La polemica sulla classificazione delle riviste operata dall’Anvur – le cui anomalie sono state da ROARS ampiamente denunciate e su cui si sono avuti già numerosi interventi – non accenna a placarsi. Due sono i profili che di solito assume la questione: la legittimità, utilità o anche ragionevolezza di utilizzare il giudizio sulla rivista per dare un giudizio sui suoi contenuti, così valutando il contenuto in base al contenitore e non per il suo merito specifico; e a ciò si possono anche aggiungere le considerazioni che si possono facilmente fare sull’effetto a lungo andare di tale pratica – ove si consolidasse e divenisse sistemica – in termini di “perturbamento” del mercato delle idee e di quello editoriale. L’altro profilo – non meno importante – ha a che fare invece con la fattibilità di un elenco che sia effettivamente rispondente alla qualità delle riviste su cui pubblicano gli studiosi italiani, giacché ogni criterio e ogni inclusione/esclusione trova facilmente numerosi controesempi ed è facilmente esposto a contestazioni di parte degli studiosi. Illustrano tali due tipi di inconvenienti i brevi interventi di Guido Pescosolido e di Alberto G. Biuso.

 

Classificazione delle riviste e conflitti d’interesse

di Guido Pescosolido
(Università di Roma – La Sapienza)

Quando lo Stato attribuisce a qualsiasi lista di riviste, anche la “migliore” scientificamente possibile, il potere di influire e decidere sugli esiti dell’esercizio di una funzione pubblica quale il reclutamento di docenti di ruolo delle università statali e di quelle private con finanziamento statale, esso rinuncia, in parte o in toto, ad una sua funzione pubblica fondamentale, affidandola a soggetti privati, portatori di interessi privati, anche semplicemente e brutalmente economici. E questo perché le riviste scientifiche, come è noto, sono, per lo più, frutto dell’iniziativa culturale di liberi studiosi, ma anche dell’iniziativa economica (e sottolineo economica) di editori, tutti rispettabilissimi, ma tutti, studiosi e editori, innegabilmente soggetti privati nel momento in cui producono una rivista che non sia di proprietà di un ateneo o di un istituto di ricerca; ma anche in questo caso i risvolti privatistici della rivista si potrebbero profilare ove essa fosse pubblicata e diffusa da un editore esterno. Quando poi direttori e membri di comitati scientifici di riviste sono chiamati a far parte dell’organo ministeriale che detta regole come quella che si sta applicando ai giudizi di idoneità nazionale di professori universitari di prima e seconda fascia, la possibilità di conflitto di interesse diviene imbarazzante. Quando poi gli stessi docenti entrano anche a far parte di commissioni di concorso secondo regole che essi stessi hanno contribuito a determinare, la possibilità di conflitto di interesse diviene addirittura insostenibile. E’ questa una procedura che non mi risulta sia adottata in nessun’altra forma di reclutamento di pubblici funzionari (amministrazione pubblica, magistratura o altro). La si sta introducendo nell’università in nome di una lotta al baronaggio accademico che finisce per creare un superbaronaggio, con componenti anche esterne all’università, ben più ristretto e meno controllabile di quello che si sostiene di voler abbattere.

La forma del grottesco
L’Anvur e il Giornale di Metafisica

di Alberto Giovanni Biuso
(Università di Catania) 

All’interno di situazioni che progressivamente mostrano l’irrazionalità che le ha generate, emergono dei casi particolari che rivelano in modo evidente l’assurdo che le intesse. Il Giornale di metafisica ha il dubbio privilegio di confermare quanto e come l’arbitrio e l’illogicità stiano operando nelle pratiche dell’Anvur.

