti sia «un sopruso» (come alcuni di loro la definiscono sulla rete), avrebbero altri modi più efficaci, oltre alla protesta verbale al riparo dei social, per far valere le loro ragioni: qualcosa che somigli a una contro-manifestazione ai danni dei loro docenti e che coinvolga l’intera comunità studentesca, attualmente poco rappresentata dalle liste studentesche (le elezioni, ricordiamolo, sono assai poco partecipate). Si potrebbe, ad esempio, indurre tutti gli studenti a iscriversi e presentarsi sempre a tutti gli appelli, anche quando non hanno in programma di dare l’esame, intasando così le giornate dei professori; o convincerli a “tartassare” i docenti, in merito allo sciopero, durante le lezioni, cosa che quantomeno stimolerebbe il senso critico degli studenti; oppure, ancora, ad affollare gli uffici dei docenti durante gli orari di ricevimento, “costringendoli” a dare conto delle ragioni dello sciopero e ad ascoltare le loro voci. Sarebbe un modo (seppure un po’ brusco) di dialogare con i docenti, un’occasione per mettere sul tavolo tutti quei problemi che si ritiene siano sottovalutati dalla componente docente. Insomma, sarebbe un buon esempio di lotta.

Ma la componente studentesca è capace di simili battaglie? In questi miei anni di Università, non ho visto alcuna battaglia nazionale di questo tipo. Anzi: non ricordo alcuna battaglia. Ricordo solo comunicati, proclamazioni, richieste beneducate, tavoli di lavoro, qualche ricorso a strumenti giuridici, sparute manifestazioni puramente espressive e non portate avanti con determinazione fino al raggiungimento dell’obiettivo. Quanto questa mancanza di combattività sia responsabilità dei rappresentanti o degli studenti in generale (o finanche della società e dei docenti che li fanno crescere) è difficile dirlo e ciascuno può trarre le proprie conclusioni. Resta il fatto che questa mancanza c’è, ed emerge chiaramente anche nella dinamica studenti-professori che si è instaurata a proposito dello sciopero degli esami: i rappresentanti degli studenti, piuttosto che sostenere lo sciopero dei docenti in cambio del loro sostegno a un’agenda di rivendicazioni e manifestazioni studentesche, preferiscono tentare di mettere i bastoni tra le ruote ai professori nella (vana) speranza che questi si pieghino a forme di sciopero “a disagio zero” per gli studenti e, per ciò stesso, nel silenzio generale. In questi giorni le rappresentanze studentesche denunciano come unilaterale l’azione dei docenti e chiedono loro battaglie condivise. Quest’ultimo, di per sé, è un proposito assennato. Ma vista l’assenza, in questi anni, di azioni collettive da parte degli studenti, quest’appello alla condivisione delle battaglie corre il rischio di diventare un alibi dietro il quale nascondere l’incapacità degli studenti di definire e intraprendere, da soli, forme di protesta efficaci.

Non che i docenti, a dire il vero, siano poi questi grandi eroi o dei barricaderi che non si piegano di fronte a niente e nessuno: tutto sommato saltare/rimandare un appello d’esame è davvero poco oneroso a confronto con l’attenzione mediatica che si riceve (e quindi, tanto di cappello per l’efficienza della strategia). E alcuni docenti, difatti, ritengono che sarebbe più serio uno sciopero prolungato della didattica, che blocchi tutto il sistema universitario finché non si ottiene quanto richiesto, più o meno come sta accadendo nel Regno Unito con il sostegno degli studenti. Ma così i docenti, ribattono altri tra loro, incorrerebbero in pesanti decurtazioni degli stipendi, senza contare che uno sciopero di questo tipo in Italia non sarebbe approvato dalla Commissione di Garanzia, e quindi dovrebbe essere intrapreso in forma illegale. Niente di impossibile, come insegnano gli scioperi di una volta. Ma non è più tempo per battaglie serie, come insegnano gli scioperi di oggi.

Lo sciopero dei docenti, comunque, non è ancora stato indetto ufficialmente [è dell’altro ieri la notizia che la Commissione di Garanzia dell’esercizio del diritto di sciopero ha dichiarato legittimo lo sciopero, NdR], e fino a giugno c’è tempo a sufficienza per meditare e organizzarsi. A mio parere, i rappresentanti degli studenti si trovano di fronte a un bivio. Se il sistema universitario, tutto sommato, gli sta bene così, possono benissimo replicare le performance dell’anno scorso e puntare il dito contro il «sopruso» dei docenti. Se invece vorrebbero dei cambiamenti più radicali all’interno dell’Università, le strade sono altre.

Ci sono tante cose che non vanno in Università. Il Consiglio Nazionale degli Studenti Universitari, nella lettera inviata al MIUR qualche giorno fa per chiedere un incontro con i docenti al fine di rivedere le modalità di sciopero, ne ha individuate alcune: insufficienza dei fondi per il diritto allo studio; precarizzazione del personale; meccanismi di distribuzione delle risorse che acuiscono le disparità territoriali tra gli Atenei. Se ne potrebbero aggiungere altre: assenza di una normativa che consenta agli studenti di costruirsi un piano di studio personalizzato; “burocratizzazione sfrenata” che impedisce agli studenti di vedersi riconosciuti gli esami svolti in un’altra sede universitaria, anche quando si trasferiscano all’interno di una stessa classe di laurea; fallimento del 3+2, che ha ridotto le triennali a “mezze lauree” poco spendibili nel mercato del lavoro e povere di contenuti culturali di livello universitario.

