Il sito scienzainrete ha recentemente pubblicato un’intervista a Francesca Pasinelli, direttore generale di Telethon, che merita qualche riflessione. L’intervista riassume bene il pensiero dei manager della ricerca, una categoria di persone con una formazione scientifica che si occupa di gestire i processi decisionali alla base dei finanziamenti per la ricerca. I manager non solo spiegano ai ricercatori come vadano scritti i progetti, impostate le carriere, valutati i risultati, ma tenendo le fila dei finanziamenti indirizzano i temi e i modi in cui la ricerca viene sviluppata. Il tasto battuto con più insistenza dai manager della ricerca è che il ricercatore per avere successo deve trasformarsi in manager e quindi occuparsi soprattutto del reperimento e della gestione delle risorse e del personale, dell’organizzazione della ricerca e della presentazione al pubblico in maniera brillante. Questo discorso ha senz’altro successo e ormai la scienza è dominata da scienziati-manager che hanno perso il contatto con la ricerca attiva, ripetendo all’infinito le stesse vecchie idee o presentando le idee e i risultati dei propri collaboratori, attribuendosene poi spesso il merito. Sono certamente abili nell’uso del PowerPoint e nella stesura di progetti di ricerca, visto che queste sono le attività che li occupano a tempo pieno. Non resta loro però più il tempo di studiare, di pensare e di fare ricerca.

Un esempio estremo delle conseguenze della deriva manageriale presa dalla ricerca è il noto caso di Hendrik Schön, il giovane e brillante postdoc di Bell Labs che in pochi anni sembrava dover rivoluzionare la fisica della materia grazie mirabolanti scoperte sperimentali, risultate in seguito inventate di sana pianta. Coautore principale di tutti gli articoli usciti sulle riviste più prestigiose era il capo del suo gruppo, Bertram Batlogg, un fisico sperimentale che godeva di un certo prestigio. Batlogg fu scagionato dall’inchiesta successiva alla scoperta della frode ed ora insegna tranquillamente nel prestigioso ETH di Zurigo. La sua difesa in sostanza si basava sulla completa estraneità ai fatti, non avendo egli mai messo piede in laboratorio non poteva accorgersi della frode! Eppure se i risultati falsificati da Schön fossero stati invece reali, dubito che Batlogg avrebbe dichiarato una cosa del genere a Stoccolma, al momento ritirare un eventuale premio Nobel.

Più recentemente, Bruno Lemaitre ha accusato il suo ex-capo laboratorio e neo-premio Nobel Jules Hoffmann di essersi appropriato della sua scoperta senza, a suo dire, contribuirvi se non in modo marginale. Ma nessuno si è particolarmente scandalizzato. E’ ritenuto ormai naturale che al capo laboratorio vada tutto il merito di ciò che viene scoperto nel proprio laboratorio. Se però Lemaitre i dati se li fosse inventati, allora possiamo essere certi che Hoffmann avrebbe dichiarato di non saperne nulla.

La logica del manager pervade il testo dei nuovi bandi PRIN e FIRB che, a detta del ministro, un altro manager della ricerca, e con il plauso del direttore Telethon, aiuteranno i ricercatori ad allenarsi per i futuri progetti di Horizon 2020, che prevedono progetti finalizzati assegnati a network di università, centri di ricerca e imprese. Horizon 2020, così come l’attuale settimo programma quadro, non è però costituita solo da progetti finalizzati con tematiche molto strette ma anche da progetti di ricerca di base (Marie Curie ed ERC, il cui budget verrà quasi raddoppiato). Se vogliamo allenarci a competere per i megaprogetti finalizzati, il ministero potrebbe partire dai progetti bandiera, che hanno un budget dieci volte maggiore di quello del PRIN e sono assegnati con procedure che definire opache è un eufemismo. Invece si spostano sulla ricerca finalizzata anche gli spiccioli dedicati in passato alla ricerca di base, condendo il tutto con la solita predica manageriale sul fatto che i ricercatori italiani non sono competitivi nel raccogliere fondi a livello europeo.

