Sabato 26 Marzo alle 14:30 si svolgerà a Firenze la manifestazione nazionale della campagna “Insorgiamo”, nata dalla vertenza anti-delocalizzazione della fabbrica GKN.

L’Associazione dottorandi e dottori di ricerca in Italia ha predisposto il documento di adesione alla giornata nazionale di Insorgiamo che pubblichiamo di seguito.

Pubblichiamo altresì il documento dedicato alla scuola del gruppo promotore Insorgiamo.

 

Comunicato ADI GKN 26 Marzo

 

Gruppo promotore INSORGIAMO!, Roma,

La scuola, luogo di educazione e formazione delle giovani generazioni insegna la pace, ma insegna anche la disobbedienza e il conflitto. Per crescere soggetti liberi serve una scuola aperta, ricca di relazioni, capace di leggere i contesti sociali e le relazioni di potere.

LA SCUOLA INSORGE!

Agli inizi degli anni Ottanta del secolo scorso l’immaginario collettivo viene progressivamente colonizzato da concetti tipici del linguaggio economico nella sua versione neoliberista. Alcune parole come azienda, imprenditorialità, competenze, l’autonomia personale come capacità di sforzo individualistico e competitivo, delineano nuove soggettività e   prende corpo la locuzione capitale umano. Il mondo dell’educazione, della formazione e il mondo del lavoro vengono travolti da questo enorme cambiamento antropologico, culturale, politico. La forza-lavoro, venduta e comprata dall’imprenditore nelle forme del capitalismo classico, vede via via aumentare la richiesta di flessibilità, di formazione permanente (ormai svilita e snaturata), di valutazione continua basata sugli standard richiesti dal mercato. I diritti all’educazione, istruzione, lavoro e salute, conquistati in anni di lotte vengono erosi: lo Stato, come loro garante, si ritira e vende, con interi comparti di welfare, se stesso ai privati, stravolgendo contestualmente il dettato costituzionale.

Il sistema scolastico pubblico nato nel secondo dopoguerra, i servizi erogati per l’accesso al diritto inappropriabile e inalienabile all’educazione e all’istruzione dei cittadini e delle cittadine, ne è severamente investito, al passaggio del secolo, attraverso il combinato di diversi provvedimenti legislativi.

1.      Autonomia scolastica ((Dpr 275/1999). Autonomia è la parola-chiave per comprendere la rilevanza dei passaggi successivi. I Ministeri di  Berlinguer (fautore dei processi di progressiva aziendalizzazione), di Moratti e di Gelmini (con le riforme ordinamentali e gli spaventosi tagli agli organici del personale scolastico), il manifesto La Buona Scuola di Renzi con la messa in campo dei decreti legislativi previsti dalla legge 107/2015, hanno completato un ciclo di attacco alla scuola pubblica, dello stato – luogo di liberazione e di emancipazione dei soggetti mediante l’accesso alla conoscenza e ai saperi –  delineata dalla Carta Costituzionale.

2.      Aziendalizzazione, organi collegiali (OOCC) e Dirigenza. Gli istituti scolastici, resi elefantiaci con i processi di dimensionamento, di eliminazione delle scuole nei centri minori e nelle periferie delle grandi città, diventano le aziende dirette dai Dirigenti-Manager la cui formazione in accesso prevede l’abbandono di ogni interesse pedagogico-didattico verso un’imprenditorialità stracciona, giocata su pochi fondi ordinari e su una sventurata corsa a reperire risorse da progetti europei, da fondi privati, dai contributi delle famiglie. La verticalizzazione della dirigenza, la costituzione di staff di cortigiani al servizio di una presunta strategia di efficacia e di efficienza dell’offerta formativa, segnano la progressiva decadenza degli OOCC e la messa in mora di ogni parvenza di democrazia nella definizione delle linee pedagogico-didattiche, con la retorica della rispondenza alle esigenze dei territori, impoveriti culturalmente, materialmente, del Sud e del cosiddetto Sud del Nord Italia.

3.      Organici, rapporto numerico insegnanti/alunni. Gli organici di tutto il personale della scuola, non solo quello docente, hanno subito tagli importanti, concausa della progressiva precarizzazione. I provvedimenti dei governi di questi ultimi anni hanno  esasperato il problema: le modalità concorsuali straordinarie e ordinarie con la selezione standardizzata a test, forma ormai consueta di svolgimento di qualsiasi prova di accesso, i costi per il conseguimento dei crediti scaricati sulle spalle dei candidati, la mercificazione della formazione (ridotta a punti per avanzare in graduatoria) rappresentano una soluzione peggiore del male: si continua con l’abuso di precariato da una parte e, dall’altra, con la mortificazione di lavoratori che hanno comunque consentito il funzionamento della scuola, anche nel periodo della pandemia. Manovre che non fanno che appesantire la già difficile situazione del rapporto docenti/alunni, arrivato a numeri insostenibili per qualsiasi relazione educativa e didattica significativa (classi-pollaio).

