Riceviamo e volentieri pubblichiamo.

Spett.le Redazione,

seguo ormai saltuariamente ROARS, dopo l’entusiasmo inziale: una frizzante novità nel panorama del dibattito sull’Università, ma nel tempo rivelatasi sempre più sbilanciata sulla critica.  Sia detto per inciso: la critica, anche severa e “pepata”, è ingrediente fondamentale di un sano dibattito; ma ho imparato a sospettare di chi raramente si misura con il rischio e la responsabilità della proposta, per quanto capace delle più acute analisi. Per rimanere a Seneca: “critica te stesso; ti abituerai a dire e ad ascoltare la verità” (Lettere a Lucilio, libro VII).
Ma veniamo sinteticamente al merito degli “attacchi” alle mie recenti comunicazioni.
Innanzitutto non ho mai parlato di chiudere una “dozzina di Atenei”, ma ho sempre fatto riferimento alle sedi: spesso periferiche, disseminate in virtù di logiche difficilmente ascrivibili alla razionalità gestionale e/o  alla qualità del servizio pubblico, contrastano tanto gli obiettivi di austerità, quanto di promozione (più che mai necessaria) della mobilità studentesca. Sorvoliamo pure sulla ricerca del sensazionalismo giornalistico: il mio intervento all’inaugurazione dell’anno accademico dell’Università IULM ritengo levi ogni dubbio alla univocità di tale affermazione.
In secondo luogo il tema del finanziamento pubblico agli Atenei non statali (attenzione, non “privati”, come vengono definiti a più riprese da ROARS: non sono aziende che distribuiscono profitti, ma anch’esse “enti pubblici non economici”), tema  complesso che non può essere ridotto ad una mera questione di “accaparramento”, come l’articolo sembra evocare. Innanzitutto i numeri. La riduzione del finanziamento disposto dalla L. 243/1991 è non solo complessivamente più “ripida” del finanziamento pubblico al sistema universitario (di almeno 10 punti percentuali nell’ultimo quinquennio), ma ha visto un significativo incremento degli Atenei cui è rivolto: dai 13 del 2009 ai 23 del 2013. Come dire: si riduce la torta e aumentano i commensali. “È l’austerity, bellezza”? Forse. Ma non dimentichiamo che lo Stato sostiene con questa misura di (residuale) finanziamento l’imposizione agli Atenei non statali dei medesimi vincoli ordinamentali (ivi comprese le facilitazioni per il diritto allo studio, a valere quasi totalmente sul bilancio degli Atenei) e di requisiti di docenza propri dell’Università pubblica. In tempi non sospetti ho proposto, insieme a molti colleghi Rettori, l’abolizione del finanziamento agli Atenei non statali a patto che, con il venire meno delle (poche) risorse, ci si sollevasse anche dai medesimi vincoli imposti agli Atenei statali con (spesso falliti) obbiettivi di controllo della spesa pubblica.
Infine il tema della VQR: trovo curioso che proprio ROARS, che tanto spazio ha dedicato a decostruire minuziosamente e disapprovare la metodologia della VQR, oggi ne utilizzi acriticamente i risultati per “castigare” le istituzioni universitarie che mi pregio di rappresentare. Lungi da me sottovalutare i (pur discutibilissimi) risultati della VQR, che tanto alla IULM quanto alla Kore sono oggetto dell’attenzione delle strutture di ricerca: qualunque stimolo al miglioramento, per quanto incerto e a prescindere dalla fonte, è prezioso. Parliamo tuttavia, specie per la Kore, di istituzioni giovani, che pagano significativamente il blocco del reclutamento di docenti e ricercatori (anche su questo piano le Università non statali sono legate a doppio filo alle scelte dello Stato). Ciò detto, rimango dell’idea (la quale ingenuamente pensavo di condividere con ROARS) che i risultati della VQR vadano (e con le pinze!) usati per quello che sono, e non certo per stilare graduatorie di Atenei. Per dirla con il genio del Leopardi: “Primieramente non è facile il promuovere le opere di genio. Gli onori, la gloria, gli applausi, i vantaggi sono mezzi efficacissimi per promuoverle, ma non quegli onori e quella gloria che derivano dagli applausi di un’Accademia. […] per piacere ai critici si scrive 1. con timore, cosa mortifera, 2. si cercano cose straordinarie, finezze, spirito, mille bagattelle” (Zibaldone, 2 luglio 1820). Coerentemente a questa linea di pensiero ho tra l’altro criticato, con la CRUI, l’estensione dell’utilizzo dei risultati della VQR alla valutazione dei Collegi dei Corsi di Dottorato.
In definitiva, ben venga la critica, ma che non chiuda gli occhi alla complessità delle cose per bearsi del suo proprio rigore.
Grato per l’attenzione, saluto con viva cordialità.
Prof. Giovanni  Puglisi

