A chiedere un intervento di radicale semplificazione degli adempimenti inutili che soffocano l’università è ormai un coro unanime (CUN, CRUI, la Conferenza delle Facoltà e Scuole di Medicina e Chirurgia, quaranta academici dei Lincei, un’interrogazione parlamentare, i Presidenti di corsi di studi di Padova, Siena, Pavia, Parma, …). Il Presidente del Consiglio tace. Il Ministro Giannini si unisce alla protesta. Nulla accade. Che altro serve perché il governo si decida ad intervenire concretamente per semplificare la burocrazia che rischia di uccidere l’università, completando il lavoro avviato con il micidiale taglio delle risorse realizzato in questi anni? Il Ministro Giannini non può limitarsi, come pure ha fatto, ad unire la sua voce ai lamenti dei colleghi rettori e professori. Deve ricordarsi che ha il potere e dunque la responsabilità di fare. E di fare presto. Perché davvero non ne possiamo più.

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In queste ultime settimane si sono moltiplicate le voci che chiedono di allentare la morsa di una burocrazia tanto soffocante quanto inutile per migliorare la qualità e l’efficienza delle nostre università. Il Presidente della Conferenza dei Rettori, dopo la pubblicazione da parte della Agenzia Nazionale di Valutazione del Sistema Universitario e della Ricerca delle Linee guida per l’accreditamento periodico delle sedi e dei corsi di studio, ha scritto al Presidente dell’Agenzia, Stefano Fantoni, per sottolineare la profonda frustrazione del mondo universitario per il «progressivo appesantimento degli adempimenti burocratici» in un contesto «di risorse decrescenti».

Il Consiglio Universitario Nazionale ha approvato i primi due pacchetti di proposte di Semplifica Università, rilevando «quanto la stratificazione nel tempo di norme mai riordinate né coordinate, la complessità delle procedure, la proliferazione degli oneri, dovuti anche alle più recenti regolazioni, stiano ponendo il sistema universitario in una posizione di forte svantaggio che ne compromette gravemente la competitività e l’attrattività anche internazionale». Il CUN ha denunciato con particolare fermezza le conseguenze sugli ordinamenti didattici di un modello di valutazione «rispondente a una logica prevalentemente autorizzativa e di controllo, fondato sul rispetto di condizioni declinate in termini numerici e applicate in maniera generalizzata», con l’obbligo dell’adempimento, «da parte di tutti gli attori coinvolti, di oneri informativi estremamente estesi e gravosi».

Anche un’interrogazione parlamentare, firmata dagli onorevoli Nicoletti, Galli e Ghizzoni, ha ribadito quel che è sotto gli occhi di tutti: le norme e le procedure previste dal sistema di Autovalutazione, Valutazione periodica e accreditamento delle sedi e dei corsi universitari sembrano «andare in direzione contraria rispetto a quella auspicata non solo dall’intera comunità universitaria ma dallo stesso governo, posto che, anziché semplificare, rendono inutilmente complesso e macchinoso il procedimento di valutazione dell’offerta didattica». E questa consapevolezza imporrebbe di prendere sul serio la protesta di docenti che non sono «persone che non svolgono con coscienziosità la loro delicata funzione di formatori e ricercatori» e che al contrario, «nonostante la drammatica scarsità di risorse economiche e lo scarso riconoscimento della loro funzione sociale, continuano a garantire a moltissime università e istituti di ricerca italiani un eccellente livello di insegnamento e di produzione scientifica».

Una lettera alle autorità di governo firmata da quaranta accademici dei Lincei parla apertamente di verifiche di produttività e criteri di valutazione «progettati e attuati senza adeguata interazione con la comunità scientifica, da parte di una burocrazia fatta da alcuni specialisti, scelti dall’alto, senza trasparenza e senza nessuna investitura dalla comunità stessa». Risultato: la buona intenzione di migliorare il sistema ha generato il suo opposto e cioè «il disordinato accatastarsi di provvedimenti di difficile applicazione volti a disciplinare in forma sempre più minuziosa ed oppressiva ogni aspetto della vita universitaria con l’aggravarsi del lavoro burocratico-amministrativo a scapito dello stesso impegno scientifico dei singoli docenti».

