Il giorno 7 novembre, a sorpresa, l’Anvur ha pubblicato, sul suo sito web, l’elenco delle riviste scientifiche incluse nella classe A per l’area 12 – Scienze giuridiche.

Si tratta di una sorpresa, perché l’apposito Gruppo di lavoro incaricato dalla stessa Anvur della redazione della lista delle riviste scientifiche nonché della lista di riviste scientifiche di classe A – e composto da giuristi dell’area 12 – aveva accertato (il 27 settembre 2012) l’impossibilità di giungere ad una redazione della lista delle riviste di eccellenza conforme ai parametri fissati nel regolamento ministeriale in materia (d.m. n. 76/2012).

In buona sostanza, il Gruppo di lavoro ha redatto una lista delle riviste in classe A, ma al tempo stesso, ne ha riconosciuto il carattere incerto e traballante sul piano strettamente normativo.

Infatti, nella relazione del citato Gruppo di lavoro, si afferma: “l’elenco delle riviste da collocare nella classe A non sia – invece – sufficientemente affidabile alla luce degli indicatori stabiliti dal regolamento ministeriali. Quegli indicatori fanno riferimento al rigore delle procedure di revisione, al giudizio della comunità scientifica e alla diffusione delle riviste. Poiché i due presupposti non si sono realizzati appieno e, per il terzo, l’istruttoria deve essere completata, l’elenco delle riviste da includere nella prima delle tre classi di merito costituisce tuttora un documento di lavoro, da completare. Esso non è idoneo, pertanto, a produrre gli effetti previsti dal regolamento”.  Sicché, “per questo motivo, come notato, è da ritenere che il Consiglio Direttivo (dell’Anvur) debba prendere in seria considerazione la possibilità di segnalare al MIUR la difficoltà di definire il terzo degli indicatori non bibliometrici, in sede di prima applicazione del regolamento”.

Lo stesso Gruppo di lavoro era pure consapevole che la decisione finale fosse di competenza dell’Anvur e di conseguenza affermava che “spetta al Consiglio Direttivo, altresì, valutare una diversa opzione, vale a dire se sia opportuno pervenire comunque alla definizione e alla pubblicazione dell’elenco delle riviste appartenenti alla classe A e alla indicazione della relativa mediana al solo e  limitato fine di fornire ulteriori (ma non vincolanti) elementi di giudizio alle commissioni cui spetta attribuire l’abilitazione scientifica”.  Come si vede, le parole del Gruppo di lavoro erano contrassegnate da un’estrema prudenza.

Così, l’Anvur ha scelto la strada di definire l’elenco delle riviste appartenenti alla classe A e quindi di porre in essere il primo passo per il calcolo della cosiddetta “terza mediana” ai fini dell’abilitazione scientifica nazionale.  Pare che questa scelta, a pochi giorni dalla scadenza della data di presentazione della domanda per i candidati all’abilitazione, sia dovuta al fatto che siano pendenti ricorsi da parte di candidati commissari esclusi dalla lista dei sorteggiabili. La candidatura di questi è stata valutata solo in relazione al superamento della “prima” o della “seconda” mediana, ma non in base alla “terza”, perché appunto mancante. Così, i candidati commissari esclusi lamentano che l’assenza della “terza” mediana li avrebbe danneggiati.

Tuttavia, l’apparizione della lista delle riviste di eccellenza e l’imminente (?) varo della “terza mediana” ripropone inalterati i forti argomenti contenuti nel ricorso, presentato dall’Associazione Italiana dei Costituzionalisti, avverso l’allegato B del d.m. 76/2012 che descrive gli “indicatori di attività scientifica non bibliometrici e settori concorsuali cui si applicano”.

Non è il caso di ripetere nel dettaglio le ragioni per cui la tecnica di costruzione della “terza mediana”, descritta nel d.m. 76/2012, produce, nell’area delle Scienze giuridiche, un “indicatore di attività scientifica” del tutto illegittimo, perché disancorato da dati oggettivi ed estrinseci e soprattutto in grado di avere un’improvvida efficacia retroattiva, tale da violare il principio del legittimo affidamento. A questo proposito basti richiamare le condivisibili osservazioni svolte dal prof. Valerio Onida, presidente dell’Associazione Italiana dei Costituzionalisti[1].

