Costretto dalle pressioni dei partners dell’UE, il governo ha dovuto rapidamente redigere e presentare una lettera di intenti (“letterina“, secondo l’eloquente definizione di un autorevole membro del governo), contenente i passi da intraprendere per ottenere il non facile risultato di favorire la crescita e al contempo abbattere il debito. Mentre risulta un’accoglienza almeno formalmente positiva da parte dell’UE, alquanto severo è stato il giudizio del mercato obbligazionario, come dimostrano le ultime aste di titoli di Stato italiani, caratterizzate da significativi incrementi del tasso d’interesse e al contempo da un calo non piccolo del bid-to-cover ratio.

All’inizio della lettera, il governo  attribuisce, con scarso senso del ridicolo, la responsabilità della situazione attuale ad “attacchi speculativi“; appare invece evidente che il governo non è in grado di governare, il parlamento non è in grado di legiferare, la maggioranza attraversa un lento processo di decomposizione e di conseguenza agli occhi di qualsiasi osservatore  di buon senso appare lontanissima qualsiasi soluzione dei problemi italiani, debito e contrazione economica inclusi.

La lettera, nella sua vaghezza e genericità si occupa purtroppo anche di Università
e ricerca, vedremo ora come. Entro sei mesi, secondo quanto annuncia pomposamente  il governo, saranno prese “misure che favoriscano  ‘accumulazione di capitale fisico e capitale umano e ne accrescano l’efficacia“; fra queste: 1) l’ampliamento dell’autonomia e della competizione fra Università 2) l’accrescimento delle quote di  finanziamento legate alle valutazioni Anvur 3) l’ampliamento dei margini di manovra  sulle rette, ma con la riserva di una quota significativa del maggior gettito a favore degli studenti meno abbienti 4) l’avvio di uno schema nazionale di prestiti d’onore. Dulcis in fundo, si annuncia l’approvazione di tutti i decreti attuativi della c.d. Riforma Gelmini entro il prossimo 31 dicembre.

Come si vede, l’estensore della lettera non ha fatto particolari sforzi per dettagliare e chiarire le sue proposte; tanto meno è stato tenuto in considerazione il recente documento della Commissione Europea (Supporting  growth and jobs – an agenda for the modernisation of Europe’s higher education  systems, COM 2011 567 final del 20 settembre 2011), che pure avanza una serie di proposte relative ai sistemi universitari europei e sottolinea l’obiettivo del raggiungimento di una spesa in ricerca pari al 3% del PIL e di un milione di nuovi ricercatori in Europa entro il 2020. E’ certo vero che il documento della Commissione riconosce le obiettive difficoltà di raggiungere risultati tanto rilevanti in un momento di stretta fiscale generalizzata, tanto che auspica un determinante intervento di capitali privati, il cui effettivo coinvolgimento non è chiaro come si potrebbe ottenere.

E tuttavia, il documento del governo italiano, su questo come su altri punti è di una inconsistenza disarmante; qualcuno, giustamente, si potrebbe anche allarmare per i potenziali futuri contenuti di misure annunciate in modo così vago; le sorti dei simulacri
di provvedimenti annunciati nella lettera paiono tuttavia già segnate. Un punto è determinante: l’annuncio della scadenza di fine dicembre per l’approvazione dei decreti attuativi della riforma (ossia un insieme di decreti legislativi, decreti ministeriali e regolamenti) non indica affatto uno speciale zelo e desiderio di vederla finalmente operativa: tradisce semmai la certezza o quasi-certezza che il governo non supererà l’inverno e dunque la volontà di presentarsi alle prossime elezioni sventolando la bandierina della “riforma approvata”. Si può supporre che la Ministra, ammesso che sia stata consultata nella redazione della lettera, abbia deciso di risparmiare le proprie
energie, limitandosi a vergare quattro righe che constano della rifrittura di slogans ormai vecchi (ma davvero qualcuno poteva attendersi di meglio?); del resto questo vale per la lettera intera, “aria fritta” per citare Ernesto Rossi (parlarne sempre, pensarci mai).

Vediamo di scoprire il bluff in poche semplici mosse.  Aumentare la competitività fra atenei, si dice; ci viene qui preannunciata una ulteriore riforma dell’Università (la precedente ha di fatto pressoché azzerato l’autonomia dei singoli atenei) o qualcuno ha pensato di rivendere come merce nuova in Europa i pretesi risultati (futuri e tutt’altro che certi) della Riforma Gelmini? Lo stesso vale per la questione della valutazione effettuata da Anvur: si tratta di nuove norme o di qualcosa che già c’è e che viene già
ora (malamente, a quanto pare) implementato? Qualche, seppur parziale, elemento
di novità sembra ravvisabile solo per la questione delle rette e dei prestiti d’onore, a proposito dei quali viene comunque da chiedersi quanto grande dovrebbe essere l’incremento delle tasse universitarie per giustificare l’attivazione di un programma di prestiti (salvo che non si voglia pensare a un welfare di tipo scandinavo).