A questi interventi di forte rilievo “istituzionale” si accompagna una mobilitazione “dal basso” sempre più ampia e determinata, per quanto mantenuta nei limiti imposti ai professori universitari da senso di responsabilità e rispetto per gli studenti. E mi permetto di citare, fra le tante iniziative, le adesioni alla proposta concreta e facilmente attuabile di radicale “disboscamento” dell’inutile groviglio normativo in materia appunto di accreditamento e valutazione delle sedi e dei corsi universitari che ho presentato insieme al collega Giovanni Salmeri  Perfino alcuni giornali, di solito impenetrabili per azioni che non si traducano in proteste eclatanti e scelgano invece la strada del ragionare serio e pacato, hanno cominciato a dare spazio a queste richieste di cambiamento.

Che altro serve perché il governo si decida ad intervenire concretamente per semplificare la burocrazia che rischia di uccidere l’università, completando il lavoro avviato con il micidiale taglio delle risorse realizzato in questi anni? Il Ministro Giannini non può limitarsi, come pure ha fatto, ad unire la sua voce ai lamenti dei colleghi rettori e professori. Deve ricordarsi che ha il potere e dunque la responsabilità di FARE. E di fare presto. Perché davvero non ne possiamo più.

[testo apparso sull’Huffington Post del 2 giugno]

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31 Commenti

  1. “Il Presidente del Consiglio tace”.
    Ma, per caso, ve ne sorprendete? Avete preso atto di chi è, di come si comporta, di quali sono le sue cosiddette priorità e soprattutto di quali sono le sue cosiddette dottrine ispiratrici in campo politico ed economico?
    E’ sacrosanto rilevare-denunciare che tace. Ma senza alcuno stupore e senza alcuna RAGIONEVOLE speranza che passi ad aprir bocca

  2. La protesta si leva adesso, che vi sono incombenze concrete per la generalità del personale accademico, e gli organi collegiali e monocratici sono sottoposti a tensioni molto forti.
    Ma:
    1) la politica AVA era definita nella 240/2010 esattamente come la politica VQR (questa a dire il vero anche da prima) e quella ASN;
    2) il percorso di sviluppo di questa politica (con i Decreti attuativi e poi i passi dell’ANVUR) è stato più lento, e si sarebbero dovute manifestare reazioni e critiche “anticipate”, e un dibattito più accurato. Invece niente: perché?
    3) Le follie dell’ANVUR (e dei D.M. attuativi) erano già state perpetrate con la [particolare forma della] VQR e [del]l’ASN, ma solo adesso che si “aggrava il lavoro burocratico-amministrativo dei docenti” la protesta ha un suo forte risalto [intendo politico, non dal Giudice Amministrativo]: perché? Non lo sapevate che la Garanzia di Qualità implica una documentazione dei processi organizzativi, giacché sono *quelli* che devono essere qualificati e migliorati? Quali proposte alternative erano state avanzate e sostenute dal corpo docente?

  3. Posso chiedere a Renzo Rubele di spiegare perché le prime 5 proposte sono “pessime”? Tenendo conto, ovviamente, del dettaglio delle modifiche indicate. Per il resto, credo che i risultati ottenuti per le vie “istituzionali” siano sotto gli occhi di tutti. Ed è forse proprio per questo che tanti colleghi si dimostrano interessati a percorrerne altre. Nel pieno rispetto delle istituzioni. Grazie.

    • Bene, cominciamo dalla (1).

      Come Presidio di Qualità io intendo una Quality Assurance Unit di Ateneo, che – purtroppo, mi rendo conto – non può essere automaticamente assimilata al Nucleo di Valutazione (per questo i problemi cominciano “a monte”), anche se vi si sovrappone, in parte, in termini di competenze.
      Ovvio che vive in simbiosi con il Sistema “Generale” per la Garanzia della qualità, cioè quello Esterno, in pratica l'”AVA” determinato dall’Autorità in vigore.

      Il Riesame (Review) è un’attività che va ordinariamente incardinata, per ogni Corso di Laurea, ogni 5 anni. Consiste in una Valutazione dell’Attualità e della Qualità dell’Offerta Formativa, in base al Curriculo, secondo procedure generali già note, e che porta ad un aggiustamento di mezzi e fini, se necessario. E’ tale Review che può essere mostrata, dignitosamente, ai Valutatori Esterni, per far vedere che si sta monitorando il Corso di Studi.

    • (2) radicale semplificazione dei Requisiti di Assicurazione della Qualità.

