Maurizio Ferrera – Università di Milano

Siamo sicuri che l’educazione classica sia superata? Negli ultimi anni si è diffusa nel nostro paese l’idea che lo studio della lingua e della cultura greca e romana sia irrilevante per le esigenze di una società in cui la tecnologia ha un ruolo essenziale. Un articolo di Maurizio Ferrera, uno dei più autorevoli sociologi italiani, ha messo in discussione questo luogo comune, segnalando il successo di diverse iniziative culturali che promuovono la conoscenza del patrimonio della classicità nei paesi di lingua inglese. In particolare, l’editorialista del Corriere sottolinea un dato che fa riflettere: dagli anni novanta negli Stati Uniti il numero di studenti universitari che si sono iscritti a corsi di greco e latino è aumentato del trenta per cento. Si direbbe che nel paese che vanta l’economia più avanzata dell’occidente lo studio del patrimonio intellettuale dell’antichità classica non sia affatto ritenuto inutile.Non è difficile spiegare l’attrattiva che questo tipo di studi ha per gli studenti americani o inglesi. Un primo fattore è il costante richiamo al modello classico del modo di concepire la formazione delle classi dirigenti britanniche, che ha esercitato un’influenza molto importante anche sulle principali università statunitensi. Si tratta di un fenomeno che ha la propria origine nel diciannovesimo secolo, quando Benjamin Jowett, il traduttore inglese di Platone, propone un nuovo modo di intendere la funzione dell’università che si ispira dichiaratamente all’insegnamento del filosofo greco. La necessità di formare un ceto di civil servants da impiegare nell’amministrazione imperiale nei luoghi più diversi della terra trova risposta attraverso il nuovo sistema dei tutorials. Gli studenti si abituano a leggere i classici nell’originale, discutendoli con colleghi e insegnanti, coltivando la propria intelligenza attraverso l’esercizio del dialogo. Le opere dei più importanti scrittori greci e latini diventano i manuali su cui si forma la sensibilità politica e morale di questi giovani destinati a lavorare per il bene comune. Un nuovo sistema di selezione per il civil service, basato sul merito, sostituisce la vecchia selezione personale che assicurava una comoda sistemazione ai figli dell’aristocrazia. All’inizio del novecento, poche migliaia di funzionari usciti da istituzioni come Balliol o New College amministravano paesi di milioni di abitanti, un fenomeno che sarebbe inspiegabile ricorrendo soltanto alla forza bruta. Questi giovani, che lasciavano l’Inghilterra con le opere di Tucidide o di Aristotele nel baule, erano nella maggior parte dei casi linguisti di grande abilità, capaci di mettere a frutto la saggezza politica degli antichi per affrontare i problemi posti dal governo di un impero che si estendeva dal Canada a Burma. Quando – alla fine della seconda guerra mondiale – avviene la translatio imperii da Londra a Washington, gli esponenti più consapevoli della classe dirigente statunitense cercano di riprendere gli aspetti di questo modello che ritengono compatibili con la cultura americana, assecondando l’aspirazione britannica di essere “Athens to their Rome”.

C’è da dubitare, come ha sostenuto Christopher Hitchens, che questo tentativo sia riuscito appieno. Tuttavia, esso ha generato indirettamente un fenomeno che potrebbe essere un secondo fattore di spiegazione del successo attuale dell’educazione classica negli Stati Uniti (e del relativo prestigio che essa continua ad avere nel Regno Unito). Negli anni cinquanta e sessanta si contano a centinaia gli studiosi di Oxford e Cambridge che si trasferiscono presso le università statunitensi. Sono attratti da stipendi più alti e da una legislazione del lavoro più elastica che non li costringe, come avviene nel paese di origine, a lasciare l’insegnamento quando sono ancora nel pieno della maturità intellettuale. Sullo sfondo di questo straordinario fenomeno di emigrazione intellettuale che interagisce felicemente con un ambiente già aperto alle suggestioni della cultura classica, si spiega il successo che ancora oggi l’educazione classica ha presso gli studenti americani. A Berkeley oppure a Princeton, frequentando i corsi di studiosi come Stuart Hampshire o Bernard Williams, essi si rendono conto che Seneca o Aristotele non sono soltanto “dead white males” – come vorrebbero certi sostenitori del multiculturalismo – ma pensatori che hanno qualcosa di molto importante da dire anche sulla società contemporanea. Come ha scritto V.S. Naipaul, l’eredità del mondo classico è essenzialmente quella di una cultura universale, nella quale il bene e il male non sono soltanto un’opinione.

Le osservazioni di Maurizio Ferrera fanno riflettere in un momento in cui la scuola italiana è in preda a un’idolatria della contemporaneità che ha reso una generazione di studenti quasi del tutto incapaci di ragionare in termini generali, condannandoli a inseguire l’attualità senza avere gli strumenti per comprenderla. Se i paesi tecnologicamente più avanzati dell’occidente continuano a guardare al modello classico per la formazione della propria classe dirigente, c’è da chiedersi perché il nostro paese non riesce a fare altrettanto.

Pubblicato su Il Riformista il 14 agosto 2008

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