«Il libro mostra in maniera convincente che l’ANVUR non è un accidente della storia, ma il portato coerente di un disegno di potere e di una ideologia che già di per sé è foriera di gravi conseguenze politiche e sociali a livello mondiale, ma che è del tutto inadeguata ad affrontare il problemi del mondo del sapere, della serendipity, della creatività, del molteplice, introducendo forzosamente il metro dei rapporti di mercato, cercando la “soddisfazione del cliente”, l’eccellenza a scapito della collaborazione.» Giorgio Sirilli recensisce “Contro l’ideologia della valutazione. L’ANVUR e l’arte della rottamazione dell’università” di Davide Borrelli (Editoriale Jouvence, Milano, 2015).

ArteRottamazione

E’ in libreria il libro di Davide Borrelli dall’impegnativo titolo “Contro l’ideologia della valutazione. L’ANVUR e l’arte della rottamazione dell’università” (Editoriale Jouvence, Milano, 2015).

Il titolo suona come una sorta di sfida all’OK corral contro l’ANVUR, ma la tesi non è affatto quella del rifiuto della valutazione dell’università. In realtà il libro affronta con competenza e serietà, in chiave politico-filosofica, una questione che negli ultimi tempi è diventata un tormentone all’interno ed all’esterno dell’università e che si è manifestata nello sviluppo di un processo che ha

aumentato a dismisura gli adempimenti gestionali, in particolare quelli legati alle procedure di verifica e di assicurazione della qualità, così che la burocrazia universitaria tende a soffocare progressivamente ogni logica espansiva riferibile agli aspetti relativi alla formazione e alla cultura.

L’autore sottolinea che

la pressante domanda di valutazione della qualità della ricerca rischia di funzionare come una vera e propria forma di depistaggio cognitivo, verosimilmente finalizzata a distogliere l’attenzione pubblica dai problemi che riguardano il sistema universitario nel suo complesso.

Se ci si fermasse a questi aspetti, si potrebbe pensare che il libro fosse una specie di cahier de doléances del povero docente universitario vessato dal “sistema”. In realtà l’analisi è ben più profonda e può essere compendiata nell’affermazione, condivisibile, che

l’ANVUR è molto più che un organismo amministrativo fra gli altri. E’ frutto di un progetto culturale e politico di riduzione del possibile e del disboscamento del molteplice.

Ma qual è l’origine di tale dispositivo? L’autore la identifica nell’adozione in Italia della New Public Management di matrice aziendalistica, partita dagli USA di Reagan e sbarcata nel nostro continente nell’Inghilterra della Thatcher, che si fonda sull’applicazione dei principi di competitività e di soddisfazione del “cliente” a sfere di attività di base, come i servizi pubblici, la formazione e la ricerca, in precedenza considerate tradizionalmente estranee alle logiche di mercato (R. Abravanel: Se la scuola trascura i suoi «clienti»). L’autore sostiene che al fondo di quello che oggi viene definito lo evaluative state c’è il governo minimo, ovvero

una forma di governabilità che tende ad abdicare al ruolo e alle responsabilità della politica e a sottrarsi a ogni discussione democratica e quindi alla ricerca del consenso, per affidarsi invece alla guida di ‘piloti automatici’ ed a istanze di controllo tecnico e amministrativo.

In tale contesto si mette al posto della responsabilità della politica “l’algoritmo sordo e impassibile di un ‘pilota automatico’ che non è tenuto a rispondere a coloro che governa”; ne sono esempi la lettera (segreta) della BCE al governo italiano del 2011 in cui si raccomandava espressamente di introdurre negli organismi pubblici l’uso sistematico di indicatori di performance (soprattutto nei sistemi sanitario, giudiziario e dell’istruzione). Ciò conduce ad un annullamento

della infodiversità dei saperi e delle esperienze di senso: tutto ciò che si discosta da uno standard prestazionale definito come eccellente diventa di per sé un ritardo da recuperare, un deficit da colmare, un difetto da emendare, una devianza da eliminare.

Una delle motivazioni della serrata critica dell’autore risiede nel fatto che

l’ANVUR rappresenta l’ultima ridotta di un sapere-potere che si sente assediato e sfidato dalle nuove forme di vita e dai processi di disintermediazione della conoscenza che si realizzano nella rete

in quanto

dispositivi centralizzati di valutazione e strategie della conoscenza proprietarie e competitive tendono a ostacolare lo sviluppo di un sapere connesso, mentre la ricerca potrebbe essere arricchita dalla spinta a praticare intersezioni nella forma della contaminazione tra tecnici specializzati e amatori, coerentemente con un modello di conoscenza ‘artigianale e collaborativo’.

A parere dell’autore, parere condivisibile, dietro l’ANVUR c’è dunque un progetto culturale e politico di riduzione del possibile e di disboscamento del molteplice – gli esempi sono la “famosa” intervista di Sergio Benedetto a Repubblica (http://www.roars.it/online/effetti-sistemici-del-vqr/) e l’uso delle mediane nell’Abilitazione Scientifica Nazionale.

Insomma, il libro mostra in maniera convincente che l’ANVUR non è un accidente della storia, ma il portato coerente di un disegno di potere e di una ideologia che già di per sé è foriera di gravi conseguenze politiche e sociali a livello mondiale, ma che è del tutto inadeguata ad affrontare il problemi del mondo del sapere, della serendipity, della creatività, del molteplice, introducendo forzosamente il metro dei rapporti di mercato, cercando la “soddisfazione del cliente”, l’eccellenza a scapito della collaborazione.