      Non è una questione di semplificazione, ma di adeguatezza, di significato. “Semplificazione” è una locuzione troppo universale, che può deragliare nell’ideologico.
      Noi vogliamo sapere: come gestisce i propri Corsi di Studio l’Università? Come sa, l’Università, che le cose “stanno andando bene”?
      Quali sono gli strumenti per mettere in campo azioni correttive, se necessarie?
      I Requisiti non sono né più né meno che una Normativa che specifica tutto ciò, con il livello di dettaglio più appropriato al caso.

    • @rubele sul punto (1)
      Il riesame attualmente previsto è annuale (non ogni 5 anni) e prevede che si compili una descrizione accurata dei dati analizzati, si individuino su ogni area criticità sulle quali intervenire. Le aree sono: dati di ingresso, percorso ed uscita; servizi di tutoraggio in ingresso, itinere, tirocini e internazionalizzazione; dati in uscita e placement. Il che significa che a gennaio di ogni anno bisogna prendere, analizzare e commentare questi dati, trovare delle criticità non troppo grandi da essere risolvibili nell’arco di un anno, disegnare una politica adeguata a risolverli e rendicontare l’anno successivo su come è andata a finire la storia.
      Non è un esame sul lungo periodo e per questo è solo burocraticamente pesante e non può dar luogo a miglioramenti significativi.

    • @rubele sul punto (2)

      “I Requisiti non sono né più né meno che una Normativa che specifica tutto ciò, con il livello di dettaglio più appropriato al caso.”
      ——
      scusi ma lei ha letto l’allegato C sui Requisiti di Assicurazione della qualità? Perchè altrimenti si rischia di non comprenedere il livello di dettaglio che è stato ritenuto “più appropriato”. E non si riferiscono in generale a come l’Università gestisce i suoi corsi di studio, ma a come ogni singolo corso di studio gestisce in proprio un sistema di AQ, con tanto di rilevazioni, analisi e politiche proprie su ogni area di attività del corso di studi, dalla qualità degli studenti in ingresso (!) alla capacità di mandarli a fare soggiorni erasmus, dal monitoraggio costante della soddisfazione dei tirocinanti alla probabilità di trovare un lavoro. Per ogni corso di studi. Semplificazione non è una locuazione ideologica, è una esigenza reale.

    • Non entro qui in un botta e risposta, perché avevo già scritto che il dettaglio della politica AVA, come attualmente realizzata, tende alla follia.

  4. (3) radicale semplificazione della scheda SUA-CdS.

    Ammetto di non avere incombenze riguardo a tale scheda (come su tutto, faccio l'”osservatore esterno”), ma – per quello che posso “vedere”, non c’è niente di “lunare”.
    Va ricordato che la “documentazione” non è un processo astratto, o addirittura deviante rispetto alla realtà cui intende riferirsi.
    “conoscere la domanda di formazione, il percorso formativo, i risultati di apprendimento attesi, i ruoli e le responsabilità che attengono alla gestione del sistema di assicurazione della Qualità del corso, i presupposti per il riesame periodico dell’impianto del Corso di studio, le eventuali correzioni individuate” sono tutte attività di gestione ordinaria della didattica universitaria di cui si ha la responsabilità. Non si fanno le cose descritte nella rubrica citata? Male: il singolo docente e – collettivamente – l’organizzazione del CdS *devono* fare [anche] quelle cose lì. E documentarle.

    • @rubele sul punto (3)
      se lei è un osservatore esterno vuol dire già che la SUA così come è non funziona. Perchè – se docente – avrebbe dovuto partecipare direttamente alla compilazione dei nuovi obiettivi di apprendimento descritti, per ogni figura professionale che si intende formare, secondo i descrittori di Dublino articolati nelle varie Aree di Apprendimento. Se lei non ha partecipato almeno a questo, vuol dire che qualcuno ha fatto un collage di obiettivi presi a caso dai vari programmi di insegnamento oppure inventandosi dei descrittori generali che andassero bene per tutti. Se la cosa è stata fatta in questo modo (come probabilmente è accaduto), allora il livello di dettaglio richiesto dalla SUA è solo un adempimento burocratico eccessivo che non migliora un bel niente. E questo degli obiettivi di apprendimento è solo un esempio su almeno 100 possibili.

    • Se il mio barbiere non sa usare le diverse forbici che gli vedo invece mulinare tra le mani con maestria a seconda delle necessità, non è un barbiere.
      Se un docente non sa concepire e formulare in modo appropriato gli obiettivi formativi delle attività didattiche, non è un docente.
      Dublino è un imperativo, ma c’è moolto di più.