I metodi di indagine bibliometrica hanno esacerbato ancora di più questi problemi. Se il computo delle citazioni ha avuto sicuramente il merito di cercare di rappresentare in maniera semplice l’impatto del lavoro di uno scienziato, il sistema sta rapidamente degenerando. Questo fatto dovrebbe risultare evidente a chi abbia visto in TV il rettore della Sapienza sbandierare il suo H-index di 41. La dipendenza della valutazione dagli indici bibliometrici premia ancora di più lo scienziato-manager che dirigendo grandi guppi di ricerca pubblica in un anno più articoli di quanti potrebbe ragionevolmente aver il tempo leggere. Ognuno di questi articoli raccoglierà citazioni, non fosse altro che per via delle autocitazioni o delle citazioni di colleghi e collaboratori, contribuendo a creare la massa critica necessaria a gonfiare l’indice.

Guardando gli indici bibliometrici diventa difficile distinguere chi ha fatto cosa, quale sia il merito di ognuno dei collaboratori, da dove vengano le idee. Un fisico recentemente commentava a proposito dell’H-index che non si fidava molto di un indice che lo poneva in classifica davanti ad Einstein. Il direttore di Telethon critica gli indici bibliometrici, non perché tendano ad essere gonfiati nel caso degli scienziati-manager, ma addirittura per il motivo opposto! Potrebbe infatti capitare che uno scienziato, che non lavora con un grande gruppo in una struttura prestigiosa, abbia un H-index alto.

Questo scienziato andrebbe penalizzato perché ha pensato magari di dedicarsi esclusivamente alla scienza, invece di diventare uno scienziato-manager facendo carriera in una grande struttura. Conclude infatti la Pasinelli che la qualità scientifica viene dal “gruppo, dove c’è circolazione di idee, organizzazione e leadership”. Questo è il pensiero di un manager che di ricerca ne ha fatta probabilmente poca (almeno a giudicare dai database bibliometrici che hanno il merito di identificare chi non ha pubblicato nulla o quasi). Io penso invece che la qualità della ricerca scaturisca ancora dallo studio e dal lavoro fatto in prima persona, non dalla direzione di un’industria di postdoc e studenti come vogliono farci credere i manager.

 

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1 commento

  1. La discussione a riguardo di questo argomento sarebbe molto lunga quindi mi limito ad alcune “brevi” osservazioni.

    1) l´”involuzione sociale” alla quale stiamo assistendo impone che il profitto economico stia al di sopra di qualsiasi altro principio o valore. Potremmo parlare di livellamento verso il basso di cultura e ricerca.
    2) Lo scienziato-manager non esiste (anche se c´è chi racconta diversamente), le caratteristiche umane e psicologie dei nostri due personaggi “lo scienziato” e il “manager” sono diverse e i fini che essi perseguono non sempre sono compatibili nel breve periodo.
    3) La figura dello scienziato manager corrisponde molto a quello che nell´industria è un manager di progetti. Queste figure sono essenziali nell´ambito industriale, i cui scopi a breve periodo e la pressione per perseguirli sono portati agli estremi, ma certamente si pone una grave incognita (problema) quando questa metodologia vuole essere applicata alla ricerca universitaria in generale e di base in particolare o anche alla ricerca industriale con un´ottica a lungo periodo.
    4) Anche nell´industria “avanzata” ci si è resi conto che per innovare, molto spesso gli schemi rigidi aziendali non possono essere seguiti e quindi si è cercato il supporto delle universitá oppure si sono lasciate libere delle menti geniali di spaziare “senza controllo” al di fuori di schemi rigidi. Ma in generale poche sono le aziende che attualmente vedono in questo un enorme potenziale di crescita perché questo investimento è ad ALTISSIMO RISCHIO, esattamente quello che i manager (per la propria carriera e per paura) non riesce ad accettare, cercando in tutti i modi di minimizzare.
    5) Un ricercatore può a lungo termine diventare un “ricercatore-manager” ma è molto difficile mantenere nel lungo periodo il contatto con la parte tecnica di se.

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