Non è nemmeno questo il luogo per rievocare la predominante letteratura nazionale ed internazionale che contesta l’affidabilità, e rimarca la pericolosità, dell’utilizzazione delle liste di riviste per la valutazione della ricerca individuale[2]. A questo proposito, va ricordato che, in Italia, s’è svolta un’esperienza di elaborazione di un rating delle riviste giuridiche nell’ambito della recente VQR 2004-2010, ma senza alcun effetto vincolante ai fini valutativi. E difatti, proprio per dipanare ogni dubbio, il Gruppo di Esperti della Valutazione (GEV) dell’area 12 (che coordina l’esercizio di valutazione), l’11 giugno 2012, ha diffuso un avviso secondo cui “ad esito della consultazione pubblica, condotta per verificare il lavoro fin qui svolto, alla luce delle osservazioni e delle proposte formulate dalla comunità scientifica, il Gruppo di Esperti della Valutazione per l’area giuridica ribadisce che la classificazione delle riviste finora condotta per la VQR 2004-2010, per la novità dello strumento e dei criteri e parametri utilizzati, ha valore esclusivamente indicativo, sperimentale e provvisorio. Pertanto, le indicazioni esternate nel documento di lavoro, del quale viene pubblicata una versione emendata da alcuni errori materiali, non hanno alcun effetto vincolante ai fini della valutazione dei singoli lavori scientifici: essa verterà, infatti, sul rispettivo merito qualitativo e verrà svolta con il metodo della peer review”.

Ciò che qui si vuole sottolineare è l’assoluta nebulosità del percorso prescelto dall’Anvur per giungere alla pubblicazione delle liste delle riviste di eccellenza per l’area 12.

Il citato Gruppo di lavoro, nella parte iniziale della sua relazione, aveva, diplomaticamente, osservato che “non vi sono ragioni per escludere che gli indicatori stabiliti nel regolamento ministeriale, incluso quello che fa riferimento alle sole riviste classificate nella prima delle tre classi di merito, possano essere utilizzati anche nell’area giuridica”. Ma subito dopo precisava che “tuttavia, non solo è difficile che l’accurata istruttoria che quegli indicatori richiedono possa essere completata nei ristretti termini previsti dai decreti con i quali sono state avviate le procedure per l’abilitazione scientifica, ma, se anche quel  presupposto o si realizzasse, resterebbero invariati altri due elementi di tipo ostativo, ossia la circostanza che pochissime riviste giuridiche italiane, nel periodo considerato, si sono avvalse in modo sistematico di procedure di revisione dei contributi riconducibili al modello della peer review e – almeno nel breve periodo – il dissenso manifestato dalla maggior parte delle società scientifiche nei confronti di forme di rating delle riviste alle quali siano riconnessi effetti di tipo vincolante”.

Sono questi  i motivi che hanno indotto il Gruppo di lavoro a ritenere inaffidabile, come s’è già accennato, la lista delle riviste in classe A pur da esso predisposta, e ciò spiega, probabilmente, la mancata divulgazione della stessa lista.

Ciononostante, come s’è detto, l’Anvur ha reso pubblico, qualche giorno fa, l’elenco delle riviste scientifiche incluse nella classe A per l’area 12.  Ci si potrebbe chiedere come sia stato possibile completare in così breve tempo l’istruttoria ritenuta necessaria dal Gruppo di lavoro nella sua relazione del 27 settembre 2012. E ci si potrebbe chiedere chi materialmente abbia redatto il suddetto elenco e con quali criteri.

In effetti, nel documento di accompagnamento delle mediane dei settori non bibliometrici, pubblicato dall’Anvur (il 27 agosto 2012), si legge che l’assenza della “terza” mediata è dovuta “alla mancata formulazione di una proposta di classificazione da parte dei componenti dell’area 12 del Gruppo di lavoro Libri e riviste scientifiche, che fosse condivisa dagli esperti della valutazione della ricerca (GEV), dalle società scientifiche del settore e dal Gruppo stesso”. E si aggiunge che “l’Anvur sta ancora lavorando alla classificazione utilizzando altre fonti di informazioni previste dal RM” (e cioè il d.m. n. 76/2012) “nella prospettiva che le commissioni di concorso dell’area 12 possano farne uso”. Il punto alquanto discutibile di quest’ultima affermazione è che non sembra che il d.m. n. 76/2012 consenta l’uso di “altre fonti di informazione” diverse da quelle già ritenute non del tutto applicabili dal Gruppo di lavoro.

Beninteso, nell’elenco in esame, per quanto concerne il settore IUS/07 (Diritto del lavoro), sono presenti solo nove riviste rispetto alle tredici ufficialmente segnalate dal Consiglio Direttivo della società scientifica dei giuslavoristi (AIDLASS) all’Anvur.  E, in particolare, le nove riviste in classe A sono le stesse già nella fascia A del rating  delle riviste giuridiche elaborato nell’ambito della VQR. E ciò nonostante la stessa società scientifica dei giuslavoristi avesse dato indicazioni di segno diverso.