    • Ma tutti i docenti pre-dublino che neanche ci pensavano a formulare in modo appropriato, non erano docenti? Un po’ di sano scetticismo sugli imperativi dublinesi non è necessariamente deleterio. 🙂

    • Bene, allora preciso quanto sopra. 🙂
      Un docente doveva, deve e dovrà saper concepire e formulare [e documentare] in modo appropriato gli obiettivi formativi delle attività didattiche, altrimenti non è un docente.
      Perdipiù OGGI Dublino è un imperativo, perché i nostri vertici politici si sono messi d’accordo così, e pertanto i particolari canoni in voga vanno rispettati, altrimenti non aveva senso mettersi d’accordo…

  5. (4) radicale semplificazione delle procedure per le modifiche del quadro delle attività formative dei corsi di studio.

    Qui sono ancora più in difetto di informazioni pratiche (ovviamente per mia colpa). Tuttavia anche in questo caso ho espresso i mie forti dubbi per la solita richiesta “ideologica” di “semplificazione”.
    Modificare le attività formative di un Corso di Studi è un fatto rilevante, che va trattata con la dovuta importanza, dai singoli docenti e dall’Organizzazione del CdS.

    • @rubele sul punto (4)
      per farle un esempio di semplificazione niente affatto ideologica, provi a immaginare di cadere malato e di doversi astenere dall’erogare la didattica che il Dipartimento le ha già assegnato e che compare nella SUA ormai “chiusa”. Sicuramente ci sarà un collega disposto a sostituirla, ma questo provocherà il tanto temuto “disallineamento” della SUA dalla offerta effettivamente erogata, che farò saltare un almeno un paio di parametri sui quali si basa la “qualità” del suo corso di studi, soprattutto se è stato elencato tra i cosiddetti “docenti di riferimento” che costituiscono un requisito essenziale. Le sembra ideologico o semplicemente complicato?

  6. (5) introduzione dell’obbligo di considerare i risultati e la qualità dell’attività didattica, verificati attraverso le procedure di accreditamento e valutazione periodici delle sedi e dei corsi di studio, per l’attribuzione di fondi premiali e/o di riequilibrio.

    NO! Sono ***assolutamente contrario*** all’ideologia premio-punitiva, in ispecie se in forma di danaro, soprattutto quando applicata alla “valutazione della didattica”. Non c’è nulla che sia stato dimostrato efficace o scevro di controindicazioni, sulla materia.

  7. (6) introduzione di una procedura più rigorosa e meno sbrigativa per un provvedimento così importante come la chiusura di una sede universitaria.

    ASSOLUTAMENTE FAVOREVOLE. Non si può trattare la chiusura di una sede universitaria come quella di una gelateria. E’ talmente ridicolo pensare che si possano chiudere Università, In Italia, come quelle – dico così – di Siena, di Bari, dell’Aquila, di Palermo, che solo un Marziano può pensare di poterlo fare con i mezzi previsti dal corrente “sistema AVA”.

  8. non mi importa se sono noioso,
    io ripropongo il “vero problema”:

    aprire ai precari, o re-introducendo la terza fascia, o fare della abilitazioni per i precari, che, ovviamente, non possono competere con chi è già strutturato, nell’ASN, altrimenti si avrebbe concorrenza sleale, anche perché per questioni di budget si tende a prendere i già strutturati. Oppure aprire ai precari con dei percorsi che potranno essere meglio definiti con dei decreti ministeriali nuovi (pronti, se si volesse, anche in 15 giorni), per rtda o rtdb.

    ripeto all’infinito: l’urgenza non è rappresentata dall’ASN, soprattutto per chi è già strutturato, l’urgenza è per i precari (quelli titolati, non, per intendersi chi è al primo anno di dottorato).