Se i rappresentanti ritengono che il sistema universitario vada rivisto in profondità, è allora il momento buono (visto l’attivismo di una parte dei professori) per passare a battaglie che non siano più solo verbali, che si spostino da un “sindacalismo di piccolo cabotaggio” alle lotte di un “riformismo serio”; se necessario, anche creando disagi ai docenti: se i professori sono in buona fede, capiranno e apprezzeranno. In ogni caso, sarà una buona occasione per portare sul tavolo rivendicazioni studentesche di respiro, per smuovere le acque dell’indifferenza e dimostrare che è un’altra l’Università che si desidera, e che – diversamente dalle apparenze – c’è uno spirito vitale anche nei giovani di oggi, anche in Italia. Sempre che ci sia.

 

Gilda Fusco, studentessa, Università degli Studi di Trento.

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8 Commenti

  1. “Lo sciopero dei docenti, comunque, non è ancora stato indetto ufficialmente” — a me sembra di sì, c’è una lettera di proclamazione dello sciopero pubblicata online da Ferraro e firmata da qualche migliaio di docenti. A meno che non ci sia una qualche differenza burocratico-sindacalista che ignoro tra i verbi ‘indire’ e ‘proclamare’…

  2. Apprezzo molto la lettera. Purtroppo non sono in grado di essere in sintonia con il generale sentire studentesco, che in superficie per lo meno penso sia come il generale sentire dei docenti che si manifesta in: mugugnamenti nei corridoi, abbrutimento e stanchezza a causa della burocratizzazione digitalizzata supponente e sciocca anche nelle procedure più banali, sensazione di inutilità dei e nei consessi. Vorrei commentare alcuni passi:
    1. “[I rappresentanti degli studenti] chiedono che lo sciopero riguardi la didattica piuttosto che la sessione d’esami: secondo loro, lo studente ha il diritto di usufruire del “servizio erogato” (gli appelli), mentre le lezioni (che invero rappresentano la parte meno aziendalista dell’Università) possono tranquillamente essere soppresse senza recare troppi danni agli studenti.”
    E’ significativo questo modo di concepire oggi l’università. La didattica, anche laddove la frequenza sia obbligatoria, è finalizzata SOLO al superamento dell’esame. Siccome per forza di cose (carenza di docenti ecc.) si deve dare preferenza ai quiz, le risposte si possono imparare a casa, dai PowerP o dai manuali, per i quali vengono indicate le parti utili. Altroché peripatetismo, con soste sulle panchine (=banchi) per meglio e comodamente discutere. Tutto si deve consumare in fretta, roba possibilmente predigerita e per forza di cose nozionistica. Da questo è dipesa la folle concentrazione di corsi annuali in semestrali (o, meglio, in bimestrali, con quantità insostenibile di lezioni, sia per gli studenti che per i docenti, per non parlare dei tempi ridotti per la preparazione degli uni e degli altri), per permettere il raggiungimento della quota di crediti (e non della media dei voti) con il superamento dell’esame, quale che sia il voto. Donde l’importanza degli esami e non delle lezioni.
    2. “assenza di una normativa che consenta agli studenti di costruirsi un piano di studio personalizzato”.
    Credo sia ancora in vigore un articolo di decreto o comunque una raccomandazione di un ministro (F.Mussi, mi pare) per permettere ed agevolare i percorsi individuali, personalizzati (di fatto e da tempo vietati dai cosiddetti piani di studio preordinati ed obbligatori, divieto che mi chiedo che valore legale possa avere).
    3.” “burocratizzazione sfrenata” che impedisce agli studenti di vedersi riconosciuti gli esami svolti in un’altra sede universitaria, anche quando si trasferiscano all’interno di una stessa classe di laurea” ”
    Agli inizi dell’Erasmus, quando gli studenti hanno incominciato a viaggiare, certi miei colleghi (non dico la disciplina, comunque ‘umanitaria’) non riconoscevano analoghi corsi seguiti in Spagna, perché i programmi erano differenti dai loro, come impostazione e bibliografia. Tornati in Italia, gli studenti dovevano ‘integrare’. La cosa più folle era quando, per fare un esempio quasi inventato, un corso di lingua inglese seguito in Germania non era pienamente convalidato, per le ragioni di cui sopra. Non è burocratizzazione, è supponenza (noi siamo diversi e migliori; è a questo tipo di casi borderline che applico il mio concetto di “razzismo strisciante, vermiforme, subcutaneo”).