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11 Commenti

  1. Giovanni Puglisi: “non ho mai parlato di chiudere una “dozzina di Atenei”, ma ho sempre fatto riferimento alle sedi”
    =========================
    Giovanni Puglisi (QN _resto del Carlino, 28.2.2014,
    http://www.swas.polito.it/services/Rassegna_Stampa/articolo.asp?ID=4028-185170339.pdf):
    «La soluzione è unica e impopolare: sfoltire il sistema universitario»
    – Propone di cancellare gli *atenei* periferici?
    «Sì, vanno tolte di mezzo tante *università* nate negli ultimi 30 anni».
    «È l’unico sistema per ridurre la spesa e aumentare gli investimenti».
    «L’Università non è solo una sede, è l’humus che permea il tessuto di un territorio.
    E in Italia, solo Bologna, Pavia, Siena, Firenze e Perugia sono città universitarie per eccellenza»
    – Basterebbe chiudere una dozzina di sedi per risolvere tutto?
    «No, ma sarebbe un bell’inizio».
    – Lei sta lanciando un darwinismo tra *atenei*?
    «Sì, anche per ridare spazio al merito come chiede Renzi»

  2. Giovanni Puglisi: “curioso che proprio ROARS, che tanto spazio ha dedicato a decostruire minuziosamente e disapprovare la metodologia della VQR, oggi ne utilizzi acriticamente i risultati per “castigare” le istituzioni universitarie ”
    =================
    G. De Nicolao (https://www.roars.it/online/giovanni-puglisi-chiudere-una-dozzina-di-sedi-ma-da-che-pulpito-viene-la-predica/):
    “Inutile ricordare che su Roars abbiamo sottolineato più volte i gravi problemi metodologici che affliggono la VQR e ne rendono inaffidabili i risultati. Non meno precaria è la condizione delle classifiche ANVUR, che fin dall’inizio si sono sdoppiate, una versione nella relazione finale VQR ed un’altra per la stampa. Pur rimanendo valide tutte queste nostre riserve, proviamo per un attimo a stare al gioco dei “tagliatori di teste”:

    «Se adottassimo la VQR come criterio per decidere quali atenei sono maggiormente degni, come se la caverebbero i due atenei di Puglisi?»”

  3. Salve!

    io non faccio parte della redazione ROARS e quindi non dovrebbe essere mio compito rispondere alle sue questioni….ma leggendo la sua cortese lettera, rimango perplessa da una sensazione di irrealtà. Le affermazioni da lei portate avanti in QUESTA lettera sono in parte condivisibili, ma non mi sembra che corrispondano del tutto a quelle da lei fatte precedentemente. Mi sorge il dubbio che lei abbia usato qui un’angolazione un po’ diversa, per adattarsi al diverso uditorio. Infatti le sue precedenti affermazioni, rilasciate in qualità di vicepresidente della CRUI, piuttosto che come rettore di IULM e Kore, erano tali da sollevare un certo tipo di reazione, ovvero, a mio modesto parere, titillavano la ben nota e modaiola richiesta a chiudere un certo tipo di Università, non meglio identificate forse nel suo intervento, ma benissimo identificate nei vari commenti di stampa. La questione e’ che quando si hanno posizioni pubbliche e si e’ chiamati a parlare a nome di una ampia comunità bisognerebbe fare attenzione a ciò che si dice. Se la sua smentita (cosi’ essa pare, o vuole controsemntire?) l’avesse fatta alla stampa, invece che in questa sede, forse avrebbe avuto più senso, ancorché tardiva, e come tale poco efficace.
    Infine: talvolta trovo anche io che l’uso da parte dei commenti di ROARS dei risultati della VQR a danno di alcuni interlocutori sia un po’ “strana”…ma diciamocelo: la CRUI si bea dei risultati di questa operazione, quando le fa comodo, la appoggia attraverso i propri membri e nonn mi pare abbia fatto nulla di significativo per correggerne gli errori più marchiani. Quindi, l’uso dei risultati della VQR qui e ora a danno di autorevoli membri della CRUi (ma anche del Governo), mi pare efficace, quanto meno per segnalarne l’assurdità. Non trova?

