Cervello emigraOgni tanto arriva qualche buona notizia dall’università, in direzione della internazionalizzazione, vista come la nuova frontiera dell’accademia e della ricerca, al punto da costituire titolo di merito ed uno dei parametri per attribuire le quote premiali alle università. Internazionalizzazione significa interscambio di ricercatori e studenti, non solo nell’unica direzione che porta all’emigrazione dall’Italia verso gli altri paesi del mondo – come è ormai triste realtà – ma anche nel senso di immigrazione da parte di studiosi e studenti stranieri verso le università italiane, che è notoriamente assai scarsa. Ma quest’ultimo tipo di internazionalizzazione è assai difficile da affrontare: occorrerebbero investimenti  in strutture e facilities per gli studiosi stranieri (per non parlare delle retribuzioni non attraenti e del groviglio burocratico tipicamente italiano), in modo da rendere attrattivo il soggiorno in Italia per studiare, oltre che per mangiare la pizza e visitare il Bel Paese. C’è tuttavia un altro aspetto della internazionalizzazione da non trascurare: quello assicurato dalla presenza della produzione scientifica italiana nel “mercato delle idee” internazionale; e ciò concerne specialmente le discipline umanistiche le quali, a differenza di quelle scientifiche, risentono di un maggior attaccamento all’idioma natio e quindi sono restie a pubblicare articoli e riviste in lingua straniera, principalmente in inglese, la nuova lingua franca internazionale. A dire il vero in questa “renitenza” v’è anche la scarsa dimestichezza degli studiosi italiani con l’inglese, spesse volte ottimamente conosciuto in modo passivo (per la lettura e la comprensione dei testi) ma assai meno in modo attivo (per il parlato e la scrittura).

Questo tipo di internazionalizzazione è stato ed è per lo più inteso come una sorta di avallo scientifico attribuito all’opera già pubblicata, una specie di certificato di garanzia per la qualità, un marchio ISO. Dovrebbe invece capovolgersi l’ottica e dovrebbe essere intesa non come una presa d’atto di ciò che è stato, ma un incoraggiamento a pubblicare in lingua straniera, con una politica ad hoc predisposta, fatta di incentivi e di indispensabili servizi a ciò mirati (come quello di traduzione e/o di controllo della sua qualità, di commercializzazione, di finanziamento e incoraggiamento per la pubblicazione di riviste in lingua straniera, ecc.) in modo da permettere alla produzione scientifica italiana in campo umanistico – ovviamente quella di interesse generale e non meramente localistica, dove è l’italiano ad essere la lingua franca – di essere presente nel dibattito internazionale il quale, piaccia o meno, è per lo più in lingua inglese. È proprio questa assenza – dovuta al provincialismo linguistico, che non si supera facendo corsi di studio in un inglese raffazzonato – a penalizzare la cultura umanistica italiana, nonostante i suoi prodotti non abbiano assai spesso nulla da invidiare rispetto a quelli di prestigiosi dipartimenti anglo-americani. Una internazionalizzazione così concepita potrebbe avere anche il vantaggio di indurre un innalzamento della qualità intrinseca dei “prodotti scientifici”: costretti a confrontarsi con una platea di studiosi di ogni paese e con la possibilità di essere stroncati da una rivista australiana dove non ci sono “amici” da contattare preventivamente, ciascuno sarebbe più cauto nel pubblicare e preferirebbe la qualità alla quantità (se a quest’ultima non fosse costretto da mediane mal concepite).

translateEd ecco la buona notizia: va nella direzione giusta la decisione di una grande università (ma sicuramente ve ne sono altre che hanno provveduto in tale senso) di predisporre un servizio di traduzione e revisione dei testi curato dal centro linguistico d’ateneo. Ma come accade sempre le buon notizie sono sempre a metà, cioè sino a quando non si arriva alle tariffe proposte: 30 euro a cartella per la traduzione e 18 euro per la revisione. Qualche dubbio sorge a questo punto: ma non sono questi dei normali prezzi di mercato? A che pro allora rivolgersi al servizio d’ateneo se si deve pagare tanto quanto si pagherebbe rivolgendosi al proprio traduttore di fiducia, o anche di più?

E infatti basta una breve ricerca su internet per scoprire, consultando diversi siti di traduzione professionale, che i prezzi sono (per cartella standard di 1500 battute) normalmente inferiori a 30 euro, considerando ovviamente le tariffe per traduzioni tecnico-specialistiche e non quelle generiche. E di sicuro, se ci si rivolge al privato, è possibile di questi tempi trovare anche prezzi più bassi, in quanto si eviterebbe tutta una serie di costi sostenute dalle agenzie professionali. Sarebbe interessante sapere allora in che cosa il servizio offerto dall’ateneo sia più vantaggioso rispetto a quello di un agenzia o di un privato madrelingua.

Ma una proposta verrebbe da fare ai rettori che volessero porsi questo problema. Dato che l’internazionalizzazione – e di conseguenza la traduzione – non è un affare privato del singolo docente, ma interesse generale dell’ateneo che così acquisisce meriti e può meglio concorrere per la quota premiale, non sarebbe un investimento oculato e intelligente incoraggiare l’internazionaliz­za­zione con un fondo ad hoc, finanziando anche riviste in lingua inglese, oltre che le traduzioni dei singoli docenti (specie di coloro che non hanno ricevuto finanziamenti per ricerca)? Magari tagliando sugli stipendi degli alti dirigenti, ad esempio sulla quota assegnata immancabilmente ogni anno per le cosiddette “retribuzioni di risultato” (ma quanto sono bravi questi dirigenti a raggiungere sempre al 100% il proprio risultato!). Tutto sommato, si tratterebbe di una partita di giro (interna all’ateneo) che permetterebbe ai centri linguistici di avere ulteriori fondi e con essi migliorare il loro servizio verso gli studenti; e – ciò non guasta – contribuirebbe a moralizzare un ambiente in cui ormai un alto funzionario prende anche tre volte di più dello stipendio di un ordinario.

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