Trattando della variegata terminologia usata nel mondo della valutazione l’autore ricorda opportunamente come il termine meritocrazia sia stato introdotto nel 1958 da Michael Young nel libro satirico L’avvento della meritocrazia con una connotazione negativa. Young criticava il concetto come una forma di monopolio del potere da parte di una aristocrazia del talento e dell’intelligenza ai danni della massa dei meno dotati, destinati ad essere costantemente discriminati ed esclusi dai ruoli di responsabilità e dall’accesso alle risorse pregiate assegnate in seguito a una ferrea selezione scolastica.

Tornando al sottotitolo del libro, c’è da sperare che le forze vive dell’università italiana riescano a contrastare l’azione di “rottamazione” dell’ANVUR. L’Agenzia è ormai una realtà, ed è destinata a durare nel tempo. La prospettiva non è dunque quella della rottamazione, ma di una revisione delle metodologie e del ruolo politico amministrativo dell’ANVUR. L’Agenzia, pur con tutti i limiti ben evidenziati da Borrelli e spesso documentati e argomentati da ROARS, ha consentito di fare passi avanti nella strada dell’introduzione e della diffusione della valutazione, ed i processo è ormai divenuto irreversibile.

La scommessa è quella di rendere la valutazione dell’università e della ricerca pubblica un processo virtuoso e non vizioso (come troppo spesso si è rivelato), scevro dunque da perniciose ideologie, teso ad operare le più opportune scelte di politica della scienza e dell’educazione. La valutazione fa parte del DNA delle organizzazioni del sapere sin dalla loro istituzione, secoli fa, e l’introduzione di forzature e paradigmi ad esse alieni ne può pregiudicare il funzionamento, fino a causarne il collasso. Ed il libro di Borrelli è un importante contributo alla riflessione sul contesto sociale e politico in cui l’esercizio è collocato.

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3 Commenti

  1. Stavo per dire finalmente, quando ho letto:

    l’ANVUR rappresenta l’ultima ridotta di un sapere-potere che si sente assediato e sfidato dalle nuove forme di vita e dai processi di disintermediazione della conoscenza che si realizzano nella rete.

    Non sono proprio d’accordo: la tecnologia è una delle armi che permettono all’ANVUR di spadroneggiare a ai contenuti sculturali di depauperarsi.
    Faccio notare:
    1) assunzione continua di informatici e crollo di assunzioni-docenti;
    2) istituzione di commissioni paritetiche che hanno il compito di SPIARE telematicamente l’operato dei docenti per impartire “direttive” sui loro corsi;
    3) ormai nei consigli non si discute più delle materie, quasi tutto il tempo se ne va a parlare di informatica;
    4) Molti studenti sono indotti a credere che imparare significa scaricare roba dal computer;
    5) si constatano furiosi processi distruttivi: abolizione dei libretti cartacei, abolizione dei registri (tutto calato dall’alto);
    6) affari sporchi come l’imposizione di programmi che non funzionano (U-Gov), pagati a caro prezzo.
    E’ assolutamente necessario il ripristino dell’intermediazione tra discente e sapere attraverso i DOCENTI, il contatto umano, le pratiche scritte e orali
    di una comunità scientifica europea che ha perso il senso e il concetto di scuola e adora il dio-informatico che attua forme di controllo e distruzione del lavoro in tutto l’Occidente.

  2. […] E se qualcuno non manifesta particolare entusiasmo per queste pratiche, apriti cielo. Immediatamente viene circondato dal più infame dei sospetti: è un retrogrado, un conservatore dei vizi nazionali, un difensore dei fannulloni, forse egli stesso un fannullone. Ora, che si possano valutare le attività umane è fuori di dubbio. Si valutano i ristoranti, i film, i calciatori ogni lunedì dopo il campionato e le canzonette a Sanremo. Ma qualche dubbio si potrà sollevare e qualche domanda (a cui segua una risposta), specie se si tratta di valutare un’attività piuttosto delicata e complessa come la formazione, sarà pur lecito farla senza che subito parta il coro dei sospetti di cui sopra. Per esempio, la graduatoria elaborata da Il sole 24 ore in base a criteri anche di una certa originalità e concretezza va a pescare dall’ANVUR i dati su cui lavora. E qui qualche perplessità mi assale, perché l’ANVUR non mi pare un organismo del tutto estraneo a certe logiche accademiche di tipo lottizzatorio e quando esprime valutazioni di merito spesso e volentieri si rivela inaffidabile“. […]

  3. […] E se qualcuno non manifesta particolare entusiasmo per queste pratiche, apriti cielo. Immediatamente viene circondato dal più infame dei sospetti: è un retrogrado, un conservatore dei vizi nazionali, un difensore dei fannulloni, forse egli stesso un fannullone. Ora, che si possano valutare le attività umane è fuori di dubbio. Si valutano i ristoranti, i film, i calciatori ogni lunedì dopo il campionato e le canzonette a Sanremo. Ma qualche dubbio si potrà sollevare e qualche domanda (a cui segua una risposta), specie se si tratta di valutare un’attività piuttosto delicata e complessa come la formazione, sarà pur lecito farla senza che subito parta il coro dei sospetti di cui sopra. Per esempio, la graduatoria elaborata da Il sole 24 ore in base a criteri anche di una certa originalità e concretezza va a pescare dall’ANVUR i dati su cui lavora. E qui qualche perplessità mi assale, perché l’ANVUR non mi pare un organismo del tutto estraneo a certe logiche accademiche di tipo lottizzatorio e quando esprime valutazioni di merito spesso e volentieri si rivela inaffidabile“. […]

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