  9. Ringrazio Renzo Rubele, perché mi offre la possibilità di dimostrare che il nostro sforzo è proprio quello di restare lontani da ogni semplificazione “ideologica”. Bisogna però avere la pazienza di entrare nel dettaglio delle proposte.
    1) E’ proprio perché siamo consapevoli che c’è una differenza fra “assicurazione della qualità” è attività del Nucleo di Valutazione che prevediamo l’obbligo, per ogni Ateneo, di predisporre un Documento programmatico per l’Assicurazione della Qualità, da aggiornare ogni tre anni, nel quale indicare strumenti e priorità. Rispettiamo l’autonomia (chi vuole potrà dotarsi di tutti i presidi e contro-presidi che ritiene opportuni)e non cediamo in nulla sul rispetto dei requisiti e sulla garanzia VERA della qualità. Analogamente, quello che chiediamo di cancellare è l’obbligo di un GRUPPO del riesame e non certo la responsabilità che ogni CdS ha di aggiustare mezzi e fini ogni volta che sia necessario, anche in vista di quella valutazione esterna che non proponiamo affatto di eliminare.
    2)Al lettore valutare cosa sia più ideologico e cosa sia più utile a capire “se le cose stanno andando bene”

    ALLEGATO C DM AVA

    AQ 3 – L’Ateneo chiede ai Corsi di Studio di praticare il miglioramento continuo della qualità, puntando verso risultati di sempre maggior valore (se non è presente viene revocato l’Accreditamento alla Sede).

    Tenuto conto delle risorse effettivamente disponibili, l’Ateneo attraverso il Presidio di Qualità orienta i Corsi di Studio al bilanciamento tra una AQ che si limiti a soddisfare requisiti predeterminati e un impegno verso il miglioramento continuo inteso come la capacità di porsi obiettivi formativi aggiornati ed allineati ai migliori esempi nazionali o internazionali.

    AQ 7 – La sostenibilità della didattica (esclusivamente per le Università Statali)
    La quantità massima di didattica assistita si calcola, con riferimento al quadro Didattica erogata della SUA, per i vari Corsi di Studio dell’Ateneo tenendo conto del numero di docenti di ruolo disponibili (professori ordinari e associati e ricercatori a tempo indeterminato e determinato) e del numero di ore di didattica assistita massima erogabili da ciascun docente,
    attraverso la seguente formula:

    DID = (Yp x Nprof + Ypdf x Npdf +Yr x Nric) x (1 + X)

    Per quanto riguarda la qualificazione della docenza, verranno utilizzati i risultati della VQR riferiti alle varie aree o dipartimenti generando un fattore correttivo per cui moltiplicare DID, ottenendo così la quantità massima di didattica assistita erogabile corretta in funzione della
    qualità della ricerca:

    DID (r) = DID x kr

    Il valore massimo che il fattore correttivo può assumere è 1,2 corrispondente a una valutazione positiva di eccellenza della ricerca che permette all’ateneo di incrementare del 20% la quantità massima di didattica erogabile.

    PROPOSTA SALMERI/SEMPLICI

    Il Nucleo di Valutazione raccoglie le schede di rilevazione delle opinioni di studenti, laureandi e laureati e le relazioni delle Commissioni Paritetiche Docenti-Studenti ed elabora pareri, raccomandazioni e indicazioni nei confronti degli organi di governo dell’Ateneo. Al Nucleo di Valutazione, in particolare, spetta la responsabilità del controllo dei requisiti di sostenibilità e garanzia della didattica.

    a)Sostenibilità della didattica
    Il rispetto dei requisiti di docenza fissati nell’Allegato A al presente Decreto deve essere garantito in modo scrupoloso, anche attraverso una adeguata programmazione della allocazione delle risorse che tenga presenti le esigenze del turn-over. Per ogni singolo Corso di Studio, fermi restando gli altri vincoli di legge, la percentuale di didattica assistita erogabile per contratto di insegnamento, affidamento o supplenza non potrà in ogni caso superare il 30 per cento del totale e dovrà essere mantenuto un rapporto non inferiore a 1,5 fra la media del numero di ore erogate dai professori di prima e seconda fascia e la media del numero di ore erogate dai ricercatori. Il rapporto dovrà essere calcolato incrementando del 30 per cento il numero delle ore erogate da ciascuno dei docenti a tempo definito.
    .

    b)Garanzia della didattica
    L’Ateneo garantisce che i titolari di ogni modulo didattico tengano personalmente le loro lezioni e organizza le modalità per un’informazione puntuale e tempestiva sulle eventuali modifiche del calendario delle stesse. Nel Documento programmatico per l’Assicurazione della Qualità devono essere chiaramente indicate le sanzioni disciplinari previste per i docenti che non dovessero rispettare i loro obblighi nei confronti degli studenti (lezioni, orario di ricevimento, esami) e la relativa procedura.

