Ripubblichiano questo articolo di Nuccio Ordine (apparso sul Corriere della Sera del 30 dicembre u.s.) perché mette il dito su una delle piaghe della politica del personale dell’università italiana: quel suo dipendere da un budget di Ateneo e dalla disponibilità di punti-organico che frena ogni possibilità di mobilità della docenza e quindi condanna all’immobilismo il personale docente, impedendo quella circolazione della cultura che è il principio stesso della creatività e dell’innovazione scientifica. Ed è singolare che in tanto insistere sulla necessità dell’internazionalizzazione, si condanni poi all’immobilismo e di conseguenza al pericolo del provincialismo il sistema universitario italiano.

di Nuccio Ordine 

Tra i pericoli che minacciano il futuro dell’università, l’«immobilità» del corpo docente assume proporzioni preoccupanti. La circolazione dei professori da un ateneo all’altro – un tempo i «dotti» erano, per eccellenza, «vagantes» – è ormai diventata una chimera. Le carriere, tranne rare eccezioni, iniziano e finiscono nello stesso luogo dove si è vinto il primo concorso. E ciò accade, soprattutto, per ragioni economiche: gli stipendi sono legati alle università e per spostarsi è necessario che la sede ospitante copra i costi del nuovo docente. I progressivi tagli al Fondo di finanziamento ordinario (FFO) rendono ormai proibitivi questi passaggi e gli incentivi (una tantum) per facilitarli sono insufficienti. Le disastrose conseguenze sono sotto gli occhi di tutti. Se un professore ordinario va in pensione, sarà sostituito (a costo zero) dal collega associato o dal ricercatore in servizio nello stesso dipartimento. Il bisogno di rimpolpare bilanci magrissimi, spingerà le università a investire la quota del pensionamento in progressioni interne di carriera. E lo stesso imperativo economico, purtroppo, incoraggerà sempre più gli atenei a tenere le porte chiuse ai nuovi abilitati esterni. Prendiamo, per esempio, un concorso per professore ordinario: con la cifra riservata a un abilitato esterno (equivalente a 1 punto organico) si possono garantire ben cinque passaggi interni da ricercatore a professore associato (0.20 ciascuno). Questa logica aberrante distruggerà ogni possibilità di premiare gli studiosi meritevoli esterni (strutturati o non strutturati, poco importa!). Il sapere, come i fiumi, ha bisogno di scorrere continuamente per mantenere vive e limpide le sue acque. Trasformare gli atenei in acquitrini, sbarrando la strada ai più bravi, significa condannarli a una lenta agonia.

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5 Commenti

  1. Senz’altro vi sono docenti abilitati bravissimi e altri allo stesso modo bravissimi, che, per il sistema dell’ASN non lo erano.
    Perciò, avrei più prudenza nel tracciare linee…
    Anche fra locali ed esterni: perché gli esterni dovrebbero essere per forza più in gamba?
    Perché chi si sposta di ateneo in ateneo più bravo?
    Non possiamo dire che l’Anvur sbaglia una volta e poi affermare che ha ragione, ma non persegue sino in fondo le sue linee…
    Lo scambio fra università dovrebbe esserci con incontri fra docenti, lavori comuni, ma tutti stanno in piccoli gruppi e si chiudono agli altri, specie se questi altri non sono fra i potenti…

  2. Sono molte le cause dell’immobilismo nella università italiana, ma un deciso peggioramento si è avuto con la cosiddetta autonomia finanziaria che ha abolito l’organico nazionale dei docenti. Prima dell’entrata in vigore dell’art. 5 della Legge 24 dicembre 1993, n. 537, non era possibile utilizzare i “punti organico” relativi alla posizione di un docente di seconda fascia per finanziare la sua promozione alla prima fascia. Chi vinceva un concorso non bandito dalla propria sede doveva cercarsi una chiamata in altra sede. Questo determinava una modesta mobilità. Forse il legislatore che aveva introdotto l’autonomia finanziaria avrebbe dovuto obbligare le università a definire un proprio organico in qualche modo non facilmente modificabile. Ma dobbiamo ricordare che l’autonomia finanziaria fu introdotta di soppiatto da una legge che si intitolava “Interventi correttivi di finanza pubblica” senza che ci si rendesse conto di tutte le conseguenze dell’abolizione dell’organico nazionale. L’immobilismo ha comunque cause più profonde, che hanno a che fare con il costume accademico oltre che con le norme esplicite. Non solo in Italia uno studioso cercherà di avere un seguito di accoliti che ne condividano i punti di vista e ne utilizzino le idee. Sarà però più contento se i seguaci provengono da ambienti esterni, che non dipendono da lui direttamente. In Italia, invece, questa aspirazione al riconoscimento si traduce nell’idea che ci debba essere un seguito alle dirette dipendenze dello studioso di successo. In altre parole in Italia prevale una visione gerarchica della ricerca scientifica; si parla infatti di “gruppo”, “squadra”, o “team”. Il “maestro” naturalmente è venerato ed omaggiato fino ad un certo punto, perché spesso il “servo encomio” si traduce appena possibile in “codardo oltraggio”.
    Ma a parte il costume accademico anche la struttura degli stipendi rende difficile la mobilità. Tuttavia finché non si instaurerà il costume di suggerire a un proprio allievo bravo di andare a fare il dottorato altrove, e cercare altrove una posizione “postdoc”, sarà difficile che le cose cambino.

  3. Il rischio nel portare il budget/punto organico insieme al docente che si trasferisce è ovviamente quello di svuotare Atenei che già sono in difficoltà, dove presumibilmente ci sono docenti che vorrebbero andarsene. Si tratterebbe di un colpo di grazia, si potrebbe anche pensare che in questo modo il sistema (corpo docente) possa determinare la sopravvivenza o meno di alcune sedi. Può anche avere un senso se questo può servire ad innescare meccanismi virtuosi…

  4. Tra i tanti problemi, forse quello dell’immobilismo è uno dei più critici italiani e che non trova riscontro in nessun altro sistema accademico, E’ quindi necessaio trovare soluzioni drastiche, anche se forse non ottimali. Oggi un qualsiasi gruppo di ricerca che vuole essere competitivo sul piano internazionale, trova incredibili difficoltà, specie al Sud, ove il vincolo dei punti organico è uno dei punti critici. Le risorse si possono trovare fuori dall’Italia, ma serve la possibilità di creare una sufficiente massa critica di persore che nell’attuale sistema è impossibile. Se vi fosse la possibiltà di attirare colleghi interessati svincolando il sistema attuale dei punti organico, anche se certo con limiti, si metterebbe in moto un meccanismo virtuoso di crescita. Certo questo crea altri problemi, ma ricordiamo oggi che la distribuzione delle risorse è basata sul demerito degli altri, più che al proprio merito, senza che vi sia la reale pratica possibilità di incidere su questo (venga al Sud chi dice che non è vero).

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