Il 15 ottobre il presidente del Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR) Massimo Inguscio ha illustrato la Relazione sulla ricerca e l’Innovazione in Italia 2019 in un importante convegno a cui hanno partecipato il presidente del Consiglio Giuseppe Conte ed il ministro dell’Istruzione, della ricerca e dell’università Lorenzo Fioramonti. L’analisi, condotta da un gruppo di ricerca guidato da Daniele Archibugi e Fabrizio Tuzi, mostra con inoppugnabili cifre i punti di forza e di debolezza del sistema della ricerca e dell’innovazione italiano. Il messaggio principale è che la situazione attuale è del tutto simile a quella di decenni fa: il paese, nella sua componente pubblica e privata, e cioè nelle università e negli enti pubblici di ricerca da un lato e nelle imprese dall’altro, si colloca nelle parti basse delle varie graduatorie internazionali e non dà segnali di voler fare decisivi passi avanti per poter partecipare con successo alla competizione internazionale che si fa sempre più aspra. Le indicazioni di politiche da mettere in campo, e dunque le richieste al governo per dare un segno di vera discontinuità, sono state molteplici: aumento delle risorse investite nelle strutture della conoscenza; superamento del precariato dei ricercatori e dei docenti nelle università e negli enti di ricerca; snellimento delle procedure burocratiche che frenano lo svolgimento delle attività; collegamento tra ricerca e innovazione mediante una politica industriale degna di questo nome. Come ha risposto Conte? Indicando una serie di piste su cui muoversi quali la costituzione di un’Agenzia per il coordinamento degli enti pubblici di ricerca, l’attenzione per l’innovazione “verde” e di alcuni settori strategici per il paese, una riaffermazione del valore della scienza come garanzia di libertà e di democrazia. Ci si poteva aspettare di più, al di là delle rituali parole del mondo politico che, almeno da trent’anni, ha sempre promesso e mai mantenuto? Nelle stesse ore era in approvazione la Manovra finanziaria e non era ragionevole, né prudente, prendere impegni che comportassero un aggravio di spesa del bilancio pubblico in un contesto di crescita zero. Dunque è lecito aspettarsi che nel prossimo futuro ci saranno marginali aggiustamenti ad un sistema che presenta molti punti critici (ma che pur sempre è uno dei migliori al mondo, anche se sottodimensionato) aspettando tempi migliori. Ma il cane si morde la coda. Se non si investe coraggiosamente in istruzione, ricerca, innovazione, come faremo ad uscire dalla crisi? Il paese è pronto ad intraprendere un sentiero di sacrifici oggi per la sopravvivenza di domani? Una sfida di tal fatta è epocale e, purtroppo, nel coté politico non si intravvedono giganti come i padri della Patria che nel secondo dopoguerra, guardando con coraggio e lungimiranza al futuro, seppero ricostruire il paese e costruire l’Europa.

Pubblicato su https://www.controluce.it/notizie/le-sfide-della-ricerca-e-dellinnovazione-per-un-paese-in-panne/

 

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1 commento

  1. Un documento di natura economica, sociologica e politica, utile utilissimo magari necessario. Si puo’ scaricare da http://www.dsu.cnr.it/relazione-ricerca-innovazione-2019/volume/Relazione_sulla_ricerca_e_innovazione_in_Italia_2019_webformat.pdf Vale la pena di leggerlo, molto interessanti i capitoli 2 e 5.

    Ora per venire al commento qua sopra, oltre a ricordare i padri della patria, che non avevano altra scelta che investire nel futuro, io avrei ricordato anche i numerosi giaguari del passato erano acquattati tra di loro. E poi avrei ricordato anche che il CNR lo invento’ Vito Volterra, un grande scienziato con una visione alta della scienza e della patria, che venne marginalizzato e poi eliminato dalla vita civile nel periodo fascista, senza che nessuno si curasse di recuperarne la memoria o il lascito.

    E queste considerazioni mi portano a chiedermi: ed oggi? Siamo sicuri che stiamo mettendo i nuovi Volterra in condizione di lavorare, oppure la mattanza continua? Se si parlasse piu’ spesso dei risultati scientifici che si ottengono, oltre a continuare a ricordare che mancano i soldi, a produrre aggregati statistici, a costruire piramidi? Se si prestasse ogni tanto orecchio ai giovani – alle singole persone – che hanno qualcosa da dire sulla scienza?

    Nel documento sezione 3.5.2 si parla anche di “assegnisti di ricerca”, usando il freddo linguaggio della burocrazia. A qualcuno sembrerà irrilevante o addirittura corretto farlo, mentre a me sono questi i segnali che non fanno sperar bene. Nei paesi dove c’e’ rispetto per la scienza nessuno si sogna di parlare “check of research” per chi ha il grado accademico di postdoc. Il modo in cui le persone vengono pagate o il fatto che non abbiano una posizione fissa non e’ quello che conta, a meno che l’economia venga prima e la scienza (molto) dopo.

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