    3)Se Renzo Rubele avrà la pazienza di leggere la “nostra” scheda SUA, potrà facilmente verificare che tutti gli elementi da lui richiesti sono presenti, senza inutili ripetizioni e sovrapposizioni. L’eliminazione della sezione “Organizzazione e gestione della qualità”, in particolare, è l’applicazione dell’idea che il tema debba essere affrontato nel quadro definito dal già citato “Documento programmatico” di Ateneo.

    4)Rubele esprime solo una preoccupazione “ideologica” e dunque non c’è nulla da rispondere, perché non c’è una critica precisa.

    5)Il nostro problema è un altro. La VQR viene oggi assunta in modo sempre più diffuso per l’attribuzione di fondi premiali, mentre l’attività didattica è semplicemente ignorata, al di là di un insopportabile esercizio di lip service. Siamo contrari quanto Rubele alla logica puramente premio-punitiva e per questo parliamo anche di fondi di riequilibrio. Se i premi ci devono essere, tuttavia, chiediamo che la qualità della trasmissione del sapere venga riconosciuta e adeguatamente considerata.

    Spero che le nostre intenzioni siano più chiare e ringrazio ancora Renzo Rubele per questa opportunità.

    • Bene, l’obiettivo era attivare un minimo di dialettica, ben cosciente che in un blog non si può arrivare a risolvere problemi così complessi.
      Ribadisco che la cattiva realizzazione della politica AVA non può essere considerata slegata dalla debolezza di una diffusa cultura organizzativa e della qualità nella comunità accademica italiana. Le praterie sono state lasciate libere alle prescrizioni e alle grida dell’ANVUR, perché non erano ben presidiate da contadini valenti e fieri.

  10. Qualcosa accade invece, ma in senso opposto: da noi sta partendo la sperimentazione sulla SUA RD.
    Si inizia dalle pubblicazioni del 2013, che passeranno da U-GOV, al sito docente CINECA e poi alla scheda SUA quando sarà disponibile l’applicativo.
    Ho visto che sulla SUA c’è anche una sezione “docenti inattivi”, però non c’è scritto cosa ne sarà di loro. Quindi, per chi aveva dei dubbi, la VQR sarebbe stata ridondante in questo senso.

  11. Concordo con l’idea che l’assicurazione della qualità sia un processo che abbia aspetti positivi. Specialmente se sganciato dalla logica-premio-punitiva cui purtroppo in Italia siamo particolarmente affezionati.
    Purtroppo AVA è un documento a tratti delirante. Con una serie infinita di processi di controllo mal-definiti e aggirabili. Per questo la parola chiave è divenuta semplificazione. Al momento la sua attuazione sta comportando al momento la perdita completa del controllo sostanziale della qualità della didattica negli atenei, a favore della stesura di montagne di carta da inviare all’agenzia nazionale. Non era difficile capire fin dalle prime versione che questo sarebbe successo.

  12. Vorrei aggiungere che il livello di dettaglio e di rendicontazione documentale non è assurdo in sé per un processo di Quality Assurance. Chi ha partecipato ad esperienze simili (CampusLike e CampusOne) sa che il lavoro richiesto forse era anche più intenso. La differenza sostanziale è che a quelle pratiche si aderiva spontaneamente e non per obbligo di legge, che il buon risultato dava luogo ad una “patente” di qualità e non ad una penalità di chiusura della sede. Al “mercato” poi spettava di valutare se un corso “patentato” era maggiormente meritevole di considerazione.
    Trasformare un principio di sana concorrenza sulla qualità certificata, tipico delle imprese for profit, in un requisito di sopravvivenza per le attività non profit è ovviamente un’aberrazione burocratica finalizzata solo a rendere possibile qualche taglio in più per i distratti o per quelli meno inclini alle valutazioni di tipo aziendale.

  13. Rubele scrive:

    “Un docente doveva, deve e dovrà saper concepire e formulare [e documentare] in modo appropriato gli obiettivi formativi delle attività didattiche, altrimenti non è un docente.”

