Riceviamo e pubblichiamo questa lettera di A. Liberatore, segretario nazionale USPUR in risposta a C. Zunino.

Università: non è vero che i professori italiani sono tra i più pagati. La stampa quotidiana nazionale dedica un’attenzione periodica al problema delle retribuzioni dei docenti universitari. E siccome in questi ultimi tempi le retribuzioni non sono cambiate, c’è da chiedersi perché si torni a parlare di cose già raccontate in precedenza. Qualche giorno fa è accaduto quanto era nelle previsioni.


E la cagione è stata la notizia che entro la metà del corrente mese di Aprile sarebbe apparso nelle librerie un libro, dedicato proprio al problema tanto caro ai nostri quotidiani, con il titolo “Paying the Professoriate: A Global Comparison of Compensation and Contracts”. La comparazione interessa 28 paesi (8 europei) compresa l’Italia. La notizia è stata ripresa da “La Repubblica” e subito inserita nel sito del Governo Italiano, che, quando si tratta di dare addosso ai docenti universitari, non si tira mai indietro.
L’autore dell’articolo di “La Repubblica” ha rilanciato la tesi non nuova che gli accademici italiani sono super pagati con la precisazione, in corsivo, “Secondi al mondo, dopo il Canada”.
Addirittura l’estensore dell’articolo (signor Corrado Zunino) esprime stupore perché i professori prendono lo stipendio tutti i mesi, anche in estate, con le università chiuse, e poi aggiunge: a Natale arriva la tredicesima. Noi non siamo curiosi e, quindi, non chiediamo al signor Zunino a quanto ammonta la sua tredicesima. Egli, insomma, ha da ridire sull’università italiana e non ha perso tempo per lodarla in negativo. Cerchiamo ora di evidenziare le cose che non vanno nello scritto in oggetto. E’doveroso prima di tutto osservare che i dati contenuti nel libro citato non tengono conto della differente struttura esistente nei diversi paesi presi a confronto sia delle voci stipendiali che del percorso delle carriere. Ne segue una rappresentazione distorta e lontana dalla realtà.
Ma, se è vero ciò che affermano i professionisti dagli stipendi, che nel confronto delle retribuzioni bisogna riferirsi ai soldi che il dipendente si mette in tasca e, quindi, allo stipendio netto, noi verremo così classificati:
15° posto per lo stipendio mensile medio netto (medio sta a significare che lo stipendio è riferito al nono scatto biennale);
10° posto per lo stipendio mensile netto d’ingresso;
3° posto per lo stipendio mensile netto nel “top level”.
Lo sappiamo, le classifiche sulla base dello stipendio mensile lordo non sono state fatte da Lei, signor Zunino, ma da coloro che hanno scritto il libro. Ma una qualche considerazione in merito Lei avrebbe potuto pur farla per richiamare l’attenzione dei lettori sul fatto. E allora perché non dare la giusta informazione ai cittadini, anziché affermare che “i professori universitari italiani risultano tra i più pagati” aggiungendo, con scritto in corsivo “Secondi al mondo, dopo il Canada”?
Cari giovani cittadini, se doveste scegliere la carriera universitaria, fatelo per amore alla ricerca e alla didattica, e sappiate che non è vero che sarete tra i più pagati.
Come già osservato lo scritto non tiene conto della differenza tra la struttura della carriera universitaria in Italia e quella degli altri paesi presi a confronto. Da noi, quando si parla di anzianità, il calcolo è relativo alla permanenza nel ruolo (ordinario, o prima fascia, ed associato, o seconda fascia) e non agli anni complessivi di servizio svolto. Passando da ricercatore ad associato e poi ad ordinario, con la vecchia legge si ricominciava quasi d’accapo, ed ora, con la legge Gelmini, la ricostruzione di carriera è stata eliminata. Eppure nell’articolo di Repubblica si afferma che, con la nuova legge Gelmini, è cambiato ben poco! Attualmente il pensionamento è previsto a 70 anni e, gli scatti sono triennali anziché biennali. Per arrivare allo stipendio massimo bisognerebbe andare in cattedra a 30/32 anni, mentre la media calcolata nell’ultimo periodo è di 52 anni circa. Quindi lo stipendio massimo delle tabelle ministeriali è puramente teorico e appannaggio di coloro che accedano al ruolo di ordinari molto giovani. Si tenga poi conto che per tre anni (2011-2013) gli scatti stipendiali sono bloccati e, praticamente, non vengono banditi concorsi per il passaggio di ruolo e/o di fascia. Pertanto è fuori da ogni realtà l’affermazione che i docenti universitari prendono stipendi che in altre categorie di pari livello appartengono al passato. [In merito chiediamo poi al signor Zunino di volerci indicare quali sono le categorie del pubblico impiego di pari
livello del professore universitario].
E per finire riteniamo utile ricordare che spesso, soprattutto da parte di persone che non sono addentro alle voci tabellari del trattamento economico, nella determinazione dello stipendio mensile lordo viene inserita anche la somma di spettanza della sede universitaria per i contributi previdenziali e per l’Irap. Si tratta di un errore che porta, ovviamente, a gonfiare in maniera impropria la retribuzione lorda del docente.
Lo stipendio annuo lordo per il professore ordinario, il professore associato e il ricercatore riportato sotto la voce “I costi per il MIUR” nell’articolo in oggetto soffre di qualche errore. Esso non rappresenta né lo stipendio annuo lordo né quello che verrebbe fuori con l’aggiunta della quota relativa ai contributi previdenziali e Irap a carico della sede universitaria. Ancora una volta bussiamo alla porta del sapere del nostro interlocutore con la preghiera di voler accrescere le nostre conoscenze su questa materia che fa tanto sparlare di questi super pagati professori universitari.

Il Segretario Nazionale USPUR

Prof. Antonino Liberatore

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1 commento

  1. E’ vero che la legge Gelmini sopprime (per i nuovi assunti nel ruolo) la ricostruzione della carriera, ma a seguito del ridisegno della scala stipendiale dovrebbe fissare il primo stipendio di un ordinario ad un livello paragonabile a quello di un docente con massima ricostruzione della carriera. La legge dovrebbe cioè sanare una situazione discriminatoria che, in termini di stipendio, vedeva avvantaggiato senza una plausibile ragione il vincitore di un concorso di prima fascia proveniente dai ruoli della università. La nuova scala stipendiale dovrebbe anche rendere gli stipendi meno dipendenti dalla anzianità. (Ho usato il condizionale perché non so fino a che punto la legge Gelmini sulle nuove scale stipendiali sia stata applicata.) Si potrebbe andare oltre: se ci fossero tre fasce di docenti, ognuna accessibile per concorso aperto anche ad esterni ed ognuna con uno stipendio indipendente dalla anzianità, non ci sarebbe bisogno di complicate ed arbitrarie “valuazioni di merito”. Se si pensa che tre fasce non siano sufficienti se ne potrebbero prevedere quattro. I concorsi per accedere alle fasce sarebbero l’effettiva valutazione. Ma sto descrivendo fantasie antiquate di un anziano professore in pensione che non apprezza le meraviglie della bibliometria. Dovremmo invece inchinarci tutti allo “H-index” che vede il rettore de La Sapienza annoverato tra i “top Italian scientists”.

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