E’ noto che la classificazione delle riviste giuridiche in fasce di merito, nel contesto della VQR, ha sollevato accese discussioni, anche con risvolti giudiziari, a causa del fatto che essa s’è basata soprattutto su criteri di tipo soggettivo e reputazionale e non su parametri oggettivi. Ma proprio per questo motivo s’è chiaramente precisato che essa non produce alcun effetto vincolante ai fini della valutazione dei prodotti presentati; e che quest’ultima sarà svolta con il solo metodo della peer review. Anche se va accennato che la medesima classificazione ha comunque prodotto qualche effetto distorsivo, perché ha sicuramente condizionato la scelta dei valutati tra i prodotti da inviare indipendentemente dalla loro effettiva qualità.

Invece, nel caso in esame, s’è in presenza di una classificazione delle riviste giuridiche che potrebbe produrre un effetto vincolante se si accogliesse la tesi secondo cui il superamento di almeno una delle tre mediane rappresenti una delle condizioni per ottenere l’abilitazione. Non è escluso che vi siano candidati, che non superano le prime due mediane, ma potenzialmente avvantaggiati dalla circostanza di avere qualche pubblicazione nelle riviste di classe A. Costoro godrebbero di un vantaggio preferenziale rispetto a chi si trovi al limite inferiore della prima o della seconda mediana, ma abbia meno articoli in riviste di classe A. Si ricordi che le prime due mediane hanno carattere quantitativo, ma la loro soglia è più elevata rispetto alla “terza” mediana (che è pure di natura quantitativa, ma) che è sicuramente più bassa. In effetti, la “prima” mediana è data dal numero dei libri: e la produzione di tale genere letterario richiede un notevole lasso di tempo. La “seconda” mediana è calcolata sul totale degli articoli in qualunque rivista scientifica e degli articoli nei libri giuridici. Mentre la “terza” ha una base di riferimento circoscritta ai soli articoli pubblicati nelle riviste di  classe A.

Ovviamente tale ragionamento si collega a quello più ampio che contesta in radice la scelta dell’Anvur di utilizzare il criterio della mediana come indicatore di attività scientifica; scelta che non trova precedenti nelle esperienze internazionali e che è stata in concreto attuata, com’è noto, con metodi e risultati paradossali e illogici[3].

Per stemperare tale problema, l’unica soluzione è quella suggerita da più parti – e rintracciabile nelle dichiarazioni dei componenti dell’Anvur, del Ministro e, da ultimo, dello stesso Gruppo di lavoro – di considerare il superamento di una delle tre mediane come un ulteriore, ma non vincolante, elemento di giudizio delle commissioni cui spetta di attribuire l’abilitazione scientifica.

Altro profilo che va qui sottolineato è che l’eventuale apparizione della “terza” mediana dovrebbe portare ad una totale riapertura dei termini per la presentazione della candidatura a commissario. Se ciò non accadesse, chi non ha presentato la domanda o l’ha ritirata, perché non superava una delle prime due mediane, avrebbe il legittimo interesse a presentare ricorso.

Su un piano più generale, è da censurare il comportamento dell’Anvur – che di fatto è un organo politico – che, nella redazione dell’elenco delle riviste di classe A, non ha recepito le indicazioni della società scientifica dei giuslavoristi. A lungo si potrebbe discutere sul ruolo delle comunità scientifiche e sull’esigenza di fissare criteri adeguati per la valutazione della ricerca scientifica.  A questo riguardo, le comunità dell’area 12 hanno avviato da tempo una riflessione comune che però stenta a trovare una pacata e leale interlocuzione presso la politica e la stessa Anvur. Ci sarà modo di ritornare, in termini più dettagliati, su tali questioni.

Ma, in conclusione, sia consentito ribadire il principio che solo la “Repubblica della scienza” e quindi la comunità scientifica, con tutte le loro inevitabili contraddizioni, sono in grado di riconoscere ciò che è scienza e scientifico. Se la politica, o chi per lei, pretende di svolgere questo ruolo, considerato il tempo presente, si potrebbe arrivare ad attivare il settore scientifico-disciplinare di materie come “Tecniche e modalità di partecipazione al Grande Fratello e all’Isola dei famosi” oppure “Come fare carriera politica con il proprio corpo” e così via all’infinito.

 

 

 

 

 

 



[1] Cfr. Onida, Abilitazioni, il giusto ricorso sul ranking scientifico, in Il Sole 24 Ore, 24 agosto 2012, n. 233, p. 14.