4.      Scuola dell’infanzia, primaria, secondaria, università. La formazione del capitale umano è la spina dorsale di tutto il sistema dai nidi di infanzia ai corsi universitari. La diseguale diffusione dei servizi per la prima infanzia fra Nord e Sud del paese, il mancato investimento per la scuola da 3 a 6 anni, la decadenza del tempo pieno alla scuola primaria, l’oblio in cui viene lasciata la scuola superiore, attraversata da diverse, spesso inutili, sperimentazioni e da un impianto ancora rigidamente classista (licei, istituti tecnico-professionali), l’indirizzo precoce, chiamato orientamento, il numero chiuso per l’accesso alle facoltà universitarie e i costi di iscrizione, sono lo sfondo  ideale per capire la retorica del disallineamento fra formazione delle creature piccole e giovani e il mercato del lavoro (mismatching) di cui i media si fanno portavoce. Oggi, i fondi del PNRR che, come ricordano gli economisti più onesti e avveduti, non sono certo a costo zero, sembrano avere come unico orizzonte proprio il capitale umano inteso, con proprietà di termine, come capitale variabile, cognitivo, da cui ricavare profitto. I  licei quadriennali a vocazione pratica, gli Istituti tecnico-superiori/ Academy governati da fondazioni private, la Carta di Genova promossa da 11 regioni italiane per l’orientamento precoce fin dalla scuola primaria, gli indicatori oggettivi per la valutazione e certificazione delle competenze (ormai tutt’uno con le soft skill), il cui teorico è sempre Daniele Checchi dalla pagine del quotidiano della Confindustria, la retorica degli STEM dedicati alle ragazze e alle donne, sono l’impianto di questa gigantesca controriforma. Il tutto mentre aumentano i numeri dell’abbandono scolastico, del lavoro minorile, dei NEET (coloro che sono fuori da ogni sistema formativo e lavorativo) e, quando va bene, dei contratti di apprendistato a soli 15 anni.

5.      Il lavoro da Biagi (2003) al Jobs Act (2017). Quest’ultimo, non a caso altro capo del nodo scuola-lavoro, ha portato alla dispersione e alla marginalizzazione dei contratti di lavoro, già delineatesi all’esordio del secondo millennio. Il lavoro sommerso, quello in violazione degli articoli del Codice penale sui reati di sfruttamento del bisogno, della vulnerabilità, con effetti schiavistici (settori del bracciantato, della logistica, della ristorazione, della cura alla persona), lascia molta parte della popolazione sotto la soglia di povertà. La messa a margine della cura e del lavoro di riproduzione sociale, con effetti di arretramento nella cultura di genere e nelle misure a favore dei soggetti migranti, è la paradossale risposta all’ampliarsi della platea dei giovani e degli anziani poveri.

l punti 4 e 5 sono, dunque, i lacci che serrano in un’unica morsa il sistema di educazione-istruzione e il lavoro subalterno. L’azienda si prende la scuola e si assume il welfare (salute, pensioni/fondi, servizi alla persona) contrattualizzandolo, rendendolo parte del salario, regalandolo al privato. L’alternanza Scuola/Lavoro (ASL) riconfezionata sotto l’acronimo PCTO, percorsi per l’implementazione di competenze volte all’orientamento, la decadenza degli istituti tecnico-professionali che perdono i laboratori interni e inviano gli studenti a quelli delle aziende ospitanti i percorsi orientanti, miete vittime reali e simboliche, mentre l’obbligo a 18 anni rischia la definitiva messa a lato del dibattito politico. Le aziende riescono a realizzare in questo modo una specie di vendetta postuma, negli anni ’70 erano gli operai ad avere conquistato le 150 ore di studio sottraendole al lavoro, ora assistiamo all’inversione totale: vengono sottratte ore di studio per lavori spesso inutili e pericolosi come gli ultimi tragici avvenimenti stanno a testimoniare.

È necessario stringere un nuovo patto fra scuola e mondo del lavoro che incroci i diritti del lavoro docente e di altri comparti nel comune interesse verso l’educazione libera, critica, disinteressata delle nuove generazioni.

Send to Kindle

1 commento

  1. il comunicato ADI spicca per intelligenza, chiarezza ed equilibrio. Fa tristezza che nessuno in ambito politico (anche di politica accademica) non faccia proprie queste posizioni, specialmente riguardo al tema del rapporto tra aziende e università (e, aggiungerei, fra Atenei, CRUI e le lobbies che fanno pressione affinché l’Università diventi una scuola professionale, con Confindustria in testa).

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.