A questo proposito, mi pare interessante osservare come la “letterina” non abbia tenuto in alcun conto il sopra citato documento della Commissione UE; nessun cenno ai programmi di mobilità, alla costruzione di networks sovranazionali, all’integrazione fra Università e territorio e tanto meno all’esigenza di raggiungere entro un tempo relativamente breve livelli significativamente più elevati di formazione della popolazione. Niente di nuovo, visto che il governo ha sempre sostenuto i benefici di una educazione tecnica secondaria rispetto alla formazione universitaria. Abbiamo in ogni caso una ragionevole certezza: nulla o quasi di quanto indicato nella lettera sarà realizzato, e a questo proposito giova ricordare che la delega al governo per una serie di decreti legislativi in materia di Università (art. 5 della legge Gelmini) scade proprio il prossimo dicembre, quando i tre quarti dei decreti attuativi non sono ancora stati pubblicati in gazzetta. E’ lecito dubitare che il governo possa sopravvivere all’inverno ed è certo che se mai lo farà avrà ben altro di cui occuparsi che non dell’Università.

A questo proposito, stupisce il pezzo di oggi sul Sole24Ore, che sembra attribuire lo stallo nel completamento della Riforma Gelmini all’opposizione di rettori, docenti e studenti. L’estensore del pezzo ignora evidentemente che l’insieme di norme richieste al governo e al ministro ha per sua natura un iter complesso: se ritardi ci sono stati, dipendono dalla colpevole inerzia del ministro e talora dagli errori commessi, anche sotto il profilo procedurale, che hanno portato in taluni casi al mancato via libera
da parte del Consiglio di Stato
(lo ricorda lo stesso quotidiano, in altra sede, anche se in modo troppo cursorio). Va anche ricordato che organi come il CUN e la CRUI debbono essere obbligatoriamente consultati, ma non hanno alcun “diritto di veto”. Insomma, sarebbe bene porre fine a questo gioco stucchevole per cui si attribuisce
all’opposizione di qualcun’altro la responsabilità della propria inefficienza
.
Così pure, sarebbe ora di dire chiaro e forte e una volta per tutte che una larga parte dell’Accademia italiana intende farsi valutare ed intende contribuire attivamente allo sviluppo e all’efficienza delle strutture in cui lavora. Casomai si pretenderebbero da
parte della politica e talora anche da parte della stampa  maggiore attenzione e competenza rispetto ai temi che vengono di volta in volta trattati.

E’ giunta l’ora di rimboccarsi le maniche e proporre finalmente qualcosa di più serio delle “letterine”, anche e soprattutto a proposito dell’Università e della ricerca. Ne va
del futuro del Paese e di tutti noi. Da questo punto di vista, non è purtroppo
un buon viatico quanto si legge nel documento di Renzi.

Su cento punti programmatici
solo due sono dedicati all’Università
e alla ricerca. Il secondo non è altro che una promessa di sgravi fiscali per
le donazioni alle Università e incentivi per chi investe negli spin-off universitari;
impatto prevedibile vicino allo zero, tanto più che sgravi e incentivi sono già previsti. Più significativo il
primo: “Istituire un fondo nazionale per la ricerca che operi con le modalità del venture capital e sia in condizione di finanziare i progetti meritevoli al di fuori delle contingenze politiche. Il fondo sarà gestito un comitato esecutivo in carica per almeno 7 anni, costituito per 1/3 da professori impegnati nella ricerca a livello internazionale, per 1/3 da membri della comunità finanziaria esperti di project finance e venture capital, e per 1/3 dalla Comunità europea”.

A parte gli strafalcioni (esiste ancora la CEE?), questa è la tipica proposta roboante di chi vuole apparire moderno e innovatore senza sapere neanche di cosa parla. I fondi di venture capital sono fondi di private equity ad alto rapporto risk/reward, ne esistono numerosi e investono già autonomamente in progetti (e aziende) considerati remunerativi, inclusi spin-off universitari. Non si vede per quale motivo lo Stato dovrebbe finanziare un simile ircocervo, che ovviamente, operando secondo i criteri del venture capital, dovrebbe intervenire solo a favore della ricerca applicata che sembri generare ritorni immediati o al più nel breve periodo. Inoltre, la presenza pubblica si giustifica solo se si ammette che i finanziamenti privati alla ricerca seguono logiche troppo ristrette e finalizzate alla massimizzazione dei guadagni: ne dobbiamo forse dedurre che si pensa di istituire un fondo di venture capital che operi fuori dalle logiche di mercato e dunque non come un fondo di venture capital? Mi viene il dubbio che Renzi e i suoi quando parlano di istituire un fondo che “operi con le modalità del venture capital” non sappiano nulla di venture  capital ma siano attratti come certi bambini dal suono delle parole. Senza contare gli elevatissimi costi che comporterebbe edificare una struttura del genere e introdurre nel board di un simile fondo “membri della comunità finanziaria” (quali, e selezionati come? Dobbiamo supporre con retribuzioni di mercato in modo da attrarre i migliori fund  managers?). Assurdo anche il coinvolgimento dell’UE che non si capisce su quale base normativa europea designerebbe un terzo dei componenti della struttura. Inoltre, quale sarebbe la dotazione del fondo? E quali le conseguenze di eventuali gestioni in perdita per un board nominato per un tempo straordinariamente lungo?