[2]  Cfr. Banfi, Aspetti critici dell’uso di rankings di riviste nelle scienze umane, in Roars, 24 febbraio 2012, e ivi ampia bibliografia

[3] Cfr. Banfi – De Nicolao, A che punto sono le abilitazioni nazionali?, in Roars, 31 ottobre 2012; e De Nicolao, Mediane truccate?, ivi, 3 settembre 2012.

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47 Commenti

  1. Alessandro Bellavista ci fornisce un quadro lucido e desolante di quanto avviene in area 12: un “modello” di ipocrisia, di tartuferia politica e accademica molto singolare. Anvur e Miur hanno fretta. Vedi documenti del 7.11 sulle riviste di fascia A dell’area 12 e del 12.11 sulle liste dei commissari Ocse sorteggiabili. Entrambi i documenti comunicano sconforto e scoraggiamento: all’eventuale riapertura della terza mediana in area giuridica (irregolare, illegale, senza la riapertura del bando per commissari) fa da pendant un elenco, di certo non entusiasmante, di studiosi stranieri, almeno per i ssd che conosco abbastanza. Per correttezza,interverrò solo nello specifico del mio settore, ma invito i candidati a controllare che i nomi proposti corrispondano alla figura del prof.ordinario italiano, come previsto dalla legge.

  2. Il problema e’ il solito. Una esterofilia di poco valore culturale accompagnata da una non conoscenza dei sistemi stranieri. Ad esempio: cosa vuol dire “di grado equivalente al professore ordinario ?”. Domando che non ammette risposta semplice. In Francia ci sono 4 livelli di professori (2 classe, 1 classe, classe eccezionale di secondo grado, classe eccezionale di primo grado). Negli stati uniti a perte lo stipendio ci sono professori con “tenute” e senza “tenure” ed ogni università a i suoi percorsi. In Germania altrettanti gradi. Ma il legislatore cosa fa … si inventa il concetto di posizione equivalente all’estero (cosa non esistente) e con questo si fanno le commissioni le chiamate dirette, i rientri di “cervelli” in cui entrano persone valide ed a volte semplici post-doc. Viva l’esterofilia !

  3. Un professore ordinario corrisponde a colei/colui che in Francia è “titulaire de chaire” (i gradi a cui accenni sono sostanzialmente “economici”). Nel mondo si identifica nel “full professor”. Esprimevo semplicemente il dubbio che alcuni nomi corrispondano ai nostri “associati”. E’ fuori legge, ma lo è ancora di più la mancanza di risonanza scientifica internazionale. Appunto, “esterofilia di poco valore culturale”. Spesso oriundi, ex cervelli in fuga, ex lettori di tedesco o di inglese in università italiane, comunque desiderosi di soggiorni pagati in Italia, amici di amici. Se fossi candidata all’abilitazione, controllerei

  4. Aggiungo che dovranno, in caso di pubblicazione della terza mediana, riaprire i termini anche per i candidati all’abilitazione. E’ ovvio infatti che chi non ha superato le altre mediane potrebbe rientrare grazie a questa.
    Se aggiungiamo che, negli altri settori bibliometrici,quando gli articoli richiesti nella seconda mediana sono meno di 11 (e talvolta anche quando sono più) il valore della terza mediana è 0 o 1 , è evidente che molti avranno interesse alla riapertura del termine.
    L’unico dubbio che avrei è su quanto tempo debbano dare per presentare le candidature: direi almeno un paio di mesi, visto che tanto tempo è passato dalla pubblicazione delle mediane degli altri settori disciplinari (non dimentichiamoci che negli elenchi delle riviste di classe a ci sono anche riviste online o di cadenza frequente, per cui, come negli altri settori disciplinari, il termine dovrebbe essere congruo anche eventualmente per correre a pubblicare articoli in riviste di classe a). triste, ma inevitabile, mi pare.

  5. Spero che il ricorso del Professor Onida non vengo accolto. Ecco le mie ragioni.
    Per diventare professori tutti hanno sempre saputo che bisognava pubblicare tanto e bene. Ma nessuno ha mai saputo cosa in concreto questo significasse fino a quest’anno. E certo non era chiaro in un regime di concorsi non trasparenti.
    Nella mancanza di criteri precisi, alcuni ricercatori hanno puntato sul pubblicare tanto, altri sul pubblicare bene, altri hanno cercato di fare entrambi. Secondo me tutti hanno diritto a essere visionati e giudicati da una commissione di professori qualificata e indipendente. Una volta che il legislatore ha scelto di non introdurre il numero chiuso, non e’ giusto che venga reintrodotto in modo surrettizio attraverso le mediane.