    • Su Roars abbiamo evidenziato le molte falle della VQR. Se però qualcuno comincia a parlare di chiusura di atenei, è giusto domandarsi (domandargli) chi viene chiuso. In base alle norme vigenti: “per gli atenei commissariati è l’ANVUR che “valuta i risultati della fase di commissariamento ed esprime il proprio parere circa il mantenimento dell’accreditamento dell’università” come pure “può avanzare al Ministero proposte di federazione o fusione dell’ateneo commissariato con altri atenei o di razionalizzazione dell’offerta formativa” (DECRETO LEGISLATIVO 27 ottobre 2011 , n. 199). È abbastanza logico pensare che se si arrivasse al “redde rationem” l’ANVUR terrebbe conto della VQR (e non a caso Giavazzi ha chiesto la chiusura di atenei in fondo alle classifiche VQR). Andare a controllare chi è in bilico, non significa accreditare la VQR, ma evidenziare lo scenario in cui ci si muove. Come ho scritto, “sono tutti darwinisti con gli atenei degli altri”, tranne poi accorgersi che il Torquemada di turno rischia di scottarsi anche lui. Si tratta di un classico esempio di “reductio ad absurdum”.

  4. Puglisi: “Sia detto per inciso: la critica, anche severa e “pepata”, è ingrediente fondamentale di un sano dibattito; ma ho imparato a sospettare di chi raramente si misura con il rischio e la responsabilità della proposta”

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    Poiche’ di tanto in tanto qualcuno ci dice “sapete solo criticare ma non proponete mai niente” vorrei rispondere che Roars non e’ un sindacato, ne’ un partito politico, ne’ un centro studi ma e’ un blog collettivo fatto da accademici, nel loro tempo libero, per stimolare una discussione sui temi universita’ e ricerca. Dunque malgrado spunti per proposte ci siano in tanti interventi dei redattori (https://www.roars.it/online/category/idee-e-prospettive/) e degli autori che scrivono su Roars, questo sito ha come obiettivo di contribuire a formare una opinione pubblica informata sulle tematiche riguardanti universita’ e ricerca.

  5. In merito all’argomento per cui sarebbe assurdo utilizzare le risultanze della VQR per avanzare ragionamenti e nel contempo criticare il modo in cui la VQR è stata concepita e condotta: quel che a me pare assurdo è proprio questo argomento. Infatti, è un po’ come dire che, se si ritiene (anche fondatamente, come nel caso delle opinioni di Roars sulla VQR) che una legge dello Stato non sia giusta, allora si può anche non osservarla. Oops… dimenticavo che questa è giustappunto la “forma mentis italica”, Magnifici Rettori inclusi!

  6. La distinzione fra scuole (università) pubbliche e statali è abbondantemente utilizzata per bypassare il dettato della Costituzione che impedisce il finanziamento pubblico alle scuole private.
    È un trucchetto all’italiana, con il quale si confonde fra funzione pubblica e gestione pubblica. Le scuole private svolgono una funzione pubblica, così come i tassisti, i medici privati e i dentisti, ma la svolgono con gestione privata.
    È la gestione che definisce pubblica o privata un’attività, non l’attività che svolge.
    Quanto poi a lamentarsi del fatto che i criteri di gestione siano sotto controllo dello stato mi sembra ovvio, sarebbe come se i tassisti si lamentassero di doversi fermare al semaforo rosso come fanno gli autisti degli autobus.
    A me questo fatto che un rettore di ben due università private sia vicepresidente della CRUI mi è incomprensibile e anzi mi sta un po’ sulle scatole :(

  7. Provo a dire con altre parole lo stesso concetto di Sylos Labini. Roars sta lavorando alla promozione della partecipazione democratica dal basso e non invitata su temi relativi alle politiche della ricerca.

    Tradizionalmente la discussione è stata condotta dall’alto o con strumenti di consultazione che hanno sollecitato gruppi di interessi organizzati. Le critiche di questi gruppi sono ovviamente sempre accompagnate da “proposte concrete” volte principalmente a difendere i propri interessi. (Penso alle consultazioni ANVUR con le società scientifiche, ma anche a tutti gli interventi di Crui, Codau o simili).

    Roars sta tentando di stimolare discussioni e riflessioni nella comunità scientifica e possibilmente nella società su istruzione, università e ricerca. Di creare un contropubblico pensante e informato in grado di discutere le scelte di policy che negli anni solo i gruppi di interesse organizzati e gli editorialisti hanno discusso e commentato.

    Direi che possiamo rivendicare con orgoglio il diritto di criticare; e pure il diritto di criticare scelte e policy senza dover ogni volta essere costruttivi: non siamo consulenti di nessuno e non abbiamo interessi da difendere. Questo non ci ha impedito di fare anche proposte costruttive, cosa che continueremo a fare ogni qual volta lo riterremo opportuno e utile.

  8. E’ una specialità di certuni affermare qua e poi smentire là. Il fatto è che la smentita non elimina dalle menti le cose ascoltate/lette anche perché non raggiunge le stesse persone. Ma alimenta la confusione.

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