Una vignetta sulla meritocrazia

Nelle ultime settimane Pier Luigi Bersani è tornato più volte sul “conformismo” di alcune associazioni degli imprenditori, che fino a ora non sono state capaci di esprimere un punto di vista autonomo rispetto a quello del governo sulla natura e sulle cause della crisi economica e sul modo migliore di affrontarla. A questi ambienti, e agli organi di stampa che spesso ne difendono gli interessi presso l’opinione pubblica, il segretario del Partito Democratico rimprovera in particolare il silenzio sui costi del federalismo e sull’iniquità della finanziaria, i cui effetti verranno sentiti probabilmente soprattutto dai meno avvantaggiati. Credo che Bersani non abbia tutti i torti nel muovere questi rilievi a quella che è senza alcun dubbio una parte consistente della “classe dirigente” di questo paese. Un mondo che, vale la pena di ricordarlo, non è mai stato parco di consigli e ammonimenti rivolti alla politica e al governo, ritagliandosi negli ultimi anni un ruolo peculiare nel panorama dei paesi occidentali. Quasi come se gli imprenditori in Italia avessero diritto a occupare il ruolo di “classe generale”, l’unica che ha titolo a parlare in nome dell’interesse collettivo.

Tuttavia, per essere fino in fondo convincente, la critica di Bersani dovrebbe rivolgersi anche altrove. Perché, se è vero che rare sono state le voci autorevoli di critica al governo, e a come sta gestendo la crisi, da parte del mondo imprenditoriale, bisogna anche riconoscere che questa acquiescenza si spiega con il fatto che, in una situazione di difficoltà, gli imprenditori si sono trovati ad avere a che fare con interlocutori nella maggioranza che si sono ben guardati dal minacciarne gli interessi. La via d’uscita dalla crisi indicata dal governo passa attraverso la riduzione della spesa pubblica, come se quella fosse l’unica causa delle difficoltà in cui ci troviamo. Dovendo scegliere da che parte stare, il governo Berlusconi ha preso una decisione, e lo ha fatto intendere. Ci sarebbe da riflettere, e in primo luogo dovrebbero farlo certi elettori del centro-destra, sul modo in cui questa scelta si è manifestata. Ovvero approfittando dell’occasione offerta dal pericolo del collasso finanziario per mettere mano a una ristrutturazione del settore pubblico sui cui obiettivi di lungo periodo non c’è mai stata una discussione politica. Se, e in che misura, la scuola, l’università, la sanità, i servizi di assistenza ai disabili o agli anziani cambieranno, e a vantaggio di chi, non è qualcosa che fino a ora la maggioranza ha sentito il bisogno di spiegare apertamente. Si dice soltanto che c’è la crisi e che bisogna tagliare. Come se tutte le voci di spesa fossero moralmente uguali.
Per essere persuasivo Bersani dovrebbe rivolgersi anche a quei dirigenti del suo partito che negli ultimi anni hanno accettato la spiegazione dell’arretratezza del nostro paese che la riconduce soltanto al peso della spesa pubblica, assecondando una tendenza che ovviamente trova largo favore negli ambienti imprenditoriali. Un buon esempio di questa subalternità culturale si trova nell’adesione acritica, che spesso si è espressa con toni accorati, all’ideologia del merito su cui tanto si sono spesi proprio quegli ambienti che oggi Bersani accusa di conformismo. Come se “premiare il merito” fosse una verità morale evidente e non un principio di giustizia distributiva che andrebbe esaminato a fondo per comprenderne le giustificazioni e i limiti.
Nella vulgata diffusa in questi anni dai pulpiti confindustriali e da quelli di alcuni quotidiani il merito è misurabile, e sulla base di tali quantificazioni andrebbero distribuite le posizioni più ambite in termini di riconoscimento sociale e di remunerazione economica. Una panzana, ripetuta fino a farla sembrar vera, che sembra fatta apposta per compiacere chi ha una fede incrollabile nel mercato come panacea di tutti i mali della società. Che la soluzione dei nostri problemi fosse nella coppia “merito & mercato” è la nuova ideologia del capitalismo italiano, cui anche il PD ha più volte prestato il proprio supporto. Eppure, che la relazione tra riconoscimento dei meriti delle persone e formazione del prezzo di mercato delle prestazioni non fosse così lineare l’aveva già messo in luce Friedrich von Hayek, uno che di mercati se ne intendeva.
Proviamo a mettere assieme qualche spunto di riflessione. Se il merito, come ci informa un pensatore di riferimento di questi tempi tristi, è il risultato della somma del talento individuale e dello sforzo, ci sarebbe da farsi qualche domanda. Ad esempio, da cosa dipende il talento individuale? In che misura esso è influenzato da una situazione familiare stabile e prospera, da adeguati stimoli ricevuti sin dalla più tenera età, da genitori ed educatori che assecondano la curiosità e coltivano l’autonomia di pensiero? Lo sforzo poi, come si misura? In ore lavoro? In crediti formativi? Quanto contano l’ambiente o la situazione economica nell’ostacolare o nel facilitare la concentrazione di uno studente o di un ricercatore? Ammesso che ci sia, cosa di cui dubito, una metrica unitaria del merito, che rapporto avrebbe con quella dell’eguaglianza?
Combattere il conformismo è auspicabile per chi aspira a guidare un paese, e non solo a compiacerlo. Ma se questo è l’obiettivo del segretario del PD, la battaglia deve cominciare anche più vicino a casa. Lasciandosi alle spalle le banalità sulla “meritocrazia” per cominciare a discutere seriamente di giustizia. Di come andrebbero distribuiti gli oneri e i benefici della cooperazione in una società che garantisca a ciascuno la stessa sfera di libertà.

Pubblicato su Il Riformista il 4 luglio 2010

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