Lanciate nel 2003, le classifiche delle università sono ormai parte dello zeitgeist del mondo globalizzato. Continuano a ingannare il pubblico, gli studenti e i loro genitori, influenzano i comportamenti delle Università, le strategie di governo e di investimento, catturano i titoli dei media e il pubblico di tutto il mondo. Dopo quasi 20 anni, ci sono poche prove che le classifiche abbiano un impatto significativo sul miglioramento della qualità. E non c’è alcuna correlazione tra guadagnare posizioni nelle classifiche e fornire un contributo significativo alla società o al bene pubblico. Questa la sintesi dell’articolo che Ellen Hazelkorn e Georgiana Mihut hanno appena pubblicato su University World News.

L’articolo di Ellen Hazelkorn e Georgiana Mihut sintetizza i contenuti di un volume da loro curato dedicato alle classifiche delle università: Research Handbook on University Rankings. Theory, Methodology, Influence and Impact. Nell’articolo sono evidenziati tre temi principali:

Il rimodellamento geopolitico del panorama dell’istruzione superiore

Una delle ragioni del successo delle classifiche sta nel modo in cui rendono almeno all’apparenza comparabili sistemi e istituzioni nazionali intrinsecamente diversi e diseguali. In realtà, il sistema della classifiche incorpora una distorsione sistematica che favorisce le Università più vecchie e performanti. Il sistema globale dell’istruzione superiore – secondo Hazelkorn e Mihut:

“è caratterizzato da scambi e collaborazioni asimmetriche, così come da conflitti e competizione all’interno e tra i Paesi. Le iniziative di eccellenza mirano a modificare questa narrazione cercando di posizionare alcune università in cima alla gerarchia globale”.

“Il percorso della Cina è ben documentato. La sua notevole ascesa da nessuna università tra le prime 100 nel 2003 a sette nel 2021 è un aumento del 700% nell’Academic Ranking of World Universities (ARWU). In confronto, gli Stati Uniti hanno sperimentato un declino del 31% da 58 università nella top 100 nel 2003 a 40 nel 2021”.

“I francesi hanno festeggiato quando l’Università di Parigi-Saclay si è classificata al 13° posto dell’ARWU nel 2021. Risultato raggiunto grazie Ualla fusione di 10 facoltà, quattro grandes écoles, l’Institut des Hautes Etudes Scientifiques, due università associate e laboratori condivisi con le principali organizzazioni di ricerca nazionali francesi”.

Secondo Hazelkorn e Mihut, l’eccessiva attenzione rivolta ai primi 100 posti finisce per mettere in secondo piano la crescita di un insieme diversificato di Paesi che disegna un sistema di istruzione superiore e di produzione della conoscenza multipolare, aperto e dinamico.

Nella gara dei ranking ci sono anche i perdenti, Università e sistemi nazionali. In Giappone, per esempio

“la corsa agli investimenti in università di livello mondiale è diventata più costosa di quanto il paese, con il suo sistema di istruzione superiore già maturo, potesse permettersi”.

Il business delle classifiche

La crescente attenzione sulla comparabilità internazionale – scrivono Hazelkorn e Mihut – ha favorito un crescente allineamento tra classifiche, editoria e big data. Questo genera e alimenta un business globale, con enormi depositi di dati scientifici e di dati sull’istruzione superiore sigillati in costosissime piattaforme a pagamento.

“Le aziende editoriali si intersecano con i produttori di classifiche mediante sofisticati software per accumulare e gestire i dati, monetizzare e creare nuove risorse e sfruttare i prodotti di analisi per lavorare attraverso l’intero ciclo di produzione della conoscenza accademica, dalla concezione, alla pubblicazione e distribuzione e alla successiva valutazione e gestione della reputazione.”

Tutto questo genera incentivi perversi per le Università e i ricercatori, indotti ad usare quegli stessi prodotti per scopi competitivi e strategici.

“Non troppo attenzione è stata rivolta al tema della concentrazione economica tra classifiche, pubblicazioni e big data. Ne è un segnale la faciloneria acritica con cui le Università e gli studiosi forniscono portafogli di dati, come accade per le montagne di materiale sottoposte al Times Higher Education Impact Rankings per una valutazione che avviene del tutto a porte chiuse.  Il recente annuncio dell’acquisizione di Inside Higher Ed da parte di Times Higher Education avrà come conseguenza una ulteriore confusione tra i ruoli di commentatore indipendente sull’istruzione superiore e di promotore di classifiche”.

Indicatori significativi e misurazione della performance

“La questione più dibattuta e criticata riguardo alle classifiche concerne la metodologia e la scelta degli indicatori. Il crescente numero di classifiche e il crescente pubblico hanno accelerato la creazione di enormi masse di dati, che però non ci dicono molto sui risultati dell’istruzione superiore”.

Secondo Hazelkorn e Mihut, abbiamo ancora una scarsa comprensione di ciò che costituisce un’istruzione superiore di alta qualità o di come valutare la qualità nell’insegnamento e nell’apprendimento, nell’internazionalizzazione, nelle questioni di uguaglianza, diversità e inclusione, nell’impatto sociale, nell’innovazione, ecc. Le classifiche danno l’illusione che tutto quanto sia sotto controllo e facilmente misurabile. Quando, in realtà, le classifiche valutano semplicemente ciò che viene misurato, non ciò che conta.

Gli accademici e le Università sono colpevoli quanto i loro governi dell’insensato successo delle classifiche, con la non secondaria responsabilità dei media, che accorrono come mosche sul miele per magnificare le tabelle che mettono in numeri “scalate” o “arretramenti”, in un circuito perverso nel quale tutto si riduce ad una deprecabile gara a una estemporanea visibilità dietro la quale si cela la sostanza del nulla.

Ma le classifiche sono rilevanti?

Alla fine di quasi 20 anni di classifiche, ci sono poche prove che le classifiche abbiano un impatto significativo sul miglioramento della qualità. E non c’è alcuna correlazione tra l’aumento nelle classifiche e un contributo significativo alla società o al bene pubblico. Non è mai troppo tardi per convincersene.

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