Esclusa dalla fascia A dell’Area 11, questa Rivista ha inviato all’Anvur una dettagliata documentazione a sostegno del proprio diritto di comparirvi. Il suo attuale direttore Giuseppe Nicolaci vi scrive, tra le molte altre argomentazioni, che «il ranking fornito presenta un marcato profilo di arbitrarietà in quanto: A) prodotto in palese difformità dai criteri e dai parametri generali di giudizio che l’Agenzia, e in particolare il GEV 11, ha dichiarato di privilegiare, sia pure orientativamente, ai fini della classificazione delle riviste; B) prodotto in palese difformità dall’interpretazione che tali parametri hanno specificamente trovato nella loro applicazione all’area delle riviste filosofiche italiane, quale può evincersi dal confronto con gli esiti complessivi della valutazione a riguardo; C) prodotto in palese difformità dalla procedura che il GEV 11 ha espressamente dichiarato di voler adottare nel redigere la classificazione delle riviste ai fini della VQR». Aggiunge poi che «il severissimo e penalizzante giudizio sul Giornale di Metafisica sembra piuttosto frutto di una disavventura procedurale in cui il GEV dell’aera 11 potrebbe essere incorso a seguito di un contenzioso, tutt’ora aperto, con la Società Italiana di Filosofia teoretica (SIFIT). Infatti, nel caso delle riviste filosofiche di prevalente afferenza al Settore 11c1 (e fra queste figura indubbiamente il Giornale di Metafisica), il procedimento attraverso cui si è di fatto pervenuti alla classificazione presenta, all’origine, una clamorosa anomalia rispetto a quanto di norma previsto dall’Agenzia. […] In realtà la SIFIT, nel fornire l’elenco richiesto, non ha ritenuto che si potesse sensatamente procedere ad una classificazione come quella proposta dall’ANVUR; ciò sulla base di una scelta ampiamente e pubblicamente motivata».

La risposta inviata a Nicolaci da Fantoni, Bonaccorsi e Novelli è stata pubblicata su Roars insieme al duro intervento che la Società Italiana di Filosofia teoretica ha dedicato a questo caso [vedi link].

Si tratta infatti di una risposta tanto illogica nei contenuti quanto sprezzante nel tono. Le osservazioni della SIFIT hanno un valore paradigmatico e generale che va al di là del caso specifico del Giornale di Metafisica e confermano come sia stata creata una macchina valutativa che coniuga automatismi formali con discriminazioni ideologiche. Il tutto sotto il segno dell’arbitrio e dell’irrazionalità più cocciute.

In tutto questo il merito svolge ormai soltanto la funzione di paravento ideologico per le anime belle. Una maschera che comunque non riesce più a nascondere il vero significato di quanto sta accadendo: una ridistribuzione del potere accademico a favore dei gruppi e delle tendenze ideologiche più vicine all’ultraliberismo. Una sorta di grottesca Rivoluzione culturale declinata nei modi della Confindustria.

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3 Commenti

  1. […] Ha scritto un insigne giurista, Guido Pescosolido: «Quando lo Stato attribuisce a qualsiasi lista di riviste, anche la “migliore” scientificamente possibile, il potere di influire e decidere sugli esiti dell’esercizio di una funzione pubblica quale il reclutamento di docenti di ruolo delle università statali e di quelle private con finanziamento statale, esso rinuncia, in parte o in toto, ad una sua funzione pubblica fondamentale, affidandola a soggetti privati, portatori di interessi privati, anche semplicemente e brutalmente economici. E questo perché le riviste scientifiche sono per lo più, frutto dell’iniziativa culturale di liberi studiosi, ma anche dell’iniziativa economica (e sottolineo economica) di editori, tutti rispettabilissimi, ma tutti, studiosi e editori, innegabilmente soggetti privati nel momento in cui producono una rivista che non sia di proprietà di un ateneo o di un istituto di ricerca; ma anche in questo caso i risvolti privatistici della rivista si potrebbero profilare ove essa fosse pubblicata e diffusa da un editore esterno. Quando poi direttori e membri di comitati scientifici di riviste sono chiamati a far parte dell’organo ministeriale che detta regole come quella che si sta applicando ai giudizi di idoneità nazionale di professori universitari di prima e seconda fascia, la possibilità di conflitto di interesse diviene imbarazzante» (https://www.roars.it/online/le-riviste-secondo-lanvur-tra-conflitti-dinteresse-e-grottesco/). […]

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