L’amara conclusione è che la competenza è diventata merce rara nell’Italia del 2011.

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3 Commenti

  1. Ottimo articolo. Aggiungo qualche commmento da parte mia alla parte della lettera riguardante l’università.

    “Si amplieranno autonomia e competizione tra Università”

    Sono perfettamente d’accordo con Antonio Banfi quando si domanda se la lettera preannuncia una nuova riforma, dato che quella approvata l’anno scorso, con il suo apparato di norme centraliste e prescrittive, ha di fatto soppresso l’autonomia dell’università. Quando leggo sul Sole 24 Ore che tre quarti dei decreti attuativi non sono ancora in gazzetta, non posso fare a meno di notare che si è puntualmente avverata la previsione di chi, come Walter Tocci metteva in guardia dalla paralisi che sarebbe seguita all’approvazione della riforma (http://www.camera.it/453?bollet=_dati/leg16/lavori/bollet/201009/0922/html/07).

    Chiamare gli atenei alla competizione in assenza di risorse appare velleitario. Basta ricordare che, rapportata al PIL, la spesa universitaria italiana è pari al 65% della media OCSE, ponendoci in 31-esima posizione su 34 nazioni considerate dall’OCSE, vedi anche “Università: cosa dice l’OCSE dell’Italia?” (https://www.roars.it/online/?p=536).

    “Si accrescerà la quota di finanziamento legata alle valutazioni avviate dall’ANVUR”:

    Più che di quota di finanziamento, bisognerebbe parlare di quota di “definanziamento”. Riferendosi al decreto per la ripartizione del Fondo di Finanziamento Ordinario, Gianni Trovati (Sole 24 Ore, 27-9-2011) riportava che:

    “Per il 2011 le università ‘migliori’ riceveranno un assegno pari a quello del 2010, le altre invece andranno incontro a una perdita massima del 5,75%”

    In sede di varo della legge di stabilità, è stato previsto un ulteriore rifinanziamento, ma rimane il fatto che per il 2012 è previsto un ulteriore taglio. Secondo una lettera del Presidente CRUI (Mancini) a tutti i Rettori datata 14-10-11: “per il 2012 il Fondo di Finanziamento Ordinario viene rifinanziato di ulteriori 300 mln di euro portando di conseguenza il “taglio” dal 5,5% ad approssimativamente l’1%.

    “Si accresceranno i margini di manovra nella fissazione delle rette di iscrizione, con l’obbligo di destinare una parte rilevante dei maggiori fondi a beneficio degli studenti meno abbienti.”

    Tra i paesi dell’Europa a 19 per i quali i dati sono disponibili, solo l’Italia, l’Olanda, il Portogallo e l’Inghilterra hanno tasse annuali al di sopra di 1100 dollari per studente a tempo pieno. Inoltre il diritto allo studio in Italia è sottofinanziato rispetto altri paesi EU, vedi
    Risorse, diritto allo studio e merito
    https://www.roars.it/online/?p=166#more-166.

    “Si avvierà anche uno schema nazionale di prestiti d’onore.”

    La formazione non è solo un bene individuale da acquistare indebitandosi, ma i benefici collettivi superano quelli individuali (vedi “Università: cosa dice l’OCSE dell’Italia?” https://www.roars.it/online/?p=536). Alimentare la spesa per l’università attraverso l’indebitamento individuale ricorda un film già visto. Da quanto sta acccadendo altrove, non c’è nemmeno il lieto fine. Infatti, negli USA e altrove vi sono molti segnali allarmanti di nuova bolla finanziaria: “Record borrowing by college students who are graduating without jobs could lead to major problems in the nation’s economy, according to a recent report by Moody’s Analytics”. (Huffington Post 8-10-11)

  2. Grazie Giuseppe per le integrazioni. Preciso che in effetti qui ho commentato le due proposte di Renzi sulla ricerca. Altre due (n° 80 e 81) riguardano l’Università, vista prevalentemente come luogo di didattica. Mi riservo eventualmente di scrivere un breve commento in proposito nei prossimi giorni.

  3. Complimenti ad Antonio Banfi per la puntualità e il rigore delle sue osservazioni. L’articolo mi sembra un ottimo esempio dell’approccio corretto con cui si dovrebbero vagliare le proposte e i programmi in tutti i campi e, in particolare, in tema di università e ricerca. Un approccio del resto proprio di tutti i promotori di questo bel sito. Parlare con cognizione di causa, entrando nel merito delle questioni dopo averle veramente studiate, mi sembra precisamente quello che si deve fare per ricostruire l’Università e il Paese.

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