    La lingua batte dove il dente duole, e a volte batte tra parentesi quadre: formulare, documentare, questo è il problema! Morire, forse, ma qui è l’ostacolo, quali sogni possano assalirci in quel sonno di morte che è la appropriata documentazione spinta ad oltranza? Ma è chiaro che un docente deve saper concepire gli obiettivi formativi delle attività didattiche! Costringerlo però a perdere energie preziose nella documentazione e formulazione minuta di ogni singolo suo atto, in una specie di delirio di autocoscienza che non può che impedirgli di lavorare, significa, appunto, impedirgli di lavorare. Quando insegno so bene che cosa devo insegnare, quali sono gli obiettivi formativi, ma ogni volta è diverso, ogni classe è diversa, gli individui sono diversi, e ogni volta devo reinventare qualcosa di nuovo, per adattare il materiale alla diversa preparazione iniziale degli studenti, alle diverse domande che mi pongono. Insegnare è un’arte. A qualcuno verrebbe mai in mente di pretendere che Michelangelo fosse in grado di documentare in modo appropriato gli obiettivi creativi della sua attività artistica? La migliore documentazione sta nel risultato. Questa richiesta di una autocoscienza spinta allo stremo, non fa altro che impedire alle persone di lavorare: significa farle morire. E quali sogni possono assalirci in quel sonno … ? Ma santo Cielo, noi viviamo già in un incubo! Cerchiamo di svegliarci. Chi vuole giudicare i risultati del lavoro altrui deve farlo appunto dai risultati, non certo pretendendo che spenda il suo tempo prezioso in un esercizio folle di autodocumentazione che ripugnerebbe persino a Hegel, ne sono certo. Un cuoco deve forse formulare e documentare ogni volta, e preventivamente, attraverso un apposito portale informatico, gli obiettivi organolettici del brodetto di pesce che sta preparando?
    Chi vuole giudicarlo lo giudichi dal risultato: assaggi il brodetto di pesce e vede se è mediocre (in quanto ad esempio il sapore di pomodoro prevale e quello del pesce si è perso per strada) o una prelibatezza (in quanto invece è il sapore del pesce e l’equilibrio tra i diversi ingredienti a formare una gradevole armonia, che comincia dall’odore…). (Questo esempio mi è venuto in mente perché ho appena imparato da una mia carissima Zia il segreto di un buon brodetto di pesce: ma attenzione: l’ho imparato concettualmente: saperlo realizzare è tutt’altra cosa! Potrei riempire interi portali informatici con la appropriata autodocumentazione e autoformulazione, ma solo giudicando il risultato si vede se lo so fare oppure no).

    Si controllino i risultati, si controlli se i docenti dedicano tempo al ricevimento studenti, ecc. Ci sono tanti modi seri per controllare il lavoro altrui. Ma non la presente follia della documentazione continua, ininterrotta, del proprio flusso di autocoscienza, non il presente delirio di ingegneria gestionale, non il presente incubo burocratico.

    I nostri politici, riuniti in qualche città, possono aver stabilito qualunque cosa, ma se ciò che essi hanno stabilito è discutibile, per usare un utile eufemismo, bisogna appunto discuterlo, non certo prenderlo per oro colato! Ormai non si prende più nulla per oro colato, nemmeno quello che scrisse Aristotele (che di fatto ha scritto cose ancora utilissime, se solo sapessimo leggerlo) ed eccoci qui a idolatrare ciò che questi non meglio specificati “politici” avrebbero deciso in non so quale città. Del resto, i risultati del lavoro dei politici, nei campi che sono loro propri, sono sotto gli occhi di tutti.
    Sit modus in rebus.

    • Mi sembra che l’obiettivo formativo principale di un insegnamento di matematica sia quello di suscitare la curiosità che sarà naturalmente seguita dal piacere della scoperta, della comprensione e della padronanza dei relativi strumenti. Non sono sicuro che questo sia normalmente un obiettivo di altri insegnamenti.

  14. Non ho ben capito se si parla di polli in batteria o di università. Sempre che sia etico oltre che utile l’allevamento in batteria, da dove devono uscire tutti uniformi, dalle penne fino alle uova, non si potrebbe applicare un po’ di bioetica anche all’università? L’altro giorno, anziché comprare di quei pomodori tutti uguali, coltivati obbligatoriamente da piantine da serra che producono frutti calibrati e sterili, ho comprato una cassetta di pomodori tutti diversi, come dimensioni e maturazione e …. sapore. Cos’è in fondo questa ‘qualità’ anvurista dell’università dove il personale in qualche modo è ancora vagliato, se non una commistione di aspetti di cui una buona parte è del tutto esterna all’istituzione e da essa non controllabile o governabile?

    • No, è il docente che deve applicare metodi e criteri simili per simili casi, ad esempio quando fa esami. Gli studenti possono essere diversi, ma vanno valutati in modo consistente.

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