    A mio parere tutta il sitema mediana e’ discutibile dal punto di vista della retroattivita’. Ci hanno detto nel 2012 i criteri che dovevano ispirare il nostro lavoro nei dieci anni precedenti! Ma e’ fondamentale per dare una chanche a chi e’ bravo che la macchina concorsi si mette in moto. Il ricorso del professor Onida coglie un aspetto del problema, ma e’ troppo settoriale e quindi rischia di farci cadere dalla padella nella brace.
    Il ricorso motivato da una laudabile esigenza di fairness rischia di provacare palesi conseguenze di unfairness (summum ius summa iniuria). Se il ricorso non passa tutti i ricercatori avrebbero una chance:sia chi ha pubblicato tanto sia chi ha pubblicato poco ma in riviste importanti. Se il ricorso passa-cade la terza mediana- e favorisce chi ha pubblicato tanto, anche se non necessariamente bene. Cio’ finirebbe con il dannegiare tutti quei tanti e bravi ricercatori italiani (anche di giovane eta’) che hanno cercato di pubblicare su riviste prestigiose ritenendo che, come succede all’estero, certe riviste (e case editrici) facciano la differenza e contribuiscano a confermare a brillantezza del lavoro. E soprattutto che avendo gia’ da giovani l’abilita’ di pubblicare su riviste prestigiose (che richiedono tanto tempo anche per il processo di revisione al quale un pezzo viene sottoposto) sono quelli che hanno il potenziale di diventare davvero bravi. Sara’ poi la commissione a valutare se la produzione e’ quantitativamente e qualitativamente sufficiente, guardandone il contenuto. L’unfairness aumenta se si considera che molto difficilmente ci sara’ un bando ogni anno.
    Il fatto che, se passa il ricorso, alcuni giovani studiosi non avranno la possibilita’ di adire la commissione e’ l’equivalente a mio parere per un accusato di una violazione di habeas corpus.Sarebbe un peccato che con tutti gli sforzi di premiare il merito, una parte dei ricercatori venisse penalizzata in modo meccanico. Inoltre, fondamentali norme di uguaglianza richiedono che tutti i settori non bibliometrici siano valutati allo stesso modo. Perche’ gli storici o i filosofi devono essere valutati in modo diverso dai giuristi? Io del settore 12 ho diritto ad avere le stesse opportunita’ del settore 14 etc. Un sistema a macchie di leopardo a causa di un ricorso mina il principio di ugaglianza e di pari opportunita’.

    Grazie per l’attenzione, scusatemi per la lunghezza.

    • scusami la brutalità, ma quello che scrivi non è esatto.
      se passa il ricorso, e cade la terza mediana, non significa che si verrà abilitati sulla base della quantità degli articoli: significa che non si potrà non abilitare uno bravo solo perchè non ha scritto abbastanza su riviste di classe A.

    • Non c’entra con il ricorso Onida, ma in diversi settori (certamente nel mio 11/3) il contrasto tra l’eccellenza di riviste internazionali di prestigio, segnalate dalla classe A, e le riviste non internazionali e meno prestigiose è una totale chimera. La classificazione è talmente insensata che in un paio di casi che conosco autori hanno interrotto bruscamente la procedura di submission ad una rivista internazionale di arduo accesso (NON contemplata dall’elenco ANVUR) per tradurre in fretta e furia il testo in italiano e spedirlo a riviste nostrane dove il peer review non è proprio blind… (ma che sono rigorosamente classificate come di classe A).

  6. Forse e’ meglio chiarire un punto. L’interpretazione prevalente, che si sta consolidando, e’ quella secondo cui il superamento di una delle tre mediane, per i settori non bibliometrici, non rappresenta una condizione indispensabile per conseguire l’abilitazione. L’ha dichiarato il ministro e l’ha detto pure l’anvur. Il superamento di una delle tre mediane dovrebbe costituire un parametro di riferimento del giudizio della commissione. Certo, sarebbe opportuna una precisazione ministeriale. Ma giacciono in parlamento varie interrogazioni al riguardo. Semmai e’ da evitare un’illusione ottica. Con il gioco della normalizzazione, bastano pochi articoli per superare una delle mediane. Sicche’ vi sono molti convinti che basti questo per ottenere l’abilitazione. In realta’ la commissione deve valutare la produzione del candidato e bocciare chi si presenta con opere di scarsa qualita’ anche se ha superato mille mediane.