    • Gentile Marinella Lorinczi,

      mi fa piacere che abbia apprezzato la mia lettera. Purtroppo quando dice che la didattica è (spesso, aggiungo io) finalizzata solo al superamento dell’esame ha ragione, ma gli studenti dovrebbero scegliere la loro linea e smetterla di ondivagare a seconda della convenienza: o ritengono che sia un tipo di didattica soddisfacente (e quindi non si offendano se i docenti li trattano alla stregua di consumatori) oppure ne vorrebbero una diversa (e quindi non chiedano che sia sospesa, ma piuttosto che sia cambiata).

      Quanto alla normativa sui piani di studio personalizzati, mi piacerebbe sapere quale sia e cosa dica: a me è stato detto, dall’Università, che la normativa nazionale li vieta. Ma devo dire, avendo avuto a che fare personalmente con l’argomento, che c’è in realtà molta confusione in giro, molta rigidità (burocratica e non) e poca conoscenza delle regole e dei meccanismi degli ordinamenti ministeriali e dei corsi di laurea. E nessuno o quasi (né tra i docenti né tra gli studenti) si pone la questione di cosa possa significare per lo studente, in termini di crescita e maturazione, la possibilità di personalizzare il proprio percorso formativo.

    • Secondo me Marinella ha ragione a indicare la supponenza tra le cause; la burocratizzazione e’ spesso una comoda scusa per dire non lo voglio fare o peggio. “Roars” significherebbe return on academic research: ecco, come dire, sarebbe ora di farlo, invece di trincerarsi dietro a inutili complicazioni amministrative; bisognerebbe tornare a parlare di principi, invece che sempre e solo di normative. E gia’ che ci siamo, posso dire che non si deve dare rispetto solo agli accademici, ma anche a chi fa ricerca e accademico non e’, e anche e soprattutto (siccome parliamo di scuola e universita’) proprio agli studenti? Parlare onestamente confrontarsi cercare nuove strade — proprio come mi sembra stia accadendo nella conversazione qua sopra? Grazie e un caro saluto.

  3. Gentile Gilda Fusco, le invio questo.
    Il primo documento risale a quando il ministro MIUR era Fabio Mussi (2006-2008). Non so in che rapporto sia con il secondo.

    1. LINEE GUIDA PER LA DEFINIZIONE DEI NUOVI ORDINAMENTI DIDATTICI PER LA PROGETTAZIONE DEI PERCORSI FORMATIVI DI PRIMO E DI SECONDO LIVELLO http://attiministeriali.miur.it/UserFiles/2599.pdf .
    http://www.dif.unige.it/risorse/MIUR/Lineeguida.pdf (guida ridotta). Cercare con ‘flessibilità’:

    3.2 Obiettivi generali per gli Atenei sul piano della correzione e del ribaltamento delle attuali tendenze negative sono:
a) la riduzione del numero dei corsi di studio, per assicurare il contributo di un numero maggiore di docenti, una migliore qualità in generale e una effettiva stabilità nel tempo dei percorsi. Una maggiore flessibilità dei curricoli, che possono sviluppare diversamente alcune componenti di ogni percorso formativo, è strumento utile a garantire che l’offerta formativa rimanga ampia e variata.
    ————————————
    (penultima pagina) In questo senso non deve essere ostacolata la flessibilità dei percorsi formativi, con riferimento non solo al diritto degli studenti a scelte autonome per la parte loro riservata, ma anche alla possibilità che le Università costruiscano Ordinamenti con pluralità di opzioni.
    ————————————
    2. CUN, dic. 2016, Guida alla scrittura degli ordinamenti didattici (A.A. 17/18) https://www.cun.it/uploads/4088/Guida_2017_2018.pdf?v=
    Anche qui ‘flessibilità’ ricorre due volte, a p. 21 (Per permettere una giusta flessibilità nella costruzione di curricula all’interno di un corso di studio….) e alle pp. 27-8 (Il complesso delle disposizioni normative in merito alle delle attività a scelta dello studente è inteso a favorire la flessibilità dei percorsi formativi, anche per facilitare la mobilità e l’internazionalizzazione ..)

    • Per consolarla. Non è caduto nell’assoluta indifferenza, ma ha fatto bene a segnalare. E’ che siamo sovrainformati, oramai strutturalmente sovrainformati, per cui non si può leggere e sapere tutto, ma solo selettivamente. Siamo uomini (e donne, per carità) e non robot e computer. I quali ultimi anche quelli collassano ad un certo punto.

    • Gentile Tedesco,

      sono tante le idee che cadono nell’assoluta indifferenza. Sinceramente trovo che la sua idea di svolgere un semestre di lezioni notturne come forma di protesta presenti non poche problematiche, e conoscendo i miei colleghi credo che si trascinerebbe dietro forse ancor più critiche rispetto allo sciopero degli appelli così come è stato disegnato finora (piuttosto edulcorato). In ogni modo, io non faccio parte del corpo docente e per questo non entro nel merito di quale sia la forma di protesta più utile alla causa, e credo di essere stata chiara sulla dose di combattività dimostrata dai docenti. Se i docenti intraprendessero una battaglia di questo tipo, da me riceverebbero lo stesso sostegno che ricevono adesso; mi piacerebbe che un’iniziativa di questo tipo venga intrapresa anche solo per osservare le reazioni dei miei colleghi.

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