Mentre gli Stati Uniti guidano la ripresa economica e anche in Europa si annunciano i primi segnali di miglioramento – soprattutto in quei paesi che, previdentemente, hanno puntato su cultura e ricerca – le previsioni per l’Italia sono scoraggianti. «Non riusciamo a stare al passo con la trasformazione dell’economia», spiega l’economista Lucrezia Reichlin: «abbiamo un sistema di imprese troppo piccole, che fanno pochi investimenti e ancor meno ricerca. Il capitalismo familiare, che è stato la nostra forza, adesso è la nostra debolezza e dipende completamente dal sistema bancario. Infine il dualismo nord-sud è un problema assolutamente insoluto». Nel flusso di effetti a catena, politici ed economici, in cui si trascina il nostro paese, sembra impossibile che la classe dirigente riesca ad aprire gli occhi su quella che dalla modernità in poi è considerata la fonte di ogni “potere”: l’attività scientifica e intellettuale. Nel volume di Nicola Capone, Libertà di ricerca e organizzazione della cultura, che qui presentiamo con la prefazione di Fabio Bentivoglio, si ricostruiscono i passaggi storici che hanno segnato i punti di forza e di debolezza del settore cognitivo nel nostro paese, guardando in particolare a un aspetto poco trattato, ma quanto mai fondamentale per l’effettività del “sapere”, ovvero le istituzioni in cui esso viene organizzato.

Il primo passo da fare quando si parla di libertà di ricerca e di organizzazione della cultura è di inquadrare i termini della questione nel contesto storico-culturale che le è proprio. È la condizione preliminare per avere l’alfabeto necessario a interpretare le forme e i linguaggi attraverso cui i poteri costituiti hanno esercitato ed esercitano la loro forza di coercizione. Ad esempio, le drammatiche vicende che hanno scandito l’età dell’Inquisizione in cui la libertà di ricerca e di pensiero era oggetto di inaudite persecuzioni, esigono una lettura storica, culturale e politica alla luce di un alfabeto ben diverso da quello necessario a interpretare analoghe vicende in altre epoche storiche. Ciò richiede anche una attenta rivisitazione semantica del linguaggio (particolarmente delicata quando si tratta di definire che cosa si è inteso e che cosa si intenda per libertà di pensiero, scienza, funzione delle università…) in modo da circoscrivere il perimetro e l’oggetto della discussione.

Questo saggio di Nicola Capone soddisfa tali condizioni: con rigore documentale sono ordinate le fasi storiche che hanno scandito la storia delle università e delle libere Accademie, intrecciandosi con le forme di condizionamento e di oppressione che i poteri costituiti hanno esercitato sui centri di ricerca e di elaborazione intellettuale nel corso della storia. Pur nella diversa natura di tali poteri (ecclesiastici, imperiali, comunali, feudali, politici…) il dato comune è quello di aver sempre avuto un volto “pubblico” ben visibile, diversamente da oggi, quando analoghe forme di condizionamento sono poste in essere da poteri opachi che agiscono nelle nebbie dei mercati e degli affari, il cui profilo sfugge ad una chiara e nitida visione pubblica.

Nell’Introduzione, a fronte dei tanti fenomeni che a livello globale mettono in pericolo l’intero sistema-pianeta (cambiamenti climatici, inquinamento, esaurimento delle riserve idriche…) l’autore solleva la decisiva questione della responsabilità:

dinnanzi a questa crisi occorre chiedersi quali responsabilità hanno gli uomini di scienza e di cultura e le istituzioni preposte alla ricerca. La loro indipendenza da qualsiasi interesse che svii dalla “ricerca permanente del vero” è il presupposto necessario al superamento della condizione presente.

È una domanda coraggiosa perché non è rivolta a lontani e impersonali centri di potere politico ed economico, ma a chi di quei poteri si fa passivo agente: l’esigenza di un cambio di paradigma culturale al fine di evitare il progressivo collasso globale del pianeta (questo, oggi, scrive l’autore, «ce lo chiede la vita») non può certo maturare nelle menti di coloro che hanno ridotto la natura, il mondo e gli uomini a risorsa da sfruttare, ma dovrebbe invece maturare nelle stanze delle grandi istituzioni culturali, in primis le università e le Accademie, luoghi storici dove dovrebbe abitare il libero pensiero.

Qual è il significato della parola “libertà”, quando parliamo di pensiero, arte e scienza? Nel Prologo l’autore ne ricostruisce l’autentico significato condensato nell’art. 33 della nostra Costituzione, attraverso l’esame del dibattito a esso sotteso. È un lavoro prezioso perché viviamo in un’epoca che ha prodotto menti destoricizzate e acritiche in cui il linguaggio ha perso il rapporto con il processo storico-culturale che lo ha generato: si pensi, per fare un solo esempio, alla parola “riforma” che per buona parte del ’900 in ambito politico-sociale è stata sinonimo di “progresso” inteso come emancipazione delle classi lavoratrici in termini di diritti, salario, condizioni di vita ecc., mentre oggi ha assunto il significato opposto, perché misurata, la “riforma”, sugli effetti positivi che essa può produrre in riferimento alle convenienze aziendali e all’accumulazione di capitale. Analogo discorso vale per la parola “libertà” che i nostri padri costituenti hanno connesso alle nozioni di cultura, consapevolezza e responsabilità, misurate sul rispetto e sul valore della persona e dell’ambiente.