  7. Secondo quanto è stato detto alla riunione dell’ANVUR con l’Area 11 (e da altre fonti) il superamento di almeno 1 mediana, per i settori non bibliometrici, non è una condizione strettamente necessaria, ma solo un limite minimo orientativo, da cui la Commissione puo’ derogare, eccezionalmente, se fornisce una solida motivazione del perche’.
    Le norme (sempre almeno per i settori non bibliometrici) indicano chiaramente la necessità di un giudizio qualitativo (secondo criteri che sono in gran parte quelli che si usavano in precedenza) da parte della Commissione, e per questo motivo, insieme alla facilita’ con la quale si supera almeno 1 mediana, è abbastanza improbabile che il superare una mediana basti per essere abilitati. In molte aree, del resto, si sa benissimo che avere 40 saggi o articoli invece di 30, o viceversa, conta pochissimo, rispetto a cosa sono, che peso hanno e dove sono pubblicati. (Naturalmente se uno ne ha 5 invece di 30, 40 o 50 è diverso).
    La questione puo’ stare in modo diverso per i settori bibliometrici, dove gli indicatori hanno un po’ di relazione con la qualita’ e non solo con la quantita’. La mia impressione e’ che i commenti che circolano, sul fatto che le commissioni si baseranno sulle mediane, siano riferiti ai soli settori bibliometrici (di solito dimenticandosi degli altri, perche’ sempre meno tenuti in considerazione).
    Per i settori non bibliometrici, insomma, ho l’impressione che le mediane siano piu’ un tormento della vigilia che un fattore davvero determinante.

    • Caro Petrucciani,
      temo che sul punto ci sia molta confusione e poca attenzione ai dati di fatto.
      Cerco di riassumere:
      1. le mediane sono un criterio di primaria importanza, tanto che solo su questa base sono selezionati i commissari.
      2. le commissioni saranno pienamente operative dal 20 dicembre, quando scadranno i termini per le ricusazioni.
      3. le commissioni devono concludere i lavori entro il 28 febbraio, se non erro.
      4. qualsiasi respingimento, a maggior ragione di candidati che superano le mediane, è suscettibile di determinare ricorsi per difetto di istruttoria. Basta fare il conto sul numero delle pubblicazioni che le commissioni dovranno leggere e che NON leggeranno perchè è umanamente impossibile per comprendere quanto il rischio sia elevato.

      Questa è una buffonata bella e buona e se qualche settore commetterà l’errore di definire criteri troppo restrittivi si troverà impallinato dai ricorsi, con tutti gli altri a mangiare risorse (scarsissime) e quello indietro a far la fame. E’ un sistema perverso che sancisce la fine del reclutamento accademico, o meglio il ritorno a un sistema concorsuale locale di livello infinitamente peggiore del precedente.
      Non ho ad oggi il conto delle domande, ma se non erro ieri eravamo intorno a 46.000.

      Spero sia superfluo dirlo, ma trovo tutto ciò disgustoso.

      p.s. non è dimostrato da nessuna parte che gli indicatori bibliometrici significhino “qualità” a livello individuale e neanche “un po’” di qualità. Che la cosa faccia comodo per pratiche inveterate all’area biomedica è altro discorso, tuttavia qualità e scores bibliometrici non vanno necessariamente d’accordo , la letteratura scientometrica degli ultimi 30 anni ne fornisce ampia dimostrazione.

    • D’accordo con le osservazioni di Antonio Banfi, con una precisazione marginale: per quanto ne capisco (non sono un giurista) un ricorso per difetto di istruttoria sarebbe ammissibile solo laddove fosse possibile in linea di principio dimostrare che proprio le pubblicazioni del ricorrente non sono state adeguatamente esaminate; ma ciò è indimostrabile, e trattandosi di una valutazione personale, non comparativa, il fatto di poter dimostrare che le pubblicazioni nel loro insieme non potevano essere valutate non sostiene la tesi che lo specifico individuo X non ha avuto le proprie istanze adeguatamente considerate. Per queste ragioni credo che l’idea di poter ricorrere per difetto d’istruttoria sia implausibile.

  8. @antonio banfi. Sintesi da leggere e rileggere. Non basta prorogare i tempi di lavoro delle commissioni (anche se è necessario). Si deve fermare il treno e, dopo ciò che è accaduto nell’area 12, riaprire i termini per le domande dei candidati commissari. Ma non basta, tutta la questione dell’illegalità dei procedimenti va ripresa.

