L’Università italiana affronta da decenni una cronica condizione di “riforma permanente”. Dall’epoca di Berlinguer ad oggi, passando per l’era Moratti e l’era Mussi, fino ad approdare alla Riforma Gelmini, da un ventennio processi riformatori investono l’accademia con risultati spesso opinabili, diffondendo disorientamento e caos, costringendo gli attori del sistema a spendere energie per adeguarsi a novità legislative spesso raffazzonate: il che finisce anche per scoraggiare i giovani studiosi dall’intraprendere la loro carriera in un simile caravanserraglio. Sono di moda i paragoni con l’ambito aziendale: quale impresa sopravvivrebbe senza fallire a un processo di questa natura?

Non che l’Università italiana non fosse (e non sia) bisognosa di riforme, anzi. Non però di riforme mal fatte, mal pensate, mal scritte: riforme, insomma, che inevitabilmente chiamano nuove riforme. Tocca sperare di arrivare non troppo tardi a un ubi consistam, prima che il nostro sistema di istruzione superiore si acquieti finalmente nel rigor mortis.

La Riforma Gelmini è stata approvata con compiacenza bipartisan e ampio sostegno nell’opinione pubblica dopo una campagna di stampa mirante a dipingere l’università italiana come una sentina di corruttele, un’altra “casta”. Una rappresentazione inesatta e offensiva per i molti che nell’accademia si impegnano con dedizione, anche se va pur detto che le storture certo non mancavano.

Una riforma per il merito, si disse allora. Ma ne siamo sicuri? Come ho già avuto modo di dire su queste pagine, non è affatto certo che il nuovo sistema di reclutamento favorirà scelte fondate sul merito. Poco importa, si dirà, perché grazie ai meccanismi della valutazione, demandati all’apposita agenzia (ANVUR), si potranno assicurare comportamenti virtuosi. Anche questa è una visione superficiale fondata su parole più che sui fatti. L’ANVUR è organo di nomina ministeriale che sta cumulando una varietà di poteri che travalicano la mera valutazione per investire l’ambito delle policies. I valutatori sono stati scelti da ANVUR con criteri opachi; costoro, ai fini del prossimo esercizio di valutazione, si stanno dotando di criteri operativi in segretezza, senza alcun dibattito, senza alcuna riflessione pubblica.

Si tratta di un modo di procedere che non ha eguali al mondo e sconosciuto ai paesi che da decenni si impegnano nella valutazione dell’Università. Inoltre, quel poco che è dato sapere da fonti bene informate circa i criteri in discussione presso i valutatori lascia sconcertati: pare che gli estensori stiano procedendo a tentoni senza tenere in minimo conto la sterminata produzione scientifica in tema di valutazione e bibliometria alla quale avrebbero pure potuto utilmente attingere.

L’Italia diverrà il primo paese nel quale la valutazione si fa secondo regole cucinate al momento, non conosciute in anticipo, non discusse con i soggetti valutati, scelte da soggetti non sempre qualificati allo scopo.

Ipotizziamo pure che il marchingegno possa alla fine funzionare: le scelte del legislatore produrranno comunque effetti paradossali. Un esempio: i ricercatori valutati negativamente, magari perché totalmente inattivi, subiranno forse qualche modesta penalizzazione dal punto di vista stipendiale, venendo privati dell’attribuzione periodica degli scatti. Cose di poco conto, specie per chi è avanti negli anni o svolge una lucrosa attività professionale al di fuori dell’ateneo. Al contempo gli inattivi danneggeranno gravemente le strutture che, non necessariamente per loro colpa li ospitano, che di costoro non possono disfarsi e che si vedranno decurtati significativamente i finanziamenti.

Né sarà possibile ovviare appieno alla cattiva valutazione di un soggetto con la valutazione eccellente di un altro: infatti si procederà alla valutazione dei singoli componenti per giungere a quella complessiva della struttura, senza tenere in conto la mole e la qualità della produzione della struttura stessa nel suo complesso. Per questo motivo già si sente parlare, specie fra i colleghi delle discipline scientifiche, dell’esigenza di inserire i ricercatori zombies quali coautori dei propri scritti per far salvi i finanziamenti alle strutture. Altro esempio: il ricercatore Tizio ha operato meritoriamente presso l’ateneo X e si trasferisce poco prima della valutazione presso l’ateneo Y. Quale struttura sarà finanziata grazie alle sue capacità? La seconda, anche se magari egli ha utilizzato per le sue ricerche i fondi e i costosi strumenti della prima. Siamo sicuri che questo sia il merito?

Testo apparso sul Riformista del 28 gennaio 2012.

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