Così recita un articolo citato dall’autore (poi non inserito nella costituzione in considerazione della chiarezza, in merito, dell’intero impianto costituzionale):

le libertà garantite dalla presente costituzione devono essere esercitate per il perfezionamento integrale della persona umana, in armonia con le esigenze della solidarietà sociale e in modo da favorire lo sviluppo del regime democratico mediante la sempre più attiva e concreta partecipazione di tutti alla cosa pubblica. La libertà è fondamento di responsabilità.

Sono parole che rivelano un progetto di società, un’idea di conoscenza e di pratica della libertà che non appartengono più al nostro orizzonte storico: come emerge dalle pagine di questo saggio, viviamo in una società che declina la libertà in funzione delle esigenze dei mercati e della circolazione delle merci, e che perciò ha fatto carta straccia della costituzione, cui sono riservati ipocriti riconoscimenti formali, senza conseguenze pratiche.

Per essenziali cenni storici è ricostruita la storia dell’università medioevale, delle Accademie e degli Studi privati. A parte il caso dell’università federiciana, luogo di formazione autonoma di un ceto di intellettuali e di funzionari, la storia dell’università medioevale è la storia delle ingerenze comunali, papali e imperiali nell’organizzare e indirizzare gli studi. Le Accademie, diversamente dalle università, hanno spesso rappresentato luoghi di “rifugio” in cui la libertà di ricerca è stata esercitata con minori pressioni e vincoli. In età moderna l’università di Berlino – e tutto il sistema formativo tedesco – ha rappresentato il tentativo di realizzare un ambizioso progetto culturale che assegnava all’università la missione di promuovere, nella libertà, la ricerca della verità attraverso la scienza. Una libertà da realizzarsi nell’ambito di una concezione unitaria del sapere con la netta separazione tra ricerca vincolata a fini utilitaristici o vantaggi di natura politica ed economica e autentico spirito scientifico rispondente soltanto alla ricerca del vero. Nella seconda metà dell’Ottocento, negli anni che seguirono il ’48, riprende vigore il paradigma meccanicistico funzionale allo sviluppo industriale soprattutto in Germania. Inizia così un processo di asservimento della cultura e della ricerca ai nascenti potentati economici e politici:

la perdita dell’indipendenza della ricerca […] unitamente alla crescente specializzazione […] sono le cause della fine dell’università moderna, così come la fine delle università medioevali fu segnata dal prevalere del dogmatismo.

Il sapere progressivamente si disarticola in campi di ricerca non comunicanti, così da produrre figure di scienziati e professionisti esperti in un solo argomento, che operano senza aver coscienza della propria responsabilità perché inconsapevoli del mondo nel quale vivono. Per dare contenuto reale a tale consapevolezza sarebbe necessaria una formazione culturale ad ampio spettro, che consenta la comprensione della natura storica, filosofica, assiologica dei principi che regolano le diverse scienze. L’autore ci mostra, invece, come il mondo della cultura e della scienza abbia accettato come una sorta di destino ineluttabile il fatto che l’università – e tutto il sistema della formazione – debba essere strumento funzionale agli interessi del mercato: si chiede a tutti gli insegnanti di formare un sapere utile trasformabile in valore di mercato! Il corollario di questo progetto, che trasforma la ricerca e il pensiero in ancella del mercato, è il taglio della spesa pubblica per l’istruzione e la legislazione tesa all’aziendalizzazione degli istituti di ricerca e di alta formazione (oltreché della scuola). […]

Dopo aver ricostruito la storia delle libere Accademie, con particolare attenzione al ruolo da esse svolto nel Mezzogiorno d’Italia, la parte conclusiva del saggio si concentra su due istituzioni che, secondo l’autore, di questa storia sono parte e cioè l’Istituto Italiano per gli Studi Storici e l’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici […]. L’autore, con passione e legittimo sdegno, segnala come l’attività culturale dell’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici sia oggi in serio pericolo, a causa di un più che decennale “regime di embargo” consistente nel taglio dei fondi pubblici. Si tratta di una vicenda che, a prescindere dalla specificità del caso, si inscrive nel quadro generale delineato nel saggio. La tesi è che non si tratti solo di “mancanza di soldi”, ma di qualcosa di ben più profondo e inquietante: non c’è più posto, oggi, per luoghi e istituzioni che promuovano il libero pensiero, cioè il pensiero e la ricerca disinteressata del “vero”, cioè la ricerca di ciò che dà significato e valore all’esistenza degli uomini. Tenere gli occhi chiusi su questa verità amara è imperdonabile. A maggior ragione questo saggio di Nicola Capone è un contributo prezioso per una comune riflessione su ciò che si deve intendere per cultura, conoscenza e democrazia.

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