  9. Con questi numeri ci troveremo con più di 500 candidati per ogni settore. Nella maggior parte dei settori non bibliografici, ogni candidato sottoporrà alla valutazione mediamente 500-600 pagine (una o due monografie e una quindicina di articoli di 15-20 pagine). Il che produce delle dimensioni spaventose: le commissioni si troveranno di fronte a 250.000-300.000 pagine (e forse più), che, con la scadenza al 28 febbraio, fanno 4000-5000 pagine al giorno da leggere, meditare e valutare (analiticamente), tutti i dì senza pausa alcuna.
    Anche raddoppiando i tempi (portando la scadenza al 28 aprile) le proporzioni sarebbero ampiamente insostenibili: 300.000 pagine restano 300.000 pagine (‘spalmate’ su 120 giorni fanno 2000-2500 pagine al giorno…).

    (se verranno confermate queste dimensioni, spropositate al punto da essere inconcepibili, sarà come nella scenetta in cui, al Rischiatutto, Paolo Villaggio deve dire in 60 secondi i nomi di tutti gli spettatori della curva sud del Maracanà… sarà l’abilitazione d’u carcamagnu http://youtu.be/ivXxsoM5rUU )

  10. Perdonate la domanda ingenua, ma non mi sembra di aver trovato altrove una risposta: la partecipazione a questa tornata impedisce in qualche modo di prendere parte ad una delle successive (se mai ci saranno) in caso di respingimento della domanda (ad es. per il criterio delle mediane)?

    • La valutazione negativa comporta l’esclusione dalle successive abilitazioni per quel settore e per quel ruolo nei due anni successivi (2013 e 2014). E’ scritto nel DM 76. Uno fa in tempo a ritirarsi, e evitare questa esclusione, entro 15 giorni dalla pubblicazione dei criteri di valutazione decisi dalla commissione.

    • Grazie Thor. E questi criteri verranno divulgati con ampia visibilità che si sappia? In altre parole: in presenza di mediane sotto soglia (non di molto nel mio caso) conviene presentare la domanda, attendere i criteri “ufficiali” e nel caso ritirarla (sempre di poter accedere facilmente a tali criteri ed entro i tempi richiesti) o è solo inutile/controproducente?

    • L’ampia visibilità dovrebbe essere garantita dall’università sede della valutazione (si spera). Le commissioni “dovrebbero” recepire l’indicazione sulla indicatività delle mediane ma in che modo, tenendo conto del DM 76, è alquanto misterioso. Occhi ben aperti e nessuna distrazione.

    • Perdonate ancora, riguardo l’età accademica e i periodi di congedo. I contratti co.co.co. con l’università sono da considerarsi ai fini della propria carriera o sono assimilabili ai congedi? Mi risulterebbe difficile pensare che avendo lavorato per task tecnici, debba considerare quel periodo come utile ai fini della produzione scientifica in termini di articoli, visto che questo, e solo questo, verrà apparentemente usato come criterio di sbarramento.

    • Decreto Direttoriale n. 222 del 20 luglio 2012 articolo 2 comma 8.
      Se il co.co.co. ti è servito a pubblicare (assegno di ricerca mascherato) temo che conti nell’età accademica. Su queste cose non mi sbilancio.

  11. Concordo con mariella di maio. Dico solo che e’ impossibile valutare i candidati nei ristretti termini fissati per i lavori delle commissioni. In passato e’ capitato che gli esami per avvocato sono stati annullati, perche’ i ricorrenti hanno dimostrato che dai verbali risultava una lettura dei temi dei concorrenti in tempi da speedy gonzales e quindi improbabili. Un motivo simile di ricorso aleggia sull’abilitazione se comunque questa macchina folle continuera’ il suo cammino.

  12. Sappiamo tutti che puo’ succedere di tutto, pero’ sono molto scettico sul fatto che abbiano possibilita’ di successo i ricorsi basati:
    1) sul fatto che il candidato supera almeno una mediana,
    2) sul fatto che non c’e’ tempo per leggere le pubblicazioni presentate.
    Non so se vi e’ capitato di leggere le sentenze sui ricorsi per concorsi universitari: io non sono un esperto, non sono un giurista, me ne ho lette parecchie per mia curiosita’. Si perde anche con motivazioni molto piu’ solide di queste.
    Sul punto 1), la legge e’ chiarissima sul fatto che i criteri di valutazione sono parecchi e diversi, e che il superamento della regola delle mediane e’ solo uno degli elementi, con carattere di condizione minima (non sufficiente). Non ci vuole nulla, da parte della Commissione, a scrivere che il candidato ha, si’, 13 articoli (poniamo), ma ripetitivi tra loro, di limitata originalita’ scientifica, ecc., e nessun giudice TAR entra in giudizi di questo tipo (a meno, forse, che il candidato non abbia vinto il Premio Nobel).
    Sul punto 2), i commissari sono professori del settore e quindi e’ non solo verosimile, ma anche doveroso, che conoscano gia’ almeno una buona parte delle pubblicazioni presentate (cosa che NON vale, ovviamente, per i temi di un concorso pubblico: quelli non e’ possibile averli letti prima). Con gli accorpamenti di piu’ SSD in uno stesso settore concorsuale si puo’ ritenere che le pubblicazioni non gia’ note ai commissari siano diventate piu’ numerose, pero’ e’ stato fissato un numero massimo. Sicuramente le Commissioni dovranno lavorare in fretta, e’ molto probabile che lavorino in modo approssimativo, e che facciano anche degli errori: molti ricorsi passati si sono basati sulla segnalazione di errori nei giudizi, ma quelli che conosco non sono stati accolti (non sono molti, e se qualcuno conosce esempi in contrario, ben vengano). I TAR sostengono sempre (nei casi che conosco) che il giudizio e’ di merito e complessivo, e che quindi errori di fatto riguardo a questa o quella pubblicazione non sono sufficienti ad annullare il giudizio.
    In qualche caso le Commissioni hanno dovuto riconvocarsi, ma per sistemare le carte piu’ che per cambiare giudizio.
    Naturalmente se qualcuno ha altri elementi (o elementi in contrasto), mi fa piacere conoscerli.

    • Tenga presente però che questa volta non si tratta di una valutazione comparativa. Non se la può cavare dicendo “il candidato è bravo ma c’è un altro più bravo di lui”.

  13. In mezzo ad ogni genere di riserve e inascoltate preoccupazioni, si è messa in moto, e non si è fermata, una macchina che ha alimentato le aspettative legittime di moltissimi (centomila, martedi prossimo?). E questo è per certi aspetti drammatico. Perché si fa domanda, checché se ne dica? Perché si spera che sia la volta buona. E sappiamo tutti che buona non è.

  14. Alberto Petrucciani: “i commissari sono professori del settore e quindi e’ non solo verosimile, ma anche doveroso, che conoscano gia’ almeno una buona parte delle pubblicazioni presentate”.
    Un’affermazione come questa era plausibile nel piccolo mondo antico universitario degli anni ’50-60….oggi è solo una dimostrazione di cattiva fede….oppure di grande distrazione….(per usare un eufemismo)….

    • Caro Di Rienzo, ci saranno dei settori molto vasti, con una letteratura sterminata (e ci saranno anche professori che leggono poco, non dirigono riviste e collane, non fanno da referee, non sono stati commissari di altri concorsi o conferme, si disinteressano di quello che fanno i colleghi, ecc.), ma almeno nel mio settore e’ normale che un ordinario “attivo” conosca personalmente un bel po’ dei colleghi associati o ricercatori (o esterni attivi nel campo), se non tutti, e abbia letto, o almeno esaminato, un bel po’ delle 12 o 18 pubblicazioni migliori che hanno fatto negli ultimi 10 (o piu’ anni). Non dico tutte di tutti, naturalmente, ma una buona percentuale, cosi’ da poter esaminare tranquillamente il resto. Francamente, mi pare che il problema non sia questo (il tempo per leggere centinaia di libri sconosciuti), ma la serieta’ e imparzialita’ dei giudizi.

    • Il problema con 50.000 o più candidature non è conoscere, sapere, etc., è motivare. Il mio punto sul merito è tecnico:
      1 i criteri devono essere inoppugnabili pena il rischio di far cadere il settore con le conseguenze che sappiamo.
      2 i respingimenti devono essere adeguatamente motivati.
      Non liquiderei questi aspetti tecnici, viste le conseguenze che possono avere.
      Mr.x può anche essere onniscente del proprio settore ma se non motiva correttamente e se i tempi sono troppo stretti per una adeguata istruttoria i motivi di ricorso ci sono eccome. E giustamente. Ricordiamoci che stiamo parlando di giudizi, non di pronunzie regie.

    • @Alberto Petrucciani
      se il settore cui fa riferimento è m-sto/08 non appare strano che tutti conoscano tutti e le loro pubblicazioni. Dal sito miur risultano circa 80 tra ordinari, associati e ricercatori.
      Pensi, però, ad un settore con 800 incardinati (es. secs-p/01, dieci volte la dimensione del suo settore), che pubblica ad un ritmo che aspira forsennatamente a quello dei settori bibliometrici e ci aggiunga tutti quelli che non sono incardinati. Moltiplichi per più settori contigui ed otterrà un numero esponenziale di lavori da valutare.
      Non è più il tempo del “ci conosciamo tutti” e forse questo è un bene, non spetta a me dirlo, però penso che dovremmo fare tutti uno sforzo per capire quali sono i problemi “in generale” e non solo